Archivio di Febbraio, 2009

Inverno alla Grand Central: cronache dal sottosuolo di New York

Homeless negli Stati Uniti

Di Michele Lauro
Una matita, un semplice mozzicone… L’homeless rannicchiato nei suoi cartoni in qualche anfratto della stazione centrale di New York è in crisi di astinenza. Con un gesto automatico il braccio rimesta nella bisaccia alla ricerca di quello stecco cilindrico che usa per pressare il crack nel cannello. Eccola la matita, avvolta dalla pellicola formata dai residui della droga, ed è allora che il tossico di fronte al suo palliativo riceve un’illuminazione: ma questa è una matita! “Ci si può scrivere con questo coso”. Nell’istante in cui la matita rivela improvvisamente la sua anima di grafite getta un’àncora salvifica alla confusa coscienza del barbone. Che rimedia un taccuino e si mette a riempire fogli con foga crescente, dimentica l’astinenza, scopre un altro sballo: la scrittura. Questo insight apre la storia raccontata dal newyorkese Lee Stringer in Inverno alla Grand Central, pubblicato in Italia da Nottetempo, a dieci anni dalla sua comparsa sul mercato americano. Sembra l’incipit promettente di una cruda fiction, è invece vita vissuta, fulminante cronaca dal sottosuolo.
Ma riavvolgiamo brevemente il nastro. Negli anni Ottanta, in pieno yuppismo, Lee Stringer è avviato a una brillante carriera di pubblicitario. Poi una serie di vicissitudini, fra cui la morte del fratello trentenne e la scomparsa del socio in affari, lo conduce rapidamente verso il baratro, complice l’incontro con la cocaina. I castelli di carte dell’economia reaganiana trascinano con sé nel loro crollo Lee e molti altri “ex” della metropoli newyorkese. La deriva è spietata, le uniche porte che si aprono sono quelle della stazione centrale o di qualche ente per emarginati. Ma Lee, nonostante la dipendenza, sopravvive conservando ironia e buonumore e perfino un certo spirito imprenditoriale: prima mantiene i suoi vizi rastrellando in giro i vuoti delle lattine e rivendendoli per pochi spiccioli, poi scopre Street News, il giornale dei senzatetto di New York, vendendo il quale numerosi homeless tirano avanti e intanto salvaguardano la propria dignità di persone. Stringer riesce a farsi pubblicare i primi racconti, quindi di Street News diviene editor, mentre il divano della redazione gli offre un più confortevole giaciglio dove abbandonarsi alle pipate notturne. Dopo dodici anni di tossicodipendenza e vita di strada, Stringer, che intanto ha cominciato a collaborare con testate importanti come The Nation e il New York Times, si disintossica e completa la sua risalita pubblicando due libri (Cioccolato o vaniglia, il secondo in ordine cronologico, è stato pubblicato per primo da Nottetempo nel 2007).

Inverno alla Grand Central è insieme un memoriale e una raccolta di storie. E anche una specie di manuale di sopravvivenza nella giungla suburbana. Pur senza nasconderne le nefandezze ma senza traccia di moralismi, giudizi, autoindulgenze, rancori, Lee Stringer descrive una popolazione di reietti dotati di una propria moralità e spesso dall’animo gentile. L’assenza di sentimentalismo coincide con una scrittura lucida e asciutta, semplice e lineare. Che lungi dall’essere superficiale, possiede invece una straordinaria capacità di arrivare al nocciolo delle cose. Per esempio, la consapevolezza che la lotta per un’esistenza degna e piena di senso si combatte ogni giorno, e che la stessa popolarità rappresenta un’insidia: “Per l’animo umano soldi e popolarità sono altrettanto pericolosi quanto la povertà assoluta”, ha detto lo scrittore. Il successo crea dipendenza, e il rischio è quello di ritrovarsi a “dipendere dalle aspettative altrui”. Caso letterario una decina di anni fa negli Stati Uniti, Stringer è un raro caso di outsider per cui vita e scrittura sono in contatto osmotico. La vita non si risolve nella scrittura, che tuttavia ha il potere (terapeutico) di salvare qualcosa nello scorrere continuo e discontinuo dell’esistenza. E quest’uomo, come dice nell’introduzione lo scrittore Kurt Vonnegut, suo mentore e scopritore, “sa scrivere!”

Coltrane, il graphic novel diventa jazz

Coltrane, la graphic novel

LA GALLERY

Coltrane (Black Velvet, 128 pp. 13 €) è un graphic novel jazz. Non solo perché narra a fumetti la vita di John Coltrane, ma perché del jazz ha la struttura, il ritmo, il fraseggio. Dopo tante biografie sul sassofonista per antonomasia, ecco finalmente il formato perfetto che si adatta in pieno all’ascolto e al ritmo della sua musica: il fumetto.
Paolo Parisi esegue con gli strumenti della scrittura e del disegno una lunga suite, plasmata su A love supreme. Dal capolavoro di Trane prende le mosse la suddivisione in capitoli della storia, Acknowledgement, Resolution, Pursuance e Psalm, una suddivisione che non segue un ordine cronologico lineare ma che evoca l’itinerario mistico del disco e lo interseca con la vita del musicista e per traslato dell’America. Dall’infanzia difficile nella Carolina del Nord agli incontri con Thelonious Monk, Duke Ellington Archie Shepp, Elvin Jones, McCoy Turner, Bill Evans e naturalmente Miles Davis ed Eric Dolphy; il rapporto con questi ultimi due è forse il tema più toccante, un vero “assolo” che percorre tutta la storia. E poi Malcolm X, le Black Panther, il Ku Klux Klan, l’eroina, le donne - Naima e Alice - e la spiritualità, la politica, le sperimentazioni e le aperture al free jazz, le sessioni in studio e il mitico concerto al centro di cultura africana Olatunji a New York nel 1967.
Il tratto è essenziale, scarno:  bianco, nero e grigio sono per Parisi quello che Fa, La bemolle e Si bemolle sono per A love supreme, note base di partenza, un fulcro semplice su cui costruire un’opera vibrante, clamorosamente evocativa, dall’intreccio complesso e dalle sfumature ricche e profonde. I testi del giovane autore si muovono dal grave all’acuto, come un improvvisatore che segua o contrasti l’accompagnamento grafico.
È una narrazione ostica, difficile, che va avanti e torna indietro di continuo, che subisce impennate improvvise e stacchi laceranti eppure scorre fluida ed energica perché ha un segreto: è puro suono, proprio come “fu in principio”. E per questo il modo migliore di leggere e guardare Coltrane è quello di mettere sul piatto A love supreme, abbassare la puntina e voltare le pagine.

