Archivio del 2008

La vedova, il Santo e il segreto del Pacchero estremo: intrigo da ridere nel mondo dell’arte

Un particolare della copertina

Gaetano Cappelli ha il dono di una scrittura volutamente arzigogolata ma godibilissima, e sa raccontare storie in cui personaggi che di primo acchito sembrano assurdi, ma che sono in realtà perfetti tipi umani nostrani, si mettono irrimediabilmente nei pasticci. Quasi sempre lo fanno per soldi o per sesso, possibilmente entrambi. Proprio come accade nel nuovo romanzo La vedova, il Santo e il segreto del Pacchero estremo, edito da Marsilio, a Dario Villalta, gallerista con la passione per l’arte con la A maiuscola e costretto a “televendere” incomprensibili opere d’arte contemporanea, per le quali i riccastri suoi clienti sono disposti a sborsare cifre spropositate. La sua segreta passione per le belle vedove di una certa età lo condurrà a fare il passo più lungo della gamba, cimentandosi nella vendita, in un’asta segretissima, di una statua del Mantegna ritrovata in un’oscura casa di campagna in un paesino della Basilicata.

Tra pezzi grossi in odore di malavita, psicanalisti new age, chef truffatori, viveur da balera e scambisti infoiati, Cappelli è perfettamente a suo agio nel descriverci, spesso usando un dialetto lucano misto a molti altri idiomi (compreso uno spassosissimo lucano-latino) le avventure di Villalta condite di digressioni, tutte o quasi utili allo sviluppo della trama, in una farsa che trova in un hotel di super-lusso di fronte ai faraglioni di Capri il suo rocambolesco epilogo.

È il ritratto di un’Italietta in cui tutti vogliono tutto: fama, potere, immagine, trasgressione, ricchezza e, perché no, anche l’amore. Cappelli sfoggia la sua cultura in fatto di vini (del resto il suo romanzo precedente era Storia controversa dell’inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo), arte (sembra chiaro che disprezzi quella contemporanea, a cominciare dalla sua star globale Damien Hirst) e cucina, con qualche incursione, ampiamente segnalata per chi fosse facilmente scandalizzabile e volesse saltarla, nel mondo del porno. Il romanzo ha ritmo ed è divertente, e Cappelli ha il pregio di raccontare i luoghi che conosce, riuscendo così a costruire personaggi credibili pur nei loro eccessi. Il suo unico difetto è forse quello di rivolgersi troppo spesso direttamente al lettore, togliendogli a volte il gusto di immergersi completamente nella storia.

Kiki de Montparnasse, in libreria la musa di Man Ray

Kiki de Montparnasse
“Se siete stanchi dei libri scritti dalle signore della letteratura per entrambi i sessi, questo è un libro scritto da una donna che non è mai stata una signora. Per quasi dieci anni è stata a un passo dal diventare quella che oggi sarebbe considerata una Regina, il che, naturalmente, è molto diverso dall’essere una signora”. Le parole sono di Ernest Hemingway. Il libro di cui parla è Kiki, Souvenirs, volume di memorie apparso in Francia nel 1929 a firma di Kiki de Montparnasse, la donna che Man Ray ritrasse nella celebre immagine in cui posa di spalle, con la schiena nuda e segnata dai tipici tagli ad effe del violoncello.
Di Man Ray, Kiki de Montparnasse fu modella e musa ispiratrice. Frequentò il quartiere di Montparnasse a Parigi negli anni Venti, mentre la città viveva il suo periodo di più fertile creatività artistica. Conobbe Picasso, Modigliani e quella schiera di artisti (Kisling, Soutine, Calder, Utrillo) che allora barattavano con un pasto caldo opere che oggi sono nei più importanti musei del mondo. Con la sua penna tagliente, nei Souvenirs, Kiki seppe distillare aneddoti, personaggi, miseria, e creatività di quel momento d’oro dell’arte europea. In patria ebbe subito un successo strepitoso. Negli Stati Uniti la traduzione fu invece inserita nella lista dei libri proibiti insieme all’Ulysse di Joyce, ma la censura, anziché occultare il fenomeno, amplificò la curiosità del pubblico americano e ammantò i Souvenir di un’aura di leggenda.
Da poco meno di un anno quel volume è nelle librerie italiane col titolo Kiki de Montparnasse - Infinitamente prezioso (204 pagine - 16,50 euro), tradotto dalla casa editrice Excelisor1881 con l’originale prefazione di Ernest Hemingway. Ora, per i tipi della stessa casa editrice, arriva anche la versione graphic novel con i disegni di Catel e la sceneggiatura di José-Louis Bocquet, che negli scorsi mesi è rimasta salda ai primi posti delle classifiche letterarie francesi; s’intitola semplicemente Kiki de Montparnasse (377 pagine - 24,50 euro).
Fra le pagine scorrono gli stessi aneddoti che la trasgressiva bohémien raccontava nei Souvenirs. Bastano i titoli dei capitoli per intuire la materia di quelle memorie: “Le mie prime elemosine”; “Cerchiamo di scroccare un bagno”; “Il mio primo contatto con la vita d’artista non ha avuto successo”; “Di nuovo servetta”; “Un altro tentativo mancato di perdere la mia verginità”; “Conosco la droga”. Poi le cronache delle sue serate con i surrealisti. I racconti dettagliati delle notti trascorse nei locali di Monmartre. I pettegolezzi su Ezra Pound, Tristan Tzara, Jean Cocteau.
Testimone di un tempo mitico, Kiki è stata anche e soprattutto una delle prime donne emancipate del Novecento. Oltre che per la sua bellezza e la sua indipendenza sessuale, si è imposta come icona per la libertà del suo pensiero e la schiettezza delle sue parole. Come quando racconta uno dei sui primi lavori a soli dodici anni: “Dopo uno o due mesi di consegne, vengo ammessa al laboratorio di legatoria! Il mio primo incarico mi ha subito entusiasmata. Si tratta della rilegatura del Kamasutra. Là dentro vi era di che farmi arrossire e titillare il mio interno coscia con movimenti simili a quelli delle ali di un uccello che non spicca il volo. Avevo l’impressione d’avere costantemente tra le cosce uno scaldino emanante un dolce calore che mi risaliva amabilmente in tutto il corpo e si diffondeva nel ventre” scrive nei Souvenirs “Proprio quel che mi ci voleva, a me che sin da bambina avevo il fuoco tra le gambe”.

