Archivio di Gennaio, 2009
Da James Baldwin, romanziere afro-americano trapiantato a Parigi, all’Herman Melville della Balena Bianca, da Toni Morrison (Canzone di Salomone) a Gandhi, Abraham Lincoln e la Bibbia: è su questi libri che Barack Obama ha trovato la voce e l’eloquenza che risuonerà domani dai gradini del Campidoglio per il discorso dell’Inauguration Day.
Il New York Times di oggi ha puntato i riflettori sulle letture che hanno formato il presidente eletto, la sua eloquenza e il suo modo di pensare. Obama “ha notato il critico letterario del giornale Michiko Kakutani” legge agli antipodi del suo predecessore George W. Bush che si innamora di autori come un chiodo fisso (celebre la sua passione per il dissidente sovietico Natan Sharansky) e divora volumi in gara con lo stratega Karl Rove: recentemente Rove si è vantato di aver consumato 110 libri nel 2006 contro i 95 di Bush.
Al contrario del Bush “aspiralibri”, Obama legge lentamente, rimuginando e assorbendo idee, “spilluzzicando” concetti che aiutano a esprimere la sua visione del mondo o ad aprire nuove strade di ricerca. Per tutta la vita il 44esimo presidente degli Stati Uniti è tornato ai libri per uscire, da giovane, dalla “bolla” dell’egoismo adolescenziale e, più di recente, dalla “bolla” del potere e della fama. Come racconta lui stesso nell’autobiografia Sogni di Mio Padre, da adolescente Obama ha letto Baldwin, Ralph Ellison, Langston Hughes e W.E.B. Du Bois per venire a patti con la sua identità razziale; più tardi, al college durante una fase ascetica, si è immerso in Nietzsche e Sant’Agostino per capire in che cosa credeva veramente.
Obama da giovane ha scritto poesie e a un certo punto si immaginò romanziere, ha scritto il suo biografo David Mendell.
Per essere un uomo politico, il 44esimo presidente americano legge molta più fiction della media. Dei romanzi che ammira, Taccuino Dorato di Doris Lessing, L’Uomo Invisibile di Ellison, molti si imperniano sul tema della ricerca di una identità, mentre le poesie di Derek Walcott, una cui copia è stata vista recentemente in mano a Obama, esplorano cosa significa essere un “bambino diviso” ai margini tra diverse culture: sradicato forse, ma libero di inventare se stesso.
“Non voglio storie”: frase che di solito si dice quando non si ammettono repliche o, spesso, quando non si ammettono tentennamenti in un rapporto d’amore o anche quando non si vogliono più tentativi di riappacificazione, se tutto è considerato finito. Ma è anche un modo per dire che una scelta di vita è fatta, anche se faticosa e densa di sacrifici. Come ne scrive Sonia Topazio nel suo ultimo libro, dal titolo appunto Non voglio storie (editore Aliberti, 15 euro) e che ha una peculiarità sorprendente: vi sono riportate le poesie d’amore che Dario Argento, il regista dell’horror, ha scritto a suo tempo a Sonia, quando una storia sentimentale li legava. Oggi il regista ammette la paternità di quei versi d’amore che risalgono a una quindicina d’anni fa, riconoscendo la qualità stilistica e narrativa del testo proposto da Sonia Topazio, giornalista scientifica a capo dell’ufficio stampa dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia e con la passione della scrittura, visto che ha già pubblicato - sempre per Aliberti - Il taglio nell’anima nel 2005 e L’Agenda della terra lo scorso anno.
In Non voglio storie, a fare da sfondo è la Toscana. A Barga, paesino del lucchese, vive Sara, straordinariamente bella e fragile. Conduce una vita normale, tra il negozio di souvenir, la passione per la prosa e la relazione con Mario. Finché qualcosa non si spezza: Mario scappa con la sua migliore amica e per Sara si apre la porta della sofferenza. Completamente allo sbando, si lascia prendere da nuovi amori, dove la passione domina ma sono anche amori distruttivi. Come lo è la passione per Herring Borgmius, affermato e affascinante drammaturgo e regista di teatro. Più vecchio di lei di molti anni, più esperto della vita, Herring trasporta Sara in un mondo che lei conosceva solo dall’esterno, e che rischia di fagocitare la sua personalità, il suo modo di essere, per renderla la donna ideale che lui vorrebbe. Sara trova il coraggio di lasciarlo, ma il suo percorso di crescita non è certo finito. Affascinata dagli uomini che bruciano di passione per il loro lavoro, si innamora di Pepo, medico di una onlus in Camerun, che dopo poco deve partire per l’Africa. Anche qui un uomo lontano, e però questa volta la storia d’amore si trasforma nell’occasione per Sara per guardare dentro di sé.
Di Michele Lauro
“Ho imparato che se non vendi tante copie puoi comunque dire che sei un autore di culto”, ha detto James Crumley “La gente a volte ci crede”. Venerato dai critici e considerato un maestro dai colleghi del noir americano come Joe Lansdale e il più giovane Dennis Lehane, Crumley ha dovuto effettivamente aspettare l’ultima parte della sua vita per scrollarsi di dosso l’etichetta di autore cult. Almeno in Italia. Dopo la riedizione nel 2004 del suo capolavoro, L’ultimo vero bacio, Einaudi Stile libero manda in libreria Il caso sbagliato, a oltre trent’anni di distanza dalla prima uscita per i Gialli Mondadori. Era il 1975 e dopo l’esordio con un atipico romanzo di guerra sullo sfondo del Vietnam, James Crumley aveva deciso di “svoltare” verso il poliziesco, complice la scoperta del giallista Raymond Chandler. “Mi dissi ok, meglio andare a lavorare, questa cosa dei libri non attacca.” Invece no. Il primo capitolo della trilogia con protagonista il detective Milo Milodragovitch è divenuto nel tempo un caposaldo del genere hard boiled, e riletto oggi non sembra sentire gli anni grazie anche alla nuova eccellente traduzione di Luca Conti, a suo agio fra il serrato ritmo narrativo, la psicologia sottile e il linguaggio crudo e sboccato dei personaggi.
Lo stile rigoroso di Crumley ha nell’oralità una delle sue frecce più acuminate: a tessere la narrazione sono spesso i deuteragonisti - la prostituta, il fricchettone, la barista, l’avvinazzato, il faccendiere - con cui Milo Milodragovitch vive un rapporto “simbiotico”, a volte fraterno. Poliziotti, mafiosi, magnaccia e spacciatori condividono gli spazi dell’immaginaria cittadina di Meriwether, profondo Nord-ovest americano, e il medesimo vuoto esistenziale. Con il Mito americano è crollato un intero sistema di valori, è crollata la speranza: “Ma anche questo è uno dei grandi pregi del vivere in America”, commenta Milo in un passo spietatamente attuale. “La superiorità morale costa un tanto al chilo”. Il dialogo fra questa umanità disillusa e reietta, ora amaro ora irresistibile, ora da raschiare lo stomaco come una sorsata di whisky, si svolge per lo più in prima persona e ai tavoli del bar (la pressoché totale assenza di comunicazioni a distanza è uno dei pochi indizi - insieme all’abbondanza di capelloni - che rimandano alla data di stesura del romanzo: al massimo trilla qualche segreteria telefonica). Il tema del bene e del male come facce della stessa, insanguinata medaglia è una delle ossessioni di Crumley fin dai tempi dell’università, quando il suo modello era Dostoevskij. “Vi sono uomini che non hanno mai ucciso, eppure sono mille volte più cattivi di chi ha assassinato sei persone”: con questa celebre citazione da Memorie da una casa di morti potrebbe uscirsene Milo Milodragovitch dopo l’ultimo colpo di scena di una vicenda che si è dipanata per 360 pagine, se gli riuscisse di parlare così forbito.
Purtroppo una tragica fatalità ha voluto che l’uscita in libreria di Il caso sbagliato coincidesse con la scomparsa del sessantottenne Crumley, il 16 settembre 2008, uno dei grandi “contastorie” del dopoguerra americano.

