Archivio di Febbraio, 2009

Karma Kosher: I giovani israeliani tra guerra, pace, politica e rock

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Non sappiamo se esiste davvero l’«antisemitismo di sinistra» camuffato da antisionismo denunciato dal vicedirettore del Corsera Pierluigi Battista in occasione del Giorno della Memoria e delle polemiche sulla Fiera del Libro di Torino. Sappiamo però, per certo, che esiste un pregiudizio politico anti-israeliano, assai diffuso in alcune frange della sinistra europea, che tende a considerare lo Stato e la società israeliana come un Moloch, un’entità maligna che complotta contro la pace e la fratellanza universali. Contro questo pregiudizio, ispirato al principio schellinghiano della notte «in cui tutte le vacche sono nere»,  l’antidoto  può essere la lettura di un libro di 169 pg. - Karma Kosher. I giovani israeliani tra guerra, pace, politica e rock’n'roll (Marsilio) - scritto da Anna Momigliano, una giovane giornalista milanese indiscutibilmente «laica, progressista e pacifista» che ha condiviso, assieme a decine di migliaia di suoi coetanei israeliani, il «sogno di Oslo», la speranza che Israele diventasse finalmente, dopo quarant’anni, un «Paese normale»,  in pace cioè  con i suoi vicini palestinesi e libanesi.

www.bol.it Prendendo le mosse dalla famosa stretta di mano tra Rabin e Arafat del 1993, l’autrice ci conduce per mano negli ultimi quindici anni di storia sociale israeliana, raccontandoci - con un linguaggio privo di fronzoli - la Tel Aviv ribelle e underground, il significato dei viaggi post-militare in India (soprattutto a Goa) dei giovani israeliani, ma anche  la nascita e il declino del movimento pacifista, le cui aspirazioni spezzate culminarono con l’assassinio di Rabin  e con il rilancio, a ridosso delle elezioni del 1996, degli attentati suicidi palestinesi che portarono al potere il «falco» Netanyahu. Ma, per capire quello cui aspirano i tanti giovani israeliani che come lei, a metà anni Novanta,  hanno creduto che la pace fosse davvero a portata di mano, basta ricordare quello che scrive l’autrice di Uri Grossman, il figlio del grande scrittore israeliano morto in Libano del 2006: «Lui aveva un padre molto famoso, per questo la sua morte ha attirato le telecamere di tutto il mondo. Ma quanti ragazzi come lui si trovano in Tsahal! Ragazzi che sostengono il processo di pace, votano a sinistra, vanno alle manifestazioni, discutono di politica fino a notte tarda, si arrabbiano come solo a vent’anni ci si può arrabbiare, contro la violenza dei fanatici e la cecità dei politici». Ecco: è questo il senso profondo del libro di Anna Momigliano. Un invito al dialogo e a tenere aperte le porte della speranza, come volevano - nonostante le durezze della guerra -  i padri fondatori, «socialisti e sionisti»,  dello Stato ebraico. Ma è anche un invito, per chi vive di pregiudizi, a imparare riconoscere la ricchezza e le articolazioni della società e della democrazia israeliana. Togliersi i paraocchi. L’ignoranza, in questo caso, è davvero imperdonabile.