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Due interviste per spiegare il boom del fantasy in Italia

Un disegno di un artista russo

Mentre il dibattito sul New Italian Epic tira le somme di una certa narrativa italiana degli ultimi anni fino a diventare un saggio cartaceo, un genere letterario dalle sorti alterne sembra aver ritrovato vigore, e dopo l’11 settembre - agli esperti le debite congetture -, ha conosciuto una vera e propria crescita esponenziale: il fantasy.
Sempre più articolato, mutevole e pronto alla contaminazione con il fantastico, con il gotico, l’horror e la fantascienza o alla specializzazione (vedi alla voce urban fantasy o elfpunk) questo filone narrativo ha visto anche in Italia il moltiplicarsi di autori e di case editrici disposte a tentare la sorte. Per gli scrittori nostrani il fantasy è sempre stato uno spauracchio e per anni abbiamo importato dai paesi anglosassoni la maggior parte dei romanzi. Da qualche tempo a questa parte però si produce fantasy, con risultati alterni anche qui. Alterni perché alle volte, più che alla qualità delle storie, si è puntato sul presunto caso autore, presentando scrittori giovanissimi come il fenomeno dell’anno salvo poi restare con un pugno di mosche o dandosi la proverbiale zappa sui piedi.
Non è certo una coincidenza che dopo Mondadori con Licia Troisi, anche Einaudi abbia tentato la strada del genere, ci sono poi molte case editrici specializzate o quasi specializzate, come Armenia, Delos Books, Gargoyle, Runde Taarn che stanno investendo molto sul fantasy. Tra esse spiccano Armando Curcio, che da qualche tempo ha dato alla luce un’intera collana dedicata al genere e la piccola e ultrasepcializzata Asengard, nata per passione nel 2006: un editore che pubblica solo ed esclusivamnte narrativa fantastica made in Italy per dimostrare, come dice il fondatore Edoardo Valsesia, che “il buon fantasy (e, in generale, il fantastico) non arriva solo dal resto del mondo.” Asengard ha dato il via anche al progetto “Sanctuary”, un’antologia tematica di racconti e illustrazioni con la prefazione di Alan D. Altieri, a fine benefico.
Due degli scrittori più noti del panorama nostrano sono Marco Davide, autore della Trilogia di Lothar Basler e Francesco Falconi con il ciclo di Estasia e quello di Prodigium.
Panorma.it li ha incontrati.
Come sono nate le vostre storie?
MD: La prima stesura della trilogia di Lothar Balser, di cui sono pubblicati i primi due capitoli (La lama del dolore - Curcio, 735 pp. € 18,90 e Il sangue della terra, Curcio, 766 pp. € 18,90) risale al periodo fra il novembre 1997 e il gennaio 2001. Diversi anni fa, dunque. Nel frattempo, è stata oggetto di svariate revisioni da parte mia, fino all’ultima che ha riguardato il terzo volume, conclusasi pochi giorni fa. L’opera nasce dalla mia esigenza, a valle di un periodo di particolare crescita della mia vita, di dare corpo al lascito emotivo che avevo sedimentato dentro. Avrei potuto esprimermi in diverse maniere, dopo mesi di riflessione optai per un romanzo fantasy in tinta gotica. Tempo che il lascito s’era concretato, di libri avevo finito per scriverne tre.
FF: Estasia, Danny Martine e la Corona Incantata (Curcio, pp. 511, € 14,90), nasce dalla passione per il mondo fantastico che coltivo fin da quando ero piccolo. A 14 anni decisi di scrivere una storia, creando un mio mondo fantasy, con dei personaggi che mi rispecchiassero totalmente. Nel 2005, sotto consiglio di un amico, decisi poi di completarlo e riscrivere qualche parte. In pochi giorni mi ritrovai di nuovo immerso in Estasia e, dopo varie stesure, riuscii a convincere Armando Curcio Editore che lo pubblicò nel 2006.
Estasia, il Sigillo del Triadema (Curcio, pp. 510, € 14,90), pubblicato nel 2007, rappresenta il mio primo vero tentativo di evoluzione come scrittore. Trama più complessa, personaggi più tridimensionali, sentimenti e fantasia visti da una nuova prospettiva. Temevo di spiazzare i lettori che avevano apprezzato lo stile del primo volume, ma per fortuna hanno apprezzato questo cambiamento.
Questa evoluzione del mondo di Estasia si concluderà con Nemesi, in uscita per aprile 2009, con atmosfere decisamente più adulte dei precedenti.
Prodigium, i Figli degli Elementi (Asengard pp. 409, € 16,50) è un progetto iniziato nel 2007, a cavallo tra le uscite della precedente saga. Sentivo la necessità di scrivere un libro completamente diverso da Estasia, in cui la storia nascesse direttamente dai personaggi e non da un mondo fantastico. Un romanzo che si incentra sull’introspezione dei quattro protagonisti, dall’esistenza tormentata a cavallo tra l’adolescenza e l’età adulta, sul loro bisogno di emancipazione e sul desiderio di sconfiggere la solitudine che li schiaccia nella metropoli di Synapsis. Un libro dalla trama complessa, dalle atmosfere più urban che fantastiche, rivolto a un pubblico di young adults.
Perché avete scelto il fantasy come registro narrativo?
MD: Come dicevo, la trilogia nasce da un’emozione. Poteva tradursi in molte forme, alla fine è stata una saga fantasy. Ma il genere è subordinato alla storia e ai sentimenti che volevo trasmettere. Sentimenti universali, di ogni ‘colore’, che avrebbero potuto essere impiantati in generi disparati, dallo storico al thriller, dal rosa alla fantascienza. Le ragioni della mia scelta fantasy sono essenzialmente due: innanzitutto è un genere che mi appassiona e che si presta bene quale cassa di risonanza alle estremizzazioni e ai contrasti, modulato da un certo genere di epica, senza per questo impedire la pittura di uno scenario realistico; in secondo luogo lascia ampia libertà nella definizione delle leggi che lo regolano, purché si rimanga nel seguito coerenti alle stesse.
FF: Non è stata una scelta forzata, ma del tutto naturale. Il genere fantasy mi permette di esprimere le mie emozioni e raccontare le storie che ho in mente. Purtroppo spesso si sottovaluta la letteratura fantastica, perché i pregiudizi portano a pensare che tratti solo temi avulsi dalla realtà. Ovviamente credo fermamente nel contrario. Interpreto un libro esattamente come un quadro: il pittore sceglie la tecnica con la quale desidera creare la sua opera, ma ha in mente un solo obiettivo: trasmettere un’emozione.
E, in futuro, non è escluso che mi cimenti in altri generi narrativi.
Il fantasy nostrano è solo derivativo o sta intraprendendo una sua direzione? Qual è secondo voi la cifra del fantasy italiano?
MD: Il fantasy affonda le radici in un suolo estraneo alle nostre tradizioni. Per questo motivo è germinato e prolificato altrove e (purtroppo) è stato accolto con diffidenza una volta sbarcato in area mediterranea. Non è dunque un caso che la nostra produzione percorra, ora più ora meno, solchi già scavati. Innanzitutto, vorrei precisare che non ci trovo nulla di male. Il fantasy nostrano è un genere piuttosto giovane, per certi versi legittimamente acerbo. Che male c’è ad attingere dal ricco patrimonio accumulato da decenni di produzione straniera, soprattutto di matrice anglosassone? Io credo che una storia vista e rivista possa sempre essere raccontata di nuovo in maniera interessante, andando a caratterizzare i variegati parametri dello stile narrativo. All’osso, la narrativa affronta da secoli un paniere comune di temi, dopotutto. Il che, d’altronde, non mi porta certo a sminuire il ruolo e il valore dell’originalità come ingrediente a servizio di una nuova storia o una nuova ambientazione. Detto ciò, affacciandomi da un immaginario balcone io vedo transitare lungo la via autori italiani differenti, per proposte, stile, target di riferimento e - è banale persino sottolinearlo - talento. C’è da crescere, ma la buona notizia è che l’offerta migliora e si sviluppa anno dopo anno. A mio avviso non abbiamo ancora maturato una produzione tale da poter definire un filone nazionale, caratterizzato da stilemi e modelli precipui. In compenso, noto come attualmente diversi editori (ahimè anche fra i maggiori) si buttino a capofitto sul genere con uno spirito oltremodo commerciale, poco interessato alla qualità dell’offerta. È il lato oscuro delle mode. E in Italia il fantasy (autentico o presunto) ultimamente lo sta diventando.
FF: Un genere letterario trova la sua identità nel momento in cui esistono case editrici e lettori. Indubbiamente il fantasy ha una derivazione anglosassone e spesso assistiamo a una tendenza esterofila degli appassionati di settore. Negli ultimi anni, tuttavia, le case editrici stanno puntando molto su questo genere e, a prescindere da meri intenti commerciali, ciò sta dando la possibilità a molti autori di cimentarsi nel fantastico, crescere e trovare una propria peculiarità.
Sono convinto che in futuro la letteratura fantastica prenderà sempre più piede in Italia. Non credo affatto che il fantasy sia una moda passeggera, ritengo tuttavia che debba fisiologicamente adattarsi al mondo di oggi. Perciò penso che sottogeneri quali l’high fantasy di matrice tolkeniana subiranno un’involuzione, a favore di romanzi più moderni, con contaminazione di fantascienza, horror ed elementi ancora più originali.