Il gatto nero è uno dei racconti di Poe preferiti da Luca Crovi
Il 19 gennaio è il bicentenario della nascita di Edgar Allan Poe, maestro senza tempo del noir. Per l’occasione Panorama.it incontra Luca Crovi, conduttore del programma di Radio Due Tutti i colori del giallo, scrittore dell’omonima monografia sul thriller italiano, dell’antologia del brivido L’assassino è il chitarrista e autore di gialli. Continua

Un particolare del francobollo per Edgar Allan Poe
È impossibile non rimanere affascinati dalle sue opere, sia che ci si limiti a sfogliarle da adolescenti sui banchi di scuola sia che ci si chiami Charles Baudelaire e ci si appresti a tradurle per la prima volta per l’Europa. Avvicinarsi ad Edgar Allan Poe è un viaggio nelle viscere del terrore puro, tra le spire dell’inspiegabile, alle origini del mistero e dell’angoscia umana. Allora come oggi. A duecento anni dalla sua nascita Poe è ancora magia, una magia oscura nata da uno stato di profondo malessere interiore e squilibrio che lo scrittore americano viveva sin dalla sua giovane età. “Sono in uno stato depressivo spirituale” scriveva nel 1835. E il mistero avvolge anche la sua morte, nel 1849, quando fu trovato in stato di delirium tremens sulla banchina del porto di Baltimora e, ricoverato in ospedale, morì qualche giorno dopo. Continua

Cinzia Leone ha con la stampa un rapporto che dura da tempo. Fumettista e giornalista, ha esordito sul mensile di satira Alter Alter nel 1978. È stata art director di La Nuova Ecologia e del Sole 24Ore. Ha realizzato sigle, cartoni animati, pubblicato cinque libri di storie a fumetti, tra cui Hotel Habanera (con Paolo Conte e Vincenzo Mollica) e Quel fantastico treno (con Hugo Pratt, Guido Crepax, José Muñoz, Lorenzo Mattotti). Oggi tiene rubriche su Io Donna, Amica, New Politics. Ed è giornalista de il Riformista. Ora dà alle stampe anche il suo primo romanzo. S’intitola Liberabile, storia di un uomo qualunque alle prese con la solitudine e gli assurdi meccanismi di una società alienante. Il volume sarà nelle librerie italiane dal 18 gennaio per i tipi di Bompiani. Panorama.it ha incontrato l’autrice.
Come nasce l’idea di scrivere un libro dove il protagonista è un uomo che perde il lavoro a cinquant’anni?
L’idea non è partita da un uomo che perde il lavoro, ma da una esperienza personale. Per due anni ho dovuto cercare una nuova casa. E sono stati proprio gli agenti immobiliari a darmi la scintilla. Loro ti valutano per la casa che tu stai acquistando. Potresti essere un farabutto e un truffaldino. Così, piano piano, ho scoperto che finivo per diventare il compratore che dichiaravo di essere! Questa situazione l’ho trasferita al mio personaggio. Lui è un classico colletto bianco pieno di convenzioni e paure. Quando perde il lavoro, preso dalla trappola del decoro e dal timore di scendere nei gradini più bassi di questa società, si crea una nuova identità pubblica, ma completamente falsa.
Il protagonista, il signor Pessi, sembra un uomo irreale: estremamente remissivo, la moglie lo lascia, perde il lavoro, non ha amici, resta solo, non ha una coscienza politica. Subisce tutto senza fare un minimo di analisi sociale di come sta andando il mondo…
In realtà questa società è piena di persone sole. Se no, non ci sarebbero le telefonate alle televisioni, alle radio… Poi, quando sfumano le ideologie e gli ideali, e dobbiamo ammettere che questa è un’epoca che ne ha sempre di meno, si hanno meno risposte. Le risposte te le devi dare tu. Questo fa sentire le persone escluse anche dal dialogo verso gli altri. Le persone, ti ripeto, sono molto più sole e disperate di quello che sembri.
Un visione che mette un po’ d’ansia nel lettore…
L’ansia che potrebbe scattare in chi legge è forse liberatoria perché un lettore può dedurre: “Io sono meglio, non sono così, io me la cavo”. Ma nello stesso tempo ha davanti quello che non vorrebbe vedere: le paure. La paura di invecchiare, la paura di non farcela più, la paura di non essere amato, la paura di non avere più identità. In una società che ti identifica per l’immagine che hai, al di là di quello che sei veramente, la ricostruzione del tuo io è la vera scommessa di quando uno perde il lavoro!
Non mancano comunque i momenti comici…
Il personaggio è nel suo insieme grottesco e divertente perché il finale è a sorpresa. Liberabile non è solo l’appartamento ma il personaggio stesso che si può liberare delle trappole e delle convenzioni.
Ascolta il file audio dell’intervista

Ogni secondo nel mondo si consumano mille barili di petrolio (pari a 150.000 litri) e 79.000 metri cubi di gas: cifre che sembrano curiosità, ma che aiutano a fotografare la situazione critica dell’energia sulla Terra nel libro Energia per l’astronave Terra, di Nicola Armaroli e Vincenzo Balzani (Zanichelli, 239 pagine, 11,50 euro).
