Se domani farà bel tempo, diario di un rampollo milanese

Se domani farà bel tempo

di Michele Lauro

Nel 2004 il romanzo pop Instant Love e, l’anno seguente, il best seller Eros. Lo giuro, biografia di Eros Ramazzotti, hanno consacrato il trentottenne torinese Luca Bianchini come un narratore dalla penna ariosa, leggera e coinvolgente. Anche l’ultimo romanzo, Se domani farà bel tempo (Mondadori 2007), grazie alla consueta agilità di scrittura si legge tutto d’un fiato, ma scende più in profondità sulla strada dell’analisi introspettiva e dello spaccato sociale. Travestito da rampollo, Bianchini si è documentato sul campo raccogliendo le confidenze dei giovani della Milano bene. Li ha seguiti sulle piste dei locali alla moda, ne ha afferrato il linguaggio, le abitudini, le paranoie. Così è giunto a dar corpo a Leon, il protagonista che in prima persona registra come un sismografo il diario delle proprie imprese, consumate fra il “triangolo d’oro milanese” (corso Como, via Borgonuovo, via Senato) e le spiagge di Ibiza e Biarritz. Troppi soldi (settemila euro al mese la paghetta di mamma, più arrotondamenti vari), troppo sesso (ragazze-prede schedate al primo sguardo, da far cadere con un fascio di rose o un paio di scarpe o una cena di lusso), troppa coca (la “barella” che finisce per diventare il palliativo globale alla mancanza di senso), una famiglia sghemba e disgregata che ne avvolge lo status di eterno ragazzo condividendo in fondo i suoi vizi e la sua depressione. È divertente e perfino urticante, in alcuni passaggi, la prima parte del romanzo: il linguaggio domestico, per nulla attenuato dalla finzione letteraria, si dispiega al meglio nelle frasi smozzicate al telefonino, sintesi di una comunicazione parcellizzata, vuoto ripetersi di cliché, trionfo dei puntini di sospensione. Anita, la ragazza che ama (ma non abbastanza da preferirla alla polvere bianca), lascia Leon e si fa una storia con il suo migliore amico. In un crescendo d’ansia e di follia Leon trova conforto a casa del pusher sparandosi la coca in vena. È il baratro.
Le sponde dolci e rassicuranti delle colline del Chianti sono le quinte del colpo di scena, nella seconda parte. E hanno l’accento toscano e i modi spicci e schietti degli abitanti di un piccolo borgo antico, il profilo garbato dell’orizzonte e il gusto tanninico delle uve Sangiovese. I cieli pulsanti, finalmente vivi, rendono ragione del titolo del romanzo, ispirato all’incipit di Gita al faro di Virginia Woolf: “Sì, di certo, se domani farà bel tempo” disse la signora Ramsay. “Ma bisognerà che ti levi al canto del gallo” soggiunse. La catarsi passa dallo sporcarsi le mani, annullando la “distanza”, parola chiave dell’educazione ricevuta da Leon, simbolo dell’appartenenza esclusiva alla casta dei ricchi. Forse. O forse no.

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