Kiki

Così gli scrittori stranieri raccontano Roma

Colosseo
Roma ha visto tutto, ma come è stata vista, e vissuta? Questa domanda e’ è decisiva per la sua identità, sia pure così complessa e, per forza di cose, indefinibile. Il viaggio a Roma è come la risalita alle sorgenti misteriose di un grande fiume. Per gli antichi il fiume era una divinità. E anche Roma è stata venerata come una dea. Si contano una prima Roma, una seconda, una terza, e persino una quarta. Non si tratta soltanto di fasi successive della stessa realtà, ma di rinascite e di imitazioni, talora in altri Paesi.
E ancora oggi, quando il Tevere non sembra più un grande fiume, il sogno di Roma resta intatto, infinito, patrimonio condiviso di una civiltà universale. Una città che affiora pagina dopo pagina nel volume Gli scrittori stranieri raccontano Roma a cura di Sergio Campailla (Newton Compton, pp. 368 - 20,00 euro).
L’imperatore Traiano affidò ad Apollodoro di Damasco il compito di raccontare le sue imprese in Dacia attraverso una colonna istoriata e a spirale, trascrizione di perduti Commentarii. Le grandi e piccole voci della letteratura hanno trovato nel tempo altri mezzi per testimoniare se stessi e il loro rapporto con la città eterna. L’identità di ognuno scaturisce dal confronto con l’alterità, oltre che dall’originalità delle testimonianze. Dunque, Roma in particolare nell’Ottocento, quando a arrivare sono i viaggiatori tedeschi dietro Goethe, e Keats e Shelley, Dickens e Browning, Madame de Stael e Stendhal, Hawthorne e James, Andersen, Zola, Gogol’ e tanti altri russi. Un viaggio emozionante, su tracce coperte da muschio, alla ricerca, attraverso il passato, di ciò che siamo, al presente.
Il volume, oltre a scritti e citazioni di autori celebri e classici, contiene saggi e interventi di Giulio Andreotti, Barbara Arnett Melchiori, Rossana Caira Lumetti, Sergio Campailla, Ludovica Cirrincione D’Amelio, Alessandra Contenti, Cesare De Michelis, Guido Fabiani, Marino Freschi, Mariapia Garavaglia, Cristina Giorcelli, Rita Giuliani, Giuseppe Izzi, Giulia Lanciani, Gert Mattenklott, Ornella Moroni, Franco Onorati, Catherine Payling, Eugenio Ragni, Claudio Rendina, William Vance, Gianni Venturi.