Scritto da due ricercatori che lavorano in settori all’avanguardia in campo energetico, come nanomateriali luminescenti e macchine molecolari, il libro è una sorta di vademecum dell’energia.
Con un linguaggio facilmente accessibile e comunque ricco nella precisione dei dati, il libro introduce per gradi al problema degli sprechi energetici e dei rischi che questi comportano. Presenta anche, in una sorta di identikit, dati relativi al nucleare, solare e all’energia ricavabile da aria, acqua e terra. Dipinge quindi alcuni possibili scenari per il futuro e si chiude con una breve guida ai principali siti web sull’energia, una bibliografia italiana e una in inglese e due sezioni agili e ricche di dati, dedicate ai “miti da sfatare” e a curiosità relative ai consumi (per esempio: la potenzia elettrica installata oggi in Italia equivale alla potenza muscolare di 1,6 miliardi di persone), trasporti, energia nucleare, energie alternative, sprechi e disparità.
Sono state vendute oltre 80 mila copie, in poco più di un mese, delle cinque fiabe magiche di Beda il Bardo di J.K. Rowling ed è stata così raggiunta la cifra di oltre 200 mila euro che verranno devoluti al Children’s High Level Group, l’istituzione benefica fondata dall’autrice di Harry Potter e dalla Parlamentare europea Emma Nicholson a favore dei bambini disagiati. Per ogni copia acquistata del libro - uscito lo scorso 4 dicembre in Italia, per la prima volta in contemporanea mondiale - si donano infatti 2,4 euro all’istituzione benefica.
La Salani (Gruppo editoriale Mauri Spagnol), editore italiano della Rowling, “ringrazia tutti coloro che, acquistando Le fiabe di Beda il Bardo, hanno contribuito a raccogliere, a oggi, gli oltre 200.000 euro”.
Scritte ma anche illustrate dalla Rowling, le cinque fiabe, pubblicate nella traduzione di Luigi Spagnol, sono accompagnate dai commenti di Albus Silente. In Beda e il Bardo, si incontrano, spiega la scrittrice nella prefazione “eroi ed eroine in grado essi stessi di praticare la magia, ma che nonostante ciò hanno le nostre stesse difficoltà a risolvere i propri problemi”. Insomma: “la magia crea tanti problemi quanti ne risolve”. Di Beda il Bardo la Rowling racconta poi “che è vissuto nel quindicesimo secolo e la gran parte della sua vita rimane avvolta nel mistero”. Sarà svelato in un prossimo libro?
La campagna condotta da Lotta Continua contro Calabresi tra il 1970 e il 1972 “fu un linciaggio moralmente, ma non penalmente, responsabile”. È quanto afferma Adriano Sofri ne La notte che Pinelli, in libreria il 15 gennaio, che ricostruisce con rigore le vicende che seguirono la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969.
Condannato nel ‘97 per quell’omicidio (insieme a Leonardo Marino, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani), Sofri ribadisce che “se qualcuno traduce in atto quello che anch’io ho proclamato a voce alta, non posso considerarmene innocente e tanto meno tradito. Di nessun atto terroristico degli anni ‘70 mi sento corresponsabile. Dell’omicidio Calabresi sì, per aver detto o scritto, o aver lasciato che si dicesse o si scrivesse ‘Calabresi sarai suicidato’”.
Sofri usa l’escamotage del racconto di un pezzo della storia d’Italia a una ragazza che oggi ha vent’anni. Parte dal fermo a Milano, subito dopo la strage, del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, il quale va in questura con il proprio motorino, convinto che da lì a poco tornerà a casa, e invece nella notte tra il 15 e il 16 dicembre, dopo oltre 72 ore di interrogatorio, farà un volo dal quarto piano e morirà poco dopo in ospedale.
La sentenza del ‘75 del giudice istruttore D’Ambrosio, che manda assolti tutti i poliziotti, dirà che la morte di Pinelli avviene per “una improvvisa alterazione del centro di equilibrio”, ritenendo “possibile ma non verosimile” la sbandierata tesi del suicidio.
