Il racconto di Evfrosinija Kersnovskaja, una donna sopravvissuta al Gulag

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Uno dei disegni contenuti in Quanto vale un uomo Deportata in Siberia nel 1941, condannata alla fucilazione e internata nel Gulag staliniano, Evfrosinija Kersnovskaja, ex proprietaria terriera di famiglia russo-greca, ne è sopravvissuta, e non solo nel corpo, ma anche e soprattutto nell’anima e nella dignità. Ed entrambe risuonano, coraggiose e cristalline, nel libro che raccoglie le memorie di quegli anni di umiliazioni e torture, Quanto vale un uomo (pagg. 720), che esce in anteprima mondiale in Italia con Bompiani. Anche tra fatiche e privazioni quotidiane, pur afflitta dalla fame, sfiancata dal lavoro, costretta a vedere la morte su occhi e membra senza più carne delle compagne di prigionia, Evfrosinija nel lager trovò la motivazione per raccontare quell’esperienza scrivendo e disegnando. Il materiale le venne poi sequestrato ma tornata a casa nei primi anni Sessanta ha iniziato a riscrivere e ancora a disegnare tutto quello che di certo non avrebbe potuto più dimenticare. Quanto vale un uomo, che non può non richiamare il genocidio diverso ma simile riportato da Primo Levi in Se questo è un uomo, raccoglie i quaderni di ricordi, frammentati da disegni realistici e colorati. Così è anche la sua prosa, precisa nei dettagli quasi fotografici e gustosa da leggere. Quello che colpisce è infatti che Evfrosinija, pur di fronte all’orrore e all’abbrutimento, non ha perso il piacere estetico della scrittura, trovando in sé una prosa ricercata e vitale, piacevole e ricca di un certo humour noir, scritta con mano da vincitrice e non da vittima. Evfrosinija Kersnovskaja è morta nel 1994 all’età di 87 anni, ma per fortuna Igor Chapkovskij ha raccolto la sua eredità facendo pubblicare questa autobiografia illustrata che oggi restituisce voci e volti del Gulag. Allo stesso Chapkovskij si deve la scoperta dell’opera: anche lui carcerato nel Gulag da bambino, per anni è andato alla ricerca di testimonianze per ricostruire la vita nei lager, e in Evfrosinija, che ben presto divenne una parente acquisita, ha trovato l’essenza della sua ricerca. Il libro, che uscirà anche in America, Francia, Ungheria e Polonia, sarà presentato martedì 27 gennaio (ore 18.30) dalla curatrice Elena Kostioukovitch e da Vittorio Strada, insieme a Igor Chapkovskij, alla Feltrinelli di Piazza Piemonte a Milano. Nella stessa libreria è in corso fino al 31 gennaio la mostra dei disegni dell’autrice, che si trasferirà per il mese di febbraio alla Feltrinelli di Galleria Colonna a Roma. Panorama.it ha incontrato Igor Chapkovskij. Igor Chapkovskij, come è maturata l’idea di rendere pubblico questo struggente racconto autobiografico? Era già nella volontà della Kersnovskaja? L’autrice è morta nel ‘94 e ha steso i quaderni molto prima in modo privato, come una memoria di chi non c’è più. Non pensava che sarebbe arrivato un momento in cui sarebbe stato possibile pubblicarli nella Russia sovietica, e invece con la Perestroika è arrivato (in Russia sono stati pubblicati ma in una versione più estesa e senza disegni, ndr). E finalmente è giunto anche in Italia. Vedendo che erano cambiati i tempi, Evfrosinija ha consentito la pubblicazione. Lei, signor Chapkovskij, ha avuto modo di conoscere personalmente Evfrosinija: che ricordo ne ha? trasparivano la sua determinazione e i segni del dolore vissuto? Quando la si incontrava emanava un’atmosfera indimenticabile. Addosso aveva cicatrici come quelle di un guerriero e sulla pelle dei punti neri, residui di un’esplosione in miniera. Negli ultimi sei anni io e la mia famiglia l’abbiamo accolta in casa: in seguito a un ictus fisicamente non era più vigorosa ma aveva sempre uno spirito combattivo. Anche lei da piccolo ha vissuto nel Gulag: cosa ha provato, la prima volta, nel leggere i quaderni di Evfrosinija? Da tempo cercavo questa verità sul lager e leggendo le sue memorie ho trovato la risposta a quello che cercavo. La risposta è che il Gulag si può vincere, ovviamente non nel senso di poterlo abbattere ed eliminare dal pianeta: la vittoria sta nel fatto che si può conservare la propria dignità anche all’interno del Gulag. In Quanto vale un uomo sorprendono lo stile curato, le citazioni letterarie, l’abilità nel disegnare… Quanto è stata importante la cultura per Evfrosinija Kersnovskaja nel riuscire a lottare e sopravvivere? Indubbiamente molto. In questo inferno dantesco privo di anima e spiritualità lei contrapponeva un atteggiamento di anima e spiritualità. In cella di isolamento cantava e componeva poesie… Chiedendo a chi ha subito il Gulag cosa gli mancasse di più, la risposta è sempre “il colore”. In quel luogo era tutto grigio e deprimente. Evfrosinija invece aveva dentro una grande ricchezza che le permetteva di mettere i colori. L’autrice cita chiaramente per nome e cognome tutti, vittime e carnefici… Aveva una memoria da testimone, che non tutti hanno: è un talento speciale che fuoriesce anche nei suoi ritratti. Esiste una particolare aristocrazia della memoria, che dà la capacità di raccontare in modo eccezionale. Spesso orgogliosamente si dice “Niente è dimenticato, nessuno è dimenticato”, invece non è così: “tutto è dimenticato, e tutti sono dimenticati”, scrive con rammarico Valeriu Pasat nella postfazione al libro. Crede che le generazioni odierne non abbiano sufficiente memoria? Le memorie del passato sono cose poco popolari per cui però uso l’aforismo del filo che si tesse. In un certo senso Evfrosinjia è voluta entrare nel Gulag: ha avuto più occasioni per scappare ma non lo ha fatto. Ha vissuto tutti i gironi dell’inferno ed quindi è nata l’attuale documentazione; noi abbiamo tenuto in casa Evfrosinjia e abbiamo trovato qualcuno che volesse pubblicarla. Probabilmente si troverà qualcuno che continuerà a tessere questo filo.

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Il 26 Marzo 2010 alle 09:13 Musica per lupi di Dario Fertilio: l’agghiacciante racconto di torture e sevizie nella Romania comunista - Libri - Panorama.it ha scritto:

[...] i Gulag, conosciamo Polt Pot, conosciamo anche le purghe staliniste. Di Pitesti, invece, fino a ieri non [...]

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