Archivio di Novembre, 2008

Che il libro sia con te e con il tuo spirito

Libri antichi

Di Sandra Pertignani

André Malraux l’aveva previsto: “Il XXI secolo sarà spirituale o non sarà affatto”. E così l’altro grande “profeta” novecentesco, Carl Gustav Jung, che annunciò l’avvento, verso il 2160, dell’Era dell’Acquario, portatrice di un cambiamento spirituale rivoluzionario. Sarà così? Nell’attesa, in questi tempi grigi di crisi e recessione economica, i lettori vanno in cerca di consolazione e rifugio: meno disimpegno e più spirito. Credenti e non credenti s’interrogano sull’interiorità e vanno esplorando le antiche radici comuni a tutte le fedi. E l’editoria, non solo quella specialistica, ma anche quella tradizionalmente lontana da questi temi, è pronta a sfruttare il business.
La Feltrinelli fa dialogare scienza e religione, attraverso un autore come Piergiorgio Odifreddi, e mette a confronto un parroco, Gennaro Matino con lo scrittore Erri De Luca (Almeno cinque, che esplora la “fisicità del divino”). La Baldini Castoldi Dalaipubblica un romanzo-documento che dà complicati insegnamenti sul Buddismo tibetano (Il demone e il Dalai Lama di Raimondo Bultrini). E mentre le collane dei classici antichi, greci e latini (da Epicuro a Seneca), si arricchiscono di nuove edizioni, la Mondadori inaugura in questi giorni una collana, “Spiritualità”, con opere dei grandi maestri (dal Dalai Lama a Thich Nhat Hanh, al cardinale Carlo Maria Martini). Dice il curatore, Emanuele Basile, senza smentire che il 7 per cento del fatturato della casa editrice deriva da titoli dedicati allo spirito: “Abbiamo rilevato un interesse così crescente per il settore da ritenere utile orientare il pubblico con una collana in cui confluiscono i best-seller dei grandi guru occidentali e orientali, accanto a nuovi titoli”. Questo mentre nei Meridiani Mondadori un volume è dedicato al filosofo e teologo chassidico Martin Buber (Storie e leggende chassidiche), al quale si deve, fra l’altro, una frase che potrebbe diventare il simbolo della nuova tendenza: “In principio è la relazione”.
Relazione con la divinità, col sé, con l’altro. “È un fenomeno positivo che si disgreghi l’attaccamento morboso al proprio credo” commenta lo studioso Massimo Jevolella, di cui sta uscendo, per le edizioni Red, Rawa. Il racconto che disseta l’anima. “Un fenomeno di massa che contrasta i fondamentalismi. Non si tratta di un supermercato delle fedi, ma di una sincera ricerca individuale che ognuno percorre secondo le sue necessità interiori”.

Che quello attuale, rispetto al passato, sia un pubblico più esigente lo conferma Gabriella Caramore, che da 16 anni conduce su Radio Tre la seguitissima trasmissione Uomini e profeti, nata nei primi anni Ottanta per colmare il vuoto di cultura religiosa che caratterizzava molti laici. “Il deficit di spiritualità delle società contemporanee” dice “spinge inevitabilmente verso una sete d’anima di pirandelliana memoria che può anche rischiare la moda passeggera, ma nella maggior parte dei casi è sincera ricerca di un proprio percorso formativo, faticoso, serio”. Legata alla trasmissione è nata una collana omonima per l’editore Morcelliana dove si trovano i commenti di grandi maestri spirituali, soprattutto cattolici ma non solo, come Enzo Bianchi, Paolo De Benedetti, Gustavo Zagrebelsky, presenze assidue del programma.
La novità è proprio la spiritualità laica, concetto che incontra ancora parecchie resistenze, nonostante l’acceso dibattito suscitato dal saggio di André Comte-Sponville Lo spirito dell’ateismo, pubblicato in Italia dalla Ponte alle Grazie l’anno scorso. “La spiritualità è ciò che resta della fede quando la si è persa” dice il filosofo francese. E forse siamo davvero dentro quella “rivoluzione spirituale” che secondo un altro pensatore, Paul Heelas, studioso della New age, punta sulla realizzazione dell’individuo anche al di fuori di un percorso strettamente religioso.
“Io parlerei di spiritualità come formazione” suggerisce Antonella Parigi, organizzatrice della manifestazione Torino spiritualità (giunta al quarto anno toccando 32 mila presenze) da cui ha preso vita la nuova collana “Sguardi” presso la Bollati Boringhieri. “La gente ci segue proprio perché crediamo in una cultura formativa. Vengono ad alimentarsi di discorsi complessi, a cercare una strada per arricchirsi interiormente, perché sentono il grosso handicap di un’educazione solo tecnicistica”. Non a caso due recenti saggi della collana s’intitolano Un’etica per i laici, di Richard Rorty, e Impresa e morale, di Joel Bakan. “Se i finanzieri che ci hanno portato al disastro si fossero occupati di spiritualità, oltre che di economia, forse oggi non ci troveremmo ad affrontare questa crisi che non si sa dove conduce” osserva Antonella Parigi. Il prossimo titolo di “Sguardi” sarà Il diverso come icona del male di Marco Aime ed Emanuele Severino sui pregiudizi che alimentano tanti conflitti nelle società contemporanee.

