Archivio di Marzo, 2009

Il peso della Storia, il riscatto della memoria, le speranze del futuro all’alba del nuovo secolo nelle pagine inedite di Ryszard Kapuscinski (1932-2007) che escono tra 10 giorni col titolo Nel turbine della storia (Feltrinelli, pp. 225 - 14,00 euro).
“Questi testi” scrive nell’introduzione la curatrice Krystyna Straczek “mostrano Kapuscinski non solo nei panni di reporter e scrittore, ma dimostrano la sua stupefacente conoscenza del destino e della cultura dei paesi che visitava (non a caso aveva una formazione come storico). Non sono però una mera dimostrazione di erudizione. Kapuscinski richiama i fatti per interpretarli, per mostrare paralleli storici e culturali, e per prevedere il futuro”.
Tornano in queste riflessioni alcuni dei luoghi che sono stati lo scenario di suoi libri indimenticabili, come l’Africa o la Russia. Ma emergono anche regioni del mondo che non erano state raccontate prima, come le coste americane del Pacifico e soprattutto l’America Latina, quello che chiama “laboratorio del nuovo secolo”, su cui Kapuscinski aveva raccolto molto materiale e su cui aveva progettato realizzare un apposito libro, che non ha fatto in tempo a finire, come aveva rivelato il Inge Feltrinelli, nei mesi seguiti alla sua morte.
Il corso impetuoso della storia Kapuscinski l’ha conosciuto come pochi altri. Dove c’erano rivoluzioni, guerre, imperi in disfacimento o movimenti in ascesa, lui c’era per vedere, documentare, raccontare. Qui, in questo libro da lui stesso progettato poco prima della scomparsa, è la storia stessa a essere direttamente in primo piano: il suo senso, il suo potere sulla vita dei singoli esseri umani, le occasioni di riscatto che pure sa offrire, assieme al suo impatto sul secolo che è da poco cominciato.
Nato in Polonia nel 1932, Kapuscinski ha cominciato a fare il corrispondente dal terzo mondo per l’agenzia di stampa nazionale Pap dopo il ‘56, quando, vissuta la breve epoca di speranza seguita alla denuncia dello stalinismo, era iniziata la normalizzazione e preferì vivere altrove. Per le stesse ragioni tornò in patria, appena seppe quel che accadeva nei cantieri di Danzica, molti anni dopo, dall’interno dei quali scrisse i suoi reportage.
Nemico di ogni retorica, scrittore dallo stile sintetico, frasi brevi, pochissimi aggettivi, faceva partire tutto dall’attenzione per l’altro, ci lascia alcuni libri affascinanti, da Il Negus a Imperium, da Ebano a In viaggio con Erodoto, oltre a una raccolta postuma intitolata proprio L’altro, in cui si legge: “L’esperienza di tanti anni trascorsi in mezzo agli altri mi insegna che la benevolenza nei loro confronti è l’unico atteggiamento capace di far vibrare la corda dell’umanità”.
(Fonte: Ansa)
L’8 agosto di un anno fa, mentre a Pechino si celebrava un’Olimpiade a colpi di effetti speciali hi-tech dal sapore hollywoodiano, nel bel mezzo del Caucaso andava in scena una guerra-lampo dal sapore antico. Quando in Italia è ancora notte, un flash d’agenzia riporta indietro di qualche decennio le lancette della politica internazionale. La Georgia, che da tempo guarda agli Usa di George W. Bush con affetto ricambiato, attacca l’Ossezia del Sud, una regione filorussa che ha proclamato unilateralmente l’indipendenza da Tbilisi all’inizio degli anni 90. Qualche ora dopo, il neopresidente russo Dmitri Medvedev - era stato eletto in maggio - decide l’invio di due divisioni e delle forze speciali in soccorso, spiegherà Mosca, di quel 90 per cento di popolazione sudosseta con passaporto russo. In realtà, le truppe ed i bombardieri erano già entrati in azione ore prima, senza attendere un decreto presidenziale, ma su ordine dell’inquilino della Casa Bianca moscovita, il premier Vladimir Putin. Il reportage Back in Urss (ed. Guerini e associati) di Emanuele Novazio, corrispondente diplomatico de La Stampa, è