Archivio di Dicembre, 2008

E se Andreotti fosse un androide?

Giulio Andreotti
È da poco in libreria Giulio Andreotti - Parola di Giulio (Aliberti Edizioni), una guida ragionata all’andreottismo, ragionata dall’angolazione dell’autore, Francesco Specchia, giornalista di Libero. Che, per raccontarci questa lungo pezzo di storia d’Italia, parte da un’ipotesi paradossale: Andreotti non è umano, è in realtà un robot, un computer di fattezze vaticane uscite da un romanzo anni Cinquanta di Ray Bradbury o di Richard Matheson, un extraterrestre col capoccione, lo scafandro e gli occhi da insetto.
Per Specchia Giulio Andreotti è uno spettro in pelle sintetica e silicio dotato d’un residuo d’anima e inviato da un altro pianeta: un ammasso di circuiti benedetti dallo Spirito Santo, incaricato di fare da guardaspalle alla Storia e in grado di accendere solo un’emozione alla volta. L’infanzia quindi di Andreotti non è mai veramente esistita, tutto è stato abilmente contraffatto: la nascita in un palazzo senza riscaldamento, le foto col grembiulino e le pagelle alle elementari Armellini di Roma, le partite della Roma seguite da Piazza Colonna, la cotta per Mary Gassman? Tutto contraffatto.
”Dubitiamo anche della signora Livia stessa. Qualcuno si ricorda, in sessant’anni di onnipresenza politica, di aver mai visto la signora Livia al braccio del marito in cerimonie ufficiali, a feste, nella sede del partito, durante le campagne elettorali?”, scrive Specchia. E dubitiamo anche della nascita dei figli, presenti sì in qualche fotografia, ma senz’altro ritoccata. ”Sentite qua, Andreotti è piombato direttamente sulla Terra nei panni di sottosegretario del Presidente del Consiglio De Gasperi, il quale era stato abducted, rapito da un disco volante sulla battigia di Ostia, e ipnotizzato alla bisogna”, afferma sempre Francesco Specchia, giornalista, scrittore e conduttore di programmi per TeleLombardia. Insomma, un’altra originale interpretazione di un uomo che continua a esercitare un enorme fascino col suo carattere misto di ironia e mistero. Un’altro volume che si aggiunge alla lunga fila di libri dedicati al Divo.

Angeli del filo spinato? Un falso sull’Olocausto. E l’editore non lo pubblica

La sua storia d’amore e prigionia in un campo di concentramento in Germania era inventata e per questo motivo un ex deportato ebreo che oggi vive in Florida non la vedra’ pubblicata, nonostante in America il suo Angel at the Fence (Angeli del Filo Spinato) sia già stato annunciato come uno dei libri-verità sull’Olocausto più attesi dell’anno.
L’editore, la Berkley Book di New York, si è rifiutato di farlo uscire dopo che Herman Rosenblat ha confessato all’editore di essersi inventato di sana pianta alcuni dei passaggi chiave delle sue memorie, e di aver abbellito e romanzato gran parte della storia.
Il rifiuto della pubblicazione ha avuto un’eco straordinaria negli Stati Uniti soprattutto perché Herman Rosenblat e la moglie Roma Radzicki erano già stati ospiti in alcuni programmi televisivi di grande successo, primo fra tutti lo show della conduttrice Oprah Winfrey, che aveva descritto il libro come “la più grande storia d’amore” da lei incontrata in 22 anni di carriera. La sua storia diventerà comunque un film. Ma - a scanso di equivoci - è già stato annunciato come una pellicola di pura fiction.

