
La mia eredità sono io (Bur, pp. 644, euro 12) è di per sé un titolo che lascia poco di intentato su tempra e carattere dell’autore del libro. E, in effetti, mai titolo è stato più azzeccato. Il volume a cui dà il nome è una corposa antologia dedicata al più noto giornalista del ‘900, Indro Montanelli, ottimamente curata da Paolo Di Paolo.
Di quasi tutti i più grandi giornalisti del secolo scorso (Ansaldo, Prezzolini, Longanesi, Vergani) disponiamo da anni di un diario privato che - come ogni vero diario privato che si rispetti - è stato scritto e pensato come testimonianza pubblica post-mortem. Di Montanelli, fino ad oggi, no (l’anno prossimo, in occasione del centenario della nascita, dovrebbe uscire qualcosa di inedito che vi rassomiglia molto). E, come è ovvio, neppure questa antologia è un diario. Di più: raccolto in essa non c’è nulla di inedito o che possa scatenare pruderie emotive o pettegolezzi sentimentali.
Eppure, quanto a rappresentatività e fluidità, la scelta di Di Paolo si candida tranquillamente a sostituire qualsiasi quaderno privato. E a divenire così vero libro inedito, condensando, in poco più di 600 pagine, se non tutto il meglio di Montanelli, quantomeno ciò che lo rappresenta nel miglior modo possibile.
Di Paolo attinge a un materiale sterminato: quasi tutti i libri del giornalista di Fucecchio, oltre che ad un campione dell’elenco infinito dei suoi articoli. E traccia così un ritratto significativo del fondatore del “Giornale”, che ha tra l’altro il merito di riflettersi come uno specchio concavo lungo tutto il nostro Novecento.
Così, se nelle prime pagine dell’antologia si trova un insolito Montanelli biografico, quasi intimista, che racconta “le ragioni per cui, al fonte battesimale, mi fu impartito questo nome”, nel libro trovano pure spazio i migliori ritratti delle “figure” e dei “figuri” del secolo scorso, da Padre Pio a Enzo Ferrari, da Vittorio De Sica ad Alcide De Gasperi.
C’è poi il Montanelli che, ancora fascista, arruolato come volontario, racconta la campagna d’Etiopia, e c’è quello già più disincantato e in odore di fronda, che migra in Estonia come direttore dell’Istituto di cultura di Tallin. C’è, com’ è ovvio, il Montanelli storico e il Montanelli polemista; ma c’è anche il corsivista (come dimenticare il “controcorrente” che appariva quotidianamente sul “Giornale”?), l’osservatore del costume, il commentatore politico, l’affettuoso intrattenitore di corrispodenze epistolari nella “Stanza” del Corriere della Sera.
Ma il vero pregio dell’antologia risiede forse in un’altra visuale, finora rimasta velata anche dagli studi dei curatori e biografi più attenti. E cioè quella del Montanelli “letterato”. Definizione, questa, che al diretto interessato non sarebbe piaciuta affatto, considerata la sua poca empatia nei confronti dell’Accademia e dei suoi riti (ed infatti, come ricorda Di Paolo nella postfazione, “guardava all’ambiente degli scrittori di professione con diffidenza”). Ma che a sette anni dalla scomparsa, e nell’imminenza del centenario della nascita, non soffre affatto della contingenza dettata dal quotidiano e dai suoi ritmi, proprio grazie - scrive Di Paolo - a quella “lingua di un vero scrittore nelle mani di un giornalista”.
- Venerdì 5 Dicembre 2008

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