Archivio di Novembre, 2008

Sinistrati, racconto sentimentale di una catastrofe politica

Primarie Pd
“Sinistri si nasce con quel che segue, firmato Totò. Quindi, asciughiamoci gli occhi, rimettiamo in moto il cervello e diamoci da fare. Tanto, non si esce dalla propria natura, non si sfugge alla propria psicologia. Sinistri si nasce. E anch’io modestamente lo nacqui”: con questa considerazione si chiude il saggio di Edmondo Berselli dal titolo Sinistrati. Storia sentimentale di una catastrofe politica (Mondadori).
Ma chi sono i sinistrati? ‘”I sinistrati” si legge “siamo noi. Brutalizzati alle elezioni, battuti culturalmente, spintonati ai margini di una società cattiva. Alcuni legati a un’idea troppo razionale di riforme difficili, altri pervasi dalla nostalgia di rivoluzioni impossibili. Risultato: I care. We can. They win”.
Berselli si lancia in un’analisi della sconfitta elettorale quando - ricorda - “ci è arrivato addosso il tram in quel fatale e crudelissimo mese d’aprile”. Come mai? “Perché noi siamo fuori tempo, fuori moda, fuori gioco. E con la triste euforia degli esclusi, fra l’autolesionismo e l’autocompatimento, ci prepariamo a diventare una minoranza permanente”.
“Ma” spiega l’autore “non è colpa nostra: scienziati autorevoli hanno dimostrato che si è di sinistra per via del Dna. C’è di mezzo un dannato gene altruista. Come dire che siamo fessi per natura. Per questo il Partito democratico ha sbagliato tutte le strategie, si è illuso di vincere, si è schiantato contro Berlusconi, e dopo la batosta non ha ancora deciso se sopravvivere a una sconfitta storica o lasciarsi naufragare”. “Ci vorrebbe” è la conclusione “una cultura, un leader, uno schema politico. Ci vorrebbe almeno un’idea.
Invece, i riformisti non hanno ancora un programma e gli estremisti non hanno più un peso. Di idee, non se ne parla più”.

In questi giorni sono fuori di me: memorie di una drag queen

Stati Uniti
Josh Kilmer-Purcell, pubblicitario ed ex drag queen

Fiumi di alcol, cocktail di cocaina e crack, seni di plastica e, per incipit, la solita, annosa domanda sul senso della vita che si fanno i bevitori compulsivi: “Ho appena finito la mia vodka ed eccomi alle prese con il ridicolo, perenne, dibattito interiore in cui discuto se ordinarne un’altra”. Protagonista di questo gustoso romanzo memoir di Josh Kilmer-Purcell, dal titolo In questi giorni sono fuori di me (Baldini e Castoldi), è un ragazzo di campagna giunto dal Wisconsin alla conquista di New York che di giorno fa il pubblicitario a Soho e di notte si trasforma in una talentuosa drag queen dilettante della scena notturna di Manhattan. Nome d’arte: Aquadisiac, dal pesciolino rosso (vispo come un’anguilla) che s’infila nel seno di plastica per mandare in visibilio i clienti.

Il suo amichetto, Josh, è invece un escort omosex pagato per umiliare i suoi facoltosi clienti: tutti rispettabili padri di famiglia e uomini di successo, come Houdini, disposti a sborsare cifre astronomiche o ad affrontare lunghi viaggi transoceanici pur di farsi incaprettare (in senso tecnico-mafioso) per un week end, in un lussuoso attico newyorkese, dal loro escort preferito. Sono gli ingredienti di questa tragicommedia degli eccessi di cui sono già stati acquistati i diritti cinematografici e che Clive Barker ha definito “in una parola, meravigliosa”. Di certo, scritta con garbo essendo pochi gli autori che possono permettersi di scrivere “troia” ogni due per tre senza mai scivolare nel triviale. Sottotitolo possibile: la strada dell’eccesso porta al palazzo della saggezza. O per dirla con Jack e i suoi sogni di un principe azzurro ad interrompere la leggera discesa agli inferi che ha accompagnato un pezzo della sua vita: “Non sarò una drag queen per sempre. E lui non sarà un escort per sempre. Un giorno saremo gente per bene, con carriere stereotipate, crisi di mezza età e alla fine pensionati con un appartamentino in Florida”. Se lo volete conoscere, Josh ha anche una pagina su Facebook. Da cui potrebbe spiegare ai profani le piccole grandi differenze che regnano nel mondo del trasformismo: “Chi si traveste a scopo di feticismo sessuale è un travestito. Chi si traveste per dare spettacolo è una drag queen. E chi chiunque pensi che, abiti a parte, il suo corpo non gli appartenga è un transessuale”.