Hemingway restaurato. Ecco i nuovi testi inediti

Studiosi cubani e stranieri avranno accesso dal prossimo 5 gennaio a documenti inediti dello scrittore statunitense Ernest Hemingway che sono stati restaurati e digitalizzati. Tra i documenti ci sono manoscritti come l’epilogo di Per chi suona la campana ed una copia della sceneggiatura del film Il vecchio e il mare basato sul suo libro omonimo, ha informato Ada Rosa Alfonso, direttrice della Casa Museo Hemingway, in dichiarazioni riprese dall’agenzia Prensa Latina.
Altri documenti di interesse sono alcuni cifrati, che secondo gli studiosi confermerebbero l’ipotesi della presenza di sottomarini tedeschi che si rifornivano di petrolio nella costa nord di Cuba durante la II Guerra Mondiale.
In un futuro saranno messi a disposizione altri mille documenti, fra cui, lettere, mappe e manoscritti che corrispondono al periodo di quasi 20 anni di creazione prolifera nel suo soggiorno a Cuba.
I documenti potranno essere consultati anche nella Biblioteca Kennedy di Boston, frutto dell’accordo bilaterale firmato nel 2002 tra il Consiglio nazionale cubano del patrimonio culturale e il Consiglio di inchieste delle scienze sociali degli Stati Uniti.
La Casa Museo Hemingway si trova a L’Avana, in Finca Vigia, casa acquistata dallo scrittore nel dicembre 1940 e restaurata recentemente così come lo yacht Pilar, donati al governo cubano secondo l’ultima volontà dello scrittore, morto nel 1961 negli Stati Uniti. In Finca Vigia sono rimasti due mila documenti circa fra lettere e manoscritti di opere, 900 mappe, tre mila fotografie e nove mila libri e riviste, la cui digitalizzazione è in corso.

Vauro lascia la satira e torna alla letteratura

Islam in preghiera per l'inizio del Ramadan
Alcuni fedeli sul tetto della Moschea di Baghdad, Iraq, in attesa dell’inizio del Ramadan

Chi conosce di Vauro il tratto tagliente della matita e quello altrettanto tranciante delle parole, è quasi obbligato a etichettarlo come un disegnatore satirico e basta. E invece non è così, perché questa definizione non rende merito a un sensibile e attento osservatore del nostro mondo. Che non scrive sulle ali dell’immaginazione. Vauro ha conosciuto la Baghdad di oggi, pericolosa ma ancora affascinante, che fa da sfondo a Il mago del vento (Piemme, pag.343 - 17,50 euro).

La Baghdad appena uscita dal giogo della tirannia di Saddam Hussein (per cadere in quella dell’anarchia, del tutti contro tutti, della violenza quotidiana e cieca mascherata da integralismo,) è la città in cui vive Fahim, un giovane che ha un rapporto strettissimo, quanto strano, con i piccioni che volteggiano sui tetti della città e ai quali, creando cerchi immaginari nell’aria con il suo bastone, quasi impone le traiettorie. Un giovane che vede la sua vita incrociarsi con quella di un altro ragazzo: indossa una divisa diversa da quella dei tanti che ormai vedono le loro ossa marcire nel deserto, vittime dell’invasione americana. Un libro talvolta anche tenero, guarda con non celata delicatezza alle storie che sembrano alimentarsi dalla paura del presente (all’insegna dell’incertezza e con il dramma a un passo dal manifestarsi), pur lasciandosi cullare dalla speranza che tutto potrà cambiare.

Il Vangelo secondo Biff, amico d’infanzia di Gesù

Abbazia nel Dorset

È Natale, tempo di rispolverare le sacre scritture, tempo di leggere il vangelo, il Vangelo secondo Biff (Elliot pp. 580, € 18,50). Sì perché da oggi i Vangeli ufficiali non sono più quattro ma cinque grazie a una direttiva che arriva dalle alte sfere (celesti) che hanno spedito l’angelo Raziel, ottuso quanto bello, sulla terra per risvegliare Levi detto Biff, il migliore amico di Gesù, e costringerlo a scrivere le sue memorie. Se vi siete sempre chiesti cosa “diavolo” avesse fatto il Messia tra l’infanzia e l’età adulta, ebbene questo vangelo dischiude le porte sul mistero in questione.

