Archivio di Gennaio, 2009

La vita facile, un affresco della New York di oggi

La copertina del libro

Definire La vita facile, ultimo romanzo di Richard Price, un poliziesco, sarebbe come dire che I promessi sposi è una storia d’amore. La definizione, insomma, sarebbe colpevolmente semplicistica. Il libro, edito in Italia da Giano, racconta la storia di un omicidio, delle indagini che seguono, di come sembra andare tutto storto e di come alla fine tutto si chiarirà. Ma non c’è niente di consolatorio nel riuscire ad assicurare il criminale alla giustizia, perché non è semplice, proprio come nella vita vera, separare i buoni dai cattivi, attribuire le responsabilità, ignorare il contesto.
Un degrado urbano e morale, quello della New York che Price descrive, fa da sfondo a tutta la vicenda nella quale si muovono personaggi memorabili, come il poliziotto Matty Clarke, fisico prestante, precocemente invecchiato, “schiaffeggiato dalla vita”, si potrebbe dire. O Eric Cash, unico testimone e a lungo anche unico sospettato dell’omicidio, un uomo che arriva a 35 anni e si rende conto che tutti i suoi grandi sogni non si stanno realizzando, e forse non si realizzeranno mai. Niente tappeto rosso, niente ovazioni da un pubblico entusiasta, solo un lavoro come direttore di sala in un ristorante e un’invidia sempre meno strisciante e sempre più tangibile per chi è riuscito a fare meglio.

I caseggiati che brulicano di ragazzi senza futuro, dove il crimine paga, o almeno ti fa diventare qualcuno, ti guadagna il rispetto dei pari, sono il luogo in cui il delitto è maturato, e il ragazzino che scrive di nascosto le sue rime rap, che descrivono la sua esistenza triste e squallida, la sua rabbia, è lo stesso che ha impugnato la pistola e premuto il grilletto senza sapere bene perché, ma senza pentirsene poi molto. Il tutto avviene nel Lower East side, quartiere un tempo ebraico e ora diventato un miscuglio di paccottiglia globale, senza una personalità precisa, quasi un non luogo. È tutto facile: fallire nella vita, sbagliare le indagini, scaricare la responsabilità sui sottoposti (i superiori di Clarke e dei suoi colleghi agiscono con un cinismo inaudito), perdere un figlio (la storia del padre del ragazzo ucciso e il suo personaggio sono tra i più toccanti), ammazzare uno sconosciuto. Quello che è difficile è rimettere le cose a posto, eppure bisogna provarci. Dalla penna di Price non escono vincitori, solo perdenti che però cercheranno un modo per riscattarsi. E per chi, finito il libro, sente il bisogno di immergersi di nuovo nelle atmosfere create dall’autore, suggeriamo la serie tv The Wire, prodotta dalla HBO (quella di Sex & the City) e le cui due prime stagioni sono andate in onda su Fox, canale via satellite di Sky. Le storie sono ambientate a Baltimora e non a New York, ma il mood è simile e non è un caso che Price abbia collaborato alla sceneggiatura di alcuni episodi. Altre tre serie del telefilm sono in arrivo.