Il patriottismo insetticida di Marinetti

Marinetti
“Noi canteremo le locomotive dall’ampio petto, il volo scivolante degli areoplani”. A rileggere oggi il manifesto del futurismo di Filippo Tommaso Marinetti c’è da immaginare la faccia dei pendolari. Che a cento anni di distanza fanno il viaggio casa-ufficio su treni lenti e malandati in ogni regione d’Italia. Oppure il grugno imbufalito dei piloti di Alitalia, che di “scivolante” vedono soprattutto il posto di lavoro. Ma nel 1909 il futuro doveva ancora venire: il Novecento avrebbe portato innovazione in ogni casa, in ogni città. Iniziava il secolo della scienza, della tecnica, della velocità.
“Noi siamo sul patrimonio estremo dei secoli! poiché abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente”: un’ossessione, per Marinetti, la velocità. Tanto che la mise in pratica anche nell’arte, con una nuova letteratura che per correre più rapida voleva fare a meno della punteggiatura. Cominciò con la poesia, approdò al romanzo con Mafarka il Futurista (che gli valse un processo per oltraggio al pudore) e dopo qualche decina di altre opere tra versi, testi per il teatro e narrativa, finì con Patriottismo insetticida, uscito nel 1939 e poi mai ripubblicato. Ora quel romanzo “di avventure legislative” torna in libreria grazie ai tipi di Excelsior1881.
Patriottismo insetticida narra le avventure di Paranza e Urò, due magistrati che passano in esame una serie di imputati, tutti, infine, assolti dai loro improbabili reati. Qualche esempio? Assolto il signor Riccadonna perché ladro sì, “ma con degli ideali”. Assolto un tale che ha aiutato 206 suicidi a morire (d’indigestione): ha svolto “il compito umanissimo di semplificare e affrettare le agonie lente e dolorose”. Assolto il tale che si vanta “d’aver pestato un direttore di giornale che calunniava patrioti per aumentare pubblicità vendita e tiratura”. Negli ultimi capitoli il magistrato Paranza si concede anche un viaggio alle Isole Figi (inutile cercare il nesso col resto del romanzo: non c’è). E dovendo dare un giudizio morale su una comunità di cannibali assolve anche loro, perché “in certi casi” dice “l’antropofagia è difendibile”.
Un Marinetti più anarchico che nazionalista, insomma. Che mentre celebra la patria e condanna l’esterofilia, scomoda anche temi come l’eutanasia, l’intolleranza, l’etica del commercio. Tutti argomenti che a distanza di un secolo, a differenza dei personaggi del romanzo, sono ancora sul banco degli imputati, in attesa di un giudizio.

Il prefisso di Dio, storie e labirinti a Buenos Aires

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La data non è casuale: esce oggi, 11-11, in libreria Il prefisso di Dio - Storie e labirinti di Once, Buenos Aires (Infinito edizioni), libro della giornalista Francesca Bellino che racconta il suo viaggio nel quartiere ebraico di Buenos Aires alla ricerca dell’Undicesimo Comandamento, valido per tutte le religioni.
Il quartiere esplorato viene chiamato “Once”, in spagnolo Undici, e si riferisce al nome originario “Once de septiembre”, 11 settembre, che indica la data del 1852 in cui il comandante Valentín Alsina guidò la rivoluzione contro il tiranno Justo José de Urquiza per ottenere la secessione di Buenos Aires. Rincorsa dal numero 11, l’autrice si perde in infiniti labirinti di storia antica e contemporanea e si lascia guidare dai personaggi sapienti che incontra sulla sua strada.
Immigrazioni vecchie e nuove, tradizioni e mistica ebraica, credenze popolari e miracoli, tango porteno e tango yiddish, la memoria e i fatti dell’attentato all’Ambasciata di Israele e all’Amia e della morte dei 194 ragazzi nella discoteca Cromanon, gli psicoanalisti del dopo crisi del 2001 e la convivenza tra culture diverse sono alcuni dei temi trattati in questo reportage narrativo che cerca di stimolare il lettore in una personale ricerca di un nuovo Comandamento per le attuali società plurali.
Il libro sarà presentato oggi, 11 novembre, alle ore 19,00, all’Ambasciata Argentina, Ufficio Culturale, in via Veneto, 7 a Roma, alla presenza del maestro argentino Luis Bacalov, autore della prefazione, nonché Premio Oscar per la musica de Il postino.
Intervengono, tra gli altri, Eduardo Almirantearena (Responsabile Culturale dell’Ambasciata Argentina), Alfredo Somoza (Icei), Leticia Marrone (Asal), Leandro Lopez (Progetto Sur).

Amici miei per tutta la vita nel nuovo romanzo di Carofiglio

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In alto, da sinistra, Gianvito Giannelli, Achille Bianchi, Gianrico Carofiglio

Di Paola Ciccioli

È forse il bisogno di riparare all’errore della distrazione il filo rosso che unisce luoghi e personaggi del nuovo libro di Gianrico Carofiglio, Né qui né altrove. Una notte a Bari (Laterza), nelle librerie in questi giorni. “Negli affetti credo di essere stato distratto e in parte di esserlo tuttora” afferma lo scrittore. “Sbagliando, ho dato per scontata una serie di cose. Invece, se vuoi bene a una persona dovresti dirglielo”. Così, un libro pensato per la collana Controcanto, dedicata alle città, si è imposto invece, a cominciare dal suo stesso autore, come un romanzo. La storia di un’amicizia al maschile che attraversa il tempo pone i protagonisti di fronte all’esigenza di archiviare un modo d’essere. E darsi l’uno all’altro con verità e con quella parte di dolore che l’esercizio della verità comporta.
“Mi chiesi quali altre cose su me stesso stavo per imparare” riflette l’io narrante, dopo che l’amico Paolo Morelli gli ha appena detto che, terminata la notte trascorsa ad attraversare la Bari della giovinezza e dei ricordi comuni, non si rivedranno mai più. “Perché, a parte il fatto che io non ho nessuna voglia di vederti di nuovo, ti informo che esiste la tristezza, esiste l’infelicità, le cose finiscono, si invecchia, ci si ammala e si muore. E ho una notizia: capiterà anche a te”.

