Si fanno sempre meno figli, l’Italia è un Paese in declino, la popolazione invecchia inesorabilmente, gli italiani sono destinati a scomparire. Okay, ora ricominciamo da capo. Il libro di Francesco Billari e Gianpiero Dalla Zauna, La rivoluzione nella culla, pubblicato dalla Università Bocconi Editore, racconta infatti un’altra storia, diversa dai piagnistei cui siamo abituati da qualche anno a questa parte. Se da un lato è vero, infatti, che si fanno meno figli rispetto a 20 o 30 anni fa ,soprattutto al Sud, è anche vero che si registra in tempi recenti un’inversione di tendenza al Nord (1,38 figli per donna contro 1,33 di Sud e Isole). Globalmente, poi, c’è stata una ripresa della fecondità rispetto al minimo storico di 1,19 figli per donna, toccato nel 1995. Inoltre, si chiedono gli autori, ha senso ostinarsi a non contare a pieno titolo nel numero totale degli italiani una fetta di popolazione che sta diventando sempre più importante, cioè quella degli immigrati? “Nella comunità scientifica” si legge “prevale l’idea che le immigrazioni siano qualcosa di innaturale e tendenzialmente negativo”. Vent’anni fa, l’Istat aveva previsto che nel 2008 l’Italia avrebbe avuto 57 milioni e 400 residenti, ma in realtà, grazie agli oltre quattro milioni di stranieri che vivono stabilmente nel nostro Paese, siamo 2 milioni e 700 mila in più. Facciamo fatica ad accettare di essere diventati un Paese di immigrazione perché in Italia è accaduto molto più tardi che altrove (negli ultimi decenni del Novecento) che gli immigrati superassero gli emigrati.
Secondo Billari, professore di Demografia alla Bocconi, e Dalla Zuanna, professore di Teorie di popolazione all’Università di Padova, una “popolazione chiusa ai flussi migratori, con meno di due figli per donna è destinata inevitabilmente a invecchiare e - alla lunga- a scomparire, anche quando la mortalità è molto bassa”. Gli autori spiegano bene come funzioni la spirale in base alla quale si fanno meno figli per poterli meglio istruire e perché ambiscano a trovare lavori migliori. Di conseguenza non accetteranno posti poco prestigiosi e mal retribuiti, ed è qui che gli immigrati arrivano a colmare un vuoto. Vi sono poi lavori per i quali, in una società come la nostra in cui i figli restano molto legati alla famiglia d’origine e gli anziani raramente vengono alloggiati in apposite strutture, c’è in Italia un’altissima richiesta: si pensi alle badanti, quasi tutte straniere.
Il libro è ricco di dati, di sorprese e di idee, e dipinge un ritratto interessante di chi siamo e soprattutto di chi saremo nei prossimi anni. E dà anche dei suggerimenti. Qual è allora la ricetta contro il declino? L’inclusione. Non solo degli stranieri e dei loro figli, che al momento anche se sono nati in Italia devono aspettare la maggior età per potersi considerare italiani a tutti gli effetti, ma anche delle donne nel mondo del lavoro. Già perché, analizzando i dati si scopre che “laddove è più facile combinare lavoro femminile e famiglia, la fecondità tende a essere più alta”. In Italia oggi si fanno più figli dove si sta meglio economicamente e al benessere economico contribuisce enormemente il lavoro femminile. Proprio quella famiglia a grappolo, così tipica del nostro paese, in cui i genitori e i figli restano legati e geograficamente vicini molto a lungo, magari anche tutta la vita e si supportano a vicenda, potrebbe costituire un freno allo sviluppo. Il welfare italiano, che gli autori chiamano ironicamente “Spaghetti welfare”, è una versione un po’ maccheronica del welfare state vero, nella quale, ad esempio, non hanno il peso che meriterebbero i servizi dedicati all’infanzia, che potrebbero permettere alle donne di conciliare carriera e figli, incoraggiandole a non fermarsi al primo. E a fronte di una rivoluzione demografica già in corso tra la popolazione generale, si sente invece forte la mancanza di una rivoluzione demografica nella classe politica: qui giovani e donne sono ancora largamente sotto-rappresentati.
- Sabato 22 Novembre 2008

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