Di Michele Lauro
“Quella di Jean-Marie Le Clézio è una scrittura pacifica, in qualche modo arcaica, e mi ricorda l’andamento pacato del bue che trascina l’aratro”, dice Maurizia Balmelli, curatrice della traduzione degli ultimi due libri del premio Nobel, L’Africano e Il continente invisibile (entrambi pubblicati in Italia da Instar Libri).
In che senso Le Clézio è “scrittore della rottura, dell’avventura poetica e dell’estasi sensuale”, come si legge nella motivazione del Nobel?
Le Clézio è in effetti uno scrittore controcorrente, nel senso migliore del termine. Nato in una famiglia di origini mauriziane e con un padre che ha vissuto per molto tempo in Africa, si è spesso definito senza patria e senza radici. Nella sua opera rincorre qualcosa che si elevi al di sopra delle frontiere e delle singole civiltà, qualcosa di primordiale che ha a che fare con la comunione tra uomo e natura. In più c’è la negazione del razionalismo occidentale in favore di qualcosa di più spirituale, si potrebbe dire mistico. In questo senso è uno scrittore di rottura, ed è evidente lo scarto rispetto a molti suoi colleghi contemporanei che si occupano di nevrosi, metropoli, civiltà moderna.
Qual è la cifra stilistica principale della sua scrittura?
Quella che si presenta in superficie come una scrittura limpida e fluida, in realtà è molto complessa da rendere in un’altra lingua. Ne L’Africano per esempio, che è un libro autobiografico, il racconto segue l’andamento della memoria, con continui salti logici. La difficoltà per il traduttore sta nel restituire quel particolare ritmo narrativo in modo che il lettore possa partecipare emotivamente al racconto. Dietro a questo linguaggio apparentemente immediato credo ci sia un lavoro di scavo per andare oltre la ragione, e qui arriviamo alla sensualità, che è uno degli altri elementi che si leggono nella motivazione del premio. Sempre ne L’Africano, Le Clézio osa quel passaggio cognitivo che va dallo sperimentare la sensazione al nominare la sensazione stessa. Insomma, lavora molto sui sensi rimanendo molto vicino alla sfera sensuale.
Per la traduzione de L’Africano e de Il continente invisibile ha coordinato un pool di traduttori: come è nata e quali sono stati i frutti di questa esperienza?
Nell’ambito di un Master, tengo un laboratorio di traduzione editoriale e ogni anno gli studenti devono cimentarsi nella traduzione di un libro. Negli ultimi due anni è stato scelto Le Clézio. Per L’Africano erano in 14, per Il continente invisibile in 8. È stato un lavoro di orchestrazione molto proficuo: di fronte a uno scrittore così complesso confrontare diverse versioni, ciascuna frutto di una personale interpretazione, ha dato spessore al lavoro.
Secondo lei perché in Italia Le Clézio è così poco conosciuto?
Rispetto ad altri candidati al Nobel, come Philip Roth e Don De Lillo, Le Clézio è uno scrittore che non fa tendenza, che non suscita scandali. Si pone cioè al di fuori dei parametri della narrativa contemporanea, specie anglosassone, che in genere tratta temi di maggiore “appeal”. È uno scrittore contemplativo e di atmosfera, mentre al giorno d’oggi gli editori vedono più di buon occhio un autore come Michel Houellebecq che tratta temi scottanti come il turismo sessuale. E poi in Italia c’è un luogo comune secondo cui la narrativa francese non vende, a parte poche eccezioni.
Ci sono degli scrittori con cui Le Clézio ha particolari affinità?
Con un’associazione molto soggettiva, o forse per un semplice fatto di sensibilità, l’ho sempre accostato a Gianni Celati. Mi ha colpito molto uno degli ultimi libri di Celati, Avventura in Africa, un diario di viaggio che condivide lo stesso orizzonte di valori di Le Clézio.
Come sempre l’assegnazione del Nobel per la letteratura è stata accompagnata da polemiche, che in Italia hanno assunto toni anche piuttosto accesi. Piero Citati ha definito Le Clézio uno “scrittore mediocre”…
Secondo me non lo si conosce abbastanza. Lo stesso Citati ha dato un giudizio di valore, piuttosto sommario, senza accompagnarlo a un’analisi della sua opera. Ovviamente è una questione di gusti, ma teniamo presente che in Francia Le Clézio è un mostro sacro, che studiano a scuola alla stregua di Proust.