Futuristi in libreria

Milano, capitale del Futurismo
Sono cento anni dalla nascita ufficiale del Futurismo, dalla pubblicazione del primo manifesto di Marinetti (il 5 febbraio 1909 sulla Gazzetta dell’Emilia e il 20 in Francia su Le Figaro), e mentre si aprono e si annunciano mostre e iniziative, escono anche alcuni libri utili per fare il punto su questo movimento che cambiò il nostro modo di rapportarci alla modernità.
È quel che fa Giordano Bruno Guerri nella sua biografia di Marinetti, dal semplice titolo Marinetti (Mondadori). Raccontando la personalità, l’entusiasmo che non viene mai meno, il legame costante tra pensiero e azione, la dissacrazione continua, illumina il rapporto del padre del futurismo con le donne e una loro emancipazione dalla disprezzata idea di una femminilità passatista. Poi affronta il nodo del fascismo di Marinetti. Guerri ne ridimensiona la sostanza, senza nulla negare, anche se con un po’ d’indulgenza, di un’adesione al regime che lo portò a divenire Accademico d’Italia e a partire volontario per le guerra di Etiopia e poi in Russia, a sessantasei anni. Fino poi ad aderire a aderire alla Repubblica di Salò. Per lui Marinetti fu un anarchico legato all’idea di patria e se aderì ai primi fasci di combattimento, se ne distaccò prestissimo ed ebbe con Mussolini un rapporto sempre in bilico tra conflitto e ammirazione, difendendo la sua idea d’indipendenza del paese dai Savoia e dal Vaticano, che invece il Duce aveva presto abbandonato.
Un altro libro, Futuristi in Politica (Laterza), questa volta a firrma di Emilio Gentile, allarga il discorso, pur fermandosi con la presa del potere del fascismo, e sottolinea l’importanza della ribellione del movimento al moralismo e perbenismo borghese e all’Europa liberale, proclamando “l’abolizione della storia” in nome di un mondo e un uomo nuovo passato attraverso “la guerra sola igiene del mondo”. Non a caso il Futurismo, nazionalista e interventista, è l’unico movimento culturale d’avanguardia contemporaneo che fondi anche un partito politico, dopo Caporetto, basandosi sulla forza della speranza contro la “stanchezza della guerra lunga”, e che, a suo tempo, si riconoscerà, senza pur mai confondersi, con i fasci mussoliniani, tra illusioni e evidenti errori, tra opportunismo e vitalismo.

LEGGI ANCHE: Il patriottismo insetticida di Marinetti

Il curioso caso di Benjamin Button, in graphic novel

Il curioso caso di Benjamin Button diventa un romanzo a fumetti
Di Michele Lauro
A pochi giorni dall’uscita nelle sale italiane (uscirà il 13 febbraio) di Il curioso caso di Benjamin Button, pellicola hollywoodiana high budget con Brad Pitt e Cate Blanchett per la regia di David Fincher, pluricandidato agli Oscar, Guanda presenta in libreria il racconto di Francis Scott Fitzgerald in versione graphic novel. Assai più fedele all’originale rispetto alla rilettura cinematografica - che in compenso strabilia per i suoi effetti speciali - narra la storia bizzarra di un uomo nato vecchio per il quale la “freccia del tempo” scorre all’inverso: neonato affetto da senilità (più vecchio di suo padre) poi uomo maturo nell’adolescenza, un fuggevole lampo di sintonia fra età anagrafica e mentale e infine la regressione alla giovinezza e alla vita neonatale (quando sarà suo figlio a fargli, malvolentieri, da padre), fino allo scivolamento inconsapevole nella dimensione intrauterina.
La grafica elegante e precisa, con tavole delicatamente seppiate in una gamma di beige e grigi che pare infinita, rimanda con coerenza al tempo in cui è ambientato il racconto, adattato nell’edizione di Guanda da Nunzio DeFilippis e Christina Weir, con le illustrazioni di Kevin Cornell.
Benjamin nasce nel 1860, in una famiglia della buona borghesia di Baltimora, e nel corso della sua vita a ritroso attraversa la dolorosa epoca della guerra civile ma anche gli anni ruggenti dell’America pre-depressione: L’Età del Jazz, come si intitola la raccolta che ospitò, nel 1922, i migliori fra i racconti di Francis Scott Fitzgerald. L’autore del Grande Gatsby viveva al di sopra dei suoi mezzi in quei magnifici anni, facendo la spola fra l’una e l’altra sponda dell’oceano con la moglie Zelda - come per molti altri scrittori coetanei la Francia fu la sua seconda patria - e le riviste pagavano bene i suoi racconti fantastici.
Un’ironia dolceamara permea i disegni in chiaroscuro, i caustici dialoghi, le sobrie didascalie che scandiscono lo svolgersi della novella. Oltre il comico e il grottesco, affiorano alcuni dei grandi temi che il narratore americano ha distillato nei suoi romanzi. L’accettazione sociale, innanzitutto. Gli sforzi del padre per far somigliare Benjamin a quello che dovrebbe essere, l’assurda competizione con il nonno, i sigari fumati di nascosto sono elementi che strappano all’inizio più di un sorriso. Ma la città è turbata e sospettosa, e la “giovane” matricola con le fattezze di un cinquantenne che si presenta all’università subisce un doloroso linciaggio pubblico. Poi il rapporto dell’uomo con il proprio destino e, naturalmente, con lo scorrere del tempo. La giovane Hildegarde, il miglior partito di Baltimora, sfida il padre generale pur di sposare Benjamin all’alba dei suoi cinquant’anni - solo gli uomini della sua età, gli dice, “sanno come apprezzare una donna”. Benjamin scopre l’amore e, nel breve volgere di una stagione, la sua inesorabile caducità: mentre lui è sempre più attratto dai piaceri della vita, sua moglie “era già posseduta da quell’inerzia che coglie tutti un bel giorno e ci accompagna fino alla fine”. In avanti o a ritroso, il tempo sembra comunque il padrone crudele del destino di ognuno. “La giovinezza è un sogno, una forma di follia chimica” ha scritto Fitzgerald in un altro suo racconto, Il diamante grosso come l’hotel Ritz. Un grande sogno, che sia l’età del jazz o il fiore della vita, ovvero una grande illusione. Ma per Benjamin Button, diversamente dal suo creatore (Fitzgerald passerà gli ultimi anni di vita fra alcol e angoscia), la caduta delle illusioni si stempera con tenerezza nel sonno del bimbo. Puro, immacolato. Senza più sogni. Finalmente, senza memoria.