La moglie indiana, romanzo d’esordio di Anne Cherian

L'India celebra la festa della Repubblica nel folklore

Michele Lauro
Ci sono libri che attraggono come scrigni e La moglie indiana di Anne Cherian (Newton Compton 2008) è fra questi: la carta anticata dai bordi purpurei, la copertina rigida, il titolo in caratteri sobri che lascia spazio a due occhi bordati di kajal, straordinariamente intensi. Il romanzo d’esordio di questa scrittrice trapiantata a Los Angeles ma nata a Jamshedpur nell’India orientale, in un piccolo Stato rurale a sud della valle del Gange, è già stato tradotto in oltre venti lingue e l’editore Newton Compton gli ha dato il “vestito” che meritava. Racconta una storia di sentimenti e identità in formazione nell’incerto passaggio dalla tradizione alla modernità, e affronta nodi emotivamente spinosi: libertà e imposizione, scelta e dovere, amore e tradimento. Il matrimonio in India è, per una donna, la tappa fondamentale dell’esistenza, e nella tradizione letteraria e cinematografica un topos a volte un po’ svilito (eccezioni a parte, come il delizioso Monsoon Wedding di Mira Nair). Questa storia avvincente dal ritmo lieve e incalzante gode invece di personaggi autentici. Le loro personalità risaltano sullo sfondo di un’America che appaga l’emigrante con la sua promessa di libertà - salvo poi accorgersi che è sempre Madre India a tenerlo saldamente in pugno. Tutto ruota attorno a un improbabile matrimonio combinato fra un affermato anestesista indiano di San Francisco, Neel, e una ragazza di un villaggio dell’India, Leila, ultratrentenne senza dote però bella e intelligente. L’uomo cede alle pressioni della famiglia che lo richiama all’ovile, complice la malattia del nonno, e torna a casa con il fardello di una moglie, pensando di sbarazzarsene presto. Non andrà proprio così.
Leila procede alla scoperta dell’America e dei sentimenti: nella vita coniugale per primi vengono la gelosia e il risentimento, acuiti dall’attrazione che prova per il suo uomo. Neel tradisce sua moglie, per abitudine, per debolezza. Leila manca d’esperienza ma è una donna fine e istruita, qualità che non bastano per alleviare il dolore e la frustrazione. Anzi, se la cultura rende più forti per affrontare e comprendere la realtà, nel contempo rende anche più fragili, in quanto spinge a vivere fino in fondo le contraddizioni. E l’India è il luogo dello spirito in cui le antitesi si toccano, si compenetrano, si annullano. Ascetismo e sensualità (fedeltà-infedeltà, ricchezza-povertà, peccato-senso di colpa) lì non sono necessariamente opposti e scissi. Neel il traditore o per la precisione Suneel, il cui nome significa blu, con indosso una camicia azzurra sembra il dio Krishna dal classico incarnato blu. Il dio più facile da amare, fanciullino e seduttore. L’unico dio “in grado di stare insieme a molte donne in una volta. Il suo potere era così immenso che dava a ognuna l’illusione di essere sola con lui.” Questo viene in mente a Leila, futura madre di suo figlio, che lo accompagna alla porta furiosa dopo avergli preparato un infuso avvelenato. Ma Neel è sincero per la prima volta proprio mentre dice l’ultima bugia…
Se non fosse per le donne, gli uomini vivrebbero sempre da scapoli impenitenti, dice un’amica indiana della protagonista. È un romanzo prepotentemente femminile, dove con il consueto pudore l’India matriarcale guarda con benevolenza l’illusoria emancipazione dei suoi figli “americani”. Forse è vero che la storia di Adamo ed Eva è stata interpretata male per tutti questi secoli. “Dio ha creato Adamo, poi ha deciso che poteva fare di meglio, e allora ha creato Eva.” Parola di indiana.

Senza di te. Intervista a Inês Pedrosa

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Esce in Italia, pubblicato da Elliot Edizioni, Senza di te di Inês Pedrosa, scrittrice portoghese rivelazione degli ultimi anni, vincitrice nel 1997 del Premio Máximo de Literatura. Il romanzo narra di una relazione tra due persone, a metà tra l’amore e l’amicizia. Lei è morta, lui è vivo. Panorama.it ha incontrato l’autrice.
Senza di te è un libro sulla vita o sulla morte?
È un libro sulla morte intesa come il grande fantasma della vita, visto che tutta la nostra esistenza è una continua danza con la morte.
L’amore e l’amicizia sembrano essere grandi protagonisti dei suoi romanzi al pari dei personaggi in carne e ossa…
Sì, è vero, penso che i sentimenti siano il grande motore della specie umana, l’amore, l’amicizia o anche la loro assenza. La storia dell’arte è una storia di sentimenti, la rielaborazione di come essi sono stati pensati e vissuti durante i secoli.
Lei Inês, oltre ad essere scrittrice è anche giornalista, ha perfino diretto Marie Claire Portogallo dal 1993 al 1996. Essere giornalista l’ha avvantaggiata nella vita da romanziera o è stato un ostacolo?
All’inizio mi ha aiutato molto, ho cominciato a scrivere a 19 anni e il giornalismo ti insegna la disciplina e a conoscere il mondo. Poi via via ha complicato le cose perché questo stesso giornalismo ti assorbe del tutto, io poi sono maniacale con la scrittura. Per cui lavorare sulla propria voce, tipico del romanzo si è rivelato inconciliabile con la ricerca di una voce comune, propria, invece, del giornalismo.
Perché secondo lei i lettori amano i suoi libri? E cosa si aspetta che i lettori italiani possano trovare leggendoli?
Credo che ad incuriosire siano soprattutto i temi trattati, dai sentimenti al potere, all’ambizione e agli equivoci causati dalla fragilità umana. Anche se quando scrivo non penso a questo, non penso al successo o meno che le mie parole incontreranno nel pubblico. Dai lettori italiani mi aspetto esattamente lo stesso che dai loro omologhi portoghesi, tedeschi o brasiliani. I sentimenti non hanno patria e la letteratura non conosce frontiere.
Come funziona il suo processo di scrittura?
Non saprei, non c’è un processo vero e proprio per me, piuttosto la necessità di trasformare sogni, esperienze, intuizioni in personaggi e parole.
A volte parto da una storia che ho ascoltato, altre da una frase. Nel caso di Senza di te mi è venuta l’idea di una donna appena morta ma ancora legata alla vita e soprattutto al calore delle parole. Possiamo chiamarla ispirazione ma poi il resto del libro è stato un lavoro duro e intenso.
Inês, lei è anche presidente della Casa Fernando Pessoa, dedicata al grande scrittore portoghese. Quale è secondo lei il ruolo che oggi la letteratura portoghese gioca a livello internazionale?
È da un anno che sono alla guida della Casa, stiamo lavorando moltissimo perché possa trasformarsi in una fondazione, il che potrebbe sburocratizzarla e darle molte più opportunità. Del resto la letteratura ha giocato sempre un ruolo molto importante nella storia della cultura portoghese e continua a giocarlo, generazione dopo generazione, soprattutto nei romanzi e nella poesia.
Nei suoi prossimi progetti letterari ci sarà spazio per l’Italia?
Mi piacciono molto la vostra lingua e la vostra cultura, in letteratura sono una grande estimatrice dei libri di Elsa Morante e di Cesare Pavese. Ma non penso di conoscere così a fondo l’Italia da poter scrivere del vostro paese. Chissà, magari in un futuro più lontano…