E se la Adelphi non sente il bisogno di una collana specifica, ma continua la sua ricerca attraverso grandi autori di sempre (Gershom Scholem, Simone Weil, Jiri Langer), all’Astrolabio Ubaldini l’amministratore Luca Bertillo rivendica il primato di tenere sempre vivo un catalogo che non passa di moda perché “non seguiamo il mercato ma forniamo gli strumenti necessari a ogni seria ricerca spirituale”. Hanno pubblicato per primi i grandi maestri orientali che ora vanno per la maggiore e nei primi mesi del 2009 usciranno il Diario spirituale di Yogananda, due testi di Krishnamurti e altri due nuovi libri di Thich Nath Hanh. Se Joshua Volpara, direttore editoriale della Jaca Book, difende la ricerca della sua casa editrice nel campo dell’”antropologia religiosa” contro “la catastrofe della merce e del consumo”, ricordando autori come Raimon Panikkar (di cui pubblicheranno Mito, simbolo, culto), Simone Pagliaga, portavoce della Raffaello Cortina, presenta Il furore di Dio, sul conflitto dei tre monoteismi di Peter Sloterdijk. “Nella generale mancanza di nuovi scenari e nuove teorizzazioni” commenta “solo la religione resta depositaria di idee forti”. E infatti alle Edizioni Paoline non si sentono minacciati dalla concorrenza. Procedendo su testi di ortodossia cristiana, ora puntano su una nuova collana che promuove il dialogo interreligioso. A gennaio esce un volume sull’Ebraismo.

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Occhio al nuovo James Ellroy: si chiama Don Winslow

L'inverno di Frankie Machine, di Don Winslow (Einaudi)
Di Manuela Grassi
“Che vitaccia” pensa Frank Machianno quando la sveglia trilla alle 3.45 del mattino. A 60 anni suonati è un uomo molto occupato: vende esche nel suo capanno sul molo di San Diego, rifornisce di pesce e biancheria i ristoranti in zona e, appena può, esce a fare surf. Un tipo a posto, con un passato da nascondere che riemerge violentemente quando un vecchio boss gli chiede un favore. L’inverno di Frankie Machine, il romanzo pubblicato dalla Einaudi che senza clamore di stampa e già arrivato alla sesta edizione, ha rivelato un nuovo autore americano di noir, Don Winslow. Una decina di titoli all’attivo, Winslow è diventato narratore dopo avere fatto l’attore, il regista, il manager teatrale e l’investigatore privato. Oggi vive con la moglie Jean e il figlio Thomas in un vecchio ranch vicino a San Diego ed è considerato all’altezza di firme come James Ellroy.
L’inverno di Frankie Machine parla della mafia della West Coast. Una mafia diversa da quella raccontata da Mario Puzo nel Padrino: niente liturgie siciliane, onore familiare da difendere, ma molti intrecci con il bel mondo e il potere politico. Alla vigilia del suo arrivo in Italia, dove sarà ospite del Courmayeur Noir in festival (dal 4 dicembre), Panorama ha intervistato Winslow.
Prima di tutto colpisce la sua scrittura, asciutta e incollata al personaggio come una videocamera. Dove ha imparato?
Non a scuola. Ho frequentato solo un corso di base di giornalismo investigativo, penso che il mio stile venga da lì. I miei maestri sono un’altra faccenda. In questo genere nasciamo tutti da Raymond Chandler e Dashiel Hammett ovviamente. Io ho imparato molto anche da John D. Macdonald, Charles Willeford e Jim Thompson. Tra i maestri contemporanei devo includere Elmore Leonard e James Ellroy.
Tra i suoi molti lavori c’è stato quello di investigatore privato. È da lì che nascono i suoi romanzi?
Raramente traggo ispirazione dai miei casi. Tuttavia certe tecniche che descrivo, gli stili di vita, i temi e i problemi sono frutto dell’esperienza.
Lei racconta la “Mafia di Topolino”, come è stata battezzata quella della California. Il suo libro è una risposta alla “roba siciliana pesante” del “Padrino”?
Sì, ho voluto raccontare una storia della mafia occidentale, in contrasto con la più nota mafia della East Coast, di New York. Il crimine organizzato californiano è come lo stato stesso: meno organizzato, più casuale, lo stile è “fatti i fatti tuoi”. Volevo anche scrivere un libro sul tramonto, sulla fine delle cose, ci voleva per forza una location a occidente.
Il suo è un racconto documentatissimo: come lo ha costruito? Giornali, archivi o testimonianze?
Tutte e tre le cose. Leggo tre quotidiani al giorno e sono un ricercatore avido ed entusiasta. Mi piace anche assorbire come una spugna i racconti di certe persone.
Il sesso ha un ruolo importante nel suo libro, come nei giochi della mafia californiana. Questa è una differenza importante rispetto alla mafia siculo-americana?
Il sesso occupa un posto decisivo sulla West Coast. Sarà perché in genere ci vestiamo poco, stiamo sulla spiaggia, o sarà per via del tramonto, non lo so. Ma la costa occidentale, specialmente la California del sud, dove vivo io, è molto aperta in materia di sesso. Penso che sia una cosa positiva.
Nella storia di Frankie Machine emerge anche un pezzo di storia americana, Jimmy Hoffa e il sindacato degli autotrasportatori, i Teamster, Richard Nixon. Il noir è un genere adatto per raccontare la nostra società?
A me piace raccontare le strette connessioni tra politica e crimine, e penso che la narrativa di genere sia un buon mezzo per fare arrivare alla gente episodi che altrimenti ignorerebbe. Purtroppo non è difficile trovare il noir nella storia americana recente.
Frank Machianno è un personaggio totalmente inventato?
Sì, sebbene io sia cresciuto con un sacco di tipi che avevano elementi del suo personaggio.
Michael Mann girerà un film tratto da questo romanzo, protagonista Robert De Niro: quando lo vedremo?
Frankie dovrebbe essere il prossimo progetto di Mann, dopo Public enemy. Conosco Mann, mi piace e lo ammiro, dunque sono molto curioso.
Condivide la passione del suo personaggio per la cucina e il surf? Anche lei, come Frank, si presenta sulla spiaggia con la sua tavola all’”ora dei gentiluomini”, quella di chi può permettersi orari comodi?
Sì, racconto la mia esperienza personale, anche se la realtà è diversa: non sono un asso, casco spessissimo dalla mia tavola da surf, poi vado a casa e mi cucino un pessimo pasto. Tra l’altro, molti dei piatti che pasticcio sono italiani. Mi dispiace (lo dice in italiano, ndr).
Può dire qualcosa dei suoi due romanzi Power of the dog e The Dawn Patrol che verranno presto tradotti dalla Einaudi?
Il primo è un racconto epico che copre 35 anni della cosiddetta guerra della droga. Segue le vicende di cinque persone, un agente della Dea, un signore della droga, una prostituta, un uomo di successo e un prete, e la loro battaglia per vivere decentemente in quello che fondamentalmente è un mondo indecente. Il secondo è un libro molto più leggero sui surfer di San Diego e su un investigatore privato che lavora soltanto il minimo per pagarsi il surf. Poi si imbatte in un caso che lo obbliga a crescere.
A proposito di Power of the dog, Ellroy dice che è “il più grande romanzo sulla droga che sia mai stato scritto”. Qual è il suo rapporto con Ellroy?
Il suo lavoro mi ha molto influenzato. Ho sempre ammirato il modo in cui non sfugge davanti ai grandi temi senza perdere l’intimità con i suoi personaggi. Non è solo un importante scrittore di noir, è anche una figura di rilievo della letteratura americana. Sono contentissimo di avere il suo stesso editore.
Il suo è un successo di passaparola o di critica?
Spero entrambi. I critici sono stati gentili ultimamente, ma la cosa che mi lusinga di più è che a qualcuno il mio libro sia piaciuto così tanto da consigliarlo a un altro: questo è il massimo.

