Michele Lauro
Ci sono libri che attraggono come scrigni e La moglie indiana di Anne Cherian (Newton Compton 2008) è fra questi: la carta anticata dai bordi purpurei, la copertina rigida, il titolo in caratteri sobri che lascia spazio a due occhi bordati di kajal, straordinariamente intensi. Il romanzo d’esordio di questa scrittrice trapiantata a Los Angeles ma nata a Jamshedpur nell’India orientale, in un piccolo Stato rurale a sud della valle del Gange, è già stato tradotto in oltre venti lingue e l’editore Newton Compton gli ha dato il “vestito” che meritava. Racconta una storia di sentimenti e identità in formazione nell’incerto passaggio dalla tradizione alla modernità, e affronta nodi emotivamente spinosi: libertà e imposizione, scelta e dovere, amore e tradimento. Il matrimonio in India è, per una donna, la tappa fondamentale dell’esistenza, e nella tradizione letteraria e cinematografica un topos a volte un po’ svilito (eccezioni a parte, come il delizioso Monsoon Wedding di Mira Nair). Questa storia avvincente dal ritmo lieve e incalzante gode invece di personaggi autentici. Le loro personalità risaltano sullo sfondo di un’America che appaga l’emigrante con la sua promessa di libertà - salvo poi accorgersi che è sempre Madre India a tenerlo saldamente in pugno. Tutto ruota attorno a un improbabile matrimonio combinato fra un affermato anestesista indiano di San Francisco, Neel, e una ragazza di un villaggio dell’India, Leila, ultratrentenne senza dote però bella e intelligente. L’uomo cede alle pressioni della famiglia che lo richiama all’ovile, complice la malattia del nonno, e torna a casa con il fardello di una moglie, pensando di sbarazzarsene presto. Non andrà proprio così.
Leila procede alla scoperta dell’America e dei sentimenti: nella vita coniugale per primi vengono la gelosia e il risentimento, acuiti dall’attrazione che prova per il suo uomo. Neel tradisce sua moglie, per abitudine, per debolezza. Leila manca d’esperienza ma è una donna fine e istruita, qualità che non bastano per alleviare il dolore e la frustrazione. Anzi, se la cultura rende più forti per affrontare e comprendere la realtà, nel contempo rende anche più fragili, in quanto spinge a vivere fino in fondo le contraddizioni. E l’India è il luogo dello spirito in cui le antitesi si toccano, si compenetrano, si annullano. Ascetismo e sensualità (fedeltà-infedeltà, ricchezza-povertà, peccato-senso di colpa) lì non sono necessariamente opposti e scissi. Neel il traditore o per la precisione Suneel, il cui nome significa blu, con indosso una camicia azzurra sembra il dio Krishna dal classico incarnato blu. Il dio più facile da amare, fanciullino e seduttore. L’unico dio “in grado di stare insieme a molte donne in una volta. Il suo potere era così immenso che dava a ognuna l’illusione di essere sola con lui.” Questo viene in mente a Leila, futura madre di suo figlio, che lo accompagna alla porta furiosa dopo avergli preparato un infuso avvelenato. Ma Neel è sincero per la prima volta proprio mentre dice l’ultima bugia…
Se non fosse per le donne, gli uomini vivrebbero sempre da scapoli impenitenti, dice un’amica indiana della protagonista. È un romanzo prepotentemente femminile, dove con il consueto pudore l’India matriarcale guarda con benevolenza l’illusoria emancipazione dei suoi figli “americani”. Forse è vero che la storia di Adamo ed Eva è stata interpretata male per tutti questi secoli. “Dio ha creato Adamo, poi ha deciso che poteva fare di meglio, e allora ha creato Eva.” Parola di indiana.
- Martedì 24 Febbraio 2009

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