LA GALLERY

Uomini e caporali, viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del (nostro) Sud

Braccianti nei campi

Di  Michele Lauro

Schiavi, padroni, asservimento in schiavitù. Parole forti, da sembrare addirittura provocatorie in un tempo in cui, con l’avvento di Obama, la regressione dei diritti umani appare prossima a una svolta. Eppure, come chiamereste uomini e donne che con il miraggio di paghe da fame sono deportati in un paese lontano dove lavorano dieci-quindici ore al giorno, la schiena china nei campi sotto il sole a picco e con il cibo razionato, e la sera giacciono ammassati in casolari spogli senz’acqua né servizi igienici? Minacciati, percossi, umiliati, “fatti sparire” se necessario. Spogliati di tutto ma, sopra a tutto, della dignità di uomini e donne. Come li chiamereste? I nuovi schiavi sono qui, qui e ora, fra noi, nel tacco del nostro Stivale. La loro storia è raccontata da Alessandro Leogrande in Uomini e caporali (Mondadori 2008), libro-denuncia che unisce all’inchiesta giornalistica condotta con metodo rigorosissimo una tensione costante a capire, ad andare a fondo: “capire che il passato e il presente sono legati a filo doppio; che il passato ha fatto irruzione nel presente, anzi, in verità, non ha mai lasciato il campo.” Il “viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud” è un’accurata indagine sulla storia del caporalato in Puglia, e si intreccia con la memoria dell’antica civiltà contadina raccontata da Carlo Levi, una civiltà che oggi non esiste più ma che in qualche modo nel Tavoliere pugliese ha lasciato la sua sfortunata eredità. Il retaggio del passato non è neppure la miseria, dice l’autore, “ma la violenza, la bestialità della sopraffazione”.