innanzitutto una guida che trascina il lettore dietro le quinte di quel conflitto “che ha cambiato la mappa geostrategica del Caucaso e ha consegnato al mondo - a Washington prima di tutto - l’immagine di una Russia neoimperiale consapevole della propria forza ritrovata, e non più disposta a essere oggetto di scherno in Occidente”. Il libro, imperniato su brevi capitoli arricchiti dai dispacci dalle zone di guerra e da sintetiche schede informative, si propone pero un compito più ampio: quello di dipanare il disegno strategico “maturato nel nuovo millennio al Cremlino”, di cui la guerra-lampo a Tbilisi è parte, supportato da quella aggressiva politica energetica russa che nell’ultimo decennio ha rimpinguato le casse dello Stato e degli oligarchi. L’intervento russo in Ossezia del Sud, infatti, “avviene sullo sfondo di un’operazione di ricomposizione interna che ricorda l’era sovietica: il controllo dello stato sull’economia, l’accentramento del potere al Cremlino, l’adozione di leggi straordinarie per disinnescare potenziali dissidenze”. Il regista, per nulla occulto, è ancora lui: Putin, che ha sì dismesso i panni del presidente per quelli da premier, ma non ha perso il ruolo di “vero timoniere della politica russa”. La posta in gioco è alta: nulla vieterebbe al premier di candidarsi nel 2012 alla presidenza. Una vittoria gli consegnerebbe nuovamente il Cremlino, sulla carta - due mandati - per almeno 12 anni che gli consentirebbero di essere secondo solo a Stalin nella permanenza al potere. La grande incognita è la crisi economica globale, che fa sentire i suoi effetti anche a Mosca, complice il crollo dei prezzi del petrolio: potrebbe compromettere strategie e aspirazioni imperiali, e favorire il “partito tecnocratico” che propende per Medvedev, o forse sarebbe meglio dire che non ama Putin.
(Fonte: Ansa)
Dalle chat a Facebook, da YouTube a YouPorn, dal cybersesso al Real Touch, il web 2.0 ha rivoluzionato anche l’universo dei sentimenti e del sesso. In L’amore ai tempi del globale, in libreria dal 26 marzo per Einaudi, Tiziana Nenezic (già autrice del manuale Come sopravvivere ai newyorkesi) ci racconta gli esiti spesso esilaranti di un processo di globalizzazione che è entrato nella nostra sfera più intima. “Mogli e buoi dei paesi tuoi è una formula in via di rapida estinzione su questo pianeta in via di costante globalizzazione” scrive Nenezic “Babele è il nuovo mondo… È l’intreccio di rapporti iniziati online con una manciata di click da ogni angolo del pianeta”.
In questo viaggio ironico nel mondo degli incontri virtuali (e non), la scrittrice ci racconta come e perchè la realtà virtuale ha cambiato il nostro modo di pensare e di amare. Ecco allora il paragrafo “Si scrive Facebook, ma si legge Feiscuc”, in cui Tiziana Nenezic spiega come sul social network più famoso al mondo - che non è una chat e neanche un dating site - non è poi così difficile incontrare quelli che vanno in cerca dell’acchiappo. E siccome ai tempi del globale anche la pornografia ha subito cambiamenti rivoluzionari ecco “Cyberporno e sei protagonista”, che racconta come in rete il prono sia passato da passivo a interattivo, “alternando con disinvoltura performance registrate a sexcam shows dal vivo”. Ma se l’amore cambia con internet anche le corna “coi cyberflirt sempre a portata di polpastrello sono diventate praticamente tascabili”. “Le si può mettere comodamente dall’ufficio e dal salotto” scrive Tiziana Nenezic “il che fa pensare che la definizione più moderna di adulterio sia quella fornita da Willow su un forum dedicato al tradimento: Se state facendo, dicendo o digitando qualcosa a una persona che vi interessa, che non fareste, direste o digitereste mai davanti al vostro partner o coniuge, state commettendo adulterio. Sembra il comma di una legge, tanto è complicato, ma questi sono i tempi che corrono”.