Gesù è tormentato fin dal piccolo da due questioni, il suo destino e il sesso. Il primo, ineluttabile, deve compiersi e il secondo gli è proibito, o almeno così il figlio di Dio e Biff intendono dalle parole poco chiare dell’angelo. Per comprendere a fondo la sua natura divina, che lo terrorizza e lo attrae, Gesù decide di mettersi in viaggio alla ricerca dei magi e della loro saggezza; anche perché dall’alto non arriva nessuna indicazione in merito, anzi non arriva nessuna indicazione in assoluto. Per capire il peccato invece si affida all’amico e al racconto delle sue prime esperienze in fatto di donne. Biff non solo si farà carico del “pesante fardello” di esplorare le gioie dell’amore per riferire della questione peccaminosa ma, conoscendo l’ingenua bontà di Gesù, deciderà di accompagnarlo nel suo viaggio verso Oriente.

I due ragazzi affronteranno il deserto e i monti per arrivare da Baldassarre in Afganistan e apprendere gli insegnamenti di Confucio e la via del Tao. Dopo anni di apprendistato si dirigeranno verso il Monastero della Giovane Foresta in Cina, per incartare Gaspare - che scopriamo essere Bodhidharma, il monaco indiano a cui si deve l’invenzione del Kung Fu - che insegnerà loro la meditazione, il respiro, l’arte del combattimento e la parola del Buddha. Ultima tappa, l’India misteriosa e cruenta, alla volta di Melchiorre.

Tra demoni, monaci Shaolin, seguaci di Kali, sacrifici umani, concubine cinesi, alchimia, arti marziali e persino l’abominevole uomo delle nevi, Christopher Moore porta in scena con dissacrante ironia ma estrema delicatezza, una storia meravigliosa di amicizia. Chi salverà il salvatore da sé stesso e dalla sua inumana solitudine? Solo un cialtrone, a cui si deve il copyright sull’invenzione del sarcasmo, che da sempre si prende cura, si confida, litiga, si azzuffa e manda a quel paese, insomma si comporta da amico con Lui.
La prosa sopra le righe, frizzante, sarcastica - resa alla perfezione dalla traduzione di Chiara Brovelli- dona alle pagine “il dono della colla”, quello per cui non ci si può staccare nemmeno un secondo dalla lettura nonostante la mole del romanzo. Non è facile far ridere fino alle lacrime e allo stesso tempo offrire gatte filosofiche da pelare, coinvolgere con il ritmo dell’avventura e suscitare tenerezza, e allora Il Vangelo secondo Biff è forse uno dei migliori libri degli ultimi tempi. Un libro la cui morale è: “Si può davvero insegnare yoga a un elefante? No. Ma stiamo parlando di Gesù, e nessuno sa che cosa avrebbe potuto fare.”

Il futuro dell’America è donna. A fumetti

Sarah Palin

Le elezioni americane di per sé rappresentano sempre un evento politico e mediatico per eccellenza che non coinvolge soltanto gli elettori americani ma cattura l’attenzione del mondo intero sia per l’interesse politico sia per la curiosità di sapere chi guiderà l’ultima grande potenza mondiale.
Quelle del 2008 possiamo affermare senza ombra di smentita che verranno ricordate negli anni a venire come l’evento per eccellenza dal momento che hanno visto la vittoria di Barack Hussein Obama alla Casa Bianca.
Ma per gli elettori a stellestrisce non c’è stata soltanto l’elezione del primo afroamericano come quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti d’America, infatti l’altro elemento non secondario che ha caratterizzato questa campagna elettorale, tra le più accese degli ultimi anni, è stato la presenza di figure femminili di un certo spessore e carattere a cominciare dalla nuova First Lady, Michelle. Per questo motivo l’editore di Washington, Bluewater Productions, ha deciso di realizzare una serie di pubblicazioni a fumetti che raccontino le biografie delle donne che occuperanno la scena politica futura. In molti sono infatti convinti che dopo un presidente di colore sia giunto il momento di avere un presidente donna.
Il primo volume, che uscirà a gennaio 2009, sarà dedicato a Hillary Clinton che dopo essere stata First Lady lei stessa, ha sfidato Obama nelle primarie cedendo solo alla fine e adesso ricoprirà il prestigioso incarico di segretario di stato.
Il secondo volume, uscirà a febbraio e riguarderà Sarah Palin la discussa governatrice dell’Alaska scelta da John McCain come suo vicepresidente e che potrebbe diventare lei stessa candidata per i repubblicani alla Casa Bianca alle prossime presidenziali.
Per concludere, almeno per il momento, ad aprile verrà pubblicato il volume dedicato a Michelle Obama appunto la nuova First Lady che con la sua figura sta già facendo sognare le donne di tutto il mondo. Ormai è certo che il futuro dell’America è donna.