Fisica, medicina e scienze motorie (furono fatte simulazioni in piscina) hanno dato una risposta giudiziaria (”D’Ambrosio voleva chiudere, si era fatto tardi”, scrive Sofri) al caso Pinelli, ma non alla strage compiuta alla Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana. Nell’Italia delle mezze verità, trent’anni dopo i morti di Milano, passa quasi del tutto inosservata una tesi dell’ex ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani, che nel ‘97 e poi nel 2000 disse alla Commissione stragi che un agente del Sid fu inviato troppo tardi a fermare gli attentati.
Le dichiarazioni di Taviani partono dall’ipotesi che chi piazzò la bomba lo fece pensando che sarebbe esplosa a uffici chiusi, mentre quel giorno la banca rimase aperta più a lungo.
Sofri riporta una frase dell’ex presidente della Commissione stragi, Giovanni Pellegrino, il quale per dimostrare che non c’erano prove di un mandato alla strage da parte dell’Ufficio affari riservati dice che Federico Umberto D’Amato, a capo di quell’ufficio, “avrà ritenuto un grave errore mettere la bomba nella banca o almeno farla esplodere quando la banca non era deserta”. Chiuse le virgolette, segue l’invito che Sofri a pagina 191 fa al lettore: “Rileggi, prego, l’intero brano”.
Per chiudere con l’analisi di quegli anni, Sofri parla della “violenza, non del terrorismo cui fui estraneo e nemico”, riconducendo l’iniziazione rivoluzionaria della sua generazione al “trovarci di fronte a un vasto schieramento politico e sindacale che agiva di fatto all’interno dei rapporti sociali e della democrazia politica ‘borghesi’, ma continuando a parlare un linguaggio sovversivo. C’era una sproporzione scandalosa tra le parole e i fatti di quella sinistra ufficiale”, la cui “doppiezza si tradusse in una tensione urgente a colmare quel divario dal lato della pratica, dell’azione”.
Di Michele Lauro
Così tante volte si è udito il grido “il rock è finito!”, “la musica è morta!”, che ogni nuova puntata sull’argomento rischia di diventare l’ennesimo “al lupo al lupo” della favola di Esopo. Dura la vita dei sociologi musicali, alle prese con una materia giovane, sfuggente, prismatica, che si nutre del suo stesso divenire. Ora uno dei più autorevoli studiosi della materia, Gino Castaldo, cambia drasticamente prospettiva celebrando un’ode in morte della musica - il felice ossimoro che fa da sottotitolo a Il buio, il fuoco, il desiderio, Einaudi. “La musica è finita un’infinità di volte”, spiega l’autore nell’introduzione, a partire da quando, nel lontano 1952, David Tudor eseguì il Silenzio di John Cage (quattro minuti e mezzo in cui il “virtuosismo” del pianista consisteva nell’alzare e abbassare il coperchio del pianoforte per scandire i momenti della “suite”). Morì e rinacque attraverso il free jazz, le sperimentazioni di Coleman, le distorsioni allucinate di Hendrix, il caleidoscopio dei Beatles, l’epopea freak, le autostrade spaziali dei Kraftwerk, il vomito di Sid Vicious, la tragica sorte di Lennon, l’autodistruzione fatale di Kurt Cobain. E chissà per quanto si potrebbe continuare.
La musica cioè vive nel segno della discontinuità, della rottura del paradigma: tutte le infinite volte in cui è stata uccisa è rinata dalle sue ceneri, alimentando un inconscio collettivo che si è sedimentato nel patrimonio culturale della nostra epoca. Come avviene per la catarsi nella tragedia greca, la rinascita rituale nella musica si deve alla sua capacità di ricomporre le due esperienze fondamentali della psiche umana, quella conscia e quella inconscia. Non è un caso che la maggior parte dei miti sulla creazione si aprano con un suono. La musica, dice Castaldo, “ci ricorda l’unità dell’essere umano”. Nell’emozione dell’ascolto siamo misteriosamente ricatturati nel rapporto primordiale, non scisso, con la natura e con la storia.