Fabrizio De André in concerto, in libreria

Fabrizio De Andrè
Di Michele Lauro

La bibliografia di Fabrizio De André si arricchisce di un nuovo contributo che punta i riflettori sulla carriera live dell’artista genovese. Fabrizio De André in concerto (di Franco Zanetti con Claudio Sassi, edito da Giunti) è un libro a due facce, o meglio in due facciate. Sul “Lato A” gli autori vivisezionano con certosino puntiglio tutte le tournée di Fabrizio, ripercorrendone la genesi e le tappe fondamentali, i trionfi e gli inciampi, i tormenti in camerino e, sul palco, le immacolate performance vocali. La documentazione è di prima mano: inediti “parlati” del protagonista frutto di ore di concerti sbobinati, archivi e articoli di giornali dell’epoca, persone informate dei fatti che aprono lo spartito dei ricordi. Sul “Lato B” corrono lunghe interviste ai musicisti che parteciparono ai diversi tour, i quali narrano in viva voce l’esperienza di palco, di studio, di camerino e di vita con De André. L’elenco di tutte le date live dal 1955 al 1998, le scalette, i musicisti, foto e rare memorabilia completano l’”album”.
Tante sono le testimonianze e i ricordi a partire dall’epoca fulgida in cui “tutto” succedeva, quando cioè la storia del Principe Libero era ancora agli albori. Poteva succedere per esempio - siamo nel 1969 - che un illuminato sacerdote novarese pensasse di invitare Fabrizio a un’iniziativa quaresimale sul tema della partecipazione (”Per nulla avvezzi a quel genere di contatti prendemmo l’elenco telefonico di Genova e cercammo Fabrizio De André. Clamoroso: c’era!”). E che lui partecipasse, stringendo con quel prete un sodalizio durato negli anni. Ma almeno un paio di altri aneddoti restano memorabili. Quella volta nel ‘75 in cui si accese una sigaretta durante il sound check a teatro, e una signora impellicciata in fondo alla sala esclamò: “Fabrizio, non fumare, ti fa male!” “Cazzo, mamma, anche qui!” sbottò lui al microfono. E quell’altra, quando svuotò la vescica sul retro del palco senza accorgersi, nel buio, che sotto di lui c’era una signora in pelliccia: la moglie del sindaco. “Un gesto antiautoritario supremo, sebbene inconsapevole”, commenta Mark Harris a cui si deve l’aneddoto.
Fra bottiglie vuotate, attacchi di panico, croniche insicurezze, posaceneri colmi e la perenne voglia di essere altrove, emerge il ritratto sul campo dell’uomo che si “innamorava di tutto”. Vizi e debolezze tutt’uno col genio, con il sublime. Pigro, perfezionista, burbero, ossessivo, umorale, intransigente. Ma anche entusiasta ed entusiasmabile, leale, affettuoso, affascinante, generoso. Come i personaggi del suo mondo narrato, Fabrizio De André era “anima salva” perché libera ed errante, refrattaria ai compromessi, al potere in tutte le sue forme. Senza maschera, senza trucco. E, a detta di tutti, musicista straordinario, voce a cui tutto si perdonava.

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Una raggiante Catania, la rinascita rock ai piedi del vulcano

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Catania (Flickr, “eye of einstein“)

Turi è figlio di don Saro e vive a San Berillo, quartiere “malato” catanese. Uno dei suoi passatempi migliori è costruire capanne nella sciara nera, ovvero i detriti del vulcano. È attraverso gli occhi di questo ragazzino che diventa grande che Domenico Trischitta con il suo ultimo libro Una raggiante Catania (edizioni Excelsior 1881, pagg. 192) dipinge un affresco di realismo, strada, delusioni e speranza, dagli anni Settanta agli anni Novanta, “di questa città nera che si chiama Catania. Nera perché fascista. Nera perché mafiosa. Nera perché lavica”.
Catanese molto attivo nel panorama culturale siciliano (è suo anche Daniela Rocca, il miraggio in celluloide, incentrato sulla vita e sulla tragica fine dell’attrice), Trischitta forse è lo stesso Turi, forse no. Ma non è importante. E neanche le vicende di Turi sono importanti, non più di quelle dei suoi compagni e dei personaggi che lo circondano, dal pescivendolo al fioraio al direttore d’albergo, perché la vera protagonista è solamente lei, la città ai piedi dell’Etna, con tutta l’aria di soffocamento e oppressione che si respira, mentre insieme a Turi crescono i nuovi criminali, tra sparatorie, rese dei conti dai barbieri e carusi incoscienti “squagghiati nell’acido come plastica”.
Trischitta intanto entra ed esce dal suo personaggio, utilizzando a volte la prima persona, a volta la terza. Con uno stile non lineare e spesso disorientante.
Accompagna le pagine una vera playlist, formata dalle canzoni che hanno fatto la storia e alimentato la voracità musicale di Turi. Dalle paillettes di Marc Bolan al Santone Bob Dylan, mentre Catania vive sconvolgimenti tellurici come quelli del vulcano, e a metà anni Ottanta compaiono sulla scena i Denovo, gruppo catanese che avrebbe fatto la storia del rock nazionale, primo segnale di una rinascita musicale. Fino agli anni Novanta e a quell’incredibile meraviglioso fenomeno chiamato Carmen Consoli, “quella ragazzina con gli occhi orientali che si esibisce alla Cartiera e canta divinamente le canzoni di Janis Joplin”. Catania all’improvviso sembra diventare la Seattle d’Italia e di colpo ci si dimentica dei morti ammazzati a raffica, “non perché i clan mafiosi hanno abbassato la guardia” ma perché la nuova filosofia musicale fa dimenticare tutto il resto ed esalta i valori positivi di un territorio, “nonostante nei quartieri popolari si continua a morire di fame”. E la città etnea diventa Una raggiante Catania, come canta un verso di In bianco e nero della “cantantessa”.

Yassin Kassab, in libreria l’anti Zadie Smith

Islam in preghiera per l'inizio del Ramadan
Contro “una certa tendenza letteraria alla Zadie Smith, che celebra il multiculturalismo in modo non realistico”, l’anglo siriano Robin Yassin Kassab ha scritto un romanzo come Il traditore, ambientato nella comunità islamica londinese alla fine degli anni’90, “dove è possibile scorgere tutta la rabbia che ha portato all’11 settembre”.
Al centro del romanzo, che in Inghilterra ha avuto ottime critiche e che esce ora in Italia edito da Il Saggiatore, una famiglia costretta dagli orrori e dalle contraddizioni della storia a ridefinire la propria identità. Il protagonista, Sami Traifi, da poco passati i trent’anni, è un arabo siriano nato a Londra, sposato con la bella coetanea Muntaha, di origine irachena. Sami è bloccato da anni su una tesi di dottorato in letteratura araba che sembra non portarlo da nessuna parte.
Mentre la sua comunità, sempre più isolata, cerca di trovare la propria identità aggrappandosi alla religione, lui si attacca ferocemente alla figura del padre scomparso, professore universitario che gli ha trasmesso un ateismo intransigente e un grande amore per la tradizione laica araba. Quando la moglie abbraccia l’Islam, decidendo di indossare l’hijab, Sami, che è incapace di sopportare le proprie e altrui contraddizioni, si getta in una personale lotta contro il mondo, sprofondando nell’edonismo londinese, alla ricerca della salvezza attraverso la perdizione. Attorno a lui, una folla di personaggi credibili e ben definiti, ma al tempo stesso allegorie di diversi rapporti tra identità e religione: “Marwan, il padre iracheno di Muntaha” spiega il quarantennte autore “rappresenta la generazione di arabi disillusi dalla storia, che hanno traslato i loro ideali dal secolarismo all’islamismo; Ammar, cognato di Sami, è un giovane uomo arrabbiato che usa il linguaggio dell’hip hop per dar voce all’estremismo nato dall’essere senza radici”. “Solo Muntaha” nota Yassin Kassab, che ha lasciato Londra per l’Oman, dove vive con moglie e figli “riesce a conciliare l’identità musulmana con la Londra del XXI secolo: è una musulmana progressista che segue delle regole, senza per questo imporle ad altri”.
Mentre Sami scende nel suo inferno personale e i fratelli Ammar e Muntaha piangono la morte di Marwan, arriva l’estate del 2001. Londra pullula di annunci, avvisi, chiamate alle armi: allo speaker’s corner c’è chi proclama la fine della storia, chi l’avvento della jihad, chi il crollo del capitalismo, chi il collasso ambientale del pianeta. Tutti sono in attesa di un’apocalisse che di lì a poco non tarderà ad arrivare.

Venuto al mondo: torna Margaret Mazzantini

Margaret Mazzantini

Ho freddo. I vampiri di Gianfranco Manfredi tra storia e leggenda

(Nella foto: una schermata del sito www.hofreddo.it)