Nella storia è Giampiero Lanave, notaio appesantito che, vestito di grigio e alla guida di una Range Rover, prende l’iniziativa di rimettere insieme tre amici con l’intento apparente di “mangiare qualcosa e fare quattro chiacchiere sui vecchi tempi”. Paolo, infatti, se n’è andato da Bari subito dopo l’università, vive a Chicago ed è tornato perché è morta sua madre. “Mi è venuto in mente Paolo qualche tempo fa, quando mi sono imbattuto in una definizione dell’attenzione. L’attenzione è una virtù morale. Essere attenti significa essere giusti con se stessi e con gli altri” è un altro passaggio del libro.
Dunque l’amico è chi ci svela a noi stessi, chi ci fa imparare cose che da soli non riusciamo a cogliere? “Non direi questo” risponde Carofiglio, che ha appena ricevuto sul lago d’Orta il premio Piemonte Grinzane Cavour per la sezione giallo italiano. “Anche se non c’è dubbio che persone cui vuoi bene e che ti vogliono bene, e che ti osservano da un punto di vista diverso dal tuo, in quanto tale gravemente deformato, possono dirti cose che non riesci a vedere”. Allora cos’è l’amicizia? “Ricordo una frase che ho letto tempo fa: ‘L’importante tra amici non è quello che si dice ma quello che non c’è bisogno di dire’. Mi piace, definisce un aspetto importante”.

Bari, quella vera, avrebbe dovuto essere la protagonista del libro. Sia la città che nelle notti “degli anni 70 era un luogo buio, silenzioso, poco cordiale”. Sia quella, immutata, del mare e dei giorni di maestrale, “quando ci sono le onde ma l’acqua è lo stesso trasparente come un cristallo, ed è contemporaneamente blu, e verde, e del colore della sabbia che c’è sotto”. Ma, superato l’incipit dei primi capitoli, la città è costretta a farsi da parte e a ritornare a essere il contenitore dei sentimenti. Compreso quello dell’amore, forse per la prima volta così dichiaratamente evocato da Carofiglio nelle sue pagine. “Ti amo. Sono un idiota ma ti amo”. Anche l’io narrante, in molti tratti e circostanze combaciante con l’autore, ha un segreto di cui liberarsi. E la sua dichiarazione d’amore è per la ragazza francese lasciata andar via insieme con i sogni di un’esistenza diversa, avventurosa, in quell’altrove sconosciuto che dà il titolo al romanzo.
Ma Carofiglio nello scorrere della trama ammonisce: “Chi lo sa quanto i nostri ricordi dipendono dal ricordo e quanto invece dalla fantasia e dal nostro bisogno di confortarci. Con le bugie, con le illusioni, con le storie. Ma forse questo riguardava solo me”. Della vita vera dello scrittore, magistrato in aspettativa e ora senatore del Partito democratico, fa parte il sodalizio che continua a legarlo a tre suoi ex compagni della sezione E dell’Orazio Flacco, il liceo classico più prestigioso di Bari. Dove oggi studiano Giorgia e Alessandro, i suoi figli, ai quali il libro è dedicato insieme con la moglie Francesca, pubblico ministero del capoluogo pugliese. Sono Bianchi, Giannelli, Marrone, tutti chiamati rigorosamente per cognome come negli appelli in classe, e costituiscono il quartetto con cui Carofiglio ha trascorso ogni pomeriggio, e ogni sera, fino alla laurea di tutti e quattro in giurisprudenza. Ci sono “frammenti” di ciascuno di loro e “la saldezza del rapporto” nel libro.

