Senza parole, mosaico di storie individuali e collettive firmato Zhang Jie

la città più grande del mondo

È il libro più premiato della storia cinese: c’è chi lo ha paragonato ai testi della cultura sapienziale d’Oriente, c’è chi lo ha accostato al Dottor Zivago di Boris Pasternak o a un classico della cultura sudamericana come Cent’anni di solitudine.
La sua autrice, Zhang Jie, più volte candidata al Nobel per la letteratura, non ha alcuna intenzione di sottovalutarne l’importanza anche perché le è costato “oltre dodici anni di tormenti e sacrifici”. Senza parole, in Italia, appena edito dalla casa editrice Salani, è un lungo racconto epico della Cina del ventesimo secolo, una storia in soggettiva presentata così dalla diretta interessata: “Non ci sono abbastanza parole per raccontare l’epopea tragica della Cina del ventesimo secolo. Ma poiché sono un’artista dotata di una forte coscienza sociale, mi sono sentita in obbligo di provarci”.
Eros e potere sembrano essere due cardini attorno ai quali ruota questo romanzo. Come mai sono così importanti?
Il potere è una passione che accomuna tutti gli uomini del mondo. I maschi, in particolare, credono che esso sia la prova del loro successo e della loro personalità. E qui dico maschi perché vi è un abissale differenza con le donne, molto più concetrate sull’aspetto spirituale e sentimentale della propria vita.
A proposito: nel romanzo lei scrive che “non è necessariamente vero che l’universo femminile di inizio secolo sia più limitato di quello di oggi”. In che senso?
È un fatto indubitabile che nelle società contemporanee ci siano donne più emancipate a livello sociale. E qui basti dire che è a loro permesso di accedere a tutte le libere professioni, un tempo in parte escluse, almeno in Cina. Sembra dunque che vi sia stata una rivoluzione radicale tra i due generi, ma in realtà non è così. Nella loro mentalità, sebbene in modo inconsapevole, purtroppo persiste ancora la convinzione che il carattere dominante di una comunità deve essere quello maschile e che il sostegno maggiore nei confronti della società debba provenire da loro. In Cina - ma non solo in Cina - un uomo che si sottrae a questa logica è un uomo che già di per sè si autodefinisce impotente. E questa meccanica sembra essere stata in gran parte assorbita anche dalle donne.
Un passaggio dal Medioevo al postmoderno, come quello che ha vissuto la Cina negli ultimi trent’anni, cosa comporta nella memoria collettiva?
Dal 1949, e per almeno un ventennio, la Cina ha assistito impotente ad una radicale distruzione della propria cultura, dimenticando che una nazione è tale solo se può poggiarsi su una forte identità e causando così un danno irreparabile per le generazioni successive. Adesso stiamo assistendo ad una risalita, ma è comunque una risalita graduale. E il compito di noi cinesi è proprio questo: restaurare pazientemente un simile vuoto. Ma questa è un’impresa ardua, che ha bisogno di molto tempo.
E sul fronte sociale?
Sotto questo profilo, negli ultimi anni ci sono stati radicali cambiamenti. Di certo, le nuove generazioni sono più libere: possono divertirsi di più, ma sono anche molto più facilmente esposte consumismo. Non so se questo sia un fatto positivo. Posso solo dire che questa non è una mia ambizione. Ma forse, alla fine, questo è solo un punto di vista radicale di una persona un po’ troppo noiosa.

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