(Fonte: Ansa)

“Il grido era prigioniero dell’organo” è la frase che apre quest’ultimo romanzo di Jean-Christophe Grangé, l’autore de I fiumi di porpora e altri noir di successo internazionale, una star in Francia come da noi Carlotto o Lucarelli. Una frase curiosa, che si scopre presto alludere all’organo della chiesa armena di Saint Jean-Baptiste a Parigi, dove il musicista di origine ungherese Goetz e direttore di cori giovanili è stato ucciso mentre suonava, e il cui urlo è stato amplificato ed è andato spegnendosi lentamente nelle canne dello strumento.
La musica e il grido in un ambiguo rapporto col canto e la perfezione delle voci bianche sono al centro di questo racconto complesso. Nel romanzo, dal titolo Miserere (Garzanti), s’intrecciano diverse storie e vite. Che finiscono per intrecciarsi nella Francia dei nostri giorni, mentre le radici dei protagonisti risalgono ai luoghi lugubri di una gestione del potere basata sul terrore, l’assassinio, la tortura: dalla Germania nazista si passa all’Algeria della lotta d’indipendenza per arrivare al Cile di Pionochet. Un romanzo d’avventura: quella di Kasdan, poliziotto armeno in pensione imbottito di antidepressivi che, con Volokine, giovane della squadra minori, sospeso per droga e che sta terminando la sua disintossicazione, si mette sulle tracce dell’assassino, in gara con i poliziotti in servizio effettivo e incaricati delle indagini, cercando di precederli e finendo per scoprire un mondo terribile e invisibile, la realtà di una setta che pare invece essere solo una comunità di musicofili. La setta, nata da un ex nazista in Cile, è esistita davvero, assicura Grangè, con caratteri anche più neri di quelli terribili che lui descrive nel libro. Un coinvolgente racconto giallo, pieno di morti nei modi più orrendi, bambini rapiti e bambini assassini, e un racconto dai risvolti politici, contro la violenza e la pratica della tortura che riaffiora sempre nel mondo in un ambivalente gioco sado-masochista.
(Fonte Ansa)

Di Michele Lauro
L’immortale Don Chisciotte di Miguel de Cervantes, best seller ininterrotto fin dal 1605, anno della pubblicazione del primo volume dell’opera, rivive in una nuova forma grazie all’editore Il Castoro che lo propone in una versione per ragazzi, riletta da Martin Jenkins e illustrata da Chris Riddell, cioè il fertile sodalizio che qualche anno fa ha dato alle stampe una splendida rivisitazione dei Viaggi di Gulliver di Jonathan Swift. Illustratore e vignettista dell’Observer, il domenicale del quotidiano britannico The Guardian, Riddell vanta in patria fama di acuto commentatore della scena politica; da noi è meglio conosciuto come geniale “inventore” di storie e mondi illustrati a beneficio dei più giovani (tutte le curiosità sul suo sito).
Il Don Chisciotte della coppia Jenkins-Riddell ha una veste grafica sopraffina, originale e ingegnosa. Il testo è scavato nelle tavole a doppia pagina, a loro volta finemente illustrate con una tecnica figlia dell’incisione e della litografia, che il disegnatore inglese ha ereditato dai maestri Honoré Daumier e Gustave Doré, già autore nel 1863 di una celebre versione illustrata del capolavoro di Cervantes. Mentre il linguaggio seicentesco risulta ammorbidito ad uso delle moderne generazioni, e il ritmo più incalzante, lo spirito che pervade l’opera è fedele all’originale, a un tempo ironico e garbato. Ma il colpo di genio, grazie alle tavole di Riddell, è l’istantanea traduzione in immagini del mondo fantastico di Don Chisciotte, cui sono date le sembianze di un grinzoso e indomito vecchio dal naso smisurato e dalle nocche nodose. Personaggi grotteschi e dame dai tratti finissimi, mostri sgraziati e gente del popolo, finti cavalieri e creature originate da strani incroci animaleschi fanno capolino da sotto i riquadri testuali, sottolineando con la forza del tratto preciso e visionario lo scarto tra ideale e reale che costituisce il nucleo senza tempo del Don Chisciotte. Le grandi tavole a colori, con i minuti particolari realistici inseriti in un contesto fantastico, rafforzano ora il comico ora il sublime e offrono al lettore la facoltà di vedere simultaneamente le facce antitetiche della realtà. Perché ciò che ha reso il donchisciottismo una categoria dell’animo umano, dando voce a un certo modo di sentire e di vivere, è proprio la frattura non ricomponibile fra idealismo, immaginazione e interiorità da una parte, e realtà dall’altra. Una realtà complessa, vischiosa, inafferrabile come è poi proprio quella in cui ci troviamo oggi. Anche gli adulti apprezzeranno il tuffo nella fantasia dell’infanzia (ma non infantile) e nell’illusione del sogno, sul confine tra normalità e follia che l’eroe di Cervantes - colui che “ebbe la fortuna di viver matto e di morir savio” - ha reso per sempre incerto.