Un legame che, spiega Achille Bianchi, sostituto procuratore a Trani, ha come collante “lo spiccato senso dell’umorismo, la storia comune, l’aiuto costante, il poter fare affidamento l’uno sull’altro”. Bianchi, insieme agli altri due, è stato testimone di nozze di Gianrico, e viceversa. Ha letto tutti i suoi libri in anteprima e, per un periodo, è stato uditore di Carofiglio alla Direzione distrettuale antimafia. “Lo capivo più velocemente di qualsiasi altro” racconta il magistrato. “Una volta ero in udienza con lui e la difesa aveva portato un consulente di parte con impostazione fortemente critica nei confronti dell’accusa. Mi voltai verso una collega e le dissi: adesso ci divertiamo. Infatti Gianrico gli fece fare una figura… praticamente massacrato”. “Ci siamo presi un paio di memorabili sbronze assieme” ricorda Gianvito Giannelli, ordinario di diritto commerciale all’Università di Bari. “Una proprio quando Gianrico è partito militare, soffrivamo la separazione e sembrava che il nostro legame fosse messo a rischio”. L’altra la rievoca lo scrittore: “Per i miei quarant’anni, avevo appena finito il mio primo romanzo (Testimone inconsapevole, Sellerio, ndr) ed ero uscito da un autentico travaglio personale vissuto in buona parte in solitudine”.
“Il suo nuovo libro l’ho trangugiato, l’ho fatto con una voracità che mi ha sorpreso” racconta Pio Marrone, avvocato dello Stato, l’unico a non comparire nel servizio fotografico di Panorama perché trattenuto a Roma dal lavoro. “Mi ha telefonato Gianvito, specialista dello scherzo, dicendomi che al mio posto era stata utilizzata una sagoma. Le idee malsane sono tipiche della nostra associazione, che però non è a delinquere. Allora ho telefonato a Gianrico: ‘Ma cosa avete combinato?’ Sghignazzava”. Anche Randy, il suo cane, ha un ruolo di rilievo nella mappa degli affetti ricostruita in Né qui, né altrove. “Bisognava vedere come gli parlava” commenta Marrone. E poi, accennato ma presente, c’è il fratello Francesco, insieme al quale Carofiglio si è concesso il gioco di comparire in un cameo girato nelle bische baresi nel film di Daniele Vicari Il passato è una terra straniera, appena uscito, tratto dall’omonimo successo letterario. Perché “sì, anche mio fratello è un amico”. Perché “l’amico è quello con cui ti piace stare, chiacchierando di cose superflue. E, all’occorrenza, con la dovuta parsimonia, poter parlare di cose un po’ più serie. Se ne hai bisogno. Ma questo, ripeto, con la dovuta parsimonia”.

Paola Mastrocola: con il lupo filosofo fuggo da Gomorra

Mastrocola

Di Manuela Grassi

Il precedente era un “Bildungsroman”, un romanzo di formazione tipo il Wilhelm Meister, soltanto che il protagonista era un’anatra. Che animale sei? Storia di una pennuta aveva rivelato la felice propensione di Paola Mastrocola per le favole leggere e ironiche. Dopo molte peregrinazioni e falsi movimenti, il volatile in crisi di identità incontrava il filosofo Lupo Solitario e la storia si concludeva felicemente. Oggi ritroviamo i nostri eroi in una nuova avventura, E se covano i lupi (Guanda), che l’autrice ha voluto anche illustrare con disegni dal segno lieve.
“Sono i disegni che io faccio per spiegare che cosa mi passa per la testa, anche ai miei allievi” dice l’autrice, insegnante di lettere in un liceo scientifico torinese e autrice di best-seller come Una barca nel bosco e La scuola raccontata al mio cane. Esempio: “L’altro giorno, per illustrare la metafora ‘Tu mi ripari dalle intemperie della vita, sei il mio ombrello’, ho schizzato sulla lavagna un parapioggia con scarpe da uomo. Il mio meccanismo è questo: la prima cosa che mi viene in mente è un’immagine, le parole vengono dopo”. Da ragazza dipingeva a olio guerrieri medioevali, disegnava col carboncino e la sanguigna: “Non ho fatto la pittrice perché, per coerenza, avrei dovuto scappare di casa”.
Il lupo intellettuale che cova le uova, il riccio cinefilo, i bengufanti, la professoressa Volpano, detta Lady Fox, l’anchorwoman Esangue Suga, gli scoiattoli custodi sono tra i personaggi di E se covano i lupi, una favola per ragazzini dai 7 ai 70 anni, che parla dell’attesa dei figli ma anche dell’attesa come dimensione esistenziale e filosofica. Anatra e Lupo si scambiano i ruoli. Lui vuole covare le loro tre uova per “diventare meno astratto”. Lei cede per riconquistarsi la libertà di non fare niente: svolazzare, aspettare, e basta. Più facile a dirsi che a farsi.
Il libro di Mastrocola piomba come vistosa anomalia nel bel mezzo di una stagione tutta neorealista: il 13 novembre, il giorno in cui è in libreria, esce anche l’Almanacco Guanda, dedicato quest’anno al “ritorno al reale”: Il romanzo della politica. La politica nel romanzo. Una prevalenza che la fa un po’ soffrire. “Dal dopoguerra in poi c’è stata una celebrazione dell’impegno che, chissà perché, è legato al realismo” riflette. “Ci sono scrittori di tipo A e di tipo B. Il primo tipo si astiene dalla vita e dall’esperienza, neppure lo guarda, il mondo, per raccontarlo. A questo primo gruppo appartengono Omero, Salgari, Emily Dickinson, Ariosto”. Il tipo B al contrario si butta, viaggia, si immerge: “Oggi l’effetto Saviano è molto forte” continua. “Ho studiato a lungo i generi in letteratura: uno stesso oggetto può essere raccontato con forme diverse. Nel mio libro ci sono solo animali, in questo senso è poco realistico, ma è solo un travestimento”.
Di certo tutti hanno incontrato nella vita una professoressa Volpano, detta Lady Fox per via di certi tailleurini da regina Elisabetta II, ambiziosa e intrigante a fin di male. Così come familiare appare la presentatrice tv Esangue Suga, conduttrice del Grande Macello (il Lupo che cova diventa per un istante un fenomeno mediatico), o Strutz, il direttore del grande quotidiano Words in the Wind (parole al vento).
L’Anatra, la cui unica ambizione sarebbe stare al bar a perdere tempo, aspettando per 28 giorni che le sue uova si schiudano, sospinta dagli eventi si trova a fare la giornalista (”L’idea era di farla sbattere contro la realtà cruda della vita, un calcio nel sedere, l’unico modo di farle incontrare il mondo”). Ma i suoi incontri con i “potentipotenti”, la Bellissima irraggiungibile e prigioniera, il Leone Premier sommerso da ondate fangose che lo costringono all’apnea, si rivelano un nulla di fatto.
Molto più interessanti gli incontri con i “nonpotenti”, per esempio gli scoiattoli che stanno sui rami dei boschi: “Chi è dolce e mansueto” confida uno di loro all’Anatra “si stacca da terra. E quindi per forza se ne va a stare sui rami, cosa vuoi che faccia, che rimanga in mezzo al marasma a farsi sbriciolare la vita?”. I nonpotenti sono quelli che non vogliono il potere, “gente che gioca, balla, fischietta…”.
Assolutamente privo di potere appare Richmond il riccio, che di professione faceva il gonfiatore di palloncini, e dunque è il riccio con gli aculei più spuntati del mondo. E anche il più solo e malinconico. “Ma è quello che risolve tutti i problemi, quindi è davvero potente” fa notare l’autrice. Quanto al Lupo, non è di quelli che sbranano pecore. È evidente che è uno scrittore di tipo A che cerca in tutti i modi di diventare di tipo B, facendo esperienza del mondo, per esempio covando le uova. Ma non ce la fa. Continua a pensare e scrivere i suoi pensieri alla luce della luna: “Ogni nascita è la fine di un’attesa…”.
Il libro di Mastrocola è soprattutto un’opera sull’attesa. L’attesa dei figli, il pensarli prima che nascano. L’attesa dei libri dopo averli a lungo immaginati. (”Anche un’idea si cova/ Anzi. Avere idee è puro covare, una specie di cova assoluta ed eterna” scrive il Lupo filosofo). Non facile nella realtà: “Questo mondo non ti permette più di aspettare, perché aspettare è fare niente. Invece è moltissimo, è un lavoro” dice la scrittrice. “Devi stare fermo, vedere che cosa succede intorno e dentro te. Più ti muovi e meno vedi”. Oggi al contrario tutto ci spinge a vivere, agire, essere nel mondo: “Un’idea che mi fa venire in mente la pubblicità dell’amaro Montenegro: andare con l’aliante a prendere il vaso antico sarà bello, giusto, ma c’è chi non ha voglia. Si può anche vivere stando fermi. A pensare”.