- Venerdì 7 Novembre 2008

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Il 7 Novembre 2008 alle 16:10 Come leggere L’Africano di Jean-Marie Gustave Le Clézio » Panorama.it - Libri ha scritto:
[...] Di Michele Lauro Il recente premio Nobel per la letteratura, il francese Jean-Marie Gustave Le Clézio, è una figura di letterato sui generis: “invisibile” nei salotti che contano eppure autore di una cinquantina di opere fra romanzi, saggi, racconti di viaggio; noto e apprezzato in Francia da moltissimi anni e tuttavia poco conosciuto al di fuori della sua terra natale. Immigrato di seconda generazione (i genitori emigrarono a Nizza dall’isola di Mauritius), viaggiatore instancabile (oggi vive nel New Mexico), interpreta la cultura del suo paese secondo una prospettiva moderna e antiretorica, come eterno luogo di incontri e meticciati. Classe 1940, i suoi esordi furono però di tutt’altro segno. Negli anni ‘60 del secolo scorso aderì alla sperimentazione con il romanzo Le Proces verbal (Il verbale, editore Due Punti), Premio Renaudot 1963, affrontando temi complessi come la solitudine e la follia con una scrittura scarnificata, fredda, cerebrale. Dalla fine degli anni ‘70 la matrice sperimentale dei suoi lavori ha lasciato gradatamente posto a toni e tematiche più accessibili e universali con una serie di romanzi, saggi, racconti di viaggio che gli hanno dato fama di sensibile indagatore delle diverse anime del mondo. L’esplorazione dell’orizzonte mitico di culture remote - dai berberi del deserto ai diseredati della Palestina, dagli indios centroamericani ai popoli oceanici ai confini del mondo - avviene secondo canoni ben lontani da quelli dell’etnologo e dell’antropologo: Le Clézio è piuttosto uno scrittore-viaggiatore viscerale, “di pancia”, capace di rendere vivide le emozioni suscitate da personaggi, luoghi, ricordi. In quest’ottica è da leggere L’Africano, libro autobiografico ambientato nel continente in cui l’autore visse per un breve periodo, all’età di otto anni, al seguito del padre medico dell’esercito britannico. A partire da un frammento di vita vissuta, un Eden selvaggio che è insieme anche luogo dello spirito, il racconto si allarga ad abbracciare un doppio “appuntamento mancato”. Il primo, quello di un figlio, cresciuto dalla nonna sfollata durante la guerra, che attraversa un continente per incontrare colui che gli viene presentato come suo padre. Un uomo solitario e taciturno, rigido e autoritario, il cui carattere è reso negli anni più aspro dalla disillusione e dallo sconforto. Un padre che il figlio impara a temere, più che ad amare. Il secondo, quello di un padre con il suo sogno di vita: crescere i figli nei luoghi che ama, a contatto con la natura, con i corpi, al riparo dalla civiltà occidentale. La guerra, i regimi coloniali, la corruzione e infine i microbi stanno cancellando questo continente, “così giovane e così maltrattato”, mentre le ex potenze coloniali assistono inoperose alla pandemia che minaccia di morte un terzo degli abitanti dell’Africa: l’AIDS. Entro un piano narrativo lineare in cui si mescolano memoria volontaria e involontaria, e grazie a una scrittura fluida e raffinata, semplice ma ricca di sfumature, Le Clézio riesce nell’opera “miracolosa” di dar voce all’io bambino che prima di nominare le cose le vive, le sente, le respira. Lo aiutano sinestesie visive (le foto del padre, anch’esse riprodotte nel volume), uditive e olfattive, come quando viene “assalito dal profumo di terra bagnata del nostro giardino a Ogoja”. Sono i momenti in cui l’Africa ritorna corpo. In cui gli spazi dilatati della savana, i termitai, il sole a picco, i temporali estremi sono libertà, sete di infinito. Sono i momenti magici dell’infanzia, irripetibili, “senza futuro, senza quasi memoria”. Per capire meglio questo autore, la cifra stilistica della sua scrittura, i motivi gli hanno valso il Nobel e le polemiche dei suoi detrattori, Panorama.it ha intervistato Maurizia Balmelli, che conosce molto da vicino l’opera di Le Clézio per aver tradotto gli ultimi due romanzi usciti in Italia per i tipi di Instar Libri: L’Africano e Il continente invisibile. LEGGI L’INTERVISTA a Maurizia Balmelli: Le Clézio? Un bue che trascina l’aratro, parola di traduttrice [...]
Il 16 Febbraio 2009 alle 17:59 Nobel, ecco i perché di tante illustri bocciature. E un sondaggio » Panorama.it - Libri ha scritto:
[...] Il giorno dopo l’assegnazione dei Nobel per la letteratura, le polemiche nascono con eccezionale puntualità. Ma non sempre nascondono semplice partigianeria. Il recente riconoscimento al francese Jean-Marie Le Clézio aveva suscitato critiche da più parti. L’accademia di Svezia era stata accusata di guardare, negli ultimi anni, più al messaggio veicolato dagli autori che non all’effettiva cifra letteraria degli stessi. Ma al di là dei gusti e degli orientamenti per stili e poetiche, i giurati svedesi hanno nel tempo trascurato consapevolmente (e colpevolmente) una serie di nomi che ormai fanno parte a pieno titolo della grande letteratura mondiale. Tra i grandi assenti spiccano i nomi di Lev Tolstoj, Henrik Ibsen, Virginia Woolf, James Joyce, Jorge Luis Borges, Graham Greene. L’accesso agli archivi dell’Accademia di Svezia consente oggi, dopo cinquant’anni di silenzio, di ricostruire i motivi di tali esclusioni, come rivela Francesco Saverio Alfonso su La Stampa. L’elenco sarebbe molto lungo (da Anton Cechov a Bertold Brecht, da Marguerite Yourcenar a Vladimir Nabokov). Qui ci limitiamo a citare soltanto alcune delle più clamorose mancanze. Come quella di Ezra Pound, bollato come “fascista” in seguito alle pressioni esercitate sulla commissione svedese dal governo Usa. Trascurato anche Moravia perché considerato dalla giuria “scrittore pornografico”, ma escluso soprattutto perché emissari della Cia lo avevano definito filocomunista, influendo così sulla decisione degli accademici. Clamorosa anche l’esclusione del romanziere e autore teatrale August Strindberg, molto amato, all’inizio del Novecento, dai lettori svedesi, ma ritenuto “eccessivamente progressista” dai giudici del Nobel, che gli preferirono poi la conterranea Selma Lagerlof. E poi il no - apparentemente inspiegabile - a Lev Tolstoj, descritto dallo stesso comitato di giuria “un maestro nell’arte della descrizione epica”, ma considerato al contempo un nemico dello Stato e della Chiesa. James Joyce era invece definito “improponibile” negli anni Trenta, e per questo escluso dal premio. Bollato come “sconveniente”, infine, Jorge Luis Borges perché si era espresso favorevolmente nei confronti del dittatore cileno Augusto Pinochet. [...]
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