Locke Lamora e i suoi inganni: il futuro del fantasy

libri
Locke Lamora non è bello, non è forte, non sa tirare di scherma e non è dotato di poteri magici. Locke Lamora è una canaglia, un truffatore e un ladro dalla moralità incerta e dalla lingua tagliente, eppure è uno dei personaggi della letteratura fantasy - ma non solo - più azzeccati degli ultimi anni. Gli inganni di Locke Lamora (Nord, pp. 605, € 19,60) e il recente I pirati dell’Oceano Rosso (Nord, pp. 710, € 19,60) di Scott Lynch rimescolano del tutto, barando se possibile, le carte sul tavolo del fantasy. Se George R.R. Martin ha traghettato per sempre il genere verso la maturità, Lynch ne ha sfidato i tabù: sesso, volgarità, crimine, politica, droga, meschinità; e i suoi cliché: manicheismo, eroismo, missioni da compiere per salvare il mondo e soprattutto ironia. La sfida è vinta. Un altro punto fondamentale a favore della saga dei Bastardi Galantuomini è l’ambientazione insolita. Mentre molti autori nostrani ripercorrono di continuo la mappa della Terra di Mezzo di Tolkien, Lynch pesca a piene mani da un territorio e da una storia ricca di spunti e fascino che la narrativa fantastica ha inspiegabilmente, salvo rare eccezioni, lasciato da parte. Le città, i costumi e i personaggi sono ispirati all’Italia. E se, ancora, questo non bastasse, dal punto di vista stilistico lo scrittore del Minnesota non scherza affatto: frammentazione temporale, analessi, punti di vista multipli e obliqui, scatole cinesi, indizi ed esperimenti linguistici. Il tutto senza sacrificare un’oncia di leggibilità all’insegna dell’avventura e del divertimento, nonostante molti momenti drammatici. Le storie del più grande ladro di tutti i tempi cominciano dalla sua infanzia e lo conducono, attraverso le situazioni più incredibili e intricate, molte volte con le spalle al muro. A salvarlo un’intelligenza sopraffina, un abilità estrema nell’arte dell’inganno e soprattutto Jean, un amico fraterno e fedele che lo segue come un’ombra nelle più spericolate peripezie. Tanto spericolate e avventate che alle volte portano a tragiche e dolorosissime conseguenze, da cui riprendersi (e imparare) non è affatto facile. Se nel primo libro della saga abbiamo lasciato Locke e socio mentre abbandonavano la città natia di Camorr in seguito a un intrigo machiavellico/rocambolesco, nel secondo li ritroviamo, dopo una parentesi in cui il nostro eroe si dà all’autocommiserazione alcolica mentre si colpevolizza per la perdita degli amici più cari, a barare nel casinò più sfarzoso e pericoloso di Tal Verrar, con all’orizzonte un futuro da pirati per costrizione. Mentre è imminente l’uscita del prossimo romanzo del ciclo, The Republic of Thieves, La Warner Bros ha già allungato le mani sui diritti cinematografici delle avventure di mastro Lamora. Panorama.it ha incontrato Scott Lynch.
Come e quando è nato Locke Lamora?
Ho cominciato a delineare il mondo di Locke e la cultura di quel mondo alla fine del 2000 come parte di un processo infinito di pre-produzione e di “fantasticheria”. Immagino che molti scrittori lo facciano prima di costringersi a sedersi e cominciare a trasformare la fantasia in prosa. Locke, in realtà, non era ancora presente nel suo mondo, ci ho messo due anni per realizzare che un protagonista simile sarebbe potuto essere una buona idea. Locke è l’evoluzione di un personaggio che avevo creato per un gioco di ruolo, dalla vita breve, in cui era un artista della truffa con poteri di persuasione soprannaturali. Ho deciso di eliminare i superpoteri ma di tenere il resto, e quando il suo carattere si è fatto concreto è stato meraviglioso.
L’ambientazione delle avventure di Locke è molto particolare rispetto al fantasy classico e sembra rifarsi all’Italia, al Mediterraneo, alle Repubbliche marinare e al tardo Rinascimento. Le città di Camorr e di Tal Verrar sembrano Venezia e Genova e i nomi di molti personaggi suonano italiani…
È assolutamente vero. La cultura “Therin” in cui è cresciuto Locke è una, divertita, mescolanza di quasi tutte le culture del Mediterraneo, del loro romanticismo e dei loro linguaggi. Camorr e la sua popolazione sono stati pensati proprio per avere un’attitudine e un’atmosfera dai connotati italiani. Mi sono chiesto spesso cosa possano pensare i lettori italiani della mia versione fantasiosa e sconclusionata della lingua… sembra che le mie colpevoli appropriazioni dell’italiano siano arrivate infine sul banco degli imputati (ride).
Cosa legge, quali scrittori hanno avuto più influenza sulla sua scrittura?
È un odioso cliché autocompiacente, ma cerco di leggere di tutto, di tutto. Sono un grande lettore di fantasy e fantascienza, ovviamente, lo sono fin dall’infanzia. Leggo anche molti gialli e noir. Non quelli tradizionali, in cui un omicidio “tranquillo” viene risolto sorseggiando tè e sgranocchiando pasticcini, ma quelli alla Dashiell Hammett, Raymond Chandler, ecc. e specialmente quelli di James Ellroy e Elmore Leonard. Anche una spruzzata di avventura e melodramma del XIX secolo… Dumas, Conan Doyle, Haggard, Stoker, ecc. Poi mi piacciono le cose storiche, le biografie e così via… Se non leggi, e molto, la tua scrittura ne risentirà ed è garantito che non sarà mai pronta per la pubblicazione.
Il Fantasy, di solito, è un genere conservatore eppure i libri di Locke Lamora sembrano aver rotto gli argini della “tradizione”. Non ci sono elfi, draghi, nani ecc. anche se magia e alchimia sono presenti.
In parte è vero, ma sarei negligente se non puntualizzassi che là fuori ci sono un sacco di fantasy interessantissimi ancor meno invischiati nei canoni del genere dei miei lavori, e altrettanti che usano come punto di partenza tutti gli elementi classici per creare qualcosa di inaudito. La regola di base che ho utilizzato nella stesura dei libri di Locke Lamora non è stata quella di abbandonare completamente gli elementi tradizionali del fantasy, ma piuttosto quella di non dare mai e poi mai superpoteri ai protagonisti. Locke e soci possono essere eccezionalmente bravi in quello che fanno, la maggior parte delle volte, ma sono sempre e comunque legati ai limiti umani, fragili e mortali. Penso che questo tipo di limitazione renda i personaggi e la loro storia molto ma molto più divertenti.
Il sito dedicato alle avventure dei suoi personaggi è molto più che un semplice spazio promozionale…
Ultimamente sono stato molto occupato per curarlo come merita, e me ne dispiace molto. Dovrebbe essere, in effetti, molto più che un semplice spazio pubblicitario - è pensato come una porta sui libri per chi ancora non li ha letti. Ho intenzione di aggiungere un bel po’ di informazioni e di contenuti extra per chi avesse voglia di approfondire la materia. Incrocio le dita e spero di poterci lavorare il più presto possibile.
Vista questa sua propensione a far esplodere i contenuti e allo scambio che ha con i lettori, ha mai pensato a utilizzare una licenza creative commons per i suoi lavori?
Ho pensato molto a quelli che potremmo chiamare “metodi non tradizionali” per portare il mio lavoro a una fascia di pubblico più ampia, e anche se devo fare i conti con i miei editori, sono certo che prima o poi comincerò a lavorare con qualcosa del genere.

La politica economica di Obama raccontata da un economista-fan

Copertina di Obamanomics

Certo c’è qualcosa di profondamente sbagliato in una società come quella americana dove, Talbott ricorda,  i massimi dirigenti guadagnano 465 volte più dei loro dipendenti. Dove i ricchi vivono in residenze da più di 1000 mq mentre milioni di americani “rischiano di perdere la casa perché non riescono a pagare il mutuo”. Che fine hanno fatto il concetto di equità e quello di giustizia economica? È proprio intorno a questo fulcro che ruota il libro e - a detta dell’autore che si rivela nel corso nell’esposizione un vero fan del Presidente - anche la politica di Obama. I lobbisti delle grandi aziende fanno pressioni, a botte di donazioni da milioni di dollari, sui congressisti affinché non passino leggi a loro sgradite, Questo non va a favore del cittadino, ma dei grandi potentati che, sotto l’amministrazione Bush si sono rafforzati. La teoria del trickle down, amata dai liberisti, in base alla quale arricchire ulteriormente i ricchi fa scendere a cascata più soldi anche sui poveri, non sembra aver funzionato. La globalizzazione ha fornito ottime opportunità di guadagno alle multinazionali che hanno delocalizzato la produzione, ma questo ha enormemente nuociuto alla forza lavoro americana. È giunta l’ora, spiega l’autore, per una rivoluzione copernicana: rimettere i cittadini al centro del discorso, partire dai loro bisogni e da ciò che loro possono offrire alla società, non dai diritti delle aziende, messi alla stessa stregua di quelli delle persone.

Il libro analizza nei vari capitoli le aree di intervento: il lavoro, la sanità, l’energia, l’ambiente, la previdenza (tema caldissimo visto che l’intera generazione dei baby boomers si avvia alla pensione), la finanza. Ad elementi della politica di Obama, tratti dai suoi discorsi, dai suoi libri e dal programma elettorale, si intrecciano suggerimenti personali dell’autore, e non sempre è facile distinguere gli uni dagli altri. Anche perché il libro è sostanzialmente elogiativo rispetto alle intenzioni del neo-presidente e a tratti addirittura celebrativo: “Solo lui può farcela”, si legge a un certo punto a proposito della necessità di riportare la dignità, l’onestà e la giustizia a Washington.

Nonostante questa evidente partigianeria, il libro merita perché descrive in modo chiaro e dettagliato le ragioni dell’attuale crisi e tutto ciò che possiamo aspettarci da Obama per un suo graduale superamento. Valga come pro-memoria per controllare in futuro se il presidente farà davvero ciò che ha promesso. E se il libro non bastasse si può sempre tener d’occhio l’Obameter, un contatore online di un giornale Usa che si è preso la briga di fare questo monitoraggio al nostro posto.

Casi freddi, una squadra speciale di investigatori per 9 cold case

Tifoso del Parma morto in un incidente
Sarà domani in libreria Casi freddi. Una squadra speciale di investigatori per 9 cold case (Aa. Vv., Cairo Editore). Nove delitti rimasti senza un colpevole: casi mai chiusi oppure sui quali la verità giudiziaria non ha dissolto tutte le ombre.
Ad indagare sono altrettanti specialisti. Come Antonio Rossitto, cronista di Panorama, che torna sul misterioso “delitto della setta”. Si tratta dell’omicidio di Annalaura Pedron, trovata morta, riversa su un tavolino, nuda e con segni di ecchimosi sul collo la mattina del 2 febbraio 1988. Faceva la babysitter di un bambino di due anni in un appartamento al quarto piano di un elegantissimo condominio di via Colvera. A chi aveva aperto la porta, quella mattina? Chi l’ha uccisa? Antonio Rossitto mostra come oggi le vecchie prove possono essere guardate con occhi e, soprattutto, tecniche nuove. E come le indagini sembrino ora arrivare a una soluzione.
Il criminologo Massimo Picozzi si confronta invece con il caso della della Dalia Nera, ovvero l’assassinio di Elizabeth Ann Short, vittima del più famoso crimine irrisolto negli Stati Uniti. Il colonnello del Ris di Parma, Luciano Garofano, spiega come oggi sarebbe stato facile far luce sull’omicidio compiuto dai coniugi Bebawi nell’Italia del boom. Alberto Intini, Direttore della Scientifica, sintetizza la sua esperienza in materia ricostruendo un esempio perfetto di caso freddo risolto. Il poliziotto-scrittore Piernicola Silvis rievoca invece gli anni Settanta dei rapimenti e narra di una terribile vendetta. E la giovane criminologa Jessica Ochs spiega come i “tre di West Memphis”, accusati di uno dei crimini più cruenti che l’America ricordi, appaiono vittime di una vicenda giudiziaria kafkiana.
Ma non sempre il tempo getta luce sui misteri. La soluzione si allontana, ad esempio, nel caso del bombarolo del Nordest, ripreso dal giornalista Mauro Zola, in cui la scienza pare, per un volta, aver tradito gli investigatori. Anche per Ciccio e Tore, i due fratellini di Gravina in Puglia, la verità è finita in fondo al pozzo, da cui parte il ricordo di Cristiana Lodi, inviata di Libero. E di certezze ne regala poche pure la vicenda del Boia di Albenga – nel racconto di Adolfo Ferraro, che l’ha avuto come paziente all’Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa – condannato per un omicidio su cui si intrecciano le ombre delle trame nere e dei servizi deviati.

Anna Sam, le tribolazioni di una cassiera al supermaket

Al supermercato
Ventinove anni, una laurea in lettere, “un’esperienza della vita” assicura “particolare e banale al tempo stesso”. Per oltre sette anni, Anna Sam ha lavorato nella grande distribuzione. Professione: cassiera.
Poi si è stufata, ha smesso il camice, ha aperto un blog che in pochissimo tempo ha trasformato in un libro: Le tribolazioni di una cassiera (appena pubblicato in Italia da Corbaccio). In Francia è divenuto un caso editoriale. E ha così imitato la strada di di molte star del mondo della musica e della celluloide (tra gli altri, e in ordine sparso: Cameron Diaz, Michele Pfeiffer e, in Italia, Giusy Ferreri).
Solo che nel caso di Anna Sam l’obiettivo è stato quello di raccontare la vita quotidiana al ritmo dei bip della cassa. Tracciando un’ironica e lucida fenomenologia del cliente della grande distribuzione.
Traformare una “gabbia per conigli” (la cassa, appunto) in un osservatorio privilegiato non è stato poi tanto difficile. Ed è lei stessa a darne una conferma indiretta, quando racconta: “per ciò che mi riguarda, la divisione della società in classi esiste più di quanto si possa immaginare. Non solo ci sono ricchi e poveri, giovani e anziani, colti e ignoranti; ma soprattutto le loro esigenze sono così diverse l’una dall’altra da poter dire che esiste ancora una divisione per ceto e per censo”.
Dunque questo lavoro può persino trasformarsi in un’opportunità?
Non sarei così ottimista. Quella della cassiera è una professione alienante, ripetitiva, e soprattutto non è un punto di osservazione così interessante da poterti far dire che vorresti fare questo lavoro per vent’anni. Resta un mestiere freddo e distante, malgrado gli sforzi che uno possa fare per renderlo stimolante.
L’unica ancora di salvezza - pare suggerire nel libro - è l’ironia…
Certo, per me prende il lavoro con umorismo è stata davvero l’unica valvola di sfogo. Anche perché, quando facevo la cassiera, mi piaceva ridere e far ridere il cliente. Per questo, mi dispiace che molte cassiere abbiano preso la decisione di continuare a fare il mestiere che fanno in modo del tutto inconsapevole. Anche perché resta l’approccio più sbagliato e mortificante.
Il suo libro ha venduto decine di migliaia di copie in Francia. Persino il suo supermercato lo ha distribuito.
Appena pubblicato, sono stata io stessa a richiedere lo spazio al direttore della filiale per promuoverlo. E ho trascorso un’intera giornata a scrivere dediche a clienti e colleghi. Tra questi, c’era anche chi normalmente non ha la pazienza di aspettare neppure cinque minuti in fila dietro la cassa. Ebbene, in quella circostanza ha dovuto pazientare per più di tre ore.