Centenario di De Amicis, il libro “Cuore” in regalo

Riedizione del libro

A cento anni dalla scomparsa di Edmondo De Amicis (l’11 marzo 1908) De Agostini ricorda lo scrittore regalando a tutti coloro che ne faranno richiesta, il romanzo Cuore in un’edizione da collezione, illustrata dal maestro Ugo Nespolo, tra i grandi protagonisti del panorama artistico internazionale.

Cuore, pubblicato il 17 ottobre 1886, il primo giorno di scuola per tutti gli studenti italiani, fu un grande successo editoriale con 40 successive edizioni e traduzioni in 10 lingue nel giro di pochi anni. De Agostini propone la riedizione di un classico senza tempo e per fare richiesta dell’opera omaggio di Cuore è a disposizione il numero verde 800.999.855 (tutti i giorni, compresa la domenica, dalle ore 9.00 alle ore 21.00).

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Come leggere L’Africano di Jean-Marie Gustave Le Clézio

Jean-Marie Gustave Le Clézio
Di Michele Lauro
Il recente premio Nobel per la letteratura, il francese Jean-Marie Gustave Le Clézio, è una figura di letterato sui generis: “invisibile” nei salotti che contano eppure autore di una cinquantina di opere fra romanzi, saggi, racconti di viaggio; noto e apprezzato in Francia da moltissimi anni e tuttavia poco conosciuto al di fuori della sua terra natale. Immigrato di seconda generazione (i genitori emigrarono a Nizza dall’isola di Mauritius), viaggiatore instancabile (oggi vive nel New Mexico), interpreta la cultura del suo paese secondo una prospettiva moderna e antiretorica, come eterno luogo di incontri e meticciati. Classe 1940, i suoi esordi furono però di tutt’altro segno. Negli anni ‘60 del secolo scorso aderì alla sperimentazione con il romanzo Le Proces verbal (Il verbale, editore Due Punti), Premio Renaudot 1963, affrontando temi complessi come la solitudine e la follia con una scrittura scarnificata, fredda, cerebrale. Dalla fine degli anni ‘70 la matrice sperimentale dei suoi lavori ha lasciato gradatamente posto a toni e tematiche più accessibili e universali con una serie di romanzi, saggi, racconti di viaggio che gli hanno dato fama di sensibile indagatore delle diverse anime del mondo. L’esplorazione dell’orizzonte mitico di culture remote - dai berberi del deserto ai diseredati della Palestina, dagli indios centroamericani ai popoli oceanici ai confini del mondo - avviene secondo canoni ben lontani da quelli dell’etnologo e dell’antropologo: Le Clézio è piuttosto uno scrittore-viaggiatore viscerale, “di pancia”, capace di rendere vivide le emozioni suscitate da personaggi, luoghi, ricordi.
In quest’ottica è da leggere L’Africano, libro autobiografico ambientato nel continente in cui l’autore visse per un breve periodo, all’età di otto anni, al seguito del padre medico dell’esercito britannico. A partire da un frammento di vita vissuta, un Eden selvaggio che è insieme anche luogo dello spirito, il racconto si allarga ad abbracciare un doppio “appuntamento mancato”. Il primo, quello di un figlio, cresciuto dalla nonna sfollata durante la guerra, che attraversa un continente per incontrare colui che gli viene presentato come suo padre. Un uomo solitario e taciturno, rigido e autoritario, il cui carattere è reso negli anni più aspro dalla disillusione e dallo sconforto. Un padre che il figlio impara a temere, più che ad amare. Il secondo, quello di un padre con il suo sogno di vita: crescere i figli nei luoghi che ama, a contatto con la natura, con i corpi, al riparo dalla civiltà occidentale. La guerra, i regimi coloniali, la corruzione e infine i microbi stanno cancellando questo continente, “così giovane e così maltrattato”, mentre le ex potenze coloniali assistono inoperose alla pandemia che minaccia di morte un terzo degli abitanti dell’Africa: l’AIDS.
Entro un piano narrativo lineare in cui si mescolano memoria volontaria e involontaria, e grazie a una scrittura fluida e raffinata, semplice ma ricca di sfumature, Le Clézio riesce nell’opera “miracolosa” di dar voce all’io bambino che prima di nominare le cose le vive, le sente, le respira. Lo aiutano sinestesie visive (le foto del padre, anch’esse riprodotte nel volume), uditive e olfattive, come quando viene “assalito dal profumo di terra bagnata del nostro giardino a Ogoja”. Sono i momenti in cui l’Africa ritorna corpo. In cui gli spazi dilatati della savana, i termitai, il sole a picco, i temporali estremi sono libertà, sete di infinito. Sono i momenti magici dell’infanzia, irripetibili, “senza futuro, senza quasi memoria”.
