
Amava il balletto, i mantelli di pelliccia, le scarpe da tennis e i gatti. Disegnava storie enigmatiche, di surreale e compunta ferocia, ambientate preferibilmente in scenari edoardiani che lo facevano immaginare un vecchio signore inglese colto e sofisticato. Invece Edward St. John Gorey (1925-2000), illustratore e cartoonist di culto, era un misterioso americano di Chicago che non amava viaggiare e in Gran Bretagna non era mai stato (”Il mio viaggio preferito? Mettermi alla finestra e osservare quello che succede fuori”).
Della sua vita, solitaria e ostinatamente celibataria, non si è mai saputo nulla. Tanto che Oreste Del Buono, presentando nel 1973 la sua Trilogia, contenente L’altra statua (un omaggio a Jane Austen), Il pipistrello dorato e L’ospite ambiguo, edita dalla gloriosa Milano Libri, si chiedeva per gioco ma non troppo: “Esisterà davvero Edward Gorey?”. E rispondeva: l’importante è che “ci siano (…) sempre di più i suoi straordinari disegni”.
L’auspicio del non dimenticato “Odibì” sta trovando un’eco singolare nell’editoria italiana: l’Alet ha appena mandato in libreria I dodici incubi del Natale, strenna deliziosamente acida disegnata da Gorey nel 1999 su testi di John Updike, mentre l’Adelphi annuncia per la primavera l’uscita di The Unstrung Harp - L’arpa intonsa, nella traduzione di Matteo Codignola, che nel 1953 segnò l’esordio dell’artista nel fumetto d’autore.
Ma davvero Gorey, ormai stabilmente inserito nel catalogo Adelphi con titoli che vanno da Gattegoria a La bicicletta epiplettica, dev’essere considerato un puro e semplice autore di fumetti? In realtà era uno sperimentatore che ha fatto libri senza parole, a scatola di fiammiferi, formato pop-up, o ha disegnato scene e costumi come quelli di un memorabile Dracula a Broadway, nel 1977, che gli fruttarono un Tony award. Lui preferiva definire le sue opere “nonsense letterari”, nella tradizione di Lewis Carroll o di Edward Lear. E aggiungeva, con quel tocco gotico che l’ha sempre contraddistinto: “Il nonsense dev’essere qualcosa di piuttosto terribile, probabilmente non esiste un nonsense felice”.
Non è difficile credergli, aggirandosi nei suoi giardini del male dalla botanica funesta, o in quelle categoriali magioni di campagna con le finestre a bovindo, gli scaloni marmorei sormontati da precipitevoli urne in sovrappeso, i sofà dove “può benissimo essere stata ammazzata la zia”, come in quei romanzi di Ivy Compton-Burnett che fanno indovinare incesti e omicidi, mentre in salotto il rito del tè si ripete impeccabile. Implacabilmente sottolineato, nei disegni di Gorey, con didascalie di minaccioso understatement: “Durante il tè i bambini dissero che dalla finestra della sala d’attesa avevano visto Miss Underfold con un cappello decorato di gigli neri”.
Simile a un Edgar A. Poe da nursery, in Gorey s’annida forse un pio infante dal cuore malvagio, ma ugualmente amato da Dio, come il Pious Infant dell’omonimo racconto di Mrs Regera Dowdy: uno dei cento pseudonimi, da Ogdred Weary a Dogear Wryde, da Raddory Gewe a E.G. Deadworry, attraverso i quali Edward Gorey anagrammava la propria identità. Un’altra maniera di rivelarsi nell’unico modo che conosceva: nascondendosi. Forse persino a sé stesso. Gorey non si sposò mai, né mai si mostrò portato alle storie d’amore. In un libro uscito dopo la sua morte, intitolato The Strange Case of Edward Gorey, sulla falsariga di Lo strano caso del dottor Jekyll e di Mr Hyde, il suo amico Alexander Theroux riferisce che, messo alle strette sui propri orientamenti sessuali, Gorey rispose di non essere sicuro se fosse gay o etero: “Né l’uno né l’altro in particolare… Quel che cerco di dire è che, prima d’ogni altra cosa, sono una persona”.
La casa di Cape Cod, detta Elephant House, dove trascorse in affabile solitudine gli ultimi anni, è oggi il Museo Gorey. Quanto a lui, sognava di reincarnarsi in un neutrino. Ma è più bello immaginarlo, becco pendulo e scarpe da ginnastica, simile all’Ospite Equivoco del suo racconto: silenzioso come i nostri amabili sensi di colpa.
- Sabato 10 Gennaio 2009

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