Karma Kosher: I giovani israeliani tra guerra, pace, politica e rock

manifestazione tel aviv11

Non sappiamo se esiste davvero l’«antisemitismo di sinistra» camuffato da antisionismo denunciato dal vicedirettore del Corsera Pierluigi Battista in occasione del Giorno della Memoria e delle polemiche sulla Fiera del Libro di Torino. Sappiamo però, per certo, che esiste un pregiudizio politico anti-israeliano, assai diffuso in alcune frange della sinistra europea, che tende a considerare lo Stato e la società israeliana come un Moloch, un’entità maligna che complotta contro la pace e la fratellanza universali. Contro questo pregiudizio, ispirato al principio schellinghiano della notte «in cui tutte le vacche sono nere»,  l’antidoto  può essere la lettura di un libro di 169 pg. - Karma Kosher. I giovani israeliani tra guerra, pace, politica e rock’n'roll (Marsilio) - scritto da Anna Momigliano, una giovane giornalista milanese indiscutibilmente «laica, progressista e pacifista» che ha condiviso, assieme a decine di migliaia di suoi coetanei israeliani, il «sogno di Oslo», la speranza che Israele diventasse finalmente, dopo quarant’anni, un «Paese normale»,  in pace cioè  con i suoi vicini palestinesi e libanesi.

www.bol.it Prendendo le mosse dalla famosa stretta di mano tra Rabin e Arafat del 1993, l’autrice ci conduce per mano negli ultimi quindici anni di storia sociale israeliana, raccontandoci - con un linguaggio privo di fronzoli - la Tel Aviv ribelle e underground, il significato dei viaggi post-militare in India (soprattutto a Goa) dei giovani israeliani, ma anche  la nascita e il declino del movimento pacifista, le cui aspirazioni spezzate culminarono con l’assassinio di Rabin  e con il rilancio, a ridosso delle elezioni del 1996, degli attentati suicidi palestinesi che portarono al potere il «falco» Netanyahu. Ma, per capire quello cui aspirano i tanti giovani israeliani che come lei, a metà anni Novanta,  hanno creduto che la pace fosse davvero a portata di mano, basta ricordare quello che scrive l’autrice di Uri Grossman, il figlio del grande scrittore israeliano morto in Libano del 2006: «Lui aveva un padre molto famoso, per questo la sua morte ha attirato le telecamere di tutto il mondo. Ma quanti ragazzi come lui si trovano in Tsahal! Ragazzi che sostengono il processo di pace, votano a sinistra, vanno alle manifestazioni, discutono di politica fino a notte tarda, si arrabbiano come solo a vent’anni ci si può arrabbiare, contro la violenza dei fanatici e la cecità dei politici». Ecco: è questo il senso profondo del libro di Anna Momigliano. Un invito al dialogo e a tenere aperte le porte della speranza, come volevano - nonostante le durezze della guerra -  i padri fondatori, «socialisti e sionisti»,  dello Stato ebraico. Ma è anche un invito, per chi vive di pregiudizi, a imparare riconoscere la ricchezza e le articolazioni della società e della democrazia israeliana. Togliersi i paraocchi. L’ignoranza, in questo caso, è davvero imperdonabile.

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