In quella che sembra la nuova epoca d’oro per la narrativa fantastica e con i vampiri che spopolano tra le pagine e sugli schermi, Gianfranco Manfredi, una delle voci più singolari del panorama letterario (ma non solo) italiano, dà alla stampe Ho Freddo (Gargoyle, 552 pp., 16 euro), un romanzo gotico dall’allure decadente, che riporta il tema del non morto verso coordinate crepuscolari, malate e perturbanti in cui storia e speculazione filosofica si aggrovigliano attorno al tema dell’oscurità, che sia quella dell’orrore notturno o quella della ragione, con un ritmo dal sapore avventuroso (qui il booktrailer).
Anno 1796, il Rhode Island registra i primi casi documentati di vampirismo in America. Il secolo della Ragione è alle porte con le sue istanze di libertà e tolleranza, ma una piaga inattesa miete vittime tra le giovani del luogo e rischia di precipitare la regione, di nuovo, nel più cupo oscurantismo. Le tombe vengono aperte, i cadaveri di alcune ragazze decedute per una sconosciuta e contagiosa malattia, vengono violati. Le autorità parlano di esperimenti…
La “peste vampirica” ha varcato davvero l’oceano? O la ferocia contro le donne si è riaccesa come ai tempi della caccia alle streghe? Protagonisti: tra cronaca e avventura, i gemelli Aline e Valcour de Valmont, due giovani libertini europei in terra di puritani, dove nessuno, prima del loro arrivo, ha mai sentito parlare di vampiri. Panorama.it ha incontrando Gianfranco Manfredi.
Come nasce Ho freddo?
Dalla lettura di un opuscolo che riportava alcuni casi di cronaca nel Rhode Island, dalla fine del settecento a quella del secolo successivo. La storia di alcune ragazze considerate vampire e i cui cadaveri vennero profanati dai familiari mi è parsa stimolante per un romanzo che non trattasse dei vampiri romantici in cappa nera, ma delle persone “reali” che vennero davvero straziate post mortem. Com’è stato possibile che dei padri di famiglia timorati di Dio siano giunti al punto di violare i cadaveri delle loro figlie morte? Davvero si trattava solamente di superstizione? Secondo le cronache del tempo il rito avveniva a scopi “curativi”. Di chi e in che senso? Cosa può esserci di curativo nell’estrarre un cuore e bruciarlo? Queste sono le curiosità che mi hanno mosso.
Come si è documentato?
In ogni modo possibile. Libri, documenti, articoli di cronaca dell’epoca, ricerche via Internet e sul posto, cioè sui luoghi reali.
Ho freddo si svolge a cavallo tra un’epoca oscura fatta di superstizione da cui gli abitanti del Rhode Island cercano di prendere le distanze e il secolo dei lumi…
Mi ha sempre appassionato studiare le epoche di passaggio. In questo caso, dal razionalismo della metà settecento all’annuncio delle neo-oscurità di cui l’epoca romantica si è ammantata nel secolo successivo. Nelle età di transito le contraddizioni vengono allo scoperto. In genere i romanzi storici non le considerano affatto, anzi preferiscono concentrarsi su eventi e personaggi famosi, codificati, che il pubblico già conosce avendoli studiati a scuola. Questo risparmia tra l’altro agli scrittori la fatica di inventarsi dei protagonisti importanti, perché Ramses, Napoleone, Alessandro sanno già tutti chi sono. Ma il vero lavoro del romanziere, secondo me, è creare personaggi dal nulla.
In rete si parla di New Italian Epic e lei forse già ai tempi di Magia Rossa (in ristampa in questi giorni sempre per Gargoyle N.d.R.) è stato un precursore, cosa pensa della questione, se l’ha seguita?
Io penso che non tocchi agli scrittori definirsi. Gli scrittori raccontano. Le definizioni spettano ai critici. E per i lettori, al di là dell’orientamento di tipo merceologico che possono offrire i generi (e che equivale a distinguere i fusilli dagli spaghetti), il criterio di definizione di un romanzo dopo la lettura è uno solo: bello o brutto. Il ricorso a formule inglesi è nel caso, tanto enfatico, quanto goffo. Se proprio devo scegliere preferisco la definizione, decisamente più brillante, di Oggetto Narrativo Non Identificato. Mi chiedo però se non costituisca un paradosso qualificare il Genere di un Non-Genere. Non basterebbe dire Romanzo, senza aggettivi? Se invece si vuole definire una corrente, beh questa corrente in realtà non esiste. Da noi gli scrittori come gli sceneggiatori, non sono mai riusciti neppure a creare uno straccio di sindacato, né a dar vita a una sorta di united artists che li rendesse più autonomi da restrizioni di politica editoriale o di mercato, figuriamoci se possono confluire in un “manifesto”. Il tentativo è sicuramente sincero e interessante, ma temo che al di là delle intenzioni si tratti di uno slittamento verso una forma di auto-marketing. Al che, il mio commento è “preferisco scrivere”.
Dopo tanto noir e i primi passi del fantasy all’italiana c’è posto per il gotico? E il gotico può raccontare altro tramite i suoi “cliché”?
Più che un genere chiuso in sé, il gotico individua una dinamica ascensionale: dalla carne allo spirito, dal basso all’alto, dall’orrore al meraviglioso, dal crudamente realistico al visionario. Il gotico si nutre del contrasto e disegna una spirale, dove certi “luoghi” tornano, ma sempre a un livello più elevato. Io lo considero come una forma del romanzo filosofico. Mi affascina nella stessa misura in cui mi infastidiscono i romanzi privi di pensiero. Cioè quelli che trovano sempre posto. A mucchi.