Per capire meglio questo autore, la cifra stilistica della sua scrittura, i motivi gli hanno valso il Nobel e le polemiche dei suoi detrattori, Panorama.it ha intervistato Maurizia Balmelli, che conosce molto da vicino l’opera di Le Clézio per aver tradotto gli ultimi due romanzi usciti in Italia per i tipi di Instar Libri: L’Africano e Il continente invisibile. LEGGI L’INTERVISTA a Maurizia Balmelli: Le Clézio? Un bue che trascina l’aratro, parola di traduttrice

Le Clézio? Un bue che trascina l’aratro, parola di traduttrice

Di Michele Lauro

“Quella di Jean-Marie Le Clézio è una scrittura pacifica, in qualche modo arcaica, e mi ricorda l’andamento pacato del bue che trascina l’aratro”, dice Maurizia Balmelli, curatrice della traduzione degli ultimi due libri del premio Nobel, L’Africano e Il continente invisibile (entrambi pubblicati in Italia da Instar Libri).
In che senso Le Clézio è “scrittore della rottura, dell’avventura poetica e dell’estasi sensuale”, come si legge nella motivazione del Nobel?
Le Clézio è in effetti uno scrittore controcorrente, nel senso migliore del termine. Nato in una famiglia di origini mauriziane e con un padre che ha vissuto per molto tempo in Africa, si è spesso definito senza patria e senza radici. Nella sua opera rincorre qualcosa che si elevi al di sopra delle frontiere e delle singole civiltà, qualcosa di primordiale che ha a che fare con la comunione tra uomo e natura. In più c’è la negazione del razionalismo occidentale in favore di qualcosa di più spirituale, si potrebbe dire mistico. In questo senso è uno scrittore di rottura, ed è evidente lo scarto rispetto a molti suoi colleghi contemporanei che si occupano di nevrosi, metropoli, civiltà moderna.
Qual è la cifra stilistica principale della sua scrittura?
Quella che si presenta in superficie come una scrittura limpida e fluida, in realtà è molto complessa da rendere in un’altra lingua. Ne L’Africano per esempio, che è un libro autobiografico, il racconto segue l’andamento della memoria, con continui salti logici. La difficoltà per il traduttore sta nel restituire quel particolare ritmo narrativo in modo che il lettore possa partecipare emotivamente al racconto. Dietro a questo linguaggio apparentemente immediato credo ci sia un lavoro di scavo per andare oltre la ragione, e qui arriviamo alla sensualità, che è uno degli altri elementi che si leggono nella motivazione del premio. Sempre ne L’Africano, Le Clézio osa quel passaggio cognitivo che va dallo sperimentare la sensazione al nominare la sensazione stessa. Insomma, lavora molto sui sensi rimanendo molto vicino alla sfera sensuale.
Per la traduzione de L’Africano e de Il continente invisibile ha coordinato un pool di traduttori: come è nata e quali sono stati i frutti di questa esperienza?
Nell’ambito di un Master, tengo un laboratorio di traduzione editoriale e ogni anno gli studenti devono cimentarsi nella traduzione di un libro. Negli ultimi due anni è stato scelto Le Clézio. Per L’Africano erano in 14, per Il continente invisibile in 8. È stato un lavoro di orchestrazione molto proficuo: di fronte a uno scrittore così complesso confrontare diverse versioni, ciascuna frutto di una personale interpretazione, ha dato spessore al lavoro.
Secondo lei perché in Italia Le Clézio è così poco conosciuto?
Rispetto ad altri candidati al Nobel, come Philip Roth e Don De Lillo, Le Clézio è uno scrittore che non fa tendenza, che non suscita scandali. Si pone cioè al di fuori dei parametri della narrativa contemporanea, specie anglosassone, che in genere tratta temi di maggiore “appeal”. È uno scrittore contemplativo e di atmosfera, mentre al giorno d’oggi gli editori vedono più di buon occhio un autore come Michel Houellebecq che tratta temi scottanti come il turismo sessuale. E poi in Italia c’è un luogo comune secondo cui la narrativa francese non vende, a parte poche eccezioni.
Ci sono degli scrittori con cui Le Clézio ha particolari affinità?
Con un’associazione molto soggettiva, o forse per un semplice fatto di sensibilità, l’ho sempre accostato a Gianni Celati. Mi ha colpito molto uno degli ultimi libri di Celati, Avventura in Africa, un diario di viaggio che condivide lo stesso orizzonte di valori di Le Clézio.
Come sempre l’assegnazione del Nobel per la letteratura è stata accompagnata da polemiche, che in Italia hanno assunto toni anche piuttosto accesi. Piero Citati ha definito Le Clézio uno “scrittore mediocre”…
Secondo me non lo si conosce abbastanza. Lo stesso Citati ha dato un giudizio di valore, piuttosto sommario, senza accompagnarlo a un’analisi della sua opera. Ovviamente è una questione di gusti, ma teniamo presente che in Francia Le Clézio è un mostro sacro, che studiano a scuola alla stregua di Proust.