Lucille, piccolo capolavoro sulle trappole dell’adolescenza

Di Michele Lauro
Fumettista, pittore e illustratore, il parigino Ludovic Debeurme si è fatto conoscere in patria con apprezzati volumi di illustrazioni e fumetti, fra cui Cefalus (2002) e Ludologie (2003). Una mostra organizzata un paio d’anni fa a Bologna dall’Associazione Culturale Hamelin ha permesso anche al pubblico italiano di ammirarne il multiforme talento grafico: oli di grande formato, tavole a china in bianco e nero, un universo onirico popolato di personaggi bizzarri e grotteschi.
Con il terzo “lungometraggio”, intitolato Lucille (Coconino Press), Debeurme ha conquistato nel 2006 il premio Rene Goscinny al Festival Internazionale di fumetto di Angoulême, “per la sua audacia narrativa e il coraggio del suo intento”. Difficile non essere d’accordo. La storia è intensa, diretta, spiazzante e insieme tenera, poetica, toccante. Quasi 600 pagine che si divorano tutte d’un fiato: se ne esce con lo stomaco in gola e l’urgenza di ricominciare da capo, magari con meno cuore e più cervello, andando a recuperare le tavole più stranianti perse per strada nel fluire del racconto. Lucille e Arthur sono due adolescenti infelici e incompresi, intrappolati in esistenze che appaiono senza via d’uscita. Lei soccombe all’anoressia e alla solitudine, vittima di complessi e paure, sullo sfondo di un rapporto irrisolto con la madre; lui è il primogenito di una famiglia difficile, con un padre marinaio - alcolista e violento - che finirà per suicidarsi secondo una terribile maledizione che si tramanda di padre in figlio. Il cammino dei due ragazzi prima si incrocia per un capriccio del destino, poi si congiunge in una fuga che li porterà alla scoperta: del mondo là fuori ma soprattutto del loro mondo interiore. Come due crisalidi - in alcune tavole i protagonisti sono rappresentati proprio in forma di insetti - Lucille e Arthur vanno incontro al cambiamento. Nel condividere le proprie fragilità e debolezze scoprono il corpo, il sesso e forse l’amore, fino a un epilogo che lascia (per fortuna) aperta la porta a un sequel.
L’autore è bravissimo ad annullare la distanza con il lettore usando un doppio registro narrativo: da un lato uno spiccato realismo, a partire dai dialoghi fino al tratto essenziale e minimalista con cui sono schizzati i personaggi - l’esile pennino per gli esili contorni di Lucille, per gli spigoli del volto e dei gesti di Arthur, ma anche per le sinuose piroette nel ventre acquatico di un fiume, per la tensione e l’abbraccio avvolgente della prima volta. A intermittenza, la narrazione lascia spazio ai fantasmi dell’inconscio, incubi legati a un’infanzia che non è più ma che porta in sé i germi di una condanna alla perdizione. È stupefacente come Debeurme sia riuscito a “introdursi” nella psiche di un’adolescente anoressica, tenendosi lontano dai luoghi comuni con cui questa malattia viene periodicamente (specie in occasione di qualche morte “eccellente”) stigmatizzata dalla comunità pubblica, mentre in passerella (sulle riviste, in televisione) sfilano inquieti sorrisi taglia 38. Non c’è giudizio, non condanna. Semmai la consapevolezza che anche dopo il superamento dei traumi e degli anni critici, e perfino dopo una conclamata guarigione, è l’approccio anoressico all’esistenza il tratto più difficile da estirpare. Così le pagine bianche che scandiscono il racconto sembrano rammentare che le ossessioni di Lucille sono sempre lì, sotto traccia. Purezza, leggerezza, vuoto.
La pagina bianca è usata come un altro elemento di conturbante prossimità al lettore. Se la parola è lo strumento essenziale dell’emisfero sinistro del cervello (quello deputato all’attività logico-razionale), l’immagine lo è per il destro, la cui attività presiede la sfera intuitiva, globalizzante, emozionale-creativa. Il lavoro simultaneo di entrambi gli emisferi scatena qui un formidabile impatto emotivo, ed è per questo che Lucille è davvero un piccolo capolavoro. Parlare dell’adolescenza richiede coraggio, coraggio dare forma e voce ad anime in sfuggente divenire, coraggio affrontare il disagio il dolore la prossimità alla morte. Ma Debeurme va oltre, fino a intravedere nell’adolescenza l’età magica in cui tutto è ancora possibile. L’età della speranza.

