Di Mario Sechi
Aprile è il più crudele dei mesi» cantava Thomas S. Eliot, ma se guardiamo alla storia degli ultimi 7 anni dobbiamo concludere che il poeta angloamericano si sbagliava: il mese infausto è settembre. Un detto popolare avverte: «Settembre, porta via i ponti o secca le fonti». Il cronista ne fa tesoro e annota due date: 11 settembre 2001-15 settembre 2008.
Due eventi aprono un nuovo capitolo della storia contemporanea: l’attacco alle Torri gemelle (11 settembre) è l’incipit della guerra tra l’Occidente e il terrorismo islamico, il fallimento di Lehman Brothers (15 settembre), la quarta banca del mondo, è l’inizio di una crisi finanziaria che ridisegna il potere globale. L’epicentro del terremoto è nel cuore dell’impero, gli Stati Uniti. La domanda nei santuari del potere e nelle stanze del semplice cittadino è una sola: che fare? La prima mossa è quella di cercare di comprendere cosa sta accadendo. E gli strumenti migliori continuano a essere i libri. La crisi stimola la riflessione e l’analisi.
È terreno fertile anche per la fiction, capace di prevedere scenari futuri. Quando Jules Verne scrisse nel 1865 Dalla Terra alla Luna, nessuno poteva pensare che si trattