Michele Lauro
È un periodo in cui alla scienza della matematica arride il successo. Lo dimostra il caso letterario del best seller di Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi, Premio Strega 2008. Il titolo, si è poi saputo, fu scelto da un editor della sua casa editrice, che vide nella suggestione matematica - esistono numeri speciali come i numeri primi gemelli: separati da un solo numero pari, sono vicini ma mai abbastanza per toccarsi davvero - il modo più intrigante per sintetizzare una storia basata sul complesso rapporto fra due gemelli.
La matematica e i numeri primi fanno da sfondo anche all’ultimo romanzo di David Leavitt, Il matematico indiano (Mondadori). L’ex enfant prodige della letteratura anglosassone rielabora una materia storica complessa, oscura e affascinante: il sodalizio fra il matematico inglese Godfrey Harold Hardy (1877-1947) e il matematico indiano Srinivasa Ramanujan (1887-1920).
Dal suo modesto ufficio di contabile a Madras, Ramanujan strega il brillante cattedratico del Trinity College di Cambridge inviandogli una lettera piena di equazioni che non assomigliano a “nessun tipo di matematica nota” a Hardy, ma che si muovono sorprendentemente nell’orbita di ciò che già allora arrovellava lo stesso Hardy e il suo collega e collaboratore J.L. Littlewood: la dimostrazione dell’ipotesi di Riemann. Dapprima scettico, poi sempre più convinto di trovarsi di fronte a un genio inespresso, Hardy riesce a portare Ramanujan al Trinity. La loro sarà una delle collaborazioni più fruttuose, ancorché brevi, nella storia della scienza. Verso la fine del 1916 condurrà alla scoperta della “formula asintotica per la funzione di partizione di un numero intero”, nota come formula di Hardy-Ramanujan. Ma appena sei anni dopo il suo sbarco a Cambridge, il geniale indiano si ammala misteriosamente e si spegne, come per consunzione, a Madras dove è ritornato a trascorrere gli ultimi mesi di vita: aveva 33 anni.
Nelle quasi 600 pagine del libro sono tanti i temi correlati che si intrecciano alle vicende dei due protagonisti. Innanzitutto l’atmosfera di un luogo e di un’epoca, quella della città di Cambridge negli anni a cavallo della prima guerra mondiale, quando sarà costretta a trasformarsi in un immenso ospedale. Teatro della scena è il Trinity College, storica istituzione universitaria che ai primi del Novecento godeva della frequentazione di alcuni dei “grandi” del secolo, come i filosofi Bertrand Russell e Ludwig Wittgenstein e il romanziere D.H. Lawrence, che appaiono con un cameo nel libro. Il Trinity rappresentava una curiosa enclave nell’Inghilterra puritana e coloniale dell’epoca. La libertà culturale e di costumi che vi si respirava consente all’autore di indagare un tema a lui caro, quello della diversità riferita qui non solo all’omosessualità (alla nutrita comunità gay appartengono Hardy e molti colleghi massoni), ma anche all’incontro con l’altro da sé. Ramanujan è un bramino osservante, rigorosamente vegetariano, devoto alla dea Namagiri che gli detta le formule in sogno. Ma il matematico è devoto anche a una famiglia contraddittoria, le cui abitudini e il cui stesso pensiero sono guardati con un misto di curiosità e sospetto. La sua mancata integrazione nel paese che lo ha riconosciuto come genio è probabilmente alla base della sua prematura scomparsa.
La solitudine dei numeri primi si riverbera qui nella solitudine del genio, nell’abisso che lo separa dal consesso di noi umani. La sua personalità si rivela insondabile, così come è fallimentare il tentativo di giungere a una armonia nell’apparente caos della successione dei primi. Ragione e follia, ordine e caos, intelletto e psiche si placano soltanto nell’applicazione a enigmi matematici così lontani dal mondo ordinario da essere dotati di una propria intrinseca bellezza. Teoremi che sono una forma di poesia.
- Mercoledì 22 Ottobre 2008

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Commenti
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Il 22 Ottobre 2008 alle 17:40 Il cubo di Rubik e “il numero di Dio” « Le cittá sono la ricchezza delle nazioni ha scritto:
[...] La risposta non e’ semplice come possa sembrare. Se si prende un cubo risolto e lo si mischhia ruotando le sue facce a caso 25 volte, e’ ovvio che tale cubo si possa risolvere in 25 mosse. Ma non e’ detto che non si possa risolvere in meno di 25 mosse, ed i matematici sono interessati nella soluzione ottimale - il modo piu’ breve per risolvere ogni configurazione del cubo. Il problema puo’ sembrare a noi piuttosto trascurabile, ma i matematici lo prendono molto seriamente e definiscono il numero n il “numero di Dio“. [...]
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