Beatles, un disco (e un libro) stupefacente

The Beatles
Londra, novembre 1966. Seduto a pochi centimetri dal suo produttore, John Lennon imbraccia la chitarra acustica. Sta per mettersi a cantare, ma un attimo di timidezza gli paralizza le dita e le corde vocali. Poi, parte e suona per la prima volta quella che oggi tutto il mondo conosce come Strawberry fields forever, il brano chiave del disco più importante della storia del pop: Sgt. Pepper’s lonely heart club band.
Un capolavoro firmato Beatles, sulla cui realizzazione sono fiorite centinaia di leggende metropolitane, compresa quella di un uso spavaldo di allucinogeni da parte dei quattro di Liverpool. Ma ora la fiabesca genesi dell’album non ha più segreti grazie alle preziose pagine di Summer of love, The making of Sgt. Pepper (Edizioni Coniglio), scritto da George Martin, produttore e storico collaboratore della band. Ed è proprio lui a svelarci che Good Morning good morning (il pezzo si chiude con un un gallo canterino) era una canzone ispirata alla pubblicità tv dei Kellogg’s corn flakes, quella che come slogan aveva “Una buona giornata inizia con i Kellogg’s”.
Non solo: dal racconto articolato di Martin scopriamo anche che i Beatles, in effetti, si facevano e che una volta Lennon, sotto effetto di Lsd, urlò di volersi lanciare dal tetto di un edificio. Questa, la confessione di Ringo Starr: “Abbiamo preso molte sostanze, ma mai quando suonavamo. Ben presto abbiamo scoperto che se ti facevi in qualsiasi modo, la musica che poi suonavi era merda. Quindi, le nostre esperienze ce le facevamo prima, poi trasferivamo il risultato di quelle esperienze nella nostra musica”.
Una musica che, al di là di Sgt. Pepper, non conosce l’usura del tempo. Come sostiene il giornalista e saggista Alfredo Saitto in Yesterday (Donzelli editore). Per lui il brano che dà il titolo al suo libro è la canzone perfetta, risuonata e ricantata da oltre tremila artistidi ogni angolo del globo.
Ma pregi di Yesterday a parte, il libro di Saitto ripercorre le più incredibili voci mai confermate che hanno accompagnato la carriera degli “scarafaggi”. La più bizzarra? Quella secondo cui Paul Mc Cartney sarebbe morto in un incidente stradale il 9 novembre 1966 alle cinque del mattino. Il volto orrendamente sfigurato della vittima non ne avrebbe mai consentito l’identificazione. Il sostituto, che ancora oggi tutto il mondo chiama Paul McCartney, sarebbe poi stato reclutato in un casting segreto organizzato dal fan club. Un sosia, dunque, magari quello che il vero McCartney avrebbe voluto avere al momento di liquidare l’ex moglie, Heather Mills, con un assegno record da 87 milioni di euro…

Se domani farà bel tempo, diario di un rampollo milanese

Se domani farà bel tempo

di Michele Lauro

Nel 2004 il romanzo pop Instant Love e, l’anno seguente, il best seller Eros. Lo giuro, biografia di Eros Ramazzotti, hanno consacrato il trentottenne torinese Luca Bianchini come un narratore dalla penna ariosa, leggera e coinvolgente. Anche l’ultimo romanzo, Se domani farà bel tempo (Mondadori 2007), grazie alla consueta agilità di scrittura si legge tutto d’un fiato, ma scende più in profondità sulla strada dell’analisi introspettiva e dello spaccato sociale. Travestito da rampollo, Bianchini si è documentato sul campo raccogliendo le confidenze dei giovani della Milano bene. Li ha seguiti sulle piste dei locali alla moda, ne ha afferrato il linguaggio, le abitudini, le paranoie. Così è giunto a dar corpo a Leon, il protagonista che in prima persona registra come un sismografo il diario delle proprie imprese, consumate fra il “triangolo d’oro milanese” (corso Como, via Borgonuovo, via Senato) e le spiagge di Ibiza e Biarritz. Troppi soldi (settemila euro al mese la paghetta di mamma, più arrotondamenti vari), troppo sesso (ragazze-prede schedate al primo sguardo, da far cadere con un fascio di rose o un paio di scarpe o una cena di lusso), troppa coca (la “barella” che finisce per diventare il palliativo globale alla mancanza di senso), una famiglia sghemba e disgregata che ne avvolge lo status di eterno ragazzo condividendo in fondo i suoi vizi e la sua depressione. È divertente e perfino urticante, in alcuni passaggi, la prima parte del romanzo: il linguaggio domestico, per nulla attenuato dalla finzione letteraria, si dispiega al meglio nelle frasi smozzicate al telefonino, sintesi di una comunicazione parcellizzata, vuoto ripetersi di cliché, trionfo dei puntini di sospensione. Anita, la ragazza che ama (ma non abbastanza da preferirla alla polvere bianca), lascia Leon e si fa una storia con il suo migliore amico. In un crescendo d’ansia e di follia Leon trova conforto a casa del pusher sparandosi la coca in vena. È il baratro.
Le sponde dolci e rassicuranti delle colline del Chianti sono le quinte del colpo di scena, nella seconda parte. E hanno l’accento toscano e i modi spicci e schietti degli abitanti di un piccolo borgo antico, il profilo garbato dell’orizzonte e il gusto tanninico delle uve Sangiovese. I cieli pulsanti, finalmente vivi, rendono ragione del titolo del romanzo, ispirato all’incipit di Gita al faro di Virginia Woolf: “Sì, di certo, se domani farà bel tempo” disse la signora Ramsay. “Ma bisognerà che ti levi al canto del gallo” soggiunse. La catarsi passa dallo sporcarsi le mani, annullando la “distanza”, parola chiave dell’educazione ricevuta da Leon, simbolo dell’appartenenza esclusiva alla casta dei ricchi. Forse. O forse no.