Nell’estate del 1920 Gioia del Colle, località d’origine di Leogrande, fu teatro di un massacro di contadini che avevano osato ribellarsi ai soprusi dei grandi latifondisti. I responsabili non pagarono le conseguenze, il clima politico stava rapidamente cambiando e di lì a poco il fascismo avrebbe colonizzato la regione.
Se un tempo erano le vigne e gli uliveti a punteggiare il paesaggio, oggi la Capitanata, quell’immensa pianura che si stende nel foggiano tra Cerignola e Lucera fino a Melfi, è il regno del pomodoro. La raccolta del pregiato (e redditizio, laddove un cassone da oltre una tonnellata viene pagato 3,50 euro ai “raccoglitori”) ortaggio è affidata a braccianti stagionali al soldo di caposquadra senza scrupoli, a loro volta asserviti a caporali italiani pagati dai proprietari, secondo una drammatica catena in cui lo sfruttamento più si parcellizza più diviene duro, violento, insostenibile. Fino a qualche anno fa erano africani, per lo più maghrebini, poi il testimone è passato in mano ai più poveri dei cittadini comunitari: rumeni, albanesi e soprattutto polacchi. E proprio grazie al coraggio di tre ragazzi polacchi, che nell’agosto 2005 hanno trovato la forza di scappare e denunciare alla polizia di Foggia i loro aguzzini, si è scoperchiato il muro di omertà e sordide collusioni che chissà da quanto contribuiva ad allungare la lista delle tombe senza nome. Decisiva è stata anche la determinazione dei giornalisti polacchi che dal cuore dell’Europa hanno stimolato nuove ricerche, del console polacco a Bari Domenico Centrone e del procuratore Lorenzo Lerario, e infine di Wnuk, l’unico pentito fra i caporali. Il 22 febbraio 2008 una sentenza storica ha condannato a 10 anni di reclusione alcuni dei feroci capibanda, con l’accusa di “riduzione in schiavitù”.
Quanto accade nella campagna “globalizzata e allo stesso tempo trattenuta fuori dal tempo” è ciò che Alessandro Leogrande ha svelato in un libro che a tratti sembra un romanzo, tanto i personaggi sono “estremi” e le storie disumane. Non stupisce che stia facendo parlare di sé.

Crovi, parole di padre in figlio

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Suo padre era un ambulante reggiano, “abile (e docile) corteggiatore dell’intelligenza altrui”, uno straordinario affabulatore cui un brutto giorno la malattia rubò le parole. E appunto Le parole del padre s’intitola il romanzo più bello di Raffaele Crovi, con cui si apre questa scelta: il volume Storie dell’appennino (Oscar Mondadori) che include anche La valle dei cavalieri, Appennino e Cameo: in pratica, il versante emiliano della sua narrativa. Ma Crovi ebbe anche un padre culturale a Milano: Elio Vittorini, sotto la cui egida mosse felice i primi passi di una lunga carriera di scrittore, editore e operatore culturale a tutto campo. Nella prefazione Alberto Bertoni ne ricostruisce con passione le tappe, rintracciando la lezione nelle “parole dei figli”: gli autori, spesso imprevisti, che ne sono stati influenzati. Sì, perché Crovi, scomparso nell’estate dell’anno scorso, era grande suscitatore di talenti, generoso con la creatività altrui quasi più che con la propria. Storie dell’Appennino ce ne restituisce alcune tra le prove migliori: “parole del padre” anche queste, per chi l’ha conosciuto e stimato.

Studio illegale, una spia tra gli avvocati milanesi

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Ci sono due colleghi, attorno, nello studio legale Flacker Grunthurs and Kropper. “Mi faccio forza. Scrollo la testa per scacciare il torpore e cerco di recuperare una scaglia di professionalità e mostrarmi affaccendato, come loro. Mi infilo anch’io un dito nel naso”. Ecco un piccolo affresco di una comune giornata di lavoro per Andrea Campo, avvocato stanco sotto i cieli della legalità milanese. È lui il protagonista di Studio illegale, il libro che il 4 febbraio esce edito da Marsilio, e che è la trasposizione in romanzo dei post del blogger “mascherato” Duchesne. Continua

Saviano star a Barcellona: “I giovani via dall’Italia per essere felici”