Storia (vera) di Angela L. Quando il giudice ti ruba la figlia

Toghe di magistrat
Di Matteo Spina
Questa è una storia tanto vera quanto drammatica. È l’odissea, durata dieci anni, di una famiglia che si vede strappare la figlia dalla malagiustizia. È soprattutto l’orrore di una bambina di 7 anni che viene prelevata da scuola da due carabinieri e per i successivi 120 mesi non vede più i genitori e il fratello. Per colpa di un’ingiustizia abnorme è costretta a vivere prima nei centri di affido temporaneo e poi in una famiglia adottiva alla quale non riesce né ad adattarsi né ad affezionarsi.
Una vicenda disperante, anche perché potrebbe capitare a chiunque. Ha origine da una falsa accusa di pedofilia, rivolta nel 1995 al padre della bambina, che si rivela inconsistente durante il processo che ne segue, quando ormai la bambina è stata presa in consegna dal tribunale dei minorenni e la sua esistenza corre lungo un binario implacabile, separato da quello dei genitori. Fu Panorama, nel maggio 2001, a rivelare la storia di Angela L. e della sua famiglia, vittime a Milano di questa ingiustizia senza fine. Panorama seguì il caso, cercando di far tornare al più presto Angela a casa. Da suo padre Salvatore, che era stato assolto in appello e in Cassazione (con tante scuse) dopo 2 anni e più trascorsi in carcere da innocente; da sua madre Raffaella, che non era mai stata nemmeno sfiorata dall’indagine, ma che non poteva più vedere la figlia solo perché aveva avuto il difetto di difendere il marito di cui conosceva bene l’assenza di colpa; da suo fratello Francesco, di poco più grande di Angela, che era rimasto con la madre e da lei era stato amorevolmente cresciuto malgrado infinite difficoltà.
Allora ogni sforzo era stato inutile. Pareva che il tribunale dei minorenni non volesse riconoscere l’errore nonostante la Cassazione. A dire dei giudici, la famiglia di Angela non era degna di riaverla perché suo padre e sua madre mostravano “inadeguata capacità genitoriale”: un giudizio crudele e inverosimile, visto quanto la coppia aveva lottato e sofferto per lei. Ma Salvatore e Raffaella non si sono mai arresi e nell’estate 2006, dopo lunghe ricerche, hanno ritrovato Angela, ormai diciassettenne, su una spiaggia di Alassio, in Liguria. Poi per altri 9 mesi l’hanno seguita da lontano, incerti sul da farsi e preoccupati di non aggiungere turbamenti ai traumi che la figlia aveva già subito. Infine la voce del sangue ha prevalso: “Non potevamo restare ancora lontani” dice la madre. Sono bastati pochi incontri clandestini, pochi abbracci. Ora da più di un anno Angela L. è tornata a casa, anche se a causa dell’adozione ha un cognome diverso dal suo e anche se dentro di sé porta ancora mille ombre. Ma ha deciso di raccontare tutta la sua storia in un libro: Rapita dalla giustizia (Rizzoli, 210 pagine, 18,50 euro), cui hanno collaborato Caterina Guarneri, giornalista di Chi, e Maurizio Tortorella, condirettore di Economy, per anni inviato speciale di Panorama. Così la vicenda di Angela L. si trasforma adesso in un atto d’accusa: per le tante vessazioni sopportate nella sua vita da “orfana per decreto”, per le tante ingiustizie vissute. E per quell’infanzia che le è stata rubata.

A nord del futuro: l’oscura chiarezza di Paul Celan

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“La funzione del traduttore, di ogni traduttore, è [...] impresa e capitolazione a un tempo. Nel compito, il mandato è già esaurito; ci si ritira dalla competizione, se ve n’è una. Resa o abbandono, la traduzione praticabile è nella rinuncia a trasmettere, comunicare un significato presente nell’originale - perché se c’è messaggio, questo concerne e procede soltanto nella relazione tra le lingue in gioco, e non mediante un contenuto da recuperare nell’altro e riprodurre in proprio”. Così lo psicanalista Mario Ajazzi Mancini nel suo A nord del futuro - scritture intorno a Paul Celan (Editrice Clinamen, pp. 124, € 14,80) che raccoglie articoli, saggi e interventi sulla poesia di Celan scritti negli ultimi dieci anni e impreziositi di una serie di traduzioni di altissimo livello.
Ed è proprio nella relazione tra lingue e parole che risiede in qualche modo l’intera poetica celaniana fatta di disappartenenza e alterità: “sono te, quando io sono io.” È il lutto che viene messo in scena, scrive Ajazzi Mancini, il lutto che interiorizza l’altro; si tratta della rappresentazione dell’altro morto in me, delle milioni di vittime della lucidità nazista morte in noi. Questa è la vera forza d’urto della poesia di Celan: l’incredibile impatto del messaggio, impossibile da decifrare, da caricare su un vettore, ma in grado lo stesso di arrivare al destinatario in tutta la sua chiarezza. Perché il destinatario è l’altro e cioè me stesso quando sono me stesso. I versi del poeta rumeno sono già dentro me.
Come è possibile allora assolvere al compito di traghettare parole tanto prorompenti, eppure delicate, fatte d’ombra, in un’altra lingua? Come tradurre il linguaggio? Eppure il linguaggio è al centro dell’opera del più enigmatico dei poeti, che a sua volta fu traduttore (di Cioran, Ungaretti, Valéry tra gli altri). Ha ragione da vendere Ajazzi Mancini. Bisogna rinunciare al contenuto del messaggio.
Forse proprio dall’inquietudine identitaria delle sue origini - rumeno ebreo, di madrelingua tedesca, nato in una città della Bucovina austroungarica, oggi sotto l’Ucraina - e dalla sua vita, sempre in movimento, radicata e sradicata, passata attraverso l’orrore dei campi di concentramento e poi del regime comunista in Romania, dalla vita bohémienne parigina a quella dei salotti filosofici tedeschi, scaturisce la potenza del linguaggio di Celan - tanto che Maurice Blanchot lo definì l’ultimo a parlare - e scaturisce altresì la potenza del poeta e dell’uomo, che durante una lettura pubblica a Friburgo rimproverò aspramente, per la disattenzione con cui lo ascoltava, il filosofo che fece proprio del linguaggio un sistema mondo: Heidegger. Un pensatore che Celan amava nonostante tutto, nonostante il rifiuto alla sua richiesta di ripensare la sua silenziosa complicità col regime hitleriano.
Non è semplice avere a che fare con un personaggio tanto misterioso quanto cristallino, e tanto meno con le sue parole. A nord del futuro ci prova, e ci riesce arrendendosi. La resa, l’abbandono, il tuffo (linguistico) in acque torbide, come quello che fece Celan per chiudere il discorso con la vita, sono le uniche chiavi per affrontare il mistero delle sue poesie, oscure per la mente eppure perfettamente limpide per lo spirito.