La vita di Hugo Pratt è un romanzo d’avventura

La copertina del libro

“C’erano una volta due amici che scrissero e disegnarono tante belle fiabe, tante avventure colorate da diventare essi stessi personaggi da fiaba”. È tutto in questa frase il succo di Un romanzo d’avventura, il primo libro scritto da Alberto Ongaro nel 1970 e appena ripubblicato da Piemme. Ongaro è stato a lungo sceneggiatore di fumetti, collaboratore e amico fraterno di Hugo Pratt, il grande disegnatore di Corto Maltese e di altri capolavori del fumetto, scomparso nel 1995. Ed è proprio Pratt il protagonista di una storia, che in quello stile nel quale Ongaro eccelle, resta perpetuamente sospesa tra realtà e finzione, tra il presente e il passato, tra la vita e il sogno. È sera tardi a Venezia e Hugo, che ha mangiato molto e bevuto troppo, riceve da Londra la notizia della scomparsa del suo amico di sempre, Paco, un alter-ego dell’autore. Passerà l’intera notte a tormentarsi alla ricerca di una ragione per la quale Paco avrebbe dovuto togliersi la vita gettandosi nelle grigie acque del Tamigi e così facendo ripercorre le tappe della sua vita, della loro amicizia e della passione che li ha accomunati: quella per la letteratura d’avventura.
Mentre Hugo Pratt si sposta da una stanza all’altra della casa veneziana, riconsidera molte delle scelte fatte in passato e si sente mano a mano sempre più responsabile per la presunta morte dell’amico. È stato forse lui a istigarlo a vivere in un mondo irreale nel quale però Paco non si sentiva del tutto a proprio agio e dal quale aveva a più riprese cercato di fuggire per tornare a una realtà che ugualmente non gli apparteneva.
Nell’analisi che cerca di essere lucida sebbene sia screziata di una vena di bonaria follia, Pratt non riesce a districare il vero dal falso e i personaggi fiabeschi, protagonisti dei libri che lui e il suo fraterno amico hanno amato, ma anche quelli che loro stessi hanno creato, cominciano ad affollare la mente di Hugo e le stanze della casa in cui si muove. “Hugo si sentiva come se stesse scrivendo e disegnando la propria storia e dovesse decidere di se stesso come di uno dei suoi personaggi”. Perché la sua vita, come quella di Paco, è una perpetua fuga dalla realtà, che con il suo squallore, la sua brutalità, la sua mancanza di poeticità, è l’unica condizione inaccettabile alla quale infatti Hugo volterà le spalle rifugiandosi nell’unico mondo che senta di conoscere davvero.
Ongaro mostra in questo primo romanzo tutto l’estro di sapiente scrittore con la sua abilità nel costruire storie in bilico tra realtà e immaginazione, proprio come nel suo recente La versione spagnola o nell’altro capolavoro La taverna del Doge Loredan. Qui in più ci regala uno strepitoso ritratto di Pratt, che i suoi ammiratori non potranno che amare.
Antonio D’Orrico presenta il libro, e l’autore, al Mondadori Multicenter di piazza Duomo a Milano, giovedì 11 dicembre alle 18,30.

Ballata del pugile suonato: storie di vita e di boxe nel romanzo di Gianni Brera

Carnera - The Walking Mountain
“Questa è la storia di Claudio (Gugia) Orsini come egli stesso ha voluto che io la raccontassi alla gente”. Così recita l’incipit della Ballata del pugile suonato, scritto da Gianni Brera nell’anno di grazia 1977. La storia - che dopo anni di oblio viene ripubblicata dalla casa editrice Book Time nella collana dedicata alle opere del grande giornalista sportivo - racconta “una vicenda picaresca, di quelle pur care a suo animo” annota il figlio Paolo, attento curatore della nuova edizione.
Gugia, al secolo Claudio Orsini, è un pugile di fama mondiale che durante l’incontro in cui vince il titolo europeo prende talmente tanti ganci da uscirne definitivamente rintronato. La sua storia si intreccia così con quella di Enrico Secchi, detto Ehé Pum Pum (queste tre sillabe, ricorda Brera, sono infatti le uniche che il poveretto riesce a pronunciare). Nato sotto una buona stella, l’incontro porta fortuna ad entrambi: decidono così di vivere di pesca, alterando qui e là scappatelle fedifraghe con certi furtarelli di pollame sulla riva del Po. E proprio il Po è uno dei protagonisti del romanzo di “Gioanbrerafucarlo”, con gli alti pioppi, le “carpe a specchio sul chilo”, le “scardole, i cavedani e i barbi”.
La ballata del pugile suonato è probabilmente il più divertente, acuto, scanzonato romanzo della prima firma delle cronache sportive italiane. Di certo, è quello che lo rappresenta al meglio, se non altro per i climi e le ambientazioni che rievoca. Brera perlustra l’area della Bassa Pavese, ne intercetta gli odori, gli umori e i sapori, si intrattiene con un certo divertimento (subito trasmesso al lettore) tra i vini, le lepri e i fagiani. E in questo modo si conferma e ancora una volta si consacra quale prima lama della narrativa italiana. Diceva Oreste Del Buono che “Gioanbrera”, prima di essere un giornalista, era un vero scrittore. Forse, non aveva tutti i torti.