Shoah, i libri della Memoria

Sir Hardy Amies: l’eleganza reale

“È proprio vero che si può ottenere dalla vita solo ciò che vi si investe. Nessuno dovrebbe ritenersi soddisfatto di ciò che fa, se si sente frustrato dalle proprie ambizioni inattese, ma non ho mai creduto nella possibilità di inventarsi tutto da zero. Ci si dovrebbe piuttosto tenere sempre all’erta; per poter valutare in pochi attimi, nel caso in cui si apra una nuova porta, la bontà dell’avventura nella stanza accanto e, se opportuno, saltarci dentro senza esitazioni.”

In questo pensiero si riassume il segreto del successo di Sir Hardy Amies, colui che, nato ai primi del Novecento in una cittadina nei pressi di Londra è riuscito a diventare, grazie alla sua intraprendenza e alla sua eleganza, lo stilista ufficiale della regina Elisabetta II d’Inghilterra.

È lo stesso stilista volle raccontare in un’autobiografia apparsa in Gran Bretagna nel 1984 come fosse riuscito, superando due guerre e non poche difficoltà, soprattutto economiche, nell’impresa di fregiarsi, al culmine della carriera, del Sigillo Reale. Oggi quel libro dal titolo Sir Hardy Amies. L’eleganza al 14 di Savile Row è pubblicato in Italia dalla casa editrice Excelsior 1881.

Una vita avventurosa che lo ha portato a girare intorno al mondo, da principio per imparare e dopo aver raggiunto l’apice del successo per esportare il proprio marchio.

Il libro è un diario di viaggio in quello che secondo molti  sarebbe il mondo dorato della moda, ma che nasconde al suo interno una serie interminabile di sacrifici e a volte anche di delusioni. E dove solo la caparbietà mischiata al puro talento possono garantire i tanto desiderati risultati.

Il racconto di Evfrosinija Kersnovskaja, una donna sopravvissuta al Gulag

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Uno dei disegni contenuti in Quanto vale un uomo

Deportata in Siberia nel 1941, condannata alla fucilazione e internata nel Gulag staliniano, Evfrosinija Kersnovskaja, ex proprietaria terriera di famiglia russo-greca, ne è sopravvissuta, e non solo nel corpo, ma anche e soprattutto nell’anima e nella dignità. Ed entrambe risuonano, coraggiose e cristalline, nel libro che raccoglie le memorie di quegli anni di umiliazioni e torture, Quanto vale un uomo (pagg. 720), che esce in anteprima mondiale in Italia con Bompiani.
Anche tra fatiche e privazioni quotidiane, pur afflitta dalla fame, sfiancata dal lavoro, costretta a vedere la morte su occhi e membra senza più carne delle compagne di prigionia, Evfrosinija nel lager trovò la motivazione per raccontare quell’esperienza scrivendo e disegnando. Il materiale le venne poi sequestrato ma tornata a casa nei primi anni Sessanta ha iniziato a riscrivere e ancora a disegnare tutto quello che di certo non avrebbe potuto più dimenticare.
Quanto vale un uomo, che non può non richiamare il genocidio diverso ma simile riportato da Primo Levi in Se questo è un uomo, raccoglie i quaderni di ricordi, frammentati da disegni realistici e colorati. Così è anche la sua prosa, precisa nei dettagli quasi fotografici e gustosa da leggere. Quello che colpisce è infatti che Evfrosinija, pur di fronte all’orrore e all’abbrutimento, non ha perso il piacere estetico della scrittura, trovando in sé una prosa ricercata e vitale, piacevole e ricca di un certo humour noir, scritta con mano da vincitrice e non da vittima.
Evfrosinija Kersnovskaja è morta nel 1994 all’età di 87 anni, ma per fortuna Igor Chapkovskij ha raccolto la sua eredità facendo pubblicare questa autobiografia illustrata che oggi restituisce voci e volti del Gulag. Allo stesso Chapkovskij si deve la scoperta dell’opera: anche lui carcerato nel Gulag da bambino, per anni è andato alla ricerca di testimonianze per ricostruire la vita nei lager, e in Evfrosinija, che ben presto divenne una parente acquisita, ha trovato l’essenza della sua ricerca.

Il libro, che uscirà anche in America, Francia, Ungheria e Polonia, sarà presentato martedì 27 gennaio (ore 18.30) dalla curatrice Elena Kostioukovitch e da Vittorio Strada, insieme a Igor Chapkovskij, alla Feltrinelli di Piazza Piemonte a Milano. Nella stessa libreria è in corso fino al 31 gennaio la mostra dei disegni dell’autrice, che si trasferirà per il mese di febbraio alla Feltrinelli di Galleria Colonna a Roma.

Panorama.it ha incontrato Igor Chapkovskij.

Igor Chapkovskij, come è maturata l’idea di rendere pubblico questo struggente racconto autobiografico? Era già nella volontà della Kersnovskaja?
L’autrice è morta nel ‘94 e ha steso i quaderni molto prima in modo privato, come una memoria di chi non c’è più. Non pensava che sarebbe arrivato un momento in cui sarebbe stato possibile pubblicarli nella Russia sovietica, e invece con la Perestroika è arrivato (in Russia sono stati pubblicati ma in una versione più estesa e senza disegni, ndr). E finalmente è giunto anche in Italia. Vedendo che erano cambiati i tempi, Evfrosinija ha consentito la pubblicazione.