Professione reporter: 50 anni del nostro paese attraverso i grandi del giornalismo

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Gli ultimi cinquant’anni della storia d’Italia raccontati dagli articoli di Indro Montanelli, Giorgio Bocca, Enzo Biagi, Oriana Fallaci, Giampaolo Pansa, Massimo Fini, Eugenio Scalfari, Paolo Liguori, Gad Lerner, Mauro De Mauro e molti altri. Un ritratto imprevedibile del nostro Paese, e al tempo stesso un’impietosa denuncia di antichi vizi e inedite magagne: cos’è cambiato in Italia e quali sono invece i problemi a cui pare non esserci rimedio? Corruzione, cattiva amministrazione, disastri ecologici, criminalità, morti bianche. La cronaca dettagliata si fa racconto e, attraverso i suoi testimoni, diventa storia. Dalla politica, all’economia, al costume, una cruda radiografia di abusi, inefficienze e potenzialità inespresse. È Professione Reporter - Il giornalismo d’inchiesta nell’Italia del dopoguerra (Bur-Rizzoli Pag. 647, Euro 15), a cura di Filippo M. Battaglia e Beppe Benvenuto. Gli autori presenteranno il volume Giovedì 13 novembre al Fiat Cafè, via Guardione 14, Palermo, alle ore 18,30.

Morto Michael Crichton

Michael Crichton

La Bibbia Gotica. Vademecum per non perdersi nelle tenebre

Marilyn Manson
Generazione Goth. Niente a che vedere con fantasmi di fine ottocento o doctor Jeckyll e Mister Hyde prima versione. I Goth del XXI secolo, conosciuti fino a qualche anno fa anche come dark, sono l’altra faccia del mondo. Quella delle ombre e dei pensieri segreti, una vena sotterranea che potrebbe scorrere in tutti noi. Almeno stando ai precetti di Nancy Kilpatrick che nella sua Bibbia Gotica, uscita adesso anche in Italia con Arcana, leva il velo su quel mondo che c’è ma che dall’esterno si lascia vedere solo nei suoi simboli più essenziali. Abiti neri, visi emaciati e pallidi, musica con echi remoti e misteriosi, sono i dark che conosciamo tutti ma dietro pare ci sia molto di più. La Bibbia gotica, messa giù senza iniziazioni speciali ma solo per dovere di conoscenza da questa americana naturalizzata canadese, appassionata di goth writing tanto da avere al suo attivo 14 libri e oltre 100 racconti, spazza via tutte le false credenze. Quelle che fanno di tutta l’erba un fascio e che uniscono nello stesso orizzonte Marylin Manson e gli assassini del massacro di Columbine. No, c’è molto di più dice la Kilpatrick e molto di meglio, non necessariamenete associato alla violenza. A sostenere la tesi ecco così una mole di informazioni mai raggruppata finora sull’argomento. Non mancano interviste a musicisti, artisti, creatori di tendenze e perfino un tentativo di ricerca storica. I Goth infatti traggono le radici del loro nome nientedimeno che dai Goti, quei barbari che per primi trasformarono i cavalli da semplice mezzo di trasporto in fedeli compagni di battaglia, viaggiatori delle tenebre, dunque, e dalle tenebre ricompensati. Perché come scrive la stessa autrice in testa al volume “questo libro è dedicato a tutti i goth che abitano il pianeta e a tutti coloro che amano le tenebre. Sappiate questo: la vostra esistenza è preziosa. Le tenebre che amate ricambiano il vostro amore”.