La magica fonte sembra però essersi inaridita. Il terzo millennio è immerso in un pulviscolo persistente di suoni e non si vede all’orizzonte qualcuno, qualcosa capace di rinnovare la mitica “uccisione”. La musica è dappertutto, iperfruibile e iperfruita. Nell’era di internet, il fenomeno della riproducibilità dell’opera d’arte indagato già da Walter Benjamin nel 1936 ha prodotto la saturazione dello spazio sonoro. E un organismo che non evolve è destinato all’estinzione. Svelato il senso dell’auspicio iniziale, Castaldo rintraccia nella storia della musica contemporanea tre degli elementi che ne hanno costituito il nutrimento vitale - il buio, il fuoco e il desiderio -, permettendo agli appassionati e ai nostalgici dell’età d’oro del rock e del jazz di ritrovare il fulcro delle passioni che anche grazie alla musica hanno incendiato gli animi, e talvolta il mondo. La memoria del passato suggerisce che forse il passaggio alla “Nuova Musica” (o Musica 2.0) possa avvenire con un nuovo urlo di ribellione giovanile, il germinare di un desiderio maturo. Forse con lo spostamento del centro della popular music dal mondo occidentale ad altre latitudini, complice l’abbandono del concetto di tempo lineare e di progresso, dogma della società occidentale a partire dalla rivoluzione industriale. Forse con una nuova libertà artistica imposta dalla sparizione del supporto musicale e dal crollo del mercato discografico. O forse, più semplicemente, con il ritorno all’ascolto dello strumento umano per eccellenza, la voce.

Amava il balletto, i mantelli di pelliccia, le scarpe da tennis e i gatti. Disegnava storie enigmatiche, di surreale e compunta ferocia, ambientate preferibilmente in scenari edoardiani che lo facevano immaginare un vecchio signore inglese colto e sofisticato. Invece Edward St. John Gorey (1925-2000), illustratore e cartoonist di culto, era un misterioso americano di Chicago che non amava viaggiare e in Gran Bretagna non era mai stato (”Il mio viaggio preferito? Mettermi alla finestra e osservare quello che succede fuori”).
Della sua vita, solitaria e ostinatamente celibataria, non si è mai saputo nulla. Tanto che Oreste Del Buono, presentando nel 1973 la sua Trilogia, contenente L’altra statua (un omaggio a Jane Austen), Il pipistrello dorato e L’ospite ambiguo, edita dalla gloriosa Milano Libri, si chiedeva per gioco ma non troppo: “Esisterà davvero Edward Gorey?”. E rispondeva: l’importante è che “ci siano (…) sempre di più i suoi straordinari disegni”.
L’auspicio del non dimenticato “Odibì” sta trovando un’eco singolare nell’editoria italiana: l’Alet ha appena mandato in libreria I dodici incubi del Natale, strenna deliziosamente acida disegnata da Gorey nel 1999 su testi di John Updike, mentre l’Adelphi annuncia per la primavera l’uscita di The Unstrung Harp - L’arpa intonsa, nella traduzione di Matteo Codignola, che nel 1953 segnò l’esordio dell’artista nel fumetto d’autore.
Ma davvero Gorey, ormai stabilmente inserito nel catalogo Adelphi con titoli che vanno da Gattegoria a La bicicletta epiplettica, dev’essere considerato un puro e semplice autore di fumetti? In realtà era uno sperimentatore che ha fatto libri senza parole, a scatola di fiammiferi, formato pop-up, o ha disegnato scene e costumi come quelli di un memorabile Dracula a Broadway, nel 1977, che gli fruttarono un Tony award. Lui preferiva definire le sue opere “nonsense letterari”, nella tradizione di Lewis Carroll o di Edward Lear. E aggiungeva, con quel tocco gotico che l’ha sempre contraddistinto: “Il nonsense dev’essere qualcosa di piuttosto terribile, probabilmente non esiste un nonsense felice”.
Non è difficile credergli, aggirandosi nei suoi giardini del male dalla botanica funesta, o in quelle categoriali magioni di campagna con le finestre a bovindo, gli scaloni marmorei sormontati da precipitevoli urne in sovrappeso, i sofà dove “può benissimo essere stata ammazzata la zia”, come in quei romanzi di Ivy Compton-Burnett che fanno indovinare incesti e omicidi, mentre in salotto il rito del tè si ripete impeccabile. Implacabilmente sottolineato, nei disegni di Gorey, con didascalie di minaccioso understatement: “Durante il tè i bambini dissero che dalla finestra della sala d’attesa avevano visto Miss Underfold con un cappello decorato di gigli neri”.