Lei, signor Chapkovskij, ha avuto modo di conoscere personalmente Evfrosinija: che ricordo ne ha? trasparivano la sua determinazione e i segni del dolore vissuto?
Quando la si incontrava emanava un’atmosfera indimenticabile. Addosso aveva cicatrici come quelle di un guerriero e sulla pelle dei punti neri, residui di un’esplosione in miniera. Negli ultimi sei anni io e la mia famiglia l’abbiamo accolta in casa: in seguito a un ictus fisicamente non era più vigorosa ma aveva sempre uno spirito combattivo.

Anche lei da piccolo ha vissuto nel Gulag: cosa ha provato,  la prima volta, nel leggere i quaderni di Evfrosinija?
Da tempo cercavo questa verità sul lager e leggendo le sue memorie ho trovato la risposta a quello che cercavo. La risposta è che il Gulag si può vincere, ovviamente non nel senso di poterlo abbattere ed eliminare dal pianeta: la vittoria sta nel fatto che si può conservare la propria dignità anche all’interno del Gulag.

In Quanto vale un uomo sorprendono lo stile curato, le citazioni letterarie, l’abilità nel disegnare… Quanto è stata importante la cultura per Evfrosinija Kersnovskaja nel riuscire a lottare e sopravvivere?
Indubbiamente molto. In questo inferno dantesco privo di anima e spiritualità lei contrapponeva un atteggiamento di anima e spiritualità. In cella di isolamento cantava e componeva poesie… Chiedendo a chi ha subito il Gulag cosa gli mancasse di più, la risposta è sempre “il colore”. In quel luogo era tutto grigio e deprimente. Evfrosinija invece aveva dentro una grande ricchezza che le permetteva di mettere i colori.

L’autrice cita chiaramente per nome e cognome tutti, vittime e carnefici…
Aveva una memoria da testimone, che non tutti hanno: è un talento speciale che fuoriesce anche nei suoi ritratti. Esiste una particolare aristocrazia della memoria, che dà la capacità di raccontare in modo eccezionale.

Spesso orgogliosamente si dice “Niente è dimenticato, nessuno è dimenticato”, invece non è così: “tutto è dimenticato, e tutti sono dimenticati”, scrive con rammarico Valeriu Pasat nella postfazione al libro. Crede che le generazioni odierne non abbiano sufficiente memoria?
Le memorie del passato sono cose poco popolari per cui però uso l’aforismo del filo che si tesse. In un certo senso Evfrosinjia è voluta entrare nel Gulag: ha avuto più occasioni per scappare ma non lo ha fatto. Ha vissuto tutti i gironi dell’inferno ed quindi è nata l’attuale documentazione; noi abbiamo tenuto in casa Evfrosinjia e abbiamo trovato qualcuno che volesse pubblicarla. Probabilmente si troverà qualcuno che continuerà a tessere questo filo.

Malamud e l’arte della brevità

Malamud
Di Sandra Petrignani
Sono 55 i racconti di Bernard Malamud (1914-1986) compresi nella storica raccolta completa. Eraldo Affinati ha fatto, per la Einaudi, una sua scelta “del cuore” presentandone in questo volume 22, che attraversano comunque l’intera vita artistica dello scrittore russo-newyorkese. Si va dal ’43 con Armistizio a La modella dell’83: due poli e la stessa forte tempra morale. Dice Affinati: “Se conosciute al momento giusto, le opere di Malamud lasciano un segno incancellabile”. Ma forse non c’è un momento sbagliato per venire a contatto con un autore di questa statura. E i racconti sono una porta d’ingresso comoda e ampia, tanto che persino Flannery O’Connor, regina americana del racconto, riconobbe: “Ho scoperto un autore di racconti che è il migliore in assoluto, migliore anche di me”. Dai rabbini descritti nella giovinezza agli uomini anziani dal desiderio sessuale frustrato dalla vecchiaia, Malamud descrive l’umanità nelle sue piccole pieghe disonorevoli senza ironizzare né giudicare. Semplicemente mettendo la vita nel piatto.

Intervista con Wu Ming sul New Italian Epic

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Il New Italian Epic è morto. È morto perché recava in sé il suo epitaffio con tanto di date: 1993-2008; ed è giusto che sia così, in un paese in cui non sembra morire (né nascere) mai nulla, in cui il ciclo della vita è arrugginito, inceppato. Il memorandum sullo stato di una parte della narrativa italiana degli ultimi tre lustri, scritto inizialmente da Wu Ming 1 in occasione di una conferenza in Canada, ha portato dopo molti anni il dibattito letterario e la critica fuori dai salotti, dalle accademie e dalle redazioni asfittiche dei giornali. Le diramazioni, gli interventi, le critiche e le polemiche non sono mancate nel corso dell’anno passato, segno che, al di là delle opinioni, su quanto scritto da Roberto Bui, il saggio ha portato aria fresca in un panorama stagnante. Il più grande pregio dello scritto è stato quello di rimanere liquido, di individuare una nebulosa di opere; che si intrecciano, si sfiorano, si muovono su direttrici simili anche se lontane; senza congelarle irrimediabilmente in un genere o in una definizione. Il New Italian Epic è un punto di partenza non un punto di arrivo, la sua decomposizione rende il terreno fertile, le sue caratteristiche non sono regole ma ancoraggi provvisori per un banco di meduse in movimento nei flutti della letteratura italiana. E questo la critica ufficiale non sembra averlo colto.
A mesi di distanza dalla prima apparizione in rete del saggio, Einaudi Stile Libero darà alle stampe a fine mese la versione 3.0, ancora inedita, di New Italian Epic, Letteratura, sguardi obliqui, ritorno al futuro (pagg. 208, € 14,50) ampliata e affiancata da il testo di un intervento londinese di Wu Ming 1 Noi dobbiamo essere i genitori e da un lungo lavoro inedito di Wu Ming 2 intitolato La salvezza di Euridice. Negli stessi giorni arriva in libreria, per le edizioni Il Melangolo, anche il saggio di Gaia De Pascale Wu Ming. Non soltanto una band di scrittori (pagg. 120, € 11).