Una scrittura rodata da anni di mestiere ma ancora affilata, un romanzo che trova nei particolari, nelle descrizioni e soprattutto nei personaggi una forza inaudita, una tridimensionalità più unica che rara. Thomas McGuane, classe ‘39, è un narratore di razza . Il canto dell’erba (Alet, pp. 224 - € 16) - tradotto armonicamente da Simona Sollai - con poche, rapide pennellate mette in scena le vicende della famiglia Whitelaw, una piccola dinastia di imprenditori del Montana su cui grava lo spirito del fu patriarca Sunny Jim che anche dall’oltretomba detta legge grazie a un testamento blindato, che lega indissolubilmente il suo patrimonio alla figura losca e meschina dell’ex genero Paul Crusoe, costringendo così l’intera famiglia a venire a patti con lui. Sullo sfondo, a fare da controcanto, il West con tanto di cowboy e natura incontaminata: un mito polveroso, divorato proprio da personaggi come Paul, ma che in qualche modo entra sempre in scena per sparigliare le carte dei protagonisti, come quando Evelyn si perde nella neve in seguito a una “notte brava” con indosso un vestito da sera degno di un cocktail party a Manhattan o cerca consiglio e rifugio nel ranch dove è cresciuta sotto l’ala prorettrice, e un po’ burbera, del vecchio Bill, che da sempre veglia sui Whitelaw: unica vera figura paterna che McGuane lega proprio al “concetto” di West. Un concetto che l’autore conosce in prima persona vivendo in un ranch a sua volta. In un’intervista rilasciata a Robert Birnbaum di Identitytheory, parlando del titolo del suo libro, lo scrittore del Michigan sottolinea con forza come le vicende umane, anche quelle più abiette, debbano fare i conti con qualcosa di più grande e impassibile come il canto dell’erba: “[...] Sei certo che alla terra non importa un bel nulla se tu resti o te ne vai… E poi, ti prende questa impressione di essere in balia della natura. E la cosa inizia a piacerti. Ti piace la sensazione di vivere all’interno di un ciclo che è più importante di te; e che ha una specie di qualità ritmica, eterna che è rassicurante. È un po’ a questo che si riferisce il titolo.”
La stessa sensazione che provano i protagonsti del libro alle prese con la trama e che prova il lettore che si immerge in questo libro. All’inizio ci si trova in balia della narrazione di McGuane, per poi entrare nel meccanismo delle sue parole, il cui ritmo, tra ironia e dramma, inizia a piacere, a diventare familiare. “Il canto dell’erba” entra in circolo lento ma inesorabile. Un classico romanzo americano d’altri tempi, come non se ne vedevano dai tempi di Updike e Faulkner; senza effetti speciali, senza epica o manifesto spessore politico-sociale, eppure dotato di una potenza evocativa straordinaria, quasi metafisica, nascosta nei dettagli e per questo subliminalmente efficace.

Philip Roth, instancabile macchina narrativa, sta per dare alla luce due nuovi romanzi (a rivelarlo è stato il suo editore sul New York Times). Il settantaseienne scrittore ebreo-americano (conosciuto soprattutto per il Lamento di Portnoy, Pastorale americana, Ho sposato un comunista e La macchia umana) sta vivendo una nuova felicissima giovinezza creativa. E la sua vena inventiva, iniziata esattamente cinquant’anni fa con Goodbye, Columbus, non accenna a placarsi. Presto arriveranno il 30esimo e il 31esimo romanzo della sua produzione. Per primo uscirà negli Usa il prossimo autunno The Humbling, storia di un anziano attore la cui vita viene cambiata da un incontenibile desiderio erotico. Il successivo uscirà, sempre negli Usa, nel 2010 col titolo Nemesis, vicenda ambientata 1944 nel corso di in un’epidemia di poliomelite mentre i suoi effetti destabilizzano la vita di una comunità di Newark.