Non è la prima volta che “scrive di vampiri”, sono ancora un buon soggetto? C’è ancora modo di raccontarli oltre i classici e le nuove generazioni post Ann Rice dei “Twilight” vari?
Il vampiro, in quanto morto vivente è un ossimoro, cioè una forma della contraddizione. Come tale rinasce sempre, perché la contraddizione non può morire. Tutti i modi di raccontare i vampiri rivelano qualcosa. Io sono per natura un bastian contrario, dunque se il mainstream riporta in auge il vampiro fascinoso e romantico, io scelgo per istinto quello vero, cioè un malato contagioso, che vive la stessa esclusione di cui soffrono i malati, al punto di non essere più padroni neppure del proprio corpo. Il paradosso più inquietante della nostra epoca è che la proprietà privata delle cose è ormai giudicata unanimemente sacra e inviolabile, mentre si cerca di limitare sempre di più quella del proprio corpo. Dei nostri averi pretendiamo di decidere noi (si fa per dire… in tempo di fallimenti di banche c’è da dubitarne) sul nostro corpo invece sono le istituzioni, religiose, mediche o statuali, che pretendono di decidere. Da questo punto di vista viviamo in piena peste vampirica, e vorrei tanto che fosse solo una metafora, ma non lo è.
(Se non ci fosse già Dampyr) Si occuperebbe di vampiri anche in termini fumettistici?
Troverei molto faticoso scrivere una serie potenzialmente infinita incentrata esclusivamente sui vampiri. A me piace cambiare temi e registri. Scrivo sempre, praticamente tutti i giorni, e non ce la farei proprio a reggere se la mia scrittura diventasse monotematica. Inoltre penso che il fumetto realistico e il cinema essendo legati ad immagini “concrete”, a corpi molto “fisici”, siano più adatti a raccontare gli zombi che i vampiri. I vampiri sono più letterari, sono come sogni o incubi che dissolvono all’alba. La loro materialità rappresentata, in fumetto e in cinema, rischia sempre il ridicolo. I migliori film di zombie, a cominciare dal capolavoro di Romero che ha dato l’avvio al genere, li raccontano con uno stile documentaristico, i vampiri invece richiedono luci, ombre, estrema cura estetica. Tutte cose produttivamente molto difficili da realizzare oggi in cinema e in fumetto. L’ultimo film di vampiri che ho visto è Bram Stoker’s Dracula’s Guest, una porcata inaudita (e proprio per questo spassosa) con il Dracula più grasso mai apparso sullo schermo. La dimostrazione che troppa fisicità distrugge ogni credibilità del vampiro.
La Gargoyle è una casa editrice ultraspecializzata come si trova con loro?
Sono sincero. Non mi sono mai trovato così bene. Paolo de Crescenzo, il creatore di Gargoyle, non è un editore generalista e non sforna libri a raffica, dunque può sceglierli uno per uno e curarli come si deve, nei dettagli. Quando si imbatte in un best seller sicuro, non fa una piega: se gli piace lo pubblica, se no lo evita. Una regola che si dovrebbe seguire di più in editoria. Se un editore smette di essere una persona e diventa un mero marchio apposto su qualunque tipo di libro, con la potenzialità di vendita come unico criterio di scelta, perde identità e non può più rappresentare alcuna garanzia di qualità per i lettori.
L’ho abbiamo già chiesto a Carlo Lucarelli, ora rigiriamo la domanda. Lui ha scritto L’Ottava Vibrazione ambientata nello stesso periodo e con lo stesso scenario della sua miniserie a fumetti per la Bonelli, Volto Nascosto. Sembra quasi che si stia sviluppando un interesse narrativo inedito per il primo periodo coloniale italiano…
Lucarelli e io abbiamo avuto insieme un paio di incontri con i lettori. Entrambi molto interessanti e proficui. Ci hanno dato l’idea d’aver “colpito” con qualcosa di insolito, che i lettori non si aspettavano. E dire che abbiamo scritto due cose diversissime tra loro, anche se incentrate sullo stesso tema. Una maggiore attenzione sul colonialismo italiano era d’obbligo, dal momento in cui il nostro paese si è impegnato su diversi fronti di guerra all’estero. La riflessione sui precedenti storici, che a scuola non ci avevano insegnato (né a lui, né a me) perché di solito il periodo dello Stato Liberale si salta a piè pari, latitava anche sui quotidiani. Si vede che è più da romanzieri il saper cogliere le urgenze nell’aria. Molti ragazzi mi hanno scritto, ringraziandomi perché dopo aver letto il mio fumetto, se non altro erano riusciti a capire chi diavolo fosse e cosa avesse fatto quel tipo il cui monumento occupa il centro della loro piazza di paese o di città. Ora: i monumenti si fanno per onorare e ricordare le persone, ma se a distanza di due o tre generazioni nessuno più sa chi rappresentino, allora la loro funzione diventa solo quella di fare da spartitraffico e da gabinetto per i piccioni.
Ha mai pensato di usare una licenza creative commons, il copylfet, per i suoi lavori?
Francamente, non ho idea di cosa parla, ma se intende (vado a naso) la facoltà di riprodurre e diffondere un testo a scopo sociale e culturale, cioè di libero scambio e condivisione, non di profitto, io vado più in là, nel senso che credo debba essere posto per legge un tetto al diritto editoriale e d’autore. Superata una certa quota di guadagno, indipendentemente da scadenze temporali, un prodotto culturale dovrebbe essere di dominio pubblico, soprattutto quando, nei fatti, il pubblico ne è diventato legittimo proprietario, avendolo strapagato.