Morto Samuel Huntington, teorico dello scontro di civiltà

Se ne è andato uno dei giganti della vita intellettuale americana della seconda metà del secolo. È morto Samuel Huntington, uno dei più influenti politologi statunitensi, autore del celeberrimo Lo scontro delle civiltà. Professore all’Harvard University, Huntigton - ha reso noto il web site dell’università - è morto all’età di 81 anni. Il best-seller del 1997 era nato da un articolo pubblicato nel 1993 su Foreign Affairs. Huntington, che era andato in pensione l’anno scorso dopo 58 anni di insegnamento ad Harvard, è morto il 24 dicembre a Marthàs Vineyard, Massachussetts e il sito dell’ateneo non ha riportato le cause della morte. è stato co-autore o editore di 17 libri, in gran parte sul governo degli Stati Uniti, democratizzazione, politica militare, relazioni civili-militari e sviluppo politico.
Ne Lo scontro delle civiltà e il rifacimento dell’ordine mondiale, del 1996, tradotto in 39 lingue, il politologo spiegò a fondo il punto di vista che gli diede la notorietà, secondo il quale “la fonte di conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente nè di ideologia nè economica. Le grandi divisioni dell’umanità e la fonte di conflitto principale saranno legate alla cultura. Gli Stati nazionali rimarranno gli attori principali nel contesto mondiale, ma i conflitti più importanti avranno luogo tra nazioni e gruppi di diverse civiltà, che dominerà la politica mondiale”.
Huntington nacque a New York il 18 aprile del 1927. Suo padre Richard era direttore editoriale ed editore, mentre la madre, Doroty Sanborn Phillips ebbe un breve passato di autrice. Laureatosi a Yale a 18 anni, ottenne il dottorato di ricerca ad Harvard, dove insegò ininterrottamente dal 1950.
Una vita tra i democratici, Huntington fu consulente di politican estera di Hubert Humprey nella sua campagna presidenziale del 1968 e fece parte del Consiglio nazionale di sicurezza della casa Bianca (1977-78) di Jimmy Carter.
Tra i suoi libri: Il soldato e lo Stato: teoria e politica di relazioni civili e militari (1957); L’ordine politico nella società che cambia (1968); La crisi della democrazia: la governabilità delle democrazie (1976); La terza ondata: democratizzazione alla fine del XX secolo (1991) e Chi siamo noi? Le sfide dell’identità nazionale americana (2004).