In attesa dei due nuovi lavori, Einaudi ha appena pubblicato un suo romanzo del 1977: Il professore di Desiderio, con la traduzione Norman Gobetti. Protagonista è un personaggio che i lettori di Roth hanno già conosciuto ne Il Seno e nell’Animale morente. Si tratta di David Kapesh. Il personaggio è professore di letteratura con tutte le carte in regola per condurre una carriera accademica tranquilla e ricca di soddisfazioni. La sua vita viene però movimentata dall’incontro con una serie di donne, che lo spingono alla disinibita scoperta della propria identità.
Ne Il professore di Desiderio, Roth racconta la vita del professor Kepesh dall’infanzia fino alla maturità.
Lo vediamo al college mentre studia letteratura, recita Sofocle, legge Kierkegaard, e lo vediamo anche alle prese con la ricerca del piacere carnale, cercando di applicare il motto di Byron “studioso di giorno, dissoluto di notte”. Tre donne scandiscono i tempi del romanzo, la bella Helen, la comune Claire e la disinibita Birgitta che Kapesh incontra nella libertina Londra, dove si reca per una borsa di studio. È svedese, ed è la più sfrenata di un triangolo sessuale che prevede anche la sua amica Elisabeth. Sesso, ironia e flusso di coscienza sono i tre elementi attorno a cui ruota tutta la narrazione. Perché (anche) questo di Roth è un romanzo che ha al centro il tema più caro all’autore, ovvero il dilemma del piacere: perché lo cerchiamo e a volte lo fuggiamo? Si può arrivare a un equilibrio tra desiderio e dignità? Domande in grado di scuotere ogni lettore. E a cui può rispondere solo “un grande storico dell’erotismo moderno”, secondo la definizione che Milan Kundera ha dato dello stesso Roth.
Poco conosciuto al grande pubblico, Giuseppe Bonaviri, lo scrittore e poeta morto all’età di 84 a Frosinone, era nato a Mineo in provincia di Catania. Più volte entrato nella rosa dei candidati al premio Nobel, è stato un medico cardiologo, esercitando la professione anche da scrittore. Fortemente legato alla sua terra, dopo il romanzo Il sarto della strada lunga (1954), che aveva ottenuto grande approvazione da parte di Elio Vittorini e per questo pubblicato da Einaudi, Bonaviri abbandonò i moduli più nerorelistici per approdare ad una scrittura fantastica, che richiama Italo Calvino. Sempre attento a cogliere la dimensione magica e arcaica della natura, Bonaviri ha dato il ruolo di protagonista ad una mitica e magica Sicilia, anche sulle suggestioni della natia Mineo nei cui dintorni c’erano i resti di un villaggio preistorico.
Il romanzo Il fiume di Pietra (1964) che ha come protagonista un gruppo di ragazzi di campagna e la trilogia La divina foresta (1969), Notti sull’altura (1971), L’isola amorosa (1973) sono uno spaccato del mondo siciliano, greco e saraceno, fatto di paesaggi e presenza oniriche. Il suo lavoro più riuscito è considerato il romanzo del ‘78 Dolcissimo, una surreale discesa agli inferi della città di Zebulonia-Mineo. Sono seguiti Novelle Saracene, (1980), i romanzi L’incominciamento (1983), Dormisveglia (1988), Ghigò (1990), Il vicolo blu (2003) e le raccolte di poesie O corpo sospiroso (1982), L’asprura nel 1986, I cavalli lunari nel 2004.
Nel 2006 ha pubblicato Autobiografia in do minore. Nel 2007 si è raccontato nel documentario Bonaviri ritratto di Massimiliano Perrotta. I suoi libri sono stati pubblicato soprattutto da Rizzoli ma anche Mondadori e Sellerio. Una fondazione porta il suo nome.

Di Michele Lauro
Dai banchi di scuola ai tavoli della HarperCollins, l’editore delle Cronache di Narnia, il passo può essere incredibilmente breve. Quella di Alec Greven, il più giovane fenomeno letterario d’America, è una favola moderna che ha come protagonisti un intraprendente ragazzino di nove anni, una casa editrice lungimirante e il classico passa parola via web.