La rivoluzione demografica. Se il Paese riparte dai nuovi italiani

La rivoluzione nella culla
Si fanno sempre meno figli, l’Italia è un Paese in declino, la popolazione invecchia inesorabilmente, gli italiani sono destinati a scomparire. Okay, ora ricominciamo da capo. Il libro di Francesco Billari e Gianpiero Dalla Zauna, La rivoluzione nella culla, pubblicato dalla Università Bocconi Editore, racconta infatti un’altra storia, diversa dai piagnistei cui siamo abituati da qualche anno a questa parte. Se da un lato è vero, infatti, che si fanno meno figli rispetto a 20 o 30 anni fa ,soprattutto al Sud, è anche vero che si registra in tempi recenti un’inversione di tendenza al Nord (1,38 figli per donna contro 1,33 di Sud e Isole). Globalmente, poi, c’è stata una ripresa della fecondità rispetto al minimo storico di 1,19 figli per donna, toccato nel 1995. Inoltre, si chiedono gli autori, ha senso ostinarsi a non contare a pieno titolo nel numero totale degli italiani una fetta di popolazione che sta diventando sempre più importante, cioè quella degli immigrati? “Nella comunità scientifica” si legge “prevale l’idea che le immigrazioni siano qualcosa di innaturale e tendenzialmente negativo”. Vent’anni fa, l’Istat aveva previsto che nel 2008 l’Italia avrebbe avuto 57 milioni e 400 residenti, ma in realtà, grazie agli oltre quattro milioni di stranieri che vivono stabilmente nel nostro Paese, siamo 2 milioni e 700 mila in più. Facciamo fatica ad accettare di essere diventati un Paese di immigrazione perché in Italia è accaduto molto più tardi che altrove (negli ultimi decenni del Novecento) che gli immigrati superassero gli emigrati.

Secondo Billari, professore di Demografia alla Bocconi, e Dalla Zuanna, professore di Teorie di popolazione all’Università di Padova, una “popolazione chiusa ai flussi migratori, con meno di due figli per donna è destinata inevitabilmente a invecchiare e - alla lunga- a scomparire, anche quando la mortalità è molto bassa”. Gli autori spiegano bene come funzioni la spirale in base alla quale si fanno meno figli per poterli meglio istruire e perché ambiscano a trovare lavori migliori. Di conseguenza non accetteranno posti poco prestigiosi e mal retribuiti, ed è qui che gli immigrati arrivano a colmare un vuoto. Vi sono poi lavori per i quali, in una società come la nostra in cui i figli restano molto legati alla famiglia d’origine e gli anziani raramente vengono alloggiati in apposite strutture, c’è in Italia un’altissima richiesta: si pensi alle badanti, quasi tutte straniere.

Il libro è ricco di dati, di sorprese e di idee, e dipinge un ritratto interessante di chi siamo e soprattutto di chi saremo nei prossimi anni. E dà anche dei suggerimenti. Qual è allora la ricetta contro il declino? L’inclusione. Non solo degli stranieri e dei loro figli, che al momento anche se sono nati in Italia devono aspettare la maggior età per potersi considerare italiani a tutti gli effetti, ma anche delle donne nel mondo del lavoro. Già perché, analizzando i dati si scopre che “laddove è più facile combinare lavoro femminile e famiglia, la fecondità tende a essere più alta”. In Italia oggi si fanno più figli dove si sta meglio economicamente e al benessere economico contribuisce enormemente il lavoro femminile. Proprio quella famiglia a grappolo, così tipica del nostro paese, in cui i genitori e i figli restano legati e geograficamente vicini molto a lungo, magari anche tutta la vita e si supportano a vicenda, potrebbe costituire un freno allo sviluppo. Il welfare italiano, che gli autori chiamano ironicamente “Spaghetti welfare”, è una versione un po’ maccheronica del welfare state vero, nella quale, ad esempio, non hanno il peso che meriterebbero i servizi dedicati all’infanzia, che potrebbero permettere alle donne di conciliare carriera e figli, incoraggiandole a non fermarsi al primo. E a fronte di una rivoluzione demografica già in corso tra la popolazione generale, si sente invece forte la mancanza di una rivoluzione demografica nella classe politica: qui giovani e donne sono ancora largamente sotto-rappresentati.

Suicidio, il romanzo choc di uno scrittore suicida

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Il 5 ottobre 2007 uno scrittore consegna un dattiloscritto al suo editore. Il titolo è Suicidio. Dieci giorni dopo, lo scrittore si toglie la vita. Questa non è la trama di un romanzo. È la storia vera di Edouard Levé, narratore, fotografo, nato il primo gennaio 1965, morto il 15 ottobre 2007, e autore di quel dattiloscritto. Il testo ha poi visto la luce nelle librerie francesi, e ora arriva in Italia pubblicato da Bompiani con la traduzione di Sergio Claudio Perroni.
Comincia così: “Un sabato d’agosto esci di casa in tenuta da tennis insieme a tua moglie. Mentre attraversate il giardino le fai notare che hai dimenticato la racchetta. Torni a prenderla, ma, anziché dirigerti verso l’armadio dove la tieni di solito, scendi nella tavernetta. Tua moglie non se ne accorge, è rimasta in giardino, c’è bel tempo, si gode il sole. Dopo qualche istante sente un colpo d’arma da fuoco. Si precipita in casa, grida il tuo nome, vede che la porta della tavernetta è aperta, scende, e ti trova. Ti sei sparato in bocca col fucile che avevi appositamente preparato. Hai lasciato sul tavolo un libro di fumetti aperto su una doppia pagina. Nell’emozione, tua moglie si appoggia al tavolo e fa cadere il libro, che si richiude prima che lei possa capire quale fosse il tuo ultimo messaggio”.
La voce narrante è quella di un amico del protagonista. Che a partire da quel sabato d’agosto ripercorre la vita del suicida venticinquenne, scandagliandone l’animo e la personalità attraverso aneddoti, ricordi e segreti.
La biografia spezzettata dell’amico trova lungo le pagine una forma organica. “Soltanto i vivi sembrano incoerenti. La morte suggella la serie di eventi che costituiscono la loro vita. A quel punto ci si industria a trovargli un senso. Negarglielo significherebbe accettare che una vita, quindi la vita, sia assurda. La tua vita non aveva ancora raggiunto la coerenza delle cose fatte. La morte gliel’ha data”.
Sullo sfondo della narrazione aleggia sempre quel libro di fumetti che detiene il codice per interpretare il gesto estremo. E per tutto il romanzo pesa la giovane età del protagonista assente. “La tua vita è stata un’ipotesi. Chi muore da vecchio è un cumulo di passato. Si pensa a lui, e compare ciò che è stato. Si pensa a te, e compare ciò che avresti potuto essere. Sei stato e rimarrai un cumulo dii possibilità”.