Tortuga, Valerio Evangelisti torna al romanzo storico

Tortuga
Approda in libreria il nuovo romanzo di Valerio Evangelisti, Tortuga (Mondadori, 336 pp - € 16,50), che dopo l’ultimo capitolo della saga di Eymerich, torna al romanzo storico “puro”. Dimenticate il Corsaro Nero, capitan Sparrow o i pirati di Roman Polanski, tra queste pagine a farla da padrone è la crudeltà.
Anno Domini 1685, i giorni gloriosi dei Fratelli della Costa, obbedienti a Luigi XIV, che ha ormai stretto un accordo di pace con la Spagna, sono agli sgoccioli: le loro scorribande sono diventate troppo scomode e il protagonista del romanzo, l’ex gesuita Rogério, arruolato a forza, al servizio del tetro cavaliere De Grammont, partecipa all’ultima grande avventura dei pirati: la presa, cruenta, della città di Campeche, sulle coste messicane. Unica luce, in quella conquista infernale, l’amore del portoghese per una schiava africana da cui lo stesso De Grammont è attratto, l’episodio che volgerà il viaggio di ritorno in tragedia. Panorama.it ha incontrato Valerio Evangelisti.
Il pirata quale simbolo romantico di libertà è solo un mito?
Il mito ha un suo fondamento. Però i pirati caraibici del ‘600 e dei primi del ‘700 spesso erano al servizio delle grandi potenze europee, che li usavano come una sorta di marina da guerra irregolare. Pronte ad abbandonarli al loro destino quando non servivano più. In questo senso, la libertà era limitata. Salvo sul piano dei costumi, sfrenati perché calibrati sul progetto di una vita che non sarebbe durata a lungo.
Come si è documentato? Quali testi?
In primo luogo i memoriali. Alexandre-Olivier Exquemeling (o Oexmelin, o Exmelin), prima schiavo e poi medico nell’isola di Tortuga. Esiste un’edizione italiana recente delle sue memorie, però, a differenza di quella francese, non comprende le sue ultime avventure, di cui tratto nel mio romanzo. Quindi i ricordi di Ravenau de Lussan, un nobiluccio finito nei Caraibi dopo un omicidio e aggregato all’equipaggio del capitano Lorencillo. Più decine di altri libri, tra i quali non è sempre facile scindere ciò che è realtà storica dal puro colore. Io ci ho provato.
Potrebbero esserci delle analogie tra mercenari e contractor odierni e i pirati di cui narra in Tortuga?
Non riesco a vederne molte. I pirati caraibici non erano stipendiati per fare la guerra. Erano loro a cedere parte del bottino ai governatori che li proteggevano. In sostanza, erano bande di ladri, non militari assoldati. Venivano manovrati, ma da lontano.
Dopo Eymerich è tornato al romanzo storico “puro”, il tutto nasce da un racconto pubblicato nell’antologia Anime Nere
Sì. Il racconto si intitolava I fratelli della Costa, e conteneva elementi fantastici. Dopo la sua uscita, si sono moltiplicate le pressioni perché dedicassi ai pirati un intero romanzo. L’ho fatto, ma modificandone la chiave, anche se alcuni personaggi sono gli stessi. Al romanzo storico appartenevano due miei testi recenti, Il collare di fuoco e Il collare spezzato, sulla storia del Messico. Lì però l’impostazione era “brechtiana”, cioè non vi erano protagonisti di spicco, mentre Tortuga è differente.
La storia ha lo stesso sense of wonder della fantascienza e del fantastico?
Secondo me, in molti casi sì. L’esplorazione di mondi remoti può avere lo stesso fascino sia che si tratti di un pianeta lontano o di epoche trascorse. Certi costumi medioevali, rinascimentali, o anche di tempi più prossimi ai nostri possono risultare alieni o incomprensibili. Col tempo variano mentalità, linguaggi, conoscenze acquisite, valori. Io stesso, quando mi capita di vedere documentari riferiti agli anni Cinquanta del ‘900, in cui sono nato, ho la sensazione che si tratti di un altro mondo. Figurarsi quando si va più indietro nella storia.
In Italia era da molto che non ci si occupava di un caposaldo della narrativa avventurosa coma la pirateria, fatto salvo per una nuova serie per ragazzi di Matteo Mazzuca e qualche altro romanzo…
Emilio Salgari seguita però a essere letto, e anche l’ultimo romanzo di Massimo Carlotto tratta di pirati, sia pure mediterranei. Storie piratesche di autori stranieri continuano a essere tradotte in italiano, specie dopo il successo dei film con Johnny Depp. Evidentemente il tema seguita ad avvincere, per il suo intreccio di ribellione, romanticismo e trasgressione. Tortuga differisce però da tutto ciò che ho citato, almeno nelle mie intenzioni.
In rete e su Carmilla si sta animando il dibattito sul New Italian Epic, Tortuga sembra avere molte delle caratteristiche indicate da WM1 nel suo saggio…
Il progetto Tortuga è anteriore al saggio di Wu Ming 1, che d’altra parte non intendeva fondare una scuola, bensì individuare certe costanti in una parte della narrativa italiana recente. Io non so se Tortuga sia coerente con il New Italian Epic: più che altro è coerente con certi aspetti del mio lavoro. Dare una classificazione al romanzo è compito dei critici, non mio.

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