Il cielo in una stalla. Intervista a Erri De Luca

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Infinito Edizioni ha appena pubblicato Il cielo in una stalla, racconto di Erri De Luca in cui si parla della seconda guerra mondiale e di un gruppo di uomini, tra i quali il padre dell’autore, alla ricerca della salvezza. I proventi del racconto andranno all’associazione Antigone da tempo impegnata sul fonte dell’assistenza nelle carceri italiane. Panorama.it ha incontrato l’autore.
Il cielo in una stalla è scritto in terza persona anche se è una storia personalissima quella che lei racconta, quella di suo padre. Che ruolo ha per lei la memoria?
Credo che la storia passi da una generazione all’altra attraverso la voce e l’ascolto dei racconti. È la voce che ha forza di rappresentare tutti gli altri organi di senso coinvolti: ascoltavo e potevo vedere il tempo precedente, potevo essere toccato dalla sua asprezza, potevo annusarlo e rigiramelo in bocca con lo sputo. Mio padre raccontava poco. Questo mi forzava a integrare con l’immaginazione. Le persone della mia storia - non posso chiamarli personaggi perchè non li ho inventati io - cercavano scampo e basta, a costo di lasciarsi dietro tutti gli altri. Avevano per traguardo il miraggio della libertà apparecchiata e pronta sull’isola di fronte, mentre la terraferma era prigione e agguato. È il contrario del destino delle isole, da sempre pensate come reclusioni, al punto da piantarci sopra i penitenziari.
Lei è una persona che sembra aver lottato tutta la vita. Dall’impegno politico con Lotta continua fino all’incontro con la scrittura. Cosa vuol dire per lei lottare? E come la parola, in questo senso, può essere d’aiuto?
Ho preso parte alle lotte politiche degli anni ‘70 e sono stato membro della sinistra rivoluzionaria dell’Italia di allora, ma non posso dire di avere lottato tutta la vita. Non sono un impegnato, sono uno che ha preso degli impegni. Oggi la scrittura è per me un modo di tenermi compagnia e tenerla a chi ha voglia di farsi raccontare una storia da me, non è un impegno né una continuazione della lotta con altri mezzi. Mio padre si rammaricò di non avere lottato, di non essersi arruolato nelle formazioni della resistenza, di avere pensato ai fatti suoi. Mi ha trasmesso il suo rammarico, la sua omissione. Si eredita il debito di un padre, perciò io mi sono battuto quando era il tempo.
Lei è un appassionato di alpinismo. Perché?
Fare alpinismo, scalare è il mio tempo festivo, la mossa all’aria aperta del corpo che risale. Mi ascolto respirare a ritmo di una canzoncina mentre sposto il peso da un appiglio all’altro. È un modo per me di allontanarmi, di staccarmi, percorrere un tratto di deserto dove la nostra specie è scarsa o assente. Scalare è un entusiasmo fisico, niente di più.
Ma è anche un profondo conoscitore della Bibbia. Cosa la affascina di più?
Della scrittura sacra amo che non sia letteratura, che non voglia accattivarsi il lettore. È una storia che impone al lettore di spostarsi, di percorrere le sue piste impossibili. Nessuno può identificarsi con Mosè, con Abramo. Ho studiato l’ebraico antico perché è la lingua madre del sacro arrivato fino a noi. Poterlo leggere dà a me ultimo arrivato la vertigine di essere contemporaneo dei primi.
Il suo testo In nome della madre è in tournée in alcuni teatri italiani. Cosa l’ha affascinata del personaggio Maria? In cosa risiede la sua modernità?
Maria/Miriam è una ragazza madre, incinta prima delle nozze e non del suo sposo. È una storia fuorilegge sostenuta da una forza di combattimento di lei contro il mondo intero e sostenuta dall’amore del suo sposo Giuseppe/Iosèf, che è come lei un ragazzo. Nessun evangelista scrive di lui anziano. In più lei si trova a partorire da sola in un riparo di fortuna e fa tutto da sola, compreso il taglio del cordone e il nodo all’ombelico del neonato. È una combinazione di forza sacra e forza di natura Miriam/Maria, ebrea di Galilea.
Quando si scrive spesso accade di non pensare al futuro né tantomeno al prossimo libro. C’è però un’idea alla quale quanto prima le piacerebbe lavorare?
Il prossimo libro l’ho già scritto e ora sono in trattativa con l’editore. È una storia all’aria aperta, nessuna città nei paraggi.

Morto il premio Nobel Harold Pinter

”Ho scritto 29 piece in 50 anni, non è abbastanza? Certamento lo è per me”. Harold Pinter amava ripetere questa frase negli ultimi anni, segnati dalla malattia che lo aveva colpito nel 2002, dalla soddisfazione di aver avuto il Premio Nobel nel 2005, ma anche dalla rinnovata voglia di impegno politico e di difesa dei diritti civili, che lo aveva fatto attaccare duramente Bush e Blair.
Lo scrittore, scomparso a Londra all’eta di 78 anni, aveva infatti già consegnato la sua opera al passato, vendendo il suo archivo alla British Library, giusto un anno fa per 1.65 milioni di euro. Centocinquanta scatoloni contenenti lettere, manoscritti, fotografie. Tra le gemme preziose quella del capitolo segnato dalla sua amicizia con Samuel Beckett, con il quale condivideva la passione per cricket e il rugby, ma anche ovviamente quella teatrale.
Non è certo un caso, anzi indica la forza di suggestione che ha la sua opera, il fatto che dal nome di Harold Pinter sia nato un aggettivo, pinteriano, che segue, ma si diversifica da beckettiano, derivato dal nome dell’autore di cui è sempre stato considerato un po’ l’erede. Il primo esprime comunque un disagio, una sensazione forte di incertezza e timore, mentre l’altro ha un sapore di catastrofe e smarrimento più totale.
Raramente un autore è stato così immediatamente metaforico per forza poetica, per qualità e invenzione drammatica come Harlod Pinter, che era considerato da tempo un classico del Novecento. Non si è mai tirato indietro davanti all’impegno civile e col tempo è passato da una vena più esistenziale a una più decisamente politica mantenuta fino all’ultimo. Di pochi mesi fa il suo ultimo appello per fare giustizia ed individuare i responsabili dell’uccisione di Anna Politkovskaia.
Il suo impegno radicale contro ogni prevaricazione del potere, anche quello democratico, e in nome della pace, che diventa pubblico negli anni del governo Thatcher, lo avvicina, per certi versi, a un altro premio Nobel, Dario Fo. L’impegno lo avvicinò anche ad Arthur Miller con il quale nel 1985 fu protagonista in Turchia di una violenta denuncia dell’oppressione politica che costò ad entrambi la cacciata: ne nacque la commedia Mountain language.
Ma tanto fu diretto nella vita quanto invece allusivo sulla scena, dove diede vita al teatro della minaccia (”La vita di ognuno di noi è sempre minacciata e incerta. Viviamo nella repressione e fingiamo di vivere nella libertà”). La sua è l’arte di scrivere per sottrazione, costruendo personaggi e vicende esemplari, sganciate da ogni contingenza. E nonostante questo riuscendo a farli sentire vivi, concreti, esemplari.
Vale per le figure dei primi drammi anni Cinquanta e Sessanta, dal Calapranzi al Guardiano, come per quelli più politici degli ultimi venti anni, da Il bicchiere della staffa a Ceneri alle ceneri, passando per le tragicommedie che trattano apparentemente dell’amore e delle sue menzogne, da L’amante a Tradimenti, ma che forse parlano di inganni ben più profondi e esistenziali, della morte inevitabile di illusioni e speranze.
Pinter, nato ad Hackney, un sobborgo di Londra, il 10 ottobre 1930, iniziò la sua carriera teatrale come attore, prima frequentando grandi scuole di recitazione, poi girando l’Irlanda con una compagnia shakespeariana con lo pseudonimo di David Barron. La sua carriera di drammaturgo iniziò, quasi per caso, nel 1957, quando scrisse per un amico in quattro giorni un atto unico intitolato La stanza. Del 1958 il celebre Festa di compleanno, in cui due ignoti visitatori piombano a casa di un giovane misantropo che vive isolato. Ancor maggiore impatto suscita i lavoro di Pinter quando gli argomenti diventano più drammatici, e si capisce che il riferimento è, per esempio, alla tragedia dei desaparecidos argentini in Il bicchiere della staffa del 1984 o alla Shoah in Ceneri alle ceneri del 1996.
Autore del suo tempo, Pinter ha anche scritto testi radiofonici, volumi di poesia e sceneggiature per il cinema, legando il suo nome a film di qualità e successo, come La donna del tenente francese di Reisz, per cui è stato candidato all’Oscar e al Golden Globe, Cortesie per gli ospiti di Schrader, Messaggero d’amore di Losey. Ha adattato per il cinema anche il capolavoro di Proust, mai realizzato e uscito solo in volume.