Narcisismo democratico: biografie per tutti

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Sei convinto che la tua vita sia più interessante di quella di James Bond? Hai voglia di esser ricordato dai posteri? Desideri lasciare una traccia imperitura delle tue gesta e di quelle di parenti ed amici? O molto più semplicemente ti piacerebbe l’idea di vedere pubblicato un libro sulla tua vita pur non essendo né un Nobel né un politico che ha fatto la storia e nemmeno un sanguinoso serial killer? Bene, da oggi tutto questo è possibile grazie a Memoralia, azienda spagnola che ha avuto un’idea che almeno a giudicare dalle commesse si è già rivelata vincente, ovvero quella di offrire un servizio di biografie su ordinazione destinato a tutti quelli che, pur non essendo delle celebrità, sognano di vedere la loro vita raccontata in centinaia di pagine con tanto di illustrazioni e “manoscritti inediti”. Lo slogan inventato da uno dei due fondatori di Memoralia, il giornalista Jorge Escohotado, spiega bene lo spirito che sta dietro a questa curiosa iniziativa: “democratizziamo il genere letterario delle biografie”. Ma come funziona in concreto? Semplice, l’interessato a vedersi pubblicata una biografia da regalare poi ad amici e parenti deve solo dare all’azienda spagnola le foto personali che vorrebbe veder pubblicate, nomi e cognomi di chi vorrebbe entrasse a far parte della sua “avventura letteraria” e raccontare gli aneddoti e le storie che gli stanno più a cuore. Poi l’azienda fa il resto, intervistando parenti, compagni di scuola ed amici e, naturalmente, evitando i pettegolezzi non graditi dal “biografato”.
“Mozart, Abraham Lincoln, Gandhi, Churchill, John Lennon… Fino a poco tempo fa le biografie erano riservate a personaggi storici. Adesso, ad un costo più basso di quello che può immaginare, può commissionarci un libro biografico sulla sua vita”. Così, sul suo sito, Memoralia pubblicizza la sua “democratizzazione delle biografie”. Ultima curiosità. Il costo, che dipende dal formato, dal numero di pagine dell’opera e dal lavoro di ricerca necessario, è compreso tra i 300 e i 3mila euro. Neanche troppo per “passare alla storia”.

La (vera) spy story del Dottor Zivago

Boris Pasternak

La lampada di Aladino: Sepúlveda torna alla narrativa

Copertina del libro
Torna il Vecchio che leggeva romanzi d’amore con il suo amico dentista e si rimette in cammino verso il villaggio di El Idillio, nel mezzo della foresta ecuadoregna, nel nuovo libro di Luis Sepulveda, La lampada di Aladino (Guanda, pp 158, Euro 14), con la traduzione di Ilide Carmignani. È una raccolta di storie che segnano il ritorno di Sepulveda alla narrativa, a 8 anni da Le rose di Atacama e dopo tre saggi di forte impegno civile come Raccontare, resistere, con Bruno Arpaia. Nei dodici racconti de La lampada di Aladino “per vincere l’oblio”, ricorrono i temi cari allo scrittore sudamericano in questi giorni in Italia, dove i suoi libri ha venduto oltre 5 milioni di copie.

Nuovo finale per il giallo dell’autore del Piccolo Principe

Libri antichi
Cosa è successo davvero ad Antoine de Saint-Exupery, grande aviatore e celebre scrittore del Piccolo Principe? Le cronache dicono che scomparve misteriosamente dopo un volo di ricognizione il 31 luglio del 1944, ma fu veramente cosi? Tra storia e invenzione, Riccardo D’anna, studioso di letteratura italiana moderna e contemporanea, già autore di Una stagione di fede assoluta, in Saint-Ex (Avigliano editore, 198 pp,13 euro) prova a raccontarci un altro finale per uno degli scrittori più spericolati del Novecento che “raccontò il cielo come Conrad e Melville ci avevano raccontato il mare”.
Partendo da alcuni fatti, come il mancato ritrovamento del corpo, D’anna ipotizza una seconda scomparsa per Antoine, illeso dopo il primo incidente ma comunque proiettato verso un terribile destino. E s’inventa la figura di una donna, Michelle, che leggendo una lettera del padre scopre che è stato lui, giovane combattente della Resistenza, a uccidere Saint-Ex nel 1944, occultandone poi il cadavere. Attraverso una struttura narrativa concentrica, quasi una caccia al tesoro, il lettore accompagna la protagonista, Michelle, alla ricerca della verità, facendo la conoscenza dei compagni aviatori, della bella e infedele moglie Consuelo, degli amici scrittori Albert Camus e Jules Roy, franco-algerino, amico di Antoine, anche lui pilota, uno dei primi a formulare l’ipotesi che i suoi resti non fossero da ricercare nelle acque del Mediterraneo. “Era totalmente svincolato dal comando e dai suoi diretti superiori” racconta nel romanzo “Lo lasciavano fare. Saint-Ex volava oramai per ragioni quasi esclusivamente personali”.
Il racconto si svolge su due piani temporali distinti: la fine del Novecento e l’estate del ‘44, data dell’ultimo fatidico volo. E parallelamente alle vicende familiari di Michelle ricostruisce, tra figure reali e personaggi del romanzo, la vita di Saint-Exupery, mito della cultura francese tra le due guerre, sempre vissuto nella sovrapposizione tra vita reale e letteraria, fughe rocambolesche, voli spericolati e un destino ineluttabile, qualunque esso sia.

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