La prima presentazione al pubblico del volume sarà Venerdì 20 febbraio alle 18.30 alla Libreria Il Parterre (Firenze, Viale Don Minzoni 25/E), con l’autore, Giovanni Rotiroti e letture di testi poetici con Laura Darsié. Ulteriori informazioni su www.ilvenerdidelparterre.it

Lunedì 11 maggio, ore 17.30, libreria Feltrinelli International, Via Cavuor, 12 R, Firenze, seconda Presentazione di “A Nord del futuro” con la partecipazione di: Paolo Orvieto, docente di Storia della critica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze, Laura Darsié, psicanalista: “Un libro è un’ascia fiorita“, e letture celaniane con l’attrice SIlvia Guidi. Sarà presente l’autore.

E così nacque la libreria popolare

Nel XIX secolo, un domestico al servizio di una casa signorile guadagnava circa dieci sterline l’anno. Se quell’inserviente avesse voluto comprare un libro, avrebbe dovuto sborsare una sterlina e mezzo. Inevitabile, dunque, che le scelte del maggiordomo si orientassero verso altro. Ma il povero domestico non era solo. Come ha spiegato lo storico inglese Donald Sassoon: “considerati i costi, anche gli aristocratici si comportavano di conseguenza, mandando spesso le proprie intendenze a chiedere in prestito libri”.
La caccia libraria a buon mercato nasce da qui, “ma anche dalle numerose traformazioni quotidiane: con l’industralizzazione del tessile aumenta la possibilità di reperire stracci, utili alla produzione del libro”. Inevitabile, poi, che ci siano altre condizioni: “in una carrozza, in pieno Ottocento, era impossibile fare qualsiasi cosa, persino leggere, nonostante Flaubert con la sua Madame Bovary volesse farci credere altro”. Sembra strano dunque, ma le cose cambiano anche col treno, “dove si può leggere con maggiore comodità”. Certo: “questo, è solo un esempio, piuttosto semplice e singolare, ma comunque utile a capire come il processo tecnologico e scientifico si leghi spesso a quello culturale”. Così Sassoon, autore per i tipi di Rizzoli di una magistrale Storia della cultura degli europei del 1800 a oggi, spiega l’avvio della cosiddetta “libreria popolare”. L’occasione è il sessantesimo anniversario della Biblioteca Universale Rizzoli, oggi diretta da Ottavio Di Brizzi e meglio nota con l’acronimo Bur, che ha deciso di festeggiare la ricorrenza con una serie di iniziative editoriali a partire da “Bur 60″, una minicollana che ripresenta alcuni dei calssici del marchio Rizzoli accompagnati da alcune prefazioni d’autore: da “La libertà” di Mill presentata da Corrado Augias al “Dizionario dei luoghi comuni” di Flaubert introdotto da un breve saggio di Michele Serra.
Un compleanno utile anche a gurdarsi dietro le spalle: come ha ricordato Ernesto Ferrero, mutuando le parole di Cicerone, “ignorare ciò che è avvenuto prima della propria nascita significa restare sempre un bambino”. Un motivo in più per valorizzare i vecchi “grigini” della casa editrice fondata da Angelo Rizzoli.

Marjane Satrapi: Taglia e cuci, chiacchiere dietro il velo in graphic novel

Taglia e cuci
Di Michele Lauro
Pubblicata in prima edizione nel 2003, 200.000 copie vendute in Francia e da tempo introvabile anche in Italia, Taglia e cuci è una breve graphic novel scritta da Marjane Satrapi durante la stesura di Persepolis, il memoriale a fumetti che l’ha fatta conoscere al mondo. Grazie anche al film d’animazione tratto dal suo capolavoro, l’apprezzamento di critica e pubblico per la talentuosa scrittrice e illustratrice di origine iraniana è cresciuto in maniera esponenziale e ora Rizzoli Lizard offre di Tagli e cuci una meritata ristampa. Come nel caso di Persepolis, si tratta di un libro di impronta autobiografica. La Satrapi arriva alla Storia - in questo caso la condizione femminile nell’Iran teocratico e oscurantista - raccontando storie con la s minuscola, fedele alla convinzione secondo cui per essere letto un libro debba essere attraente ma anche avere una certa valenza universale, debba essere uno specchio in cui tutti possano identificarsi. Da qui la scelta del fumetto, da qui lo spunto narrativo: cosa c’è infatti di più universale di un’associazione di donne dedite al pettegolezzo? “Sparlare degli uni e degli altri è tonificante per il cuore” annuncia la padrona di casa, la nonna di Marjane che anche in Persepolis spiccava per il carattere e le abitudini anticonformiste. Nel salotto di casa Satrapi, donne di diverse generazioni si scambiano confidenze a briglia sciolta sulla colonna sonora del fischio del samovar all’ora del tè. I temi prediletti sono la ricerca del piacere e la relazione amorosa, fra tradimenti e matrimoni combinati, verginità perdute e chirurgia estetica e, naturalmente, il sesso in ogni variante. È un sollievo scoprire che dietro il velo - obbligatorio per legge - le donne in Iran sono intelligenti e spiritose, ironiche e sboccate e insomma vitali. Che le analogie con le loro “cugine” occidentali sono assai più di quanto si tenda a pensare. Oppresse dalla società e vittime di un regime rigidamente maschilista, le donne di casa Satrapi sfoggiano con orgoglio la propria femminilità. Nello spazio confidenziale e solidale del salotto, da cui l’uomo è rigorosamente escluso, si scrollano di dosso formalismo e stereotipi che regolano la vita pubblica per svergognare - con ironia tagliente - la meschinità, le debolezze, l’opportunismo dell’altro sesso. Attorno al quale però tutto continua, e continuerà, a ruotare.
L’antica arte del “taglia e cuci” è illustrata in bianco e nero dalla Satrapi con la consueta mano leggera e approccio diretto. Il tratto acquista una particolare dote espressiva con trovate grafiche che movimentano le azioni del dire e dell’udire (visi che che si sdoppiano, triplicano, quadruplicano) e la scrittura è essa stessa disegno, fecondo retaggio della tradizione persiana. Il bel corsivo manuale - fortunatamente conservato nella versione italiana - annulla gli interstizi della pagina durante l’acme delle conversazioni: semplice ma ricercato veicolo di emozioni.
Si ride e si piange sulle tavole di Marjane Satrapi, portavoce dell’impegno civile e artista che in modo geniale contribuisce all’evoluzione culturale della società patriarcale.