Abbiamo incontrato Wu Ming 1 e Wu Ming 2.
Come nasce l’idea del saggio sul NIE, da quale esigenza e cosa sarebbe, per chi non lo sa, il NIE in breve?
WM1: Se vado a pescare i ricordi con l’intento di trovare il momento, l’episodio che ha messo in moto tutto questo ambaradàn, in realtà ne trovo diversi, e alcuni sono raccontati dentro il libro, però ce n’è uno che… Insomma, mi è tornato in mente un “Click!” che ho sentito, forte e chiaro nella testa a fine 2006. Avevo appena visto un film, The Prestige di Christopher Nolan, storia della rivalità tra due illusionisti nella Londra di fine Ottocento - inizio Novecento. Mi aveva molto colpito, era un film “storico” e fantascientifico (affine al cosiddetto “steampunk”, il cyberpunk-a-vapore). Era anche un mystery rivoltato su se stesso come un calzino, e una riflessione sulla scienza e la morale, su quanto di noi stessi siamo disposti a perdere per la dedizione a un compito. Aveva una sceneggiatura complessa, a scatole cinesi, ma scatole cinesi assurde, da quadro di Escher: la più piccola sembrava contenere la più grande. Si svolgeva in un passato esplorato in modo sghembo, e parlava del presente con… sottile aggressività, proponendo un’allegoria dei nostri tempi assolutamente non ovvia, sfuggente, che più ci pensavi più si arricchiva e ti stupiva.
WM2: Il primo spunto nasce con la lettura delle recensioni americane di 54. Quasi tutti i commenti collocavano quel nostro romanzo nell’ambito della letteratura postmoderna. Ora, se questo è giusto per alcune sue caratteristiche narrative, l’etichetta è invece molto fuorviante sul piano della sensibilità profonda. Allora abbiamo cominciato a chiederci: in che cosa non siamo più “postmoderni”, pur essendolo, inevitabilmente, per tante altre scelte? Rispondendo, ci siamo poi accorti che certe “differenze” ci accomunavano ad altri autori italiani. E così abbiamo cominciato a indagarle meglio.
E qual è stato il “click” a cui accennavi?
WM1: L’operazione di Nolan mi suonava familiare, e infatti era uno specchio sbattuto in faccia a un’intera generazione di scrittori italiani: “Ecco, guarda!” Mi suonava familiare perché da anni, insieme ai miei compagni di collettivo e a molti altri autori, lavoravo a una poetica molto affine: uso deviante del passato o di non-tempi, sguardi “strani”, noncuranza per le barriere tra i generi, allegoria “mossa”, tentativi di scrivere storie che fossero al tempo stesso sperimentali e popolari, il tutto con una forte tensione etica (la stessa che c’era in quel film). Spesso devi uscire da te stesso, vederti da fuori per capire meglio quel che stai facendo. La visione di un film anglo-americano diverso dal solito ha fatto partire un ruminìo sulla letteratura italiana più recente, o almeno su parte di essa.
Un anno dopo, un viaggio in Canada per un seminario sulla narrativa italiana mi ha dato l’occasione di mettere un po’ di ordine nei pensieri e buttare giù quello che sarebbe diventato il memorandum. Se ho coniato l’espressione inglese New Italian Epic anziché nuova epica italiana, è per mantenere questo sguardo da fuori. Se si sta troppo immersi nella caciara italiota, si fatica a ragionare.
Il memorandum è uno scatto fotografico su un periodo ben preciso, e come tale ormai è già passato…
WM1: La posta in gioco in realtà è il futuro, la nostra voglia e capacità di visualizzarlo e progettarlo. Un’opzione a cui, negli anni del postmoderno, gran parte della letteratura aveva rinunciato in nome dell’eterno presente e del disincanto. Il memorandum descrive gli ultimi quindici anni di produzione letteraria italiana (ripeto: parte di essa) ma al tempo stesso, mentre camminiamo rivolti all’indietro, gettiamo occhiate alle nostre spalle, e cerchiamo di vedere come sarà l’avvenire.
WM2: L’elemento temporale è importante, perché impedisce di trasformare il NIE in una corrente, o peggio, in una scuola. Il NIE, come nebulosa di opere pubblicate tra il 1993 e il 2008, è già finito. D’altra parte, le caratteristiche comuni individuate in quelle opere, torneranno senz’altro in nuovi romanzi, ma la sfida è ad andare oltre il “già visto” e il “già catalogato”.
La versione Einaudi in cosa è diversa da quello pubblicato in rete e scaricato da decine di migliaia di persone (quante)?
Penso che ormai i download siano circa 44.000, ma posso contare solo quelli da wumingfoundation.com, e il testo è presente anche in altri siti. Il libro è il risultato di un lavoro diffuso, comunitario: già la versione “2.0″ del memorandum era arricchita con precisazioni, integrazioni, risposte a critiche e suggerimenti. La “3.0″ è ulteriormente ampliata, ri-montata e divisa in due parti (”New Italian Epic” e “Sentimiento nuevo”). Anche il saggio di Wu Ming 2 su Euridice è l’esito di un lavorìo molto lungo, pure quello nasce da un intervento fuori dall’Italia, per la precisione a Siviglia, ed è stato “provato” in pubblico, come fosse musica, in diversi momenti pubblici, tra cui due incontri con gli studenti dell’Onda, a Bologna e Milano.
Vi aspettavate un dibattito così vivace su una tematica che di solito è solo o quasi per addetti ai lavori?
WM1: Certo che sì. L’alzata di polverone era scontata. Negli ultimi anni certa critica non ha fatto che ripetere: non si muove niente, non c’è niente, fa schifo tutto, la letteratura italiana è morta con Pasolini… All’insaputa di questi pugnettari, si muoveva tutto un mondo, di cui i lettori si erano accorti, e di cui si parlava diffusamente negli altri paesi, mentre qui le pagine culturali dei giornali parlavano del pancreas di Croce conservato in formaldeide.
WM2: Mi aspettavo la reazione “interna” (il coinvolgimento di scrittori, critici, editori, lit-blog), ma molto meno quella dei lettori “comuni”, che invece hanno colto subito l’intreccio tra gli aspetti letterari, epici e politici di tutto il discorso.
Come si completano i discorsi sul NIE, sull’essere genitori e su Euridice? Insomma che c’entrano l’uno con l’altro e perché nello stesso testo?
WM1: I tre testi si sfidano tra loro e al tempo stesso si completano. La continuità tematica e poetica di tutte le pagine sarà evidente a chiunque legga.
WM2: La versione iniziale de La salvezza di Euridice nasce in contemporanea con il memorandum sul NIE. WM1 ed io abbiamo preparato i due testi negli stessi giorni, senza sapere l’uno cosa bollisse nella pentola dell’altro. Inoltre, i contesti dove avremmo presentato le due lecture erano molto differenti e gli spunti di partenza anche. A un certo punto abbiamo condiviso gli appunti e ci siamo resi conto che, per strade parallele e con approcci molto differenti, eravamo arrivati a dire cose molto simili (in particolare rispetto alle caratteristiche peculiari di certa narrativa).
“Il New Italian Epic è una baggianata. È solo autopropaganda.” ha detto Carla Benedetti al quotidiano “Libero”: è indubbiamente un ottimo disclaimer per il lancio del libro… ma le critiche negative si sono limitate a questo o qualcosa di interessante lo avete trovato?
WM1: Sì, si sono limitate a questo e no, non lo abbiamo trovato.