Il killer dell’ufficio accanto, il romanzo di una storia vera

Il posto di blocco dei carabinieri
L’omicidio di un fornaio palermitano a Firenze. Due killer sprovveduti che commettono un’infinità di errori. L’arresto all’aeroporto di Pisa dove i sicari stanno per prendere l’aereo e tornare in Sicilia. Un giovane magistrato fiorentino che si trova per caso a raccogliere le testimonianze degli assassini. Comincia così Il killer dell’ufficio accanto, romanzo scritto da Lucio Luca (Pietro Vittorietti Edizioni, 160 pagine 12 euro) ispirato da una storia vera: quella di Nino Velio Sprio, oscuro funzionario regionale trasformatosi negli anni in spietato serial killer. L’unico assassino seriale che si ricordi nella storia criminale di Palermo. L’unico che per un decennio è riuscito a sfuggire alle forze dell’ordine malgrado fosse entrato in decine di indagini. L’unico perfettamente sconosciuto persino a Cosa Nostra che in Sicilia controlla tutto e tutti. Una storia incredibile, degna di un avvincente noir, se non fosse che è tutto vero, documentato da inchieste giudiziarie e sentenze dei tribunali di mezza Italia.
Antonino Velio Sprio aveva cinquantasei anni, una moglie casalinga, due figli ormai grandi. E anche una vita segreta fatta di delitti da serial killer, punizioni morbose, sicari prezzolati mandati a uccidere per meschini moventi, presunte offese, rancori, invidie, paure che nel tempo si trasformano in ossessioni. Un fornaio di Firenze, un rappresentante di libri, un avvocato penalista, due funzionari regionali sono le vittime di un impiegato che diventa diavolo vendicatore e vuole punire ogni torto subito. Uccide Giovanni Bonsignore, integerrimo funzionario colpevole di indagare su alcune truffe. E nove anni dopo Filippo Basile, capo del personale all’Assessorato Agricoltura, che stava per farlo licenziare dalla Regione siciliana.

Il virus del XXI secolo? Si chiama “Affluenza”

La banca Lehman Brothers alla Borsa di New York
Vorreste che la gente vi dicesse che siete attraenti? Oppure ritenete che fare shopping è una cosa fondamentale? Bè se pensate di sì allora avete contratto l’affluenza.
Non stiamo parlando di una nuova sindrome influenzale proveniente da qualche paese asiatico che ogni anno con l’inizio dell’inverno colpisce milioni di occidentali; tuttavia sempre di un virus si tratta e a questo male ha cercato di dare una risposta lo psicologo inglese Oliver James nel suo ultimo libro Affluenza: il virus che minaccia la classe media pubblicato dalla casa editrice Excelsior 1881.
La classe media, quella che una volta veniva chiamata borghesia, in questi giorni sta attraversando un momento molto difficile a causa della grave crisi economica che sta scuotendo le economie mondiali. E come la crisi è partita da New York, anche l’affluenza ha avuto la sua origine nella Grande Mela dove tutto è possibile.
Questo virus, infatti, prospera dove prevalgono i valori del Capitalismo egoista e selvaggio che punta a privatizzare tutto e che ritiene che ogni cosa può essere risolta grazie al libero mercato. Lo psicologo ha raccolto una serie di storie di uomini e donne che vivono nell’ansia eterna di possedere sempre di più per potersi poi rapportare in modo adeguato ai loro vicini di casa o di scrivania. E attraverso queste storie ci aiuta a capire cosa realmente ci ha trascinati nella più grande recessione economica dai tempi di quella più volte citata - quasi nel tentativo di esorcizzarla - del 1929.
Ora che ci siamo dentro non possiamo far altro che ascoltare i consigli di Oliver James e sperare che la classe politica riesca nell’intento di farci uscire dalla crisi. Tanto per cominciare: “Nella nostra società i più ricchi vengano privati di una buona parte della loro ricchezza e gli stipendi dei grandi dirigenti vengano regolamentati così che non possano superare di cinque volte il livello medio delle retribuzioni nazionali”, ammonisce l’autore. Una volta azzerati i privilegi si può ricominciare l’edificazione della piramide dei valori. Tre i fondamentali: la meritocrazia, l’egualitarismo e l’emancipazione della donna. Tre pilastri che i paesi economicamente progrediti vantano come traguardi raggiunti da tempo, ma che invece sono disattesi in larghi settori della società. Come la crisi in atto sta mostrando giorno dopo giorno.

