
Catania (Flickr, “eye of einstein“)
Turi è figlio di don Saro e vive a San Berillo, quartiere “malato” catanese. Uno dei suoi passatempi migliori è costruire capanne nella sciara nera, ovvero i detriti del vulcano. È attraverso gli occhi di questo ragazzino che diventa grande che Domenico Trischitta con il suo ultimo libro Una raggiante Catania (edizioni Excelsior 1881, pagg. 192) dipinge un affresco di realismo, strada, delusioni e speranza, dagli anni Settanta agli anni Novanta, “di questa città nera che si chiama Catania. Nera perché fascista. Nera perché mafiosa. Nera perché lavica”.
Catanese molto attivo nel panorama culturale siciliano (è suo anche Daniela Rocca, il miraggio in celluloide, incentrato sulla vita e sulla tragica fine dell’attrice), Trischitta forse è lo stesso Turi, forse no. Ma non è importante. E neanche le vicende di Turi sono importanti, non più di quelle dei suoi compagni e dei personaggi che lo circondano, dal pescivendolo al fioraio al direttore d’albergo, perché la vera protagonista è solamente lei, la città ai piedi dell’Etna, con tutta l’aria di soffocamento e oppressione che si respira, mentre insieme a Turi crescono i nuovi criminali, tra sparatorie, rese dei conti dai barbieri e carusi incoscienti “squagghiati nell’acido come plastica”.
Trischitta intanto entra ed esce dal suo personaggio, utilizzando a volte la prima persona, a volta la terza. Con uno stile non lineare e spesso disorientante.
Accompagna le pagine una vera playlist, formata dalle canzoni che hanno fatto la storia e alimentato la voracità musicale di Turi. Dalle paillettes di Marc Bolan al Santone Bob Dylan, mentre Catania vive sconvolgimenti tellurici come quelli del vulcano, e a metà anni Ottanta compaiono sulla scena i Denovo, gruppo catanese che avrebbe fatto la storia del rock nazionale, primo segnale di una rinascita musicale. Fino agli anni Novanta e a quell’incredibile meraviglioso fenomeno chiamato Carmen Consoli, “quella ragazzina con gli occhi orientali che si esibisce alla Cartiera e canta divinamente le canzoni di Janis Joplin”. Catania all’improvviso sembra diventare la Seattle d’Italia e di colpo ci si dimentica dei morti ammazzati a raffica, “non perché i clan mafiosi hanno abbassato la guardia” ma perché la nuova filosofia musicale fa dimenticare tutto il resto ed esalta i valori positivi di un territorio, “nonostante nei quartieri popolari si continua a morire di fame”. E la città etnea diventa Una raggiante Catania, come canta un verso di In bianco e nero della “cantantessa”.
- Giovedì 27 Novembre 2008

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