WM2: Ho trovato interessanti alcune critiche “interne”, fatte da chi non nega l’evidenza del NIE, ma prende le distanze da alcuni elementi della nostra analisi. Ad es., Tommaso Pincio quando sostiene che gli “oggetti narrativi non-identificati” sono efficaci e perturbanti solo se non rinunciano a dirsi “romanzi”. Oppure chi ha sottolineato la possibilità di intendere la I di NIE come “International” piuttosto che “Italian”. O ancora, chi ha discusso nel merito il catalogo di opere stilato da WM1.

Come difendere i bambini dai pedofili

Predatori

Ha studiato per vent’anni carnefici e vittime di violenze sessuali, in Predatori (Elliot, pp. 350, 17 euro), la psicologa americana Anna Salter, si serve della sua competenza per spiegare al lettore come difendere i bambini dai pedofili, cosa pensano, come ingannano, come eludono la legge. “Supponiamo che nessun allenatore, sacerdote o insegnante ’sembri’ un predatore sessuale, ma che uno di essi lo sia, senza che noi lo sappiamo” scrive Anna Salter “Poiché non possibile individuare pedofili o stupratori in ogni circostanza, occorre fare in modo di allontanare il possibile criminale sessuale e impedirgli di accostarsi a noi e ai nostri figli”.
La psicologa lancia anche un preciso avvertimento ai genitori: occhio ai computer dei bambini. “È pericoloso lasciare che i propri figli navighino su Internet da soli, senza la supervisione di un adulto o di un software filtro. Soprattutto non dovrebbero entrare nelle chat room. Dubito che ci siano chat room frequentate da adolescenti nelle quali non vi sia almeno un predatore sessuale online in un determinato momento. Ciò che potete fare è aiutare i vostri figli a trovare siti per bambini, che non consentano l’interazione con gli estranei”. Internet, secondo la psicologa, “favorisce l’inganno più di ogni altro contesto. Tutti possono fingere di essere qualunque cosa, un dato che non è sfuggito all’attenzione dei criminali sessuali. Le ricerche confermano la crescita esponenziale dei casi di predatori che conoscono bambini e ragazzi su Internet. Un sondaggio condotto dal centro studi per i reati sui minori del New Hampshire su adolescenti tra i dieci e i diciassette anni ha riscontrato che, nell’arco di un anno, un adolescente su cinque ha ricevuto via Internet un’offerta sessuale; in un caso su trenta era di tipo aggressivo”.

Written in Italy: in mostra i libri degli italiani nel mondo


Oceano mare - Alessandro Baricco - IndonesianOrganizzare una mostra itinerante di libri non è cosa di tutti i giorni, considerando sempre l’endemico problema dello scarso numero di lettori in Italia, se poi a questo si aggiunge che a comporre questa mostra sono volumi di autori italiani tradotti in lingue straniere, allora c’è qualcosa di veramente sublime e originale.

Si tratta della prima mostra di questo tipo ed è nata dalla passione di un collezionista sui generis, Davide Grittani, che nel corso della sua vita ha coltivato la passione di collezionare le opere degli scrittori italiani che baciati dal successo venivano tradotti all’estero esportando così quella che potremmo definire il made in Italy della cultura. Sono ben 250 gli autori che vanno a comporre la prestigiosa collezione per un totale di 600 libri tradotti in 32 lingue.

“Written in Italy” questo il titolo della rassegna che dopo essere partita da Foggia, città natale di Grittani grazie alla sponsorizzazione dell’Università dauna e al patrocinio dal Ministeri dei Beni Culturali e degli Esteri, farà il giro del mondo, prima tappa Roma dove verrà ospitata dalla prestigiosa Casa delle letterature dal 22 al 30 gennaio; in questa sede verranno esposte le edizioni di dieci autori del Novecento italiano che hanno contrassegnato la letteratura italiana: Dino Buzzati, Alberto Moravia, Primo Levi, Pier Paolo Pasolini, Vincenzo Cerami, Alessandro Baricco, Sandro Veronesi, Niccolò Ammaniti, Tiziano Terzani, Dacia Maraini.

Come ci dice lo stesso Grittani sul suo sito internet Cittadini di Macondo, “E’ una mostra nella mostra dove si potranno osservare oltre alle traduzioni anche le copertine che gli editori decidevano di stampare per queste opere da quelle improbabili asiatiche a quelle raffinate tedesche a quelle kitch americane.”

