Le Clézio e il gioco della torre all’Accademia di Svezia

Jean-Marie Gustave Le Clézio

Di Roberto Barbolini
Magari sarà capitato anche a voi: con il gioco della torre hanno cominciato a tormentarci fin da piccoli. “Vuoi più bene al papà o alla mamma?” era la domanda che la cugina nubile oppure lo zio prete, la moglie del dirimpettaio o il marito della tata ci scodellavano col loro più bel sorrisino all’alchermes. “A tutti e due uguale” rispondevamo. “A tutti e due”, sentendoci intanto pungere il cuore dall’incertezza.
Con il Nobel per la letteratura (se volete fare bella figura pronunciate Nobèl) succede un po’ la stessa cosa. Immaginate la fatidica cinquina finale composta, che so, da Philip Roth, Milan Kundera, Àlvaro Mutis, Joyce Carol Oates, più un quinto personaggio il cui nome non verrà per ora rivelato. Oppure da Amos Oz, Mario Vargas Llosa, Martin Amis, Don De Lillo, più l’anonimo di cui sopra. Aggiungete, alla rinfusa, i nomi di Thomas Pynchon, Mo Yan, Alice Munro, Claudio Magris. E poi figuratevi tutti questi egregi signori delle lettere spiaccicati al suolo, dopo un volo virtuale ma senza scampo giù dalla fatidica torre. E lassù in cima, solo ed unico trionfatore sul podio della letteratura mondiale, l’uomo di cui abbiamo finora taciuto il nome: Jean-Marie Gustave Le Clézio. Che non sarà magari uno scrittore mediocre, come si è affrettato a definirlo il nostro Pietro Citati; piuttosto uno scrittore medio, con un curriculum buono ma non eccezionale, anche se molto premiato nel suo paese, la Francia.
Esordio precoce all’epoca del “nouveau roman”, quando la star era Alain Robbe-Grillet; scrittura in senso lato sperimentale fino agli anni Settanta (ma in quel periodo era vivo e vegeto un certo Georges Perec…); approdo nella maturità a uno stile più quieto, con tematiche che vanno dall’autobiografia al viaggio e all’ambiente: ai severi accademici svedesi Le Clézio è parso avere tutte le carte in regola.
Ma, puntuali come ogni anno, sono scoppiate le polemiche. E via con il tormentone, la dietrologia, i sospetti sull’effettiva competenza della giuria, ricorrentemente accusata di pensare più alla “political correctness” che alla letteratura: a conferma, è sempre stato di prammatica rammentare il riconoscimento negato a Jorge Luis Borges per le sue posizioni politiche considerate troppo di destra.
In effetti la sequela dei Nobel letterari mancati è ben lunga e piena di stranezze. Possibile che tra i 14 francesi finora premiati (la rappresentanza più numerosa) manchi un certo Marcel Proust? E che l’Austria abbia visto laureare Elfriede Jelinek ma non Robert Musil o Thomas Bernhard? “Tra i russi” ci ha ricordato Paolo Di Stefano sul Corriere della sera “c’ è Bunin ma non ci sono Tolstoj, Mandel’ stam e Salamov. Tra gli svizzeri c’è un certo Spitteler e mancano Dürrenmatt e Frisch. E se tra gli irlandesi non c’è traccia di Joycee tra gli americani mancano Scott Fitzgerald e Nabokov, perché Deledda sì e Verga no?”.
L’impressione, a pelle, è che l’Accademia svedese sia una parodia involontaria del Congresso del mondo immaginato proprio da Borges in una sua novella: nell’impossibilità di valutare davvero la totalità delle letterature mondiali, si punta a una certa equità distributiva, a equilibrismi diplomatici, più che a premiare davvero i migliori o a sorprendere con scelte coraggiose e impreviste.
In realtà le cose sono più complesse, come ci ha ben raccontato di recente Daniela Marcheschi nel saggio Alloro di Svezia (Mup editore), sfatando molti equivoci e superficialità sull’operato dei fatali accademici. Ma il risultato rimane spesso di una deludente medietà. La scelta di autori come Le Clézio o la Jelinek sarebbe, in questo senso, l’equivalente letterario della “vita da mediano” cantata da Ligabue. Eppure la contesa per l’”alloro di Svezia” continua, come ogni anno, a fare rumore. Non a caso, Alfred Nobel è ricordato come l’inventore della dinamite.

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Il 16 Febbraio 2009 alle 18:10 Nobel, ecco i perché di tante illustri bocciature. E un sondaggio » Panorama.it - Libri ha scritto:

[...] Il giorno dopo l’assegnazione dei Nobel per la letteratura, le polemiche nascono con eccezionale puntualità. Ma non sempre nascondono semplice partigianeria. Il recente riconoscimento al francese Jean-Marie Le Clézio aveva suscitato critiche da più parti. L’accademia di Svezia era stata accusata di guardare, negli ultimi anni, più al messaggio veicolato dagli autori che non all’effettiva cifra letteraria degli stessi. Ma al di là dei gusti e degli orientamenti per stili e poetiche, i giurati svedesi hanno nel tempo trascurato consapevolmente (e colpevolmente) una serie di nomi che ormai fanno parte a pieno titolo della grande letteratura mondiale. Tra i grandi assenti spiccano i nomi di Lev Tolstoj, Henrik Ibsen, Virginia Woolf, James Joyce, Jorge Luis Borges, Graham Greene. L’accesso agli archivi dell’Accademia di Svezia consente oggi, dopo cinquant’anni di silenzio, di ricostruire i motivi di tali esclusioni, come rivela Francesco Saverio Alfonso su La Stampa. L’elenco sarebbe molto lungo (da Anton Cechov a Bertold Brecht, da Marguerite Yourcenar a Vladimir Nabokov). Qui ci limitiamo a citare soltanto alcune delle più clamorose mancanze. Come quella di Ezra Pound, bollato come “fascista” in seguito alle pressioni esercitate sulla commissione svedese dal governo Usa. Trascurato anche Moravia perché considerato dalla giuria “scrittore pornografico”, ma escluso soprattutto perché emissari della Cia lo avevano definito filocomunista, influendo così sulla decisione degli accademici. Clamorosa anche l’esclusione del romanziere e autore teatrale August Strindberg, molto amato, all’inizio del Novecento, dai lettori svedesi, ma ritenuto “eccessivamente progressista” dai giudici del Nobel, che gli preferirono poi la conterranea Selma Lagerlof. E poi il no - apparentemente inspiegabile - a Lev Tolstoj, descritto dallo stesso comitato di giuria come “un maestro nell’arte della descrizione epica”, ma considerato al contempo un nemico dello Stato e della Chiesa. James Joyce era invece definito “improponibile” negli anni Trenta, e per questo escluso dal premio. Bollato come “sconveniente”, infine, Jorge Luis Borges perché si era espresso favorevolmente nei confronti del dittatore cileno Augusto Pinochet. [...]

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