Una lucida moneta d’argento, primo apocalittico capitolo della trilogia del Wunderkind

Una lucida moneta d'argento

È una moneta d’argento a sconvolgere l’esistenza di Caius Strauss, gettata nella Senna o sepolta tra i rifiuti torna sempre in mano al ragazzo. La moneta è la chiave per accedere al Dent de Nuit, il quartiere fuori da ogni mappa; un mondo oscuro in cui si annidano personaggi letali, orrori indicibili e luoghi come la libreria Cartaferina, che vende oggetti capaci di realizzare i desideri a prezzo del sangue. In una Parigi sinistra e misteriosa, una rivelazione attende Caius: lui è il Wunderkind, il ragazzo per cui gli abitanti della città nascosta sono disposti a morire e l’uomo dalla faccia di luna, che gli ha dato la moneta, è disposto a uccidere. Tra Neil Gaiman, Terry Gilliam e Clive Barker, Una lucida moneta d’argento, da oggi in libreria (Mondadori, p.p. 390, euro 17), è il primo capitolo della trilogia del Wunderkind,  sorprendente esordio del bolzanino D’Andrea G.L. Panorama.it lo ha incontrato.
Una lucida moneta d’argento esce per Mondadori ragazzi ma in una collana crossover…
Non l’ho scritto come libro per ragazzi e come tale non viene neppure presentato dall’editore, se ci fa caso. Contiene immagini forti, viscerali. L’esperienza mi ha però anche insegnato che non sempre quello che io reputo “duro” o “violento” lo sia anche per gli altri. Sandrone Dazieri ha detto che il Wunderkind è come il Monopoli, dai 14 ai 99. Ognuno poi a seconda dell’età, trova di che divertirsi.
Come è nata la trilogia?
Domanda difficile. Non c’è un momento preciso, è stata più la conseguenza di alcune riflessioni, immagini e personaggi che pian piano sono emersi autonomamente. Come una tela bianca su cui, dal nulla, appaiono dettagli apparentemente slegati fra loro. Poi mi ci è voluto un po’ per capire come incastrare il tutto e quando l’ho fatto mi sono reso conto di aver bisogno di spazi e tempi che un singolo romanzo non mi avrebbe garantito.
Ha già scritto anche gli altri capitoli della saga?
Il secondo volume è già pressoché finito, e in un certo senso anche il terzo e ultimo lo è. Quello che esigo, sia come scrittore sia come lettore, è una coerenza interna: tutto deve tornare, in un modo o in un altro; per questo prima di dare alle stampe il primo, ho lavorato affinché nulla restasse legato al caso anche per il due e il tre. Sono un maniaco del controllo.
Chi è il Wunderkind?
Caius Strauss, il ragazzino in bianco e nero per cui sembra valga la pena uccidere e morire. Ma è anche molto, molto di più. Il fantasy viene visto spesso come un genere fine a se stesso.
Come ha lavorato sull’ambientazione parigina?
Ci sono stato. Ma la Parigi a cui mi riferisco è la Parigi che tutti abbiamo in testa, in un modo o nell’altro. Mi interessa quella Parigi  se vuole un po’ mitica, non quella in cui vive Carla Bruni. Quando  leggo un libro non sono interessato al fatto di sapere se in quella  determinata via ci sia o meno quella boulangerie, mi interessa che l’atmosfera della città mi colpisca. Come scrittore tutto il mio  impegno è proteso nel cercare di creare lo stesso effetto.
Come ha creato il Dent de Nuit?
Non l’ho creato, la parola migliore è “esplorato”. Ci sono finito dentro e ogni volta che mi metto a ragionare sul Wunderkind, ci finisco dentro. È un posto sinistro, lo so, ma mi ci sento a casa.
A quale immaginario, mitologia, epica fa riferimento?
Sarebbe arrogante se rispondessi la mia? In parte lo è, me ne rendo conto. Quello che cerco di fare con il Wunderkind è quello di costruire una mitologia che sia il più possibile aderente alla mia visione del mondo. Adagiarsi su vecchi cliché mi sembra noioso, molto meglio provare ad esplorare nuove strade. Gran parte della sfida della trilogia è questa, ed è riassumibile in quello che diceva Dick: cercare di costruire un universo che non cada in pezzi.
I personaggi spesso prendono una loro strada, sorprendente anche per l’autore…
Forse la farò sorridere, ma chiederei al protagonista di essere più ubbidiente. Non scherzo. Spesso agisce di testa sua, sfugge completamente al mio controllo. Prende decisioni che sorprendono me per primo. Ed è anche il modo con cui ho scoperto pieghe imprevedibili della storia e quindi, se mi rispondesse ”non se ne parla nemmeno”, non mi arrabbierei più di tanto. Sono della scuola di pensiero per cui se la storia non sorprende me non riuscirà a sorprendere neppure il lettore.
Perché scegliere un canone narrativo come il fantasy?
Perché il fantasy è il proseguimento con altri mezzi della metafisica. Permette di sperimentare concetti ed idee cui la filosofia e la religione hanno abdicato. Concetti come vita e morte, tempo e ricordo, ormai possono essere esplorati - esplorati con la pancia e non come astrazione - solo con un certo tipo di narrativa. Inoltre è l’unico genere che mi permette di mettere nero su bianco immagini che altrimenti resterebbero solo nella mia testa e questo per me viene prima di ogni altra cosa.
Il fantasy viene visto spesso come un genere fine a se stesso. Secondo lei potrebbe parlare anche d’altro - penso all’esperimento della collana Verdenero con la Troisi?
L’idea che il fantasy sia un genere fine a se stesso è un’idea molto italiana e smaccatamente provinciale. Non è così. Vuole un esempio? L’unico modo per capire le innovazioni della fisica di inizio Novecento, di capirne le implicazioni con la “pancia” e non come pura astrazione, è quello di leggere i racconti di Lovecraft. La letteratura inizia nel momento esatto in cui la prima scimmia con una scintilla di intelligenza ha visto per la prima volta la notte per ciò che era. E per capirla ha dovuto popolarla di mostri. In altre parole il fantasy (che non è solo nani, elfi e guerrieri in mutande di peluche) è il primo genere mai esistito. E in quanto tale, parla sempre di “altro”. Detto questo, fantasy è solo un’etichetta e io non mi considero tale. Non nell’accezione italiana del termine. Fantasy è l’Odissea, l’Epopea di Gilgamesh, la Bibbia. Racconti straordinari che usano figure straordinarie in contesti straordinari. Libri che parlano sempre di “altro”.
Come definirebbe allora Una lucida moneta d’argento?