Avete mai rubato un libro?

l'importante è saper scegliere

Di Mariarosa Mancuso

“La rivista più rubata in Gran Bretagna”: era questo, qualche anno fa, lo slogan pubblicitario di Granta, magazine che pubblica inediti e scopre nuovi talenti. Il poster mostrava una copia che sbuca da un cappotto. Segnalava che al fascicolo con il meglio dei nuovi scrittori nessun lettore assennato poteva resistere, fino alla cleptomania. Per contorno, l’aria trasgressiva e controcorrente che ben si addice alle pubblicazioni modaiole.
I britannici sono lettori forti. Gente che si mette in fila alla fermata dell’autobus, un po’ meno alle casse: in Gran Bretagna vengono sottratti milioni di titoli l’anno, in gran parte guide di viaggio, thriller e libri per ragazzi, tanto che una campagna contro i furti in libreria aveva per testimonial Daniel Radcliffe, l’attore che al cinema recita Harry Potter. Gli italiani sono lettori deboli, lo sentiamo ripetere da anni. Significa che i libri si rubano meno? Oppure l’ideologia sessantottina, “rubare un libro non è reato”, ancora resiste, sulla scia del manualetto controculturale del guru americano Abbie Hoffman, Steal this book, uscito nel 1971 (in Italia da Nuovi equilibri, 1998)? E quali sono i titoli preferiti dai ladri?
“I libri si rubano, certo. Meno di altri prodotti, però: parliamo di una percentuale dello 0,4 circa, a fronte dell’1 per cento circa registrato negli altri settori. Per noi che vendiamo 20 milioni di titoli l’anno, corrisponde alla bella cifra di 80 mila volumi” spiega Riccardo Cattaneo, direttore generale della Mondadori Retail. I più rubati coincidono con la lista dei best-seller: Paolo Giordano con La solitudine dei numeri primi, Gomorra di Roberto Saviano (che vanta anche un’edizione pirata) e naturalmente la saga di Harry Potter.
“Un libro rubato è un libro letto” sosteneva Giulio Einaudi. Nella sede storica della casa editrice, in via Biancamano a Torino, aveva arredato la sala d’attesa con vetrinette piene di novità. “Funzionavano da test, per sapere quel che era più gradito ai lettori” racconta Ernesto Ferrero, direttore della Fiera del libro, dove i furti sono all’ordine del giorno: “Si rubano i libri, si rubano. Per leggerli, per impulso irresistibile che prescinde dalla lettura, per furbizia”.
Come succede in libreria, dove capita di cogliere sul fatto signore eleganti, ecclesiastici, uomini in giacca e cravatta, spesso con un giornale in mano: serve per nascondere il maltolto. Altri sfilano dal volume la sovraccoperta con il codice a barre, nella speranza di non farsi scoprire. “Dal furto ideologico a quello su commissione, l’aneddotica è ricca e comprende anche i cleptomani libridinosi, come li chiamava Vanni Scheiwiller” spiega Roberto Cerati, direttore commerciale della Einaudi.
Silvia Ferrero, studentessa universitaria e all’occasione standista alla fiera torinese, conferma: “Sì, cogliamo sul fatto almeno tre ladruncoli al giorno, ma sono molti di più. Arrivano infagottati anche a maggio, afferrano intere pile di libri, le nascondono e con aria distratta escono. Nessuno ha l’aria imbarazzata, a giustificazione dicono che i libri costano troppo, anche se magari sono ladri firmati dalla testa ai piedi. Ho scoperto che esistono vere e proprie bande pronte a entrare in azione appena aprono gli stand”.
Alla Fiera del libro di Torino si ruba dopo aver pagato un biglietto d’ingresso (a meno che i ladri seriali abbiano trovato un modo per aggirare l’ostacolo). Nelle librerie si ruba approfittando della confusione durante le presentazioni: “Ah, non erano lì per omaggio?”.
Inducono in tentazione le grandi superfici self-service aperte fino a tardi. Ma anche gli scaffali delle librerie indipendenti, come le romane Fanucci o Minimum fax: i titoli rubati sono i più cari, da 30 euro in su, le collane che più ingolosiscono sono I Millenni, la Biblioteca scientifica Adelphi, i Meridiani, rubati per essere rivenduti, magari sulle bancarelle.
Se ne lamenta su internet un libraio indipendente di Seattle, negli Stati Uniti, messo in allarme dai soliti sospetti che storpiano i nomi degli scrittori. Stufo di rincorrere i colpevoli rischiando l’infarto, e preoccupato per i conti di fine anno, cerca di dirottarli altrove: “Rubate piuttosto ai ricchi di Barnes & Noble”.
Romano Montroni, ex direttore delle librerie Feltrinelli e oggi a capo della catena Coop (una ventina di negozi, lontane dal modello megastore e pure dal libraio che con la sua cultura intimidisce i clienti), traccia una piccola storia dei furti tra gli scaffali. “Nel 1968 si rubavano, per leggerli e dibatterli, Herbert Marcuse, Luce Irigaray, Franco Basaglia. I problemi veri arrivarono nel 1977, con gli espropri a fini di lucro, violenti e corredati da minacce che dicevano “attento alle gambe”. Cercammo di fare accordi con i dirigenti del movimento studentesco bolognese, per non finire come la Maspero in Francia, costretta a chiudere”. Parlando dell’oggi, aggiunge: “In Germania, per esempio, dove i ladri di libri sono implacabilmente perseguiti, si ruba molto meno”.
Da noi i sospettati possono essere fermati soltanto fuori dal negozio, raramente vengono denunciati. Fa ostacolo, sostengono i derubati, senza distinzione tra grandi e piccoli, la legge sulla privacy: la faccenda si risolve in una perdita di tempo. L’ultima libreria Coop è stata inaugurata a Bologna, in collaborazione con Eataly, marchio registrato per il “cibo di qualità” (che, come l’etichetta “letteratura di qualità”, può procurare una leggera orticaria). Sempre in tema di furti, nel ramo pecorino o lardo genuino, Eataly dissuade i clienti che dimenticano di passare alla cassa con scritte assai minacciose.
La catena più bersagliata dai furti ideologici è oggi la Mondadori. Molto rubati anche i titoli della collana Stile libero, in cima i cofanetti di Vasco Rossi e Luciano Ligabue. I libri e il loro costo non fanno parte delle rivendicazioni dell’Onda, il movimento degli studenti universitari e medi nato nelle scuole nell’autunno 2008, che invece ha chiesto biglietti del cinema a prezzo agevolato.
Tra i ladri famosi e confessi, il matematico Piergiorgio Odifreddi: “L’ho fatto spesso, per libri e dischi, ma ero minorenne e non perseguibile”. E l’attore Sergio Castellitto: “Chi non ha mai rubato un libro non sa niente della vita”.

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