 Roberto Saviano e la sua scorta

Sono arrivati prima i flash. Poi Roberto Saviano è entrato tra gli arazzi della maestosa sala quattrocentesca del Consell de Cent, il municipio di Barcellona. Accolto da un lungo applauso e accompagnato dal sindaco della città Jordi Hereu. Poco dietro di lui e intorno all’edificio, uomini alti con auricolari. A ricordare che Saviano non è, suo malgrado, un autore “normale”. Il successo di Gomorra, da mesi in cima alle classifiche dei libri più venduti in Spagna, lo precede. Così come la fama di “scrittore minacciato”, cosa che tutti i quotidiani locali hanno rimarcato nel presentare questo suo incontro con il pubblico e i giornalisti, inserito tra gli appuntamenti di “BCnegra - settimana del romanzo noir a Barcellona”. “I valori che esprime Roberto sono quelli di questa città, che lo riceve a braccia aperte” lo accoglie con queste parole il sindaco.
La sala è strapiena e molte persone sono rimaste fuori: la coda attraversa l’intera Plaza Sant Miquel. Moltissimi italiani presenti, in maggioranza giovani (sono in 16mila a vivere qui, uno dei gruppi di stranieri più numerosi). In molti hanno portato “Gomorra” da far firmare, cosa che la security non permetterà. “Mi ha cambiato la vita, non lo rinnego, ma mentirei se dicessi che amo il mio libro, ho quasi un rigetto fisico quando lo vedo, mi ha tolto quello che avevo” dice, rispondendo a una domanda del giornalista Carles Quilez e del commissario dei Mossos d’Esquadra (la polizia catalana) Miquel Capell, “nell’economia del quotidiano” spiega Saviano, “non vedo i premi e la gente, ma una casa che cambia ogni giorno e un’auto blindata”.
saviano Saviano nell’incontro di Barcellona (Foto di Eleonora Aquilini)

Il commissario (e scrittore di racconti) gli chiede degli uomini dei clan che vivono in Catalogna. Molti sono i boss arrestati nel corso dell’ultimo anno dal lavoro congiunto delle polizie italiana e spagnola. “La Spagna è un territorio chiave per i boss” risponde lo scrittore italiano “qui a Barcellona vive il latitante Raffaele Amato, lo sanno tutti, l’ultima volta che sono venuto qui mi hanno detto ‘non andare in quel locale sulla Rambla perché ci sta Amato’, è paradossale”. “Il problema” secondo Saviano, “è che la regola dei gruppi criminali è non fare sangue dove si fanno affari. E qui fanno affari, sono visti come imprenditori, dal cemento alla ristorazione. Ma coi soldi della cocaina, di cui la Spagna è il punto di arrivo in Europa”. Il commissario, forse punto nell’orgoglio, risponde “i nostri paesi sono stati di diritto, spesso è difficile attuare con decisione e rispettare le tutele democratiche: noi abbiamo arrestato Amato ma senza un ordine di cattura internazionale non potevamo trattenerlo. Gli stati democratici hanno gli strumenti adatti?” “Invece che sulla repressione militare bisognerebbe puntare sui reati finanziari” risponde lo scrittore napoletano, “in Inghilterra non esiste neppure il reato di associazione mafiosa”. E le mafie sul terreno globale, secondo Saviano, sono più veloci e strutturate delle polizie: “L’Europa dovrebbe rendersi conto che la mafia non è un problema solo del sud Italia, ma che sono coinvolte decine di paesi”.
“Non hai dato una cattiva immagine di Napoli?” gli chiede un ragazzo, molto emozionato, dal pubblico “io lavoro qui e ogni volta mi chiamano munnezza, camorra”. Il conterraneo Saviano si aspettava la domanda e risponde con una battuta, “L’ha detto anche il capitano, Cannavaro, ma qui mi han detto ‘cosa vuoi che dica, è del Real Madrid”, ma poi approfondisce “no, non mi sento responsabile: i responsabili sono quelli che sparano e riempiono la terra di rifiuti, il silenzio è il contrario della speranza, la speranza viene dalla conoscenza”. “Non hai paura di essere etichettato come uno scrittore di mafia?” gli domanda un giornalista. Per lo scrittore partenopeo è l’occasione di parlare del libro in uscita in Spagna, “Lo contrario de la muerte“, che raccoglie racconti già pubblicati in Italia nel 2007: “io non voglio scrivere solo di mafia, voglio usare il metodo del cronista e il linguaggio dello scrittore per scivere della mia terra, perché ce l’ho suturata nell’anima”, dice, “raccontare dei ragazzi che non hanno scelta e devono emigrare”. Il tema scatena un grande applauso in sala “E’ un tema di cui non si parla” dice Saviano, non ancora trentenne, “negli ultimi dieci anni due milioni di giovani sono scappati dall’Italia: si va via per far nascere con la fecondazione assistita, si va via per morire con dignità e ora si va via anche per vivere felici, per poter realizzare le proprie aspirazioni”. C’è anche il tempo di parlare del film di Matteo Garrone tratto dal suo libro e della sua esclusione dagli Oscar: “Martin Scorsese mi ha detto che non capiscono niente e che il film piacerà” racconta Saviano, “ma io li capisco: è un film ‘di qualità’, difficile, di due ore, in dialetto napoletano, mi sembra già straordinario che abbia ottenuto tutto questo successo. E poi smonta totalmente l’immagine glamour dei boss come self-made-man di successo che proprio il cinema americano ha creato”. Poi Saviano si alza e se ne va dalla porta sul retro, accompagnato dalla scorta, mentre in sala qualcuno grida “Roberto sei tutti noi!”