Qual è il libro più bello del 2008?

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Il 2008 non ha fatto registrare nessun grande caso editoriale di quelli che fanno discutere e che vendono milioni di copie in tutto il mondo, modello Saviano e la Rowling. Comunque non sono mancati i bestseller che hanno scalato le classifiche e che per un motivo o per l’altro hanno avuto successo. Pensiamo agli esordienti Giordano e Cibrario che si sono anche aggiudicati rispettivamente lo Strega e il Campiello, o al libro postumo della Fallaci che racconta la storia della sua famiglia. Da sottolineare anche il saggio del ministro dell’Economia Tremonti che ha per certi versi anticipato la crisi finanziaria. Ma forse i libri che più hanno catturato l’attenzione dei lettori sono quelli dello scrittore svedese Larsson con la sua Trilogia Millenium e da ultimo la saga di giovani vampiri adorati dai teen ager dell’autrice americana Stephenie Meyer.

 

 

 

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Perdas de Fogu, il collettivo Mama Sabot e Massimo Carlotto alle prese con le pietre di fuoco

Dorgali
Il noir sociale, quello alla Ellroy per intenderci, declinato in salsa mediterranea à la Jean Claude Izzo sempre per intenderci. Ma in “Perdas De Fogu” (E/O pp 159, € 15) del collettivo sardo Mama Sabot in compagnia di Massimo Carlotto, c’è di più. C’è una pianificazione a tavolino degli intenti narrativi, un meticoloso lavoro di inchiesta che parte dai “magheggi” romani, passa per gli interessi della Nato e arriva sino al cuore della Sardegna. Un cuore, sporco, velenoso, radioattivo. Letale per le bestie che pascolano quanto per gli uomini, soldati e pastori, che ci vivono trattati alla stregua di cavie da laboratorio.
Perdas de Fogu, le pietre di fuoco, è il poligono Salto di Quirra, il più grande d’Europa, un luogo in cui le industrie del settore racconta Mariella Cao del Coordinamento Sardo “Gettiamo le Basi” al settimanale on line “Palamito News“, testano armi e mostrano agli acquirenti, come in una fiera, il loro potenziale. Un luogo militare, pubblico quindi, “affittato” a privati, due o tre multinazionali a rotazione, per miliardi di euro, tra cui l’Alenia, la Fiat - Iveco, l’Oto-Melara, l’Aerospatiale, la Oerlikon Contraves S.p.A - oggi Rheinmetall - che già quarant’anni fa iniziò a sperimentare le munizioni all’uranio usate poi in Kossovo.