Simile a un Edgar A. Poe da nursery, in Gorey s’annida forse un pio infante dal cuore malvagio, ma ugualmente amato da Dio, come il Pious Infant dell’omonimo racconto di Mrs Regera Dowdy: uno dei cento pseudonimi, da Ogdred Weary a Dogear Wryde, da Raddory Gewe a E.G. Deadworry, attraverso i quali Edward Gorey anagrammava la propria identità. Un’altra maniera di rivelarsi nell’unico modo che conosceva: nascondendosi. Forse persino a sé stesso. Gorey non si sposò mai, né mai si mostrò portato alle storie d’amore. In un libro uscito dopo la sua morte, intitolato The Strange Case of Edward Gorey, sulla falsariga di Lo strano caso del dottor Jekyll e di Mr Hyde, il suo amico Alexander Theroux riferisce che, messo alle strette sui propri orientamenti sessuali, Gorey rispose di non essere sicuro se fosse gay o etero: “Né l’uno né l’altro in particolare… Quel che cerco di dire è che, prima d’ogni altra cosa, sono una persona”.
La casa di Cape Cod, detta Elephant House, dove trascorse in affabile solitudine gli ultimi anni, è oggi il Museo Gorey. Quanto a lui, sognava di reincarnarsi in un neutrino. Ma è più bello immaginarlo, becco pendulo e scarpe da ginnastica, simile all’Ospite Equivoco del suo racconto: silenzioso come i nostri amabili sensi di colpa.
Ad oltre trent’anni dall’uscita di Padre padrone (1975), Gavino Ledda sta riscrivendo il suo capolavoro in una versione bilingue italiano-sardo. Lo anticipa lo scrittore in un’intervista al quotidiano La Provincia di Como, in edicola oggi.
“Allora lo scrissi, metaforicamente, nella lingua di Marconi, di Leonardo, di Dante ma non in un dialetto che nessun poeta degno di questo nome ha fatto finora assurgere a dignità di mezzo di comunicazione universale”, spiega Ledda la cui storia è stata resa celebre in tutto il mondo anche grazie al film dei fratelli Taviani, vincitore della Palma d’Oro a Cannes nel 1977.
“Sono vent’anni che lavoro per ottenere un risultato convincente”, aggiunge spiegando di essere arrivato circa a metà dell’opera. “Ma sono sicuro di quanto ho fatto” sottolinea “e penso di continuare sempre meglio. Manzoni, per citare un maestro di questa parti” dice ancora lo scrittore al quotidiano comasco “impiegò un tempo simile innestando però sul lombardo un’altra lingua, il toscano, già esistente. Il mio intento è invece di ottenere la pluridimensionalità delle parole in un modo del tutto inventivo”. Non si tratterà di una traduzione, fa notare Ledda, bensì di una “traslazione”. “Anche l’italiano sarà diverso: e nuovo. Pluridimensionale”. Un “assaggio”, conclude, potrebbe arrivare nel Natale 2009, con un “breve racconto concepito per lettori adolescenti”.
Fabio Fazio (non è un nome d’arte, ma un caso di omonimia col conduttore tv) ha 22 anni e scrive da quando era bambino. Ma se non fosse stato per il concorso dedicato agli scrittori emergenti della casa editrice Il Filo, i suoi manoscritti sarebbero rimasti in un cassetto come quelli di molti altri. Invece i suoi due racconti sono pubblicati sotto il titolo di Phobia, che li descrive bene entrambi. Per l’atmosfera inquietante e cupa e per le paure e gli incubi peggiori che si materializzano nella vita dei protagonisti. Il libro di Fazio ha tra l’altro scatenato una polemica su Internet, dove alcuni forum accusano la casa editrice di aver sfruttato l’omonimia dell’autore col conduttore televisivo per farsi pubblicità.
Scritti a distanza di dieci anni l’uno dall’altro, Il destino di Sarah e La morte di Emily McPherson hanno in comune gli avvenimenti horror (e a tratti pulp) che fanno precipitare la vita di due donne normali, borghesi, quasi felici. Dove le presenze oscure che le accompagnano e i fantasmi della loro mente diventano davvero credibili per il lettore. La caratteristica delle due trame, soprattutto del secondo racconto, il più maturo, è la continua alternanza e compenetrazione di piani di narrazione diversi: realtà, incubo, racconto nel racconto, ricordo, proiezione nel futuro. La morte di Emily McPherson è un romanzo breve pieno di sorprese, anche se non tutte intenzionali. Come quella di pagina 138. Che però non sveliamo per non rovinare al lettore il piacere della scoperta.
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