
Di Michele Lauro
Il recente premio Nobel per la letteratura, il francese Jean-Marie Gustave Le Clézio, è una figura di letterato sui generis: “invisibile” nei salotti che contano eppure autore di una cinquantina di opere fra romanzi, saggi, racconti di viaggio; noto e apprezzato in Francia da moltissimi anni e tuttavia poco conosciuto al di fuori della sua terra natale. Immigrato di seconda generazione (i genitori emigrarono a Nizza dall’isola di Mauritius), viaggiatore instancabile (oggi vive nel New Mexico), interpreta la cultura del suo paese secondo una prospettiva moderna e antiretorica, come eterno luogo di incontri e meticciati. Classe 1940, i suoi esordi furono però di tutt’altro segno. Negli anni ‘60 del secolo scorso aderì alla sperimentazione con il romanzo Le Proces verbal (Il verbale, editore Due Punti), Premio Renaudot 1963, affrontando temi complessi come la solitudine e la follia con una scrittura scarnificata, fredda, cerebrale. Dalla fine degli anni ‘70 la matrice sperimentale dei suoi lavori ha lasciato gradatamente posto a toni e tematiche più accessibili e universali con una serie di romanzi, saggi, racconti di viaggio che gli hanno dato fama di sensibile indagatore delle diverse anime del mondo. L’esplorazione dell’orizzonte mitico di culture remote - dai berberi del deserto ai diseredati della Palestina, dagli indios centroamericani ai popoli oceanici ai confini del mondo - avviene secondo canoni ben lontani da quelli dell’etnologo e dell’antropologo: Le Clézio è piuttosto uno scrittore-viaggiatore viscerale, “di pancia”, capace di rendere vivide le emozioni suscitate da personaggi, luoghi, ricordi.
In quest’ottica è da leggere L’Africano, libro autobiografico ambientato nel continente in cui l’autore visse per un breve periodo, all’età di otto anni, al seguito del padre medico dell’esercito britannico. A partire da un frammento di vita vissuta, un Eden selvaggio che è insieme anche luogo dello spirito, il racconto si allarga ad abbracciare un doppio “appuntamento mancato”. Il primo, quello di un figlio, cresciuto dalla nonna sfollata durante la guerra, che attraversa un continente per incontrare colui che gli viene presentato come suo padre. Un uomo solitario e taciturno, rigido e autoritario, il cui carattere è reso negli anni più aspro dalla disillusione e dallo sconforto. Un padre che il figlio impara a temere, più che ad amare. Il secondo, quello di un padre con il suo sogno di vita: crescere i figli nei luoghi che ama, a contatto con la natura, con i corpi, al riparo dalla civiltà occidentale. La guerra, i regimi coloniali, la corruzione e infine i microbi stanno cancellando questo continente, “così giovane e così maltrattato”, mentre le ex potenze coloniali assistono inoperose alla pandemia che minaccia di morte un terzo degli abitanti dell’Africa: l’AIDS.
Entro un piano narrativo lineare in cui si mescolano memoria volontaria e involontaria, e grazie a una scrittura fluida e raffinata, semplice ma ricca di sfumature, Le Clézio riesce nell’opera “miracolosa” di dar voce all’io bambino che prima di nominare le cose le vive, le sente, le respira. Lo aiutano sinestesie visive (le foto del padre, anch’esse riprodotte nel volume), uditive e olfattive, come quando viene “assalito dal profumo di terra bagnata del nostro giardino a Ogoja”. Sono i momenti in cui l’Africa ritorna corpo. In cui gli spazi dilatati della savana, i termitai, il sole a picco, i temporali estremi sono libertà, sete di infinito. Sono i momenti magici dell’infanzia, irripetibili, “senza futuro, senza quasi memoria”.
Per capire meglio questo autore, la cifra stilistica della sua scrittura, i motivi gli hanno valso il Nobel e le polemiche dei suoi detrattori, Panorama.it ha intervistato Maurizia Balmelli, che conosce molto da vicino l’opera di Le Clézio per aver tradotto gli ultimi due romanzi usciti in Italia per i tipi di Instar Libri: L’Africano e Il continente invisibile. LEGGI L’INTERVISTA a Maurizia Balmelli: Le Clézio? Un bue che trascina l’aratro, parola di traduttrice
- Venerdì 7 Novembre 2008

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