Anno scolastico 2007-2008: Alec frequenta la terza elementare in una scuola di Soaring Hawk, Colorado, e un giorno la maestra chiede agli alunni di scrivere un tema su qualcosa che li abbia colpiti. Alec si guarda intorno, pensa al suo mondo, ai suoi compagni e alla fatica che fanno per avvicinare le ragazze. Sfodera così su due piedi un piccolo prontuario di “tecniche di seduzione”, semplice e smaliziato, tenero, ironico e soprattutto utile. La maestra e la direttrice della scuola ne sono talmente colpite da realizzare di un piccolo volume, messo in vendita al mercatino scolastico per tre dollari. Una copia finisce sul tavolo di un giornale locale, che lo recensisce. Qualche settimana più tardi Alec, invitato all’Ellen DeGeneres Show, uno dei talk show più in voga negli USA, viene notato dall’editore HarperCollins che lo mette sotto contratto e gli pubblica il libro, corredato dagli incantevoli disegni di Kei Acedera. Il successo è sorprendente e repentino, in breve il manuale diventa un best seller e addirittura fonte di ispirazione per un film diretto dal regista hollywoodiano Shawn Levy (Una notte al museo). La Giunti ha bruciato sul tempo gli altri editori pubblicando a tempo di record l’edizione italiana di Come parlare alle ragazze (tutte le curiosità sul sito www.comeparlarealleragazze.it). In occasione della Fiera del Libro per Ragazzi che si terrà a Bologna dal 23 al 26 marzo, la casa editrice fiorentina ha invitato nel nostro paese Alec con i suoi genitori, per una settimana di lavoro - conferenze stampa, presentazioni, ospitate televisive fra cui la partecipazione nella puntata di ieri di Quelli che il calcio - e di svago. Nel corso del tour Alec sarà accompagnato da un traduttore coetaneo, un altro enfant prodige questa volta italiano, scelto tramite il concorso Diventa interprete di Alec. Tra i vari appuntamenti bolognesi, martedì 24 Niccolò Ammaniti intervisterà il giovanissimo autore.
“Se ti piace una ragazza, pettinati e vestiti meglio che per andare alla partita.” “Per farti notare, puoi mostrare le cose in cui vai forte. Ma non esagerare. Alla maggior parte delle ragazze non piacciono gli esibizionisti.” “Le ragazze in genere l’hanno vinta su tutto e sono più toste.” Operazioni di marketing a parte, il segreto del successo di questo manualetto sta nella sua innocenza, immediatezza e ironia, come dimostrano queste citazioni. Alec è sveglio, curioso, socievole e dotato di una capacità di astrazione superiore alla media, per la sua età. Poiché nei confronti dell’altro sesso è timido come la maggior parte dei coetanei, ha provato davvero ad aiutare se stesso e gli altri con una serie di “norme di comportamento” desunte dall’osservazione attenta delle dinamiche fra i pari. La sua spontaneità è magnetica e sono i grandi, naturalmente, ad acquistare il libro. Non necessariamente per regalarlo ad altri bambini. Perché è irresistibile a volte guardare alle cose che si credono di sapere con lo sguardo di un bimbo. E perché a partire dalla preadolescenza, la fase della vita nella quale Alec si appresta a entrare, tutto si complica, si ispessisce, si inguaia. Qui siamo sulla soglia di un mondo interiore di cui si annusa appena la complessità, fra confuse promesse e paura di cadere. E allora, conclude Alec: “Una cotta è come una malattia del cuore. Può farti perdere la testa. Non permettere che ti butti giù”.