Quello che accade entro il perimetro della struttura è praticamente un mistero coperto da segreto militare e da segreto industriale, quello che accade nei dintorni dal 1988 no: su 150 abitanti della frazione di Quirra sono stati registrati una ventina di casi di leucemia o tumori del sistema emolinfatico, le stesse patologie riscontrate in certi soldati reduci della guerra del Golfo e dei Balcani dopo l’esposizione all’uranio. L’Italia ufficialmente non utilizza armi radioattive, ma altri Paesi, che testano il proprio arsenale a Pedras de Fogu, come gli Stati Uniti, hanno in dotazione questo tipo di armamento. Eppure l’uranio impoverito ha effetti devastanti solo se esposto ad altissime temperature, come quelle prodotte dalla detonazione. Cosa c’è quindi nell’aria, nella terra, nell’acqua della zona?
Il romanzo si apre con una scena da film postatomico di sereie b, una veterinaria esamina degli agnellini, hanno le orecchie al posto degli occhi. Mama Sabot, non inventa nulla, e infatti oltre agli animali deformi nell’Ogliastrino sono nati bambini senza il cervello, e sono stati rilevate tracce di plutonio e di nanoparticelle, come a Chernobyl.
Per il collettivo di nove scrittori e per Carlotto si tratta di portare in scena una realtà ai limiti della fantascienza e della fantapolitica attraverso i canoni del noir, traslando sul palcoscenico della narrazione personaggi tipici del genere come il barista dal passato torbido Sebastiano, il disertore Pierre, Nina la veterinaria travolta dagli eventi e costretta a fare i conti con il suo lato oscuro, Tore il miserabile cattivo da operetta, alcuni mercenari ed ex contractor, militari e politici corrotti, criminali di mezza tacca, agenti dei servizi deviati a cavallo tra la macchietta e il Pete Bondurant di American Tabloid. Personaggi disperati, senza via d’uscita, stretti nell’angolo dal destino, il cui futuro per forza di cose è segnato. Il nume tutelare in questo caso è, come già detto. Izzo.
Forse il libro poteva essere più corposo e trovare un equilibrio migliore tra fiction e non-fiction, l’inchiesta e la faccenda del poligono rimangono un po’ troppo sullo sfondo ed è la parte noir a prevalere, quella dell’intreccio. Non era un compito facile e forse il registro narrativo aveva bisogno di un afflato più “epico” e “complesso” ma è comunque un buon romanzo di genere da leggere tutto d’un fiato in grado di far scorgere la punta dell’iceberg, un iceberg radioattivo.

Piero Ciampi illustrato, immagini e musica di un poeta irregolare

Piero Ciampi

Un mondo quasi perfetto: il libro scritto da una iena


Di Marida Caterini
Luigi Pelazza, la “Iena” di Italia uno che si occupa di servizi “scottanti” (qui alcuni video su youtube), mette nero su bianco e racconta la propria esperienza investigativa svelando tutto quello che in video non è mai potuto essere trasmesso. Il libro da lui scritto che si basa proprio suoi servizi “caldi” realizzati da un capo all’altro del mondo, è nelle librerie dall’11 dicembre ed ha per titolo Un mondo quasi perfetto ( casa editrice Zero/91, 190 pagine, 15 euro). Il testo è anche l’occasione per l’autore di riflettere sui reportage realizzati all’interno della trasmissione Le Iene: diamanti insanguinati, immigrazione clandestina, zingari, racket del caro estinto in Campania, pedofilia. Pelazza racconta anche il dramma di chi è costretto a vendere un rene per vivere, fa parlare i carcerati nelle prigioni di Caracas, avvicina umili e potenti. Tematiche sulle quali investiga alla ricerca, se non di risposte, di motivi, sfruttando la sua esperienza personale di ex Carabiniere. Impegnato in prima linea nel programma Le Iene, non recede di un passo neppure di fronte alle minacce: nel libro sono trascritte anche le due lettere di intimidazione inviategli in tempi differenti da esponenti della camorra napoletana a seguito delle inchieste realizzate in terra campana sui traffici illeciti di clan malavitosi. “Non saprei fare altro” svela Pelazza, “il mio è un impegno civile che sento dentro e porto in una grande trasmissione come le Iene, per far arrivare un messaggio positivo al vasto pubblico televisivo”: Insomma indaga il male, non limitandosi solo a raccontarlo, sperando nel bene che potrebbe fare capolino quando si pensa di aver toccato il fondo.
” Ricordo”, continua, “la rabbia provata quando mi occupai di quei bambini del Congo ripudiati e spesso ammazzati dai genitori convinti che avessero dentro una entità malvagia. Frutto di drammatiche superstizioni ancora dure a scomparire”. Pelazza indaga, consapevole che, quando si va troppo avanti, si può mettere a rischio anche la propria vita.

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