Saviano: Prima di Gomorra la mia vita era mediocre

Prima di Gomorra la vita era “terribilmente mediocre”, ma ora gli “appare preziosa”. Così Roberto Saviano ha descritto la sua vita ai giornalisti spagnoli a Barcellona, dove sta partecipando alla Semana negra del romanzo noir, in programma fino a sabato. Ai giornalisti Saviano ha detto che “la Catalogna e il sud della Spagna sono utilizzate dalle mafie come base di appoggio e luogo di incontro per la gestione delle partite di droga”.
Circondato da imponenti misure di sicurezza, l’autore di Gomorra, nel mirino dei clan camorristici, ha tenuto oggi una conferenza stampa al Comune, per poi concedersi una passeggiata per Barcellona.
“Mi hanno tolto tanto che già non provo più simpatia per il mio libro”, ha assicurato il 30enne autore del best seller sulla camorra, che ha venduto almeno due milioni di copie e che in Spagna è da mesi in cima alle classifiche dei libri più venduti. Dopo quasi tre anni di vita blindata, Saviano ribadisce che, come persona, non lo ricompensa il successo del libro.
La giornata di Saviano prevede una tavola rotonda nel Salo’ de Cent del Comune, presieduta dal sindaco Jordi Hereu, assieme al giornalista catalano Carles Quilez e al commissario dei Mossos d’Esquadra - la polizia catalana - nonche’ scrittore, Miquel Capell. La tappa catalana dello scrittore partenopeo sarà anche l’occasione per presentare un suo lavoro del 2007 ora tradotto in spagnolo, il racconto lungo “Lo contrario de la Muerte”, pubblicato da Debate Editorial.

