Uomini e caporali, viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del (nostro) Sud

Braccianti nei campi

Di  Michele Lauro

Schiavi, padroni, asservimento in schiavitù. Parole forti, da sembrare addirittura provocatorie in un tempo in cui, con l’avvento di Obama, la regressione dei diritti umani appare prossima a una svolta. Eppure, come chiamereste uomini e donne che con il miraggio di paghe da fame sono deportati in un paese lontano dove lavorano dieci-quindici ore al giorno, la schiena china nei campi sotto il sole a picco e con il cibo razionato, e la sera giacciono ammassati in casolari spogli senz’acqua né servizi igienici? Minacciati, percossi, umiliati, “fatti sparire” se necessario. Spogliati di tutto ma, sopra a tutto, della dignità di uomini e donne. Come li chiamereste? I nuovi schiavi sono qui, qui e ora, fra noi, nel tacco del nostro Stivale. La loro storia è raccontata da Alessandro Leogrande in Uomini e caporali (Mondadori 2008), libro-denuncia che unisce all’inchiesta giornalistica condotta con metodo rigorosissimo una tensione costante a capire, ad andare a fondo: “capire che il passato e il presente sono legati a filo doppio; che il passato ha fatto irruzione nel presente, anzi, in verità, non ha mai lasciato il campo.” Il “viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud” è un’accurata indagine sulla storia del caporalato in Puglia, e si intreccia con la memoria dell’antica civiltà contadina raccontata da Carlo Levi, una civiltà che oggi non esiste più ma che in qualche modo nel Tavoliere pugliese ha lasciato la sua sfortunata eredità. Il retaggio del passato non è neppure la miseria, dice l’autore, “ma la violenza, la bestialità della sopraffazione”.

Nell’estate del 1920 Gioia del Colle, località d’origine di Leogrande, fu teatro di un massacro di contadini che avevano osato ribellarsi ai soprusi dei grandi latifondisti. I responsabili non pagarono le conseguenze, il clima politico stava rapidamente cambiando e di lì a poco il fascismo avrebbe colonizzato la regione.
Se un tempo erano le vigne e gli uliveti a punteggiare il paesaggio, oggi la Capitanata, quell’immensa pianura che si stende nel foggiano tra Cerignola e Lucera fino a Melfi, è il regno del pomodoro. La raccolta del pregiato (e redditizio, laddove un cassone da oltre una tonnellata viene pagato 3,50 euro ai “raccoglitori”) ortaggio è affidata a braccianti stagionali al soldo di caposquadra senza scrupoli, a loro volta asserviti a caporali italiani pagati dai proprietari, secondo una drammatica catena in cui lo sfruttamento più si parcellizza più diviene duro, violento, insostenibile. Fino a qualche anno fa erano africani, per lo più maghrebini, poi il testimone è passato in mano ai più poveri dei cittadini comunitari: rumeni, albanesi e soprattutto polacchi. E proprio grazie al coraggio di tre ragazzi polacchi, che nell’agosto 2005 hanno trovato la forza di scappare e denunciare alla polizia di Foggia i loro aguzzini, si è scoperchiato il muro di omertà e sordide collusioni che chissà da quanto contribuiva ad allungare la lista delle tombe senza nome. Decisiva è stata anche la determinazione dei giornalisti polacchi che dal cuore dell’Europa hanno stimolato nuove ricerche, del console polacco a Bari Domenico Centrone e del procuratore Lorenzo Lerario, e infine di Wnuk, l’unico pentito fra i caporali. Il 22 febbraio 2008 una sentenza storica ha condannato a 10 anni di reclusione alcuni dei feroci capibanda, con l’accusa di “riduzione in schiavitù”.
Quanto accade nella campagna “globalizzata e allo stesso tempo trattenuta fuori dal tempo” è ciò che Alessandro Leogrande ha svelato in un libro che a tratti sembra un romanzo, tanto i personaggi sono “estremi” e le storie disumane. Non stupisce che stia facendo parlare di sé.

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