Un horror fantasy, un incrocio di molte cose. Un “crossover” come l’hanno definito in quel di Segrate. Credo che la forza del W stia proprio in questa sua ostinata caparbietà nel non voler essere ingabbiato da nessuna parte. Perché se dico fantasy, pensi a Tolkien, se dico horror pensi a King. Ma né Tolkien né King hanno a che fare con il Wunderkind. Gaiman e Barker, di certo, ma come li definirebbe questi due? Insomma, sono un outsider e la cosa mi sta più che bene.
E come è secondo lei il panorama fantasy - fantastico- horrror  italiano?
Ancorato a vecchi modelli e spesso, non sempre, scritto male. Ci sono eccezioni, naturalmente. Personalmente detesto vedere un genere in cui  i limiti sono banditi trasformato in una riserva di cliché. Il fantastico permette una  libertà infinita, ingabbiarlo non è solo sbagliato, è stupido.
Quali sono gli scrittori italiani che apprezza particolarmente?
Pochi in realtà. Valerio Evangelisti, perché trovo la sua critica sociale estremamente intelligente e profonda. Mi piacciono i Kai Zen  perché vogliono raccontare storie d’avventura come nessuno in Italia fa, e cioè divertendosi e divertendo il lettore. E poi Alan Altieri,  feroce e cupo come pochi. La sua trilogia di Magdeburgo è stata una gran lettura. Sincopata da mozzare il fiato. Gli autori italiani, in  genere, hanno due colpe gravissime. La prima è che si accontentano,  non mirano in alto. E poi non riescono a staccarsi dal cliché per cui  se non scrivi di cose “reali”, sei un decerebrato. Il realismo, mi fa orrore. È una falsità bella e buona.
Evangelisti è considerato, l’Autore italiano “fantasy”, a torto o a ragione?
Evangelisti per me non è un autore “fantasy”, ma uno dei pochi scrittori a essere veramente dentro la società e la storia moderna. Mostra la realtà come nessuno scrittore “realista” sa fare. Ne svela i meccanismi perversi e non ha paura di esprimere giudizi, anche pesanti, su quanto di malato esista. Ha creato un personaggio negativo che è la somma di tutte le intolleranze del XX e XXI secolo, Eymerich, che per puro paradosso - e qui forse è l’unica vera nota “fantasy” della sua opera - riesce a farci comprendere l’orrore che spesso il mondo ci propone e, peggio ancora, ci mostra come noi tutti ne siamo gli artefici.
Oltre a Wunderkind, c’è altro in cantiere?
Scrivere una trilogia è una faccenda rischiosa perché c’è sempre in agguato il problema del non riuscire a uscirne più. Mi sono dato una regola, tra un volume e l’altro provare a buttare giù qualcosa di diverso dal Wunderkind. Che il risultato poi sia apprezzabile o meno, è un altro paio di maniche. L’importante è uscire, prendere fiato per poi rituffarmi con maggiore lucidità. In pratica scrivo sempre.
È un appassionato di musica, quello che ascolta influenza la sua scrittura, e cosa ascolta?
Metal, sono un integralista del genere. È l’unica forma di musica moderna viva e priva di limiti, per questo mi piace. È un genere  tutto sommato recente, poco più di vent’anni, ma ha avuto e sta avendo un’evoluzione da lasciare a bocca aperta. Quando scrivo ho sempre un cd come sottofondo, mi aiuta a concentrarmi. Anche se  immagino che a qualcuno possa sembrare quantomeno strano. Nel Wunderkind ci sono moltissime citazioni  di dischi e gruppi che amo, nascoste in alcuni casi, evidenti in altre.
Il sito dedicato al libro a cosa serve? È solo promozionale?
Ho un rapporto difficile con Internet. Ho un sito dedicato alla trilogia da cui si può scaricare il primo capitolo, come assaggio, e leggere qualche notizia: presentazioni, articoli, recensioni. Poi ho un blog, su cui ogni tanto butto giù qualche spunto di riflessione.
Cosa ne pensa del dibattito sul new italian epic?
Penso che si tratti di un tentativo di alcuni autori di autodisciplinarsi, di trovare una propria via per capire dove direzionare la propria scrittura. Immagino sia un lavoro logorante, e sono ben felice di lasciarlo a chi sa farlo meglio di me. E cioè i critici preparati, anche se è un azzardo cercare di “ingabbiare” il presente, si rischia sempre di fare delle figuracce. Meglio aspettare un secolo o due. Alla fine non è importante il nome, ma il cosa. Che è sempre lo stesso da secoli: raccontare una bella storia.
E del Copyleft?
Credo sia stato poco approfondito, come modalità e come potenzialità, sia dalle case editrici che dagli autori che ne fanno uso. È al centro di un bel dibattito, animato e senza troppe barriere  preconcette e pur non facendone parte, devo dire che è un argomento che mi stimola visto che - dopo tutto - si tratta dell’alba di un possibile domani.
Come è stato lavorare con Mondadori da esordiente?
Mondadori è un’enorme macchina da guerra. Un panzer. E come tale bisogna rapportarcisi. Ma ha un cuore gentile. Ho incontrato solo persone splendide, di una professionalità incredibile. Quello che mi  ha stupito, e che spesso chi mi ascolta fa fatica a comprendere, è la  passione con cui tutti, dai redattori ai correttori di bozze ai  disegnatori, lavorano. Persone intelligenti che hanno avuto la  pazienza di insegnarmi molto. Dazieri poi… Come autore si muove in  ambiti diversi dal mio, è vero, ma è una persona che ha una  caratteristica rara: sa entrare nella pelle di uno scrittore e sa come  aiutarlo a trovare al meglio la sua identità. Tutto il suo lavoro è improntato su questa ricerca di singole identità che in qualche modo possano trasmettere qualcosa. Non dice questo non lo puoi fare, dice: sei sicuro che non puoi andare ancora più in là?
C’è qualche casa editrice che le piace particolarmente?
Non seguo il marchio, a dire la verità. Un libro può essere buono o cattivo a prescindere dal fatto che sia pubblicato da una grande o una piccola realtà. Se devo fare un nome le direi Meridiano Zero i cui titoli sono sempre scelti con la massima cura. Di certo non leggo i libri editi da case editrici che chiedono contributi da parte degli autori. Lo trovo  immorale. E credo che faccia parte di quel vizio di cui dicevo  prima: l’accontentarsi.
Un titolo che la ha particolarmente colpita ultimamente?
Ho letteralmente divorato Bad City Blues, di uno scrittore che amo molto che si chiama Tim Willocks. Uno che scrive senza pietà e lo fa  in maniera molto pulita. È una specie di noir, non è un fantasy o un horror, ma certe atmosfere lo sono.

