Hard boiled di culto: torna “Il caso sbagliato” di James Crumley

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Di Michele Lauro
“Ho imparato che se non vendi tante copie puoi comunque dire che sei un autore di culto”, ha detto James Crumley “La gente a volte ci crede”. Venerato dai critici e considerato un maestro dai colleghi del noir americano come Joe Lansdale e il più giovane Dennis Lehane, Crumley ha dovuto effettivamente aspettare l’ultima parte della sua vita per scrollarsi di dosso l’etichetta di autore cult. Almeno in Italia. Dopo la riedizione nel 2004 del suo capolavoro, L’ultimo vero bacio, Einaudi Stile libero manda in libreria Il caso sbagliato, a oltre trent’anni di distanza dalla prima uscita per i Gialli Mondadori. Era il 1975 e dopo l’esordio con un atipico romanzo di guerra sullo sfondo del Vietnam, James Crumley aveva deciso di “svoltare” verso il poliziesco, complice la scoperta del giallista Raymond Chandler. “Mi dissi ok, meglio andare a lavorare, questa cosa dei libri non attacca.” Invece no. Il primo capitolo della trilogia con protagonista il detective Milo Milodragovitch è divenuto nel tempo un caposaldo del genere hard boiled, e riletto oggi non sembra sentire gli anni grazie anche alla nuova eccellente traduzione di Luca Conti, a suo agio fra il serrato ritmo narrativo, la psicologia sottile e il linguaggio crudo e sboccato dei personaggi.
Lo stile rigoroso di Crumley ha nell’oralità una delle sue frecce più acuminate: a tessere la narrazione sono spesso i deuteragonisti - la prostituta, il fricchettone, la barista, l’avvinazzato, il faccendiere - con cui Milo Milodragovitch vive un rapporto “simbiotico”, a volte fraterno. Poliziotti, mafiosi, magnaccia e spacciatori condividono gli spazi dell’immaginaria cittadina di Meriwether, profondo Nord-ovest americano, e il medesimo vuoto esistenziale. Con il Mito americano è crollato un intero sistema di valori, è crollata la speranza: “Ma anche questo è uno dei grandi pregi del vivere in America”, commenta Milo in un passo spietatamente attuale. “La superiorità morale costa un tanto al chilo”. Il dialogo fra questa umanità disillusa e reietta, ora amaro ora irresistibile, ora da raschiare lo stomaco come una sorsata di whisky, si svolge per lo più in prima persona e ai tavoli del bar (la pressoché totale assenza di comunicazioni a distanza è uno dei pochi indizi - insieme all’abbondanza di capelloni - che rimandano alla data di stesura del romanzo: al massimo trilla qualche segreteria telefonica). Il tema del bene e del male come facce della stessa, insanguinata medaglia è una delle ossessioni di Crumley fin dai tempi dell’università, quando il suo modello era Dostoevskij. “Vi sono uomini che non hanno mai ucciso, eppure sono mille volte più cattivi di chi ha assassinato sei persone”: con questa celebre citazione da Memorie da una casa di morti potrebbe uscirsene Milo Milodragovitch dopo l’ultimo colpo di scena di una vicenda che si è dipanata per 360 pagine, se gli riuscisse di parlare così forbito.
Purtroppo una tragica fatalità ha voluto che l’uscita in libreria di Il caso sbagliato coincidesse con la scomparsa del sessantottenne Crumley, il 16 settembre 2008, uno dei grandi “contastorie” del dopoguerra americano.

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