
Il 17 giugno 1972 un gruppo di uomini entra, nel complesso alberghiero del Watergate, a Washington, fino a infilarsi nella sede del comitato nazionale del Partito democratico. Un’intrusione che doveva concludersi con un “pizzico” di spionaggio elettorale, ma che invece diede il via ad una catastrofe per gli Stati Uniti, che videro, grazie anche alla testardaggine di due giornalisti - Woodward e Bernstein, del Washington Post - crollare la presidenza Nixon.
A ripercorrere non quello scandalo, ma come di esso Richard Nixon se ne assunse la responsabilità morale anche davanti alla storia è Niente è illegale (Piemme), scritto, a oltre trent’anni dalle ammissioni dell’ex presidente, dal giornalista James Reston, all’epoca collaboratore del giornalista David Frost davanti al quale franò ogni difesa di quello che qualcuno chiamava “Dirty Dick”.
Lo scandalo Watergate ha fatto storia, perché ha dimostrato che nella nazione più potente del mondo immunità e impunità non esistono, e che la legge non si ferma davanti alla porta di chicchessia.
Richard Nixon non ammise quella che poteva essere dipinta come una bravata, portata avanti da una manica di cialtroni, come effetto di una sua decisione. Anzi, nell’immediatezza delle accuse, si difese strenuamente, anche contro l’evidenza, nonostante in molti gli dicessero che, non soltanto per la posizione, ma anche per il controllo ferreo dell’apparato del partito e della sua Amministrazione, non poteva non sapere. Per due anni si difese, per due anni rispose rabbiosamente a quanti, ritenendolo responsabile quanto meno morale, gli chiedevano di risponderne davanti al Paese. Due anni di una agonia politica che si concluse con il suo addio alla Casa bianca e con le immagini che ce lo rimandano con la bocca atteggiata ad un disperato sorriso rivolto a chi lo stava guardando salire sull’elicottero che lo avrebbe fatto uscire per sempre dalla scena politica.
Un’uscita di scena in punta di piedi, dovuta forse anche al fatto che probabilmente fu questo che gli si chiese in cambio di uno stop all’azione della magistratura, con il perdono concessogli dal suo successore Gerald Ford. Quel silenzio sul Watergate durò cinque anni, fino a quando Nixon non accettò di parlarne con il giornalista David Frost. Forse sperava di potere, ancora una volta, ribadire la sua innocenza. Ma non aveva fatto i conti con la professionalità di un giornalista che, nonostante avesse di fronte una vecchia volpe della politica, seppe incalzarlo sino a costringerlo a dire, sì, lo sapevo e sapevo che era una cosa illegale, “ma se a farlo è il presidente vuol dire che non è illegale”.
La trappola in cui l’ex padrone della Casa bianca cadde non fu il frutto solo della bravura di David Frost, ma anche dall’attenzione con cui il suo staff preparò l’intervista che, a rileggerla oggi, sembra essere un buco nero in cui Nixon, quasi ipnoticamente, si fece tirare dentro.
- Sabato 1 Novembre 2008

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Il 1 Febbraio 2009 alle 17:40 Is there any David Frost in Italy, please? « CarmeloSaia’s Blog ha scritto:
[...] Interesting link [...]
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