La mia eredità sono io: il meglio di Montanelli in 600 pagine

Montanelli
La mia eredità sono io (Bur, pp. 644, euro 12) è di per sé un titolo che lascia poco di intentato su tempra e carattere dell’autore del libro. E, in effetti, mai titolo è stato più azzeccato. Il volume a cui dà il nome è una corposa antologia dedicata al più noto giornalista del ‘900, Indro Montanelli, ottimamente curata da Paolo Di Paolo.
Di quasi tutti i più grandi giornalisti del secolo scorso (Ansaldo, Prezzolini, Longanesi, Vergani) disponiamo da anni di un diario privato che - come ogni vero diario privato che si rispetti - è stato scritto e pensato come testimonianza pubblica post-mortem. Di Montanelli, fino ad oggi, no (l’anno prossimo, in occasione del centenario della nascita, dovrebbe uscire qualcosa di inedito che vi rassomiglia molto). E, come è ovvio, neppure questa antologia è un diario. Di più: raccolto in essa non c’è nulla di inedito o che possa scatenare pruderie emotive o pettegolezzi sentimentali.
Eppure, quanto a rappresentatività e fluidità, la scelta di Di Paolo si candida tranquillamente a sostituire qualsiasi quaderno privato. E a divenire così vero libro inedito, condensando, in poco più di 600 pagine, se non tutto il meglio di Montanelli, quantomeno ciò che lo rappresenta nel miglior modo possibile.
Di Paolo attinge a un materiale sterminato: quasi tutti i libri del giornalista di Fucecchio, oltre che ad un campione dell’elenco infinito dei suoi articoli. E traccia così un ritratto significativo del fondatore del “Giornale”, che ha tra l’altro il merito di riflettersi come uno specchio concavo lungo tutto il nostro Novecento.
Così, se nelle prime pagine dell’antologia si trova un insolito Montanelli biografico, quasi intimista, che racconta “le ragioni per cui, al fonte battesimale, mi fu impartito questo nome”, nel libro trovano pure spazio i migliori ritratti delle “figure” e dei “figuri” del secolo scorso, da Padre Pio a Enzo Ferrari, da Vittorio De Sica ad Alcide De Gasperi.
C’è poi il Montanelli che, ancora fascista, arruolato come volontario, racconta la campagna d’Etiopia, e c’è quello già più disincantato e in odore di fronda, che migra in Estonia come direttore dell’Istituto di cultura di Tallin. C’è, com’ è ovvio, il Montanelli storico e il Montanelli polemista; ma c’è anche il corsivista (come dimenticare il “controcorrente” che appariva quotidianamente sul “Giornale”?), l’osservatore del costume, il commentatore politico, l’affettuoso intrattenitore di corrispodenze epistolari nella “Stanza” del Corriere della Sera.
Ma il vero pregio dell’antologia risiede forse in un’altra visuale, finora rimasta velata anche dagli studi dei curatori e biografi più attenti. E cioè quella del Montanelli “letterato”. Definizione, questa, che al diretto interessato non sarebbe piaciuta affatto, considerata la sua poca empatia nei confronti dell’Accademia e dei suoi riti (ed infatti, come ricorda Di Paolo nella postfazione, “guardava all’ambiente degli scrittori di professione con diffidenza”). Ma che a sette anni dalla scomparsa, e nell’imminenza del centenario della nascita, non soffre affatto della contingenza dettata dal quotidiano e dai suoi ritmi, proprio grazie - scrive Di Paolo - a quella “lingua di un vero scrittore nelle mani di un giornalista”.

Libri strenna: vincono le donne

La scrittrice J.K. Rowling
Quest’anno la regina delle strenne sembra essere ancora una volta J.K. Rowling, l’autrice di Harry Potter, della quale escono il 4 dicembre le attesissime Fiabe di Beda il Bardo, con i commenti di Albus Silente. Ma impazza anche il fenomeno Twilight e, sull’onda del successo del film, i libri di Stephenie Meyer avranno sicuramente un posto d’onore fra i regali natalizi.
Vanno forte anche le italiane Melania Mazzucco, con il suo Tintoretto de La lunga attesa dell’angelo (Rizzoli), e Margaret Mazzantini con Venuto al mondo (Mondadori), ambientato nel momento scuro della guerra nella ex Jugoslavia.
Ma da mettere sotto l’albero arrivano in libreria anche tante nuove collane di audiolibri, gli immancabili thriller e noir.
Le cinque fiabe magiche di Beda il Bardo, create manoscritte e illustrate dall’autrice di Harry Potter, saranno pubblicate da Salani perla prima volta anche in Italia in contemporanea con il Regno Unito e gli Stati Uniti, nella traduzione di Luigi Spagnol. Solo una, La Storia dei Tre Fratelli, viene narrata nel settimo e ultimo volume della saga di Harry Potter, le altre appaiono per la prima volta.
Della saga della Meyer sull’amore fra l’adolescente Bella e il vampiro buono Edward, pubblicata in Italia da Fazi, è uscito in contemporanea con l’arrivo nelle sale del film Twilight, l’ultimo volume Breaking Dawn.
Tanti gli audiolibri a conferma della crescita d’interesse per i libri da ascoltare molto apprezzati da Stephen King nei suoi lunghi viaggi in automobile. Fra questi la nuova collana Audiolibri Salani con titoli cult come La profezia di Celestino di James Redfiled letto da Monica Guerritore e Harry Potter e la pietra filosofale di J.K.Rowling, letto da Giorgio Scaramuzzino.
Emond Audiolibri, in contemporanea con il film Il passato è una terra straniera, ha pubblicato il secondo libro della trilogia dedicata all’avvocato Guerrieri, Ad occhi chiusi di Gianrico Carofiglio, letto dallo stesso autore (ora in libreria anche con Nè qui né altrove. Una notte a Bari, edito da Laterza). Per chi ama Montalbano, tornato dopo tre anni in tv con quattro nuovi episodi, c’è il nuovo romanzo di Andrea Camilleri L’età del dubbio (Sellerio) dove il famoso commissario diventa più internazionale.
Per gli autori stranieri spiccano il nuovo Il gioco dell’angelo (Mondadori) di Carlos Ruiz Zafon, il David Grossman di A un cerbiatto somiglia il mio amore (Mondadori).
Stando alle classifiche di vendita, tengono ancora benissimo fra il pubblico dei lettori anche Un arcobaleno nella notte (Il Saggiatore) di Dominique Lapierre e Il gioco dell’angelo (Mondadori) di Carlos Ruiz Zafón.

