Simenon? “Un letterato mediocre”

George Simenon (a destra) e Arnoldo Mondadori

“Bravo bravissimo” si congratula Georges Simenon, in una lettera inedita ad Arnoldo Mondadori del 21 giugno 1954, complimentandosi per la “charmante Ă©dition des Maigret”. E nel dicembre dello stesso anno, rispondendo a un biglietto di auguri, gli scrive: “Lo sa che lei è (…) il mio piĂą vecchio editore, dal momento che ha cominciato a pubblicare i ‘Georges Sim’ e i ‘Christian Brulls’ (pseudonimi di Simenon, ndr) verso il 1925 o il 1926?”. Dalle parole dello scrittore traspare e quasi traspira un’affettuosa benevolenza. Ma se il commissario Maigret avesse voglia, tra un calvados e un pranzo alla Brasserie Dauphine, di indagare fra le carte del cospicuo fascicolo simenoniano conservato alla Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori diretta da Luisa Finocchi, scoprirebbe che il rapporto tra lo scrittore belga e la sua casa editrice italiana non fu tutto rose e fiori.
Maigret potrebbe imbattersi, per esempio, in questo acido giudizio di Elio Vittorini, datato marzo 1952, a proposito di Une vie comme neuve, storia d’un uomo qualunque che, dopo un ricovero in ospedale, si mette a vivere una doppia vita: “Io preferisco, in fondo, il Simenon poliziesco che non ti dĂ  tempo di badare alle sue qualitĂ  letterarie. PerchĂ© le sue qualitĂ  letterarie sono d’un naturalismo mediocre morto e sepolto da trent’anni almeno”. Ed è ancora Vittorini a ritenere impubblicabile Le roman de l’homme, “discorso di Simenon sull’evoluzione umana e le sue remore”.
Oggi lo scrittore belga (1903-1989), della cui scomparsa ricorrerà a settembre il ventennale, esce in Italia con il marchio Adelphi, l’equivalente del caviale beluga in campo letterario. Ma sulla sua sterminata e inevitabilmente diseguale produzione (circa 450 tra romanzi, racconti e scritti vari) gravò a lungo il pregiudizio riservato agli autori di genere.
Con l’aggiunta di censure di stampo moralistico o politico. Qualche esempio: una scheda del 1934 siglata E.P. (Enrico Piceni) boccia I suicidi perchĂ© deprimente, con un finale e un titolo “che ne rendono problematica e pericolosa, per ora, la pubblicazione”.
Il 22 giugno 1943, tempo di guerra e fascismo ancora al potere, così si esprime L.R. (Luigi Rusca) a proposito di La veritĂ  su BĂ©bĂ© Donge, che oggi spicca nel catalogo Adelphi: “Non contiene nessuno di quegli elementi per i quali la Censura (…) proibiva Simenon. Si consideri se non sia il caso di chiedere l’autorizzazione alla traduzione, tenuto conto che Simenon è belga, amico dell’Italia, e che questo libro è uscito a Parigi con l’autorizzazione tedesca”. L’annotazione finale non è di poco conto: dopo la Liberazione lo scrittore verrĂ  sospettato di collaborazionismo e si rifugerĂ  negli Stati Uniti fino al 1955.
Ma le remore editoriali proseguono anche nel dopoguerra. Così Alberto Tedeschi, direttore dei Gialli Mondadori, giudica nel 1951 La prima inchiesta di Maigret: “L’autore ha voluto risalire alla primissima origine della carriera di Maigret e ne è uscita un’opera scialba che certamente non potrebbe andare nei nostri Gialli”. Alcune di queste lettere saranno esposte fino al 5 aprile a Santa Margherita Ligure nell’ambito della rassegna Mondo Simenon - L’universo di uno scrittore, con manifestazioni anche a Rapallo, che si inaugura il 14 febbraio con un convegno, accompagnato da una rassegna cinematografica e da una riproposta degli sceneggiati tv anni 60, con il Maigret di Gino Cervi sempre intento a ruminare buon cibo e ponderati scioglimenti.
Formidabile, quel commissario. Ma da tempo il caso Simenon non s’identifica piĂą nella sola fortuna di Maigret. Scrittore di grande prolificitĂ , sostenuta da un’energia interiore che si autoalimentava sfogandosi in una maniacale voracitĂ  sessuale (si vantava di avere posseduto circa 10 mila donne), Simenon ci ha lasciato un’ereditĂ  sterminata: oltre a 103 episodi di Maigret (75 romanzi e 28 racconti brevi), 110 romanzi psicologici e una valanga di scritti vari. Tradotto in 55 lingue, pubblicato in 44 nazioni, finora ha venduto milioni di libri in tutto il mondo. E il successo popolare non gli ha impedito di entrare nel canone: accolto non senza contrasti nella PlĂ©iade francese dal 2003, è ormai considerato un autore “highbrow” nei paesi anglosassoni come in Germania, per non parlare dell’Italia, dove la ciliegina Adelphi s’è posata, dal 1985, sulla sostanziosa torta mondadoriana cucinata fin dagli anni 20 dal patron Arnoldo.
Affascinato dalla qualitĂ  letteraria dell’infaticabile artigiano belga, AndrĂ© Gide tentò in lunghi colloqui di strappare a un intimidito Simenon il suo segreto di bottega. Ma la particolare atmosfera con la quale, osservava Alberto Savinio, Simenon “tinge ogni suo libro diversamente, e con la tinta adatta” rimane un mistero che neppure Maigret sarebbe in grado di svelare. “Ai miei occhi” scrive Simenon nell’EtĂ  del romanzo “il romanziere ideale è il Padre Eterno, e i romanzieri sono dei mostri che soffrendo, (…) sudando per ore, giorni, mesi (…), si sforzano a loro volta di creare un mondo”.
Perfetto, tranne che Simenon sudava pochissimo: a scrivere un romanzo gli bastava una settimana. Più o meno come al Padre Eterno per creare l’universo.

Commenti

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Il 14 Luglio 2009 alle 18:15 Processo all’editor » Panorama.it - Libri ha scritto:

[...] Qui però si aprirebbe un altro discorso: quello sui criteri di scelta da parte degli editori. Lo chiudiamo subito, ricordando Elio Vittorini che riteneva “mediocre” e “impubblicabile” un certo Georges Simenon. [...]

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