La copertina del libro
Se l’occhio di chi guarda influenza gli eventi e la lettura della storia, che ruolo possono aver avuto i grandi osservatori spaziali sparsi per il mondo sulla lettura che si è data delle stelle nell’ultimo secolo? Giuseppe Gavazzi, astronomo e professore di astrofisica all’Università di Milano Bicocca, ha raccolto in un libro le sue trentennali esperienze negli osservatori più prestigiosi, con tanto di disegni e acquerelli da lui stesso realizzati e racconti delle nottate migliori e di quelle più sfortunate, dove il clima avverso ha vanificato magari anche mesi di lavoro servito a guadagnarsi qualche notte di osservazione. La colorata lentezza delle galassie, edito da Marsilio, è un libro che ha almeno due chiavi di lettura. Una più marcatamente scientifica, che racconta la storia delle scoperte astronomiche, come sono andate affermandosi alcune teorie che poi hanno preso il sopravvento su altre, spiega alcuni fondamenti della ricerca astronomica e, con un’appendice, offre anche gli strumenti pratici per calcolare la massa degli oggetti astronomici. L’altra chiave è quella squisitamente autobiografica, che si presenta in forma di brevi capitoletti che intervallano il racconto e si arricchisce di foto e disegni dell’autore.
A partire dalla seconda metà del libro, quando Gavazzi racconta di come a un certo punto i suoi colleghi si siano innamorati del concetto di materia “oscura”, divenuto poi permeante nell’astronomia odierna, si fa sempre più forte un senso di nostalgia verso un certo modo di fare ricerca. Quella di oggi è per Gavazzi una scienza col paraocchi e troppe certezze in tasca, la Big Science su cui convergono investimenti pesanti, nella quale non c’è più molto spazio per la cowboy astronomy, soprannome dato alla scienza vissuta come gioco e atto creativo, nel quale lo scienziato è pronto a farsi stupire.
Leggendo il libro si imparano molte cose, si gira il mondo visitando alcuni dei luoghi più incantati (e meno illuminati) del pianeta, e si matura un certo desiderio di poter guardare in prima persona con i propri occhi ciò che Gavazzi osserva da sempre. Lui, nonostante la trentennale esperienza, le cattedre, la fama internazionale, gli articoli pubblicati sulle più prestigiose riviste scientifiche, si vede ancora come si dipinge nell’autoritratto di copertina: un novello Piccolo Principe che, con un enorme cannocchiale, osserva il cielo prima di tutto a caccia di bellezza.
- Lunedì 1 Dicembre 2008

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