“Sotto queste calde coperte sto ripercorrendo la mia vita (…). Sono la figlia e l’alunna linguacciuta e scontrosa (…) sono la sorella cattiva e insidiosa (…). Ma prima di tutto sono l’amante, sono la passionaria. Sono l’amante del bello, del brutto, del soffice, del duro». Con queste parole da lolita spregiudicata si presenta ai lettori la protagonista di Bocciolo di rosa, il romanzo che esce in questi giorni nella collana Pizzo nero dell’editore Borelli (www.borellieditore.it) a firma Melissa Panarello. Il nome Melissa vi ricorda qualcosa? Cancellate il cognome, lasciando solo l’iniziale, ed ecco saltar fuori Melissa P. Proprio lei. E Bocciolo di rosa è la versione originale di 100 colpi di spazzola prima di andare a dormire, il suo best-seller erotico da centinaia di migliaia di copie, pubblicato dalla Fazi nel 2003. Più esplicito e narrativamente più vigoroso, pur con certe inevitabili immaturità di stile, Bocciolo di rosa, resoconto delle esperienze erotiche di un’adolescente, scritto in forma di fiction romanzesca anziché di diario come 100 colpi di spazzola, il testo arrivò sulla scrivania di Gian Franco Borelli nel maggio 2002, quando Melissa Panarello, non ancora Melissa P., aveva solo 16 anni. «In questo romanzo» perorava l’autrice in una speranzosa email all’editore «ho cercato di spiegare come la vita di una sedicenne possa essere affascinante e attraente dal punto di vista sessuale». A frenare l’eros cartaceo di Melissa, ancora minorenne, s’interpose la madre: «Restammo d’accordo che avremmo firmato il contratto quando la ragazza avrebbe compiuto 18 anni» racconta Borelli. Ma poi l’editore non ebbe più notizie, finché il libro uscì dalla Fazi, con un titolo diverso e fortemente rimaneggiato nel testo. Adesso Borelli s’è deciso a pubblicare l’originale così come gli era stato affidato dall’autrice, convinto che il Bocciolo di Melissa Panarello sia più fragrante e genuino degli artefatti colpi di spazzola imposti dall’editing a Melissa P. E lei, cosa ne penserà? «Quando in 100 colpi trovo scritto “un eccitante pizzo nero in contrasto con la mia pelle bianca”» sorride l’editore «mi sembra un riferimento scherzoso proprio alla collana Pizzo nero. Un buon auspicio». Soprattutto se dal Bocciolo matureranno le belle royalty d’antan.
Di Claudio Gorlier
Ci voleva un film con Leonardo DiCaprio e Kate Winslet per riscoprire uno dei romanzi americani davvero cruciali del Novecento. Opportunamente la riedizione italiana reca una sottile prefazione di Richard Ford, scrittore che di Yates è un appropriato erede, specie nella decisiva osmosi tra realtà e simbolo, a cominciare dal titolo, Revolutionary road (Minimum Fax), una strada che rimanda alla guerra di indipendenza. Di più, il privato, il quotidiano, acquistano un valore emblematico: è il caso delle vicende di una coppia borghese di provincia, i Wheeler, velleitariamente ambiziosi anche nella loro cultura orecchiata, ma in pratica frustrati e solo ipocritamente uniti. Siamo nel decennio cruciale degli anni Cinquanta e il romanzo (efficace la traduzione riveduta di Adriana Dell’Orto) si affida a un linguaggio che astutamente unisce misura narrativa a misura saggistica, conducendo al drammatico finale. Uscito nel 1961, il romanzo di Yates, morto a 66 anni nel 1992, è una lucida, intensa favola che ha aperto una nuova stagione.

Di Michele Lauro
I manoscritti non bruciano. Si dice così a Mosca da quando il Maestro, deluso per le stroncature da parte della critica di regime, diede alle fiamme il manoscritto che la sua amata Margherita salvò dall’oblio, dopo aver stretto un patto col diavolo. Redatto nell’inverno del 1928-29 in prima stesura, poi distrutto e quindi perfezionato da Michail Bulgakov fino alla morte, nel 1940, Il maestro e Margherita fu pubblicato solo nel 1966 dalla rivista Moskva, mutilato dai tagli della censura. Divenne quindi popolarissimo, in patria e fuori. A conferma del suo carattere “magico”, ora questo classico del Novecento rinasce per opera di Andrzej Klimowski e Danusia Schejbal, che ne hanno studiato un adattamento a graphic novel (trad. A. Schiavone, per l’editore Guanda). Il flash back iniziale, dall’incontro dei due amanti fino alla (tentata) distruzione del manoscritto, è una delle tante libertà interpretative che gli illustratori si sono concessi: comprensibile, non solo per l’obbligata riduzione nel numero di pagine (da oltre 400 dell’originale a 128 del fumetto), ma anche per la complessità e la ricchezza di temi di un’opera che ha rappresentato un rompicapo per diverse generazioni di critici. Un metaromanzo, una specie di matrioska letteraria le cui parabole, allegorie, oniriche visioni si completano in un mosaico entro le quinte di un tragico teatro dell’assurdo: la Russia ai tempi di Stalin. Come spiegano nella pagina introduttiva, gli autori hanno cercato di ricreare nelle loro tavole - in bianco e nero quelle che seguono il filo della vicenda del Maestro e le gesta del diavolo a Mosca, a colori quelle che illustrano il “romanzo nel romanzo”, ovvero la crisi di coscienza di Ponzio Pilato di fronte a Gesù - il quid immortale di Il maestro e Margherita: il conflitto tra il bene e il male, la meschinità del potere e la potenza dell’amore, i meccanismi corrosivi del controllo statale, l’avidità dei nuovi ricchi.
