Inverno alla Grand Central: cronache dal sottosuolo di New York

Homeless negli Stati Uniti

Di Michele Lauro
Una matita, un semplice mozzicone… L’homeless rannicchiato nei suoi cartoni in qualche anfratto della stazione centrale di New York è in crisi di astinenza. Con un gesto automatico il braccio rimesta nella bisaccia alla ricerca di quello stecco cilindrico che usa per pressare il crack nel cannello. Eccola la matita, avvolta dalla pellicola formata dai residui della droga, ed è allora che il tossico di fronte al suo palliativo riceve un’illuminazione: ma questa è una matita! “Ci si può scrivere con questo coso”. Nell’istante in cui la matita rivela improvvisamente la sua anima di grafite getta un’àncora salvifica alla confusa coscienza del barbone. Che rimedia un taccuino e si mette a riempire fogli con foga crescente, dimentica l’astinenza, scopre un altro sballo: la scrittura. Questo insight apre la storia raccontata dal newyorkese Lee Stringer in Inverno alla Grand Central, pubblicato in Italia da Nottetempo, a dieci anni dalla sua comparsa sul mercato americano. Sembra l’incipit promettente di una cruda fiction, è invece vita vissuta, fulminante cronaca dal sottosuolo.
Ma riavvolgiamo brevemente il nastro. Negli anni Ottanta, in pieno yuppismo, Lee Stringer è avviato a una brillante carriera di pubblicitario. Poi una serie di vicissitudini, fra cui la morte del fratello trentenne e la scomparsa del socio in affari, lo conduce rapidamente verso il baratro, complice l’incontro con la cocaina. I castelli di carte dell’economia reaganiana trascinano con sé nel loro crollo Lee e molti altri “ex” della metropoli newyorkese. La deriva è spietata, le uniche porte che si aprono sono quelle della stazione centrale o di qualche ente per emarginati. Ma Lee, nonostante la dipendenza, sopravvive conservando ironia e buonumore e perfino un certo spirito imprenditoriale: prima mantiene i suoi vizi rastrellando in giro i vuoti delle lattine e rivendendoli per pochi spiccioli, poi scopre Street News, il giornale dei senzatetto di New York, vendendo il quale numerosi homeless tirano avanti e intanto salvaguardano la propria dignità di persone. Stringer riesce a farsi pubblicare i primi racconti, quindi di Street News diviene editor, mentre il divano della redazione gli offre un più confortevole giaciglio dove abbandonarsi alle pipate notturne. Dopo dodici anni di tossicodipendenza e vita di strada, Stringer, che intanto ha cominciato a collaborare con testate importanti come The Nation e il New York Times, si disintossica e completa la sua risalita pubblicando due libri (Cioccolato o vaniglia, il secondo in ordine cronologico, è stato pubblicato per primo da Nottetempo nel 2007).

Inverno alla Grand Central è insieme un memoriale e una raccolta di storie. E anche una specie di manuale di sopravvivenza nella giungla suburbana. Pur senza nasconderne le nefandezze ma senza traccia di moralismi, giudizi, autoindulgenze, rancori, Lee Stringer descrive una popolazione di reietti dotati di una propria moralità e spesso dall’animo gentile. L’assenza di sentimentalismo coincide con una scrittura lucida e asciutta, semplice e lineare. Che lungi dall’essere superficiale, possiede invece una straordinaria capacità di arrivare al nocciolo delle cose. Per esempio, la consapevolezza che la lotta per un’esistenza degna e piena di senso si combatte ogni giorno, e che la stessa popolarità rappresenta un’insidia: “Per l’animo umano soldi e popolarità sono altrettanto pericolosi quanto la povertà assoluta”, ha detto lo scrittore. Il successo crea dipendenza, e il rischio è quello di ritrovarsi a “dipendere dalle aspettative altrui”. Caso letterario una decina di anni fa negli Stati Uniti, Stringer è un raro caso di outsider per cui vita e scrittura sono in contatto osmotico. La vita non si risolve nella scrittura, che tuttavia ha il potere (terapeutico) di salvare qualcosa nello scorrere continuo e discontinuo dell’esistenza. E quest’uomo, come dice nell’introduzione lo scrittore Kurt Vonnegut, suo mentore e scopritore, “sa scrivere!”

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