Da Marcos y Marcos si impara il mestiere di editore

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Non è mica facile fare gli editori: “la concorrenza è all’ultimo sangue, si producono troppi libri e la loro durata sugli scaffali della libreria è sempre più breve”. A parlare e Claudia Tarolo, editore di Marcos Y Marcos, che con questi problemi fa i conti tutti i giorni, ma non ha perso l’entusiasmo, essenziale in una professione come la sua che si nutre soprattutto di passione. Anzi da 8 anni, con il compagno di avventura Marco Zapparoli, tiene corsi per spiegare i segreti della misteriosa arte di pubblicare libri a un pubblico di appassionati, librai, scrittori in erba, aspiranti editori. “Abbiamo iniziato nell’estate del 2000″, racconta Tarolo. “Cerchiamo di spiegare come si svolge l’attività editoriale, cioè cosa succede da quando un testo viene proposto e accettato a quando diventa un libro, raccontando fase per fase le cose che succedono, le difficoltà, gli aspetti divertenti”.
Chi sono i vostri allievi?
Il nostro è un tipo di corso che può servire per chi vuole aprire una casa editrice, ma tra i nostri allievi ci sono anche semplici appassionati, curiosi di capire come funziona questo mondo. In genere si tratta comunque di persone che hanno a che fare con libri, librai, aspiranti scrittori, redattori.
Sono molti in Italia quelli che vorrebbero lavorare nel mondo dell’editoria?
È in grandissimo aumento l’interesse generale verso il mondo del libro e il numero di persone che si propongono perché desiderano lavorarci, mentre da parte delle case editrici c’è poca apertura: è un mercato molto ristretto e molto povero. Chi è molto motivato e bravo, però, trova il suo spazio. Le persone brave sono sempre troppo poche.
Quando è nata la vostra casa editrice e cosa è cambiato da allora nel mercato?
Siamo nati nel 1981, l’anno prossimo compiamo 28 anni. Le cose sono cambiate tantissimo. All’epoca le case editrici erano molto poche e una realtà indipendente con un progetto raffinato dal punto di vista grafico e dell’offerta era veramente una novità, era più facile attirare l’attenzione. Ora in Italia si parla di 2000 case editrici già significative, più tutte quelle che tentano di diventarlo. Ciò non toglie che se si riesce a identificare una lacuna nel mercato e si lavora con tenacia, nella consapevolezza che c’è una fase di avviamento costosa e per niente redditizia, si può riuscire a ricavarsi uno spazio. Abbiamo ex corsisti che poi hanno fondato una casa editrice.
Quanti titoli pubblicate ogni anno?
In totale una ventina di titoli all’anno, puntando soprattutto sugli autori stranieri e selezionando moltissimo sugli italiani, per i quali il lavoro da fare è molto difficile e lo facciamo solo quando ci sono le condizioni per un relativo successo. Un buon esempio è Cristiano Cavina, un nostro autore che è nella classifica dei libri italiani più venduti.
Il corso di editoria è giunto alla diciottesima edizione e il numero di iscritti è andato negli anni aumentando. Nell’ultima edizione, lo scorso maggio, gli allievi erano. Il prossimo corso, che ha il costo di 350 euro, si terrà dal 12 al 14 dicembre presso la sede della casa editrice in via Ozanam 8 a Milano. Sono due giornate e mezzo molto dense in cui si impara un po’ tutto, da come scoprire un libro che ha stoffa a come far quadrare i conti di un bilancio. Perché quello dell’editore è un nobilissimo mestiere ma non lo si fa soltanto per la gloria.

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