Complice una voluta “imperfezione” del tratto (molti disegni sembrano realizzati senza traccia a matita), le ambientazioni, le scene e le grottesche caricature restituiscono splendidamente le inquiete atmosfere bulgakoviane, e stimolano l’immaginazione del lettore ponendolo costantemente a tu per tu col tema del doppio: dal Maestro (genio o folle?) a Margherita (amante devota o sensuale ancella di Satana?), a Ponzio Pilato (crudele omicida o despota tormentato dal mal di testa e dai sensi di colpa?) allo stesso Woland-Satana (un diavolo che opera per il bene?). Il fumetto esprime il massimo del suo fascino ambiguo nella scena al teatro di varietà, dove Woland si esibisce in uno show di “magia nera” con i suoi diabolici assistenti, il gatto Behemot e il fido Korov’ev. Qui anche i disegnatori si divertono a raffigurare la feroce messa in scena con cui Woland smaschera i vizi della borghesia moscovita che affolla la sala. Dai neopitagorici greci allo gnosticismo, dal Faust di Goethe a Carl Jung (secondo il quale Dio nella sua pienezza sarebbe rappresentato da coppie di opposti, di cui “Dio e demonio sono le prime manifestazioni”), il mondo del sapere e dell’arte ha sempre guardato al diavolo con interesse, spesso con benevolenza. Sympathy for the Devil, insomma, quella che proclamavano anche i Rolling Stones nel 1968. Mick Jagger, già incline a qualche incursione negli inferi, ricevette in dono il romanzo dalla sua amante, la bella Marianne Faithfull, e ne rimase soggiogato tanto da “copiarne” il celebre incipit: “Please allow me to introduce myself, I’m a man of wealth and taste”. I manoscritti non bruciano, anzi. Il maestro e Margherita aveva già cominciato a moltiplicarsi ispirando una delle canzoni immortali del rock.
Un particolare della copertina
Claire Keegan, scrittrice irlandese, è alla sua seconda raccolta di racconti. S’intitola Nei campi azzurri, edito da Neri Pozza, casa editrice sempre attentissima nel selezionare i talenti stranieri e nello svelare al pubblico italiano autentiche chicche. Keegan ci porta per mano in un mondo fatto di disperazione, dolore mai sopito, ricordi di un passato che non ritorna, vite mancate. No, non è chick-lit. Chi si tuffa nell’Irlanda aspra e desolata, verdissima e insopportabilmente provinciale, perbenista e superstiziosa descritta in questi racconti, con i suoi personaggi perdenti o al contrario coraggiosi nonostante tutto, si appresta a fare un viaggio meraviglioso che non dimenticherà tanto facilmente.
Il prete innamorato della sposa, la donna che diventa moglie di un uomo che non ama perché “aveva trent’anni e se diceva di no magari non glielo chiedeva più nessuno”, la ragazza che parte per l’America per liberarsi finalmente dalle molestie del padre: li conosciamo in un momento per loro cruciale, entriamo nelle loro teste e condividiamo per un po’ le loro vite. Comprendiamo a fondo le loro ragioni e ve ne ritroviamo di nostre. Keegan racconta i suoi personaggi con una precisione velata di malinconia, che ce li rende subito cari. Il racconto è una forma letteraria che chiaramente si addice a questa scrittrice; non c’è una frase di troppo, non un’espressione enfatica, il suo stile asciutto lascia brillare i personaggi di luce propria, senza bisogno di tirarli a lucido.
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