Nobel, ecco i perché di tante illustri bocciature. E un sondaggio

Borges

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Il Sondaggio

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Il cervello della mucca in carrozzina

libro
Lui si chiama Tullio Boi, il suo alter ego è Cau-Boi (la mucca in carrozzina) ma si firma Brulliotoi; sembra uno scioglilingua ma stiamo parlando di un ingegnere cagliaritano dalla matita facile, anche se usa il computer, che con le sue strisce satiriche colpisce con stoccate pungenti tutto ciò che gli passa per la testa senza eccezione alcuna.
L’esordio nel mondo della satira è avvenuto soltanto qualche anno fa all’età di 45 anni quando ha deciso di svoltare e adesso ha raccolto le sue creazioni in un libello, come lo definisce lui stesso, dal titolo Il Cervello della Mucca in carrozzina (ed. lulu.com).
La Mucca in carrozzina in questione è appunto il suo alter ego dal momento che dal 2003 Tullio Boi è disabile a causa della sclerosi multipla. Gli lui abbiamo rivolto qualche domanda.

Cominciamo dai personaggi delle sue strisce, i cervelli e la mucca. Non sono esseri umani per una scelta ben precisa o è stato casuale?
Well…! Niente di casuale, il muccoide in fondo sono io, Cau è l’inglese Cow, Boi è… il mio cognome! Cauboi è un gioco, una mistificazione anglofila! I cervelli, poi, sono la quintessenza dei personaggi che rappresentano, una trasposizione grafica del cogito ergo sum. Nei miei quadretti, il pensiero, la parola e l’opinione prevalgono sul movimento, sull’aspetto e sulla caricatura. Credo che chiunque possa essere visto come la caricatura di se stesso se si legge l’aspetto cerebrale e se si interpreta ciò che si dice.
Il sottotitolo del libro è: Satira e dissatira in agrodolce. La satira sappiamo che deve far sorridere ma anche far riflettere. Voi vignettisti non correte il rischio di non essere presi sul serio?
Credo che la risposta risieda nel concetto stesso di comunicazione; non è facile trasferire al lettore ciò che hai in mente e io cerco di farlo attraverso i miei quadretti. Spesso, ridendo e scherzando, Pulcinella dice la verità e la verità può far male a chi la vuole mistificare. Il vignettista crea l’humus affinché il lettore ne tragga le conclusioni. Poi con l’aiuto di internet ho instaurato un rapporto diretto con il lettore che mi guida nel capire se sto vignettando bene o meno.
Domanda di rito: c’è qualche vignettista a cui si è ispirato all’inizio della sua carriera?
Come dice il saggio “Nessuno nasce imparato”: Giannelli è un must per classe e tecnica; Corvi è il mio padrino per i consigli, per la bellezza dei dialoghi che utilizza e per la simpatia dei personaggi; Vauro per l’acutezza delle sue frecciate. Ma c’è sempre da imparare da tutti gli altri vignettisti. Anche se Brulliotoi non essendo schierato politicamente è uno che non fa sconti a nessuno e per questo spara a destra e a manca.
Una persona che ha letto il suo libro mi ha detto che solo un disabile poteva realizzare vignette che sono un pugno nello stomaco.
Sono abbastanza d’accordo. Solo vivendo una situazione se ne possono conoscere tutti gli aspetti. Basta però guardarsi intorno, assumendo i panni del disabile e magari usando la carrozzina per spostarsi, per capire che il pugno nello stomaco è la realtà nella quale vive il disabile. La “dissatira”, peraltro, è una piccola parte della mia produzione, ma forse l’agrodolce che emerge da tanti altri quadretti ne è figlio…!
Come va la sua resilienza (la reazione positiva alla malattia)?
Cerco di applicare il concetto su di me. Non è facile, ma spesso ci riesco.
Per finire farebbe una vignetta per concludere la nostra intervista?
Tullio Boi

GUARDA tutti i quadretti di Brulliotoi

Simenon? “Un letterato mediocre”

George Simenon (a destra) e Arnoldo Mondadori

“Bravo bravissimo” si congratula Georges Simenon, in una lettera inedita ad Arnoldo Mondadori del 21 giugno 1954, complimentandosi per la “charmante édition des Maigret”. E nel dicembre dello stesso anno, rispondendo a un biglietto di auguri, gli scrive: “Lo sa che lei è (…) il mio più vecchio editore, dal momento che ha cominciato a pubblicare i ‘Georges Sim’ e i ‘Christian Brulls’ (pseudonimi di Simenon, ndr) verso il 1925 o il 1926?”. Dalle parole dello scrittore traspare e quasi traspira un’affettuosa benevolenza. Ma se il commissario Maigret avesse voglia, tra un calvados e un pranzo alla Brasserie Dauphine, di indagare fra le carte del cospicuo fascicolo simenoniano conservato alla Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori diretta da Luisa Finocchi, scoprirebbe che il rapporto tra lo scrittore belga e la sua casa editrice italiana non fu tutto rose e fiori.
Maigret potrebbe imbattersi, per esempio, in questo acido giudizio di Elio Vittorini, datato marzo 1952, a proposito di Une vie comme neuve, storia d’un uomo qualunque che, dopo un ricovero in ospedale, si mette a vivere una doppia vita: “Io preferisco, in fondo, il Simenon poliziesco che non ti dà tempo di badare alle sue qualità letterarie. Perché le sue qualità letterarie sono d’un naturalismo mediocre morto e sepolto da trent’anni almeno”. Ed è ancora Vittorini a ritenere impubblicabile Le roman de l’homme, “discorso di Simenon sull’evoluzione umana e le sue remore”.
Oggi lo scrittore belga (1903-1989), della cui scomparsa ricorrerà a settembre il ventennale, esce in Italia con il marchio Adelphi, l’equivalente del caviale beluga in campo letterario. Ma sulla sua sterminata e inevitabilmente diseguale produzione (circa 450 tra romanzi, racconti e scritti vari) gravò a lungo il pregiudizio riservato agli autori di genere.
Con l’aggiunta di censure di stampo moralistico o politico. Qualche esempio: una scheda del 1934 siglata E.P. (Enrico Piceni) boccia I suicidi perché deprimente, con un finale e un titolo “che ne rendono problematica e pericolosa, per ora, la pubblicazione”.
Il 22 giugno 1943, tempo di guerra e fascismo ancora al potere, così si esprime L.R. (Luigi Rusca) a proposito di La verità su Bébé Donge, che oggi spicca nel catalogo Adelphi: “Non contiene nessuno di quegli elementi per i quali la Censura (…) proibiva Simenon. Si consideri se non sia il caso di chiedere l’autorizzazione alla traduzione, tenuto conto che Simenon è belga, amico dell’Italia, e che questo libro è uscito a Parigi con l’autorizzazione tedesca”. L’annotazione finale non è di poco conto: dopo la Liberazione lo scrittore verrà sospettato di collaborazionismo e si rifugerà negli Stati Uniti fino al 1955.
Ma le remore editoriali proseguono anche nel dopoguerra. Così Alberto Tedeschi, direttore dei Gialli Mondadori, giudica nel 1951 La prima inchiesta di Maigret: “L’autore ha voluto risalire alla primissima origine della carriera di Maigret e ne è uscita un’opera scialba che certamente non potrebbe andare nei nostri Gialli”. Alcune di queste lettere saranno esposte fino al 5 aprile a Santa Margherita Ligure nell’ambito della rassegna Mondo Simenon - L’universo di uno scrittore, con manifestazioni anche a Rapallo, che si inaugura il 14 febbraio con un convegno, accompagnato da una rassegna cinematografica e da una riproposta degli sceneggiati tv anni 60, con il Maigret di Gino Cervi sempre intento a ruminare buon cibo e ponderati scioglimenti.
Formidabile, quel commissario. Ma da tempo il caso Simenon non s’identifica più nella sola fortuna di Maigret. Scrittore di grande prolificità, sostenuta da un’energia interiore che si autoalimentava sfogandosi in una maniacale voracità sessuale (si vantava di avere posseduto circa 10 mila donne), Simenon ci ha lasciato un’eredità sterminata: oltre a 103 episodi di Maigret (75 romanzi e 28 racconti brevi), 110 romanzi psicologici e una valanga di scritti vari. Tradotto in 55 lingue, pubblicato in 44 nazioni, finora ha venduto milioni di libri in tutto il mondo. E il successo popolare non gli ha impedito di entrare nel canone: accolto non senza contrasti nella Pléiade francese dal 2003, è ormai considerato un autore “highbrow” nei paesi anglosassoni come in Germania, per non parlare dell’Italia, dove la ciliegina Adelphi s’è posata, dal 1985, sulla sostanziosa torta mondadoriana cucinata fin dagli anni 20 dal patron Arnoldo.
Affascinato dalla qualità letteraria dell’infaticabile artigiano belga, André Gide tentò in lunghi colloqui di strappare a un intimidito Simenon il suo segreto di bottega. Ma la particolare atmosfera con la quale, osservava Alberto Savinio, Simenon “tinge ogni suo libro diversamente, e con la tinta adatta” rimane un mistero che neppure Maigret sarebbe in grado di svelare. “Ai miei occhi” scrive Simenon nell’Età del romanzo “il romanziere ideale è il Padre Eterno, e i romanzieri sono dei mostri che soffrendo, (…) sudando per ore, giorni, mesi (…), si sforzano a loro volta di creare un mondo”.
Perfetto, tranne che Simenon sudava pochissimo: a scrivere un romanzo gli bastava una settimana. Più o meno come al Padre Eterno per creare l’universo.

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