Vauro in libreria con Il mago del vento

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Vauro Senesi, in arte Vauro, notissimo vignettista satirico, giornalista ed editorialista del Manifesto, collaboratore del Corriere della Sera e del programma Anno Zero di Rai due, ha dato alle stampe il suo secondo romanzo: Il mago del vento, edito da Piemme. Panorama.it ha incontrato l’autore.
Il libro, ambientato in Iraq nell’arco degli ultimi tre conflitti che hanno insanguinato il paese, racconta la storia di una famiglia irachena, ma le guerre sono un eco lontano, quasi in sottofondo…
Ho voluto tenere la guerra in sottofondo per evidenziare la vita dei personaggi. La storia è di fantasia ma è anche un puzzle di vicende vere che ho raccolto a Baghdad. Ho cercato di raccontare un Iraq di pace, un paese che vive in conflitto da generazioni e che nelle ultime due guerre del golfo è quasi sempre stato descritto dalle cronache come popolato soltanto da sanguinari, tagliagole e kamikaze. Con il personaggio, Fahim, il “mago del vento” appunto, ho cercato di restituire alla gente dell’Iraq tutta la loro umanità con i problemi quotidiani che sono comuni a tutte le persone che non vivono in zone di guerra.
Fahim, il personaggio del tuo romanzo, è di fantasia o è una persona che ha incontrato nel suo soggiorno a Baghdad durante i primi giorni dell’occupazione Usa?
Il personaggio è reale. Quando entrai a Baghdad il 6 aprile del 2003, era il giorno successivo della caduta della città, l’immagine che mi si presentò fu infernale. Case e strade distrutte. Io ero su un’auto del convoglio di Emergency. La colonna si arrestò per un attimo in una piazza. Solo una casa era rimasta in piedi, pur avendo segni pesanti di colpi di mitragliatrice. Sul tetto di essa, piatto come la maggior parte delle case arabe, apparve una persona, vestita di bianco, che agitando una canna di bambù faceva volare uno stormo di piccioni: ad ogni movimento della canna, gli uccelli, armonicamente, ne seguivano la direzione. In quel contrasto di macerie e odore acre dei fumi, quella persona, o meglio quella situazione, mi sembrò surreale. Quell’immagine mi ha sempre accompagnato. Quando anni dopo ho deciso di scrivere un libro sull’Iraq, quell’immagine, che si era sedimentata nel cassetto della mia memoria, è scattata fuori come una molla.
Nel suo romanzo non c’è nessun commento politico sulla situazione irachena. Spesso, il libro sembra quasi una fiaba…
Vede, il volo dei piccioni rappresenta il volo della fantasia che è una delle caratteristiche dell’umanità. Quando viene a mancare la fantasia arriva la violenza. Il volo degli uccelli rappresenta una metafora: andare oltre il nostro vivere quotidiano significa vedere dall’alto più orizzonti possibili. Quando ho cominciato a scrivere e mi è apparso dalla mente l’uomo dei piccioni è stato come se io seguissi un suo racconto. Lui mi conduceva. Mi ha portato a conoscere la sua infanzia, la sua famiglia. è come se nella scrittura fossi stato guidato da un mago. Il mago del vento.

Ascolta l’AUDIO

Mondi al limite, nove scrittori per Medici Senza Frontiere

Un bambino dello Malawi
Di Michele Lauro
Ci vuole la sensibilità poetica di uno scrittore per aprire la porta di un mondo, per comunicare con empatia, per raccontare al cuore. Questo hanno pensato i vertici italiani di Medici Senza Frontiere, l’organizzazione non governativa di origine francese (Premio Nobel per la Pace 1999) che da 37 anni organizza campagne di prevenzione e sensibilizzazione e fornisce cure mediche, assistenza, sostegno psicologico alle popolazioni indifese di tante aree dimenticate nel Sud del mondo. Dalla frontiera birmana al Pakistan, dalle bidonville somale alla Repubblica Democratica del Congo, dalla Colombia dei narcos alle favelas di Rio ai - sorpresa, ma mica poi tanto - sobborghi del napoletano. Luoghi dove, per uno dei tragici paradossi della nostra epoca, i signori della guerra stringono labili patti di non belligeranza solo con chi ha il coraggio di sfidarli a mani nude, senz’altra merce di scambio fuorché l’aiuto volontario e free ai reietti del quartiere, basato sui principi umanitari e una ferrea etica medica. Nel 2008 dunque MSN decide di “condividere l’esperienza ricorrendo a un diverso genere di testimonianza” e offre l’opportunità ad alcuni scrittori. All’appello rispondono Alessandro Baricco, Stefano Benni, Gianrico Carofiglio, Mauro Covacich, Sandrone Dazieri, Silvia Di Natale, Paolo Giordano, Antonio Pascale, Domenico Starnone. Spediti nell’inferno del mondo.
E qui avviene qualcosa di non banale. I narratori provano a spogliarsi delle proprie certezze. Molti iniziano confessando il disagio, le paure, le insicurezze di fronte al compito o semplicemente alle insidie del viaggio, al fastidio del clima e degli insetti, di ciò che gli occhi vedranno. Poi mettono in gioco loro stessi, assumendo le sembianze ora dei volontari, ora dei medici, ora dei pazienti, senza pretendere di capire ma accontentandosi di aprire molti punti interrogativi. Ne esce un libro di racconti, pubblicati da Feltrinelli con il titolo Mondi al limite - 9 scrittori per Medici Senza Frontiere, compatto come può esserlo un mosaico di voci estremamente diverse fra loro ma tutte in sensibile ascolto. Leggendo queste storie sdraiati alla luce di un abat jour o magari cullati dalla carrozza di un treno, può capitare di riuscire ad annullare per un attimo la distanza. Ed è una distanza abissale - cifre impietose, violenza e sopraffazioni, epidemie che riducono la già misera speranza di vita - impossibile da ricucire con la generosità di un sostegno economico o magari di un’adozione, appunto, “a distanza”. Ma in queste pagine si trova il potere di svegliare la parte del sé che giace abitualmente sopita, di riunire i frammenti dispersi nella percezione di un mondo così diseguale. Rapidi istanti in cui sembra di sentirsi parte di un grande Tutto. Naing Nay e Tantine Plamede e il dottor Edi e il dottor Peter e la grande folla degli ultimi, gli scrittori e noi stessi e la ristretta cerchia sociale cui apparteniamo, tutti quanti cellule dello stesso organo: l’umanità disorientata che in fondo qui e là procede sempre a tentoni, ciascuno condannato un po’ alla cieca a seguire il proprio destino - che sia mollare il posto comodo e sicuro in un ospedale a cinque stelle per una vita raminga “senza frontiere”, o attraversare un pezzo di deserto per presentarsi all’ambulatorio di MSF e sentir dare un nome alla propria malattia. Così come alla cieca qualcuno, lassù, pare aver mischiato le carte delle opportunità da offrire a chi è venuto al mondo. In quei fuggevoli istanti anche gli scrittori hanno già smesso di essere testimoni e senza taccuino, senza coscienza, intravedono forse un’altra maniera di porsi le solite domande. “Continuava a sorridere” dice di una giovane congolese il protagonista del toccante racconto di Paolo Giordano, “come se sapesse qualcosa che io ignoro”.

Medici Senza Frontiere

Da Fanucci la fantascienza d’autore, con Doris Lessing e Philip Dick

Doris Lessing, Premio Nobel 2007 per la Letteratura
Un nuovo romanzo del premio Nobel Doris Lessing è in uscita da Fanucci, che lo annunzia per febbraio, assieme a un nuovo titolo di Philip K. Dick. Il libro della Lessing è Discesa all’inferno (224 pagine, 17 euro) del quale l’Observer ha scritto: “Doris Lessing spezza le barriere della semantica per spingersi nella speculazione della psiche, come un viaggiatore che, al suo ritorno, traccia le mappe di mondi sconosciuti”. Una notte, nel Porto di Londra, viene trovato un uomo, un vagabondo, senza un soldo e confuso. Identificato come Charles Watkins, un professore di Cambridge, viene ricoverato in un ospedale psichiatrico, dove riceve la visita di familiari e amici, ognuno dei quali, parlando con lui, gli rivela qualcosa che gli permette di ricostruire i motivi del suo crollo psichico. E mentre i dottori si affannano nel tentativo di curarlo, utilizzando medicine sempre diverse e sempre più potenti che possano riportare sotto controllo la sua mente, Watkins porta avanti la sua dura battaglia per mantenere immutato il magnifico mondo interiore che si è creato, e che gradualmente acquista una realtà maggiore di ciò che lo circonda. In esso, dopo una lunga traversata dell’Atlantico a bordo di una zattera, l’uomo approda in un’isola tropicale, abitata da strane creature dai costumi mai visti prima. E da lì si imbarcherà in un viaggio che lo porterà fin nelle profondità dello spazio.

Il romanzo di Dick, Illusione di potere (224 pagine, 16 euro) vede protagonista il dottor Eric Sweetscent, che ha molti problemi: il suo pianeta è coinvolto in una guerra impossibile da vincere; sua moglie è mortalmente dipendente da una droga che trascina chiunque ne faccia uso avanti e indietro nel tempo. L’ultimo paziente che ha in cura, inoltre, non è solo l’uomo più potente della Terra, ma probabilmente è anche il più malato. Il segretario di Stato Gino Molinari, infatti, ha trasformato la sua malattia mortale in uno strumento di controllo politico, ed Eric non sa se con il proprio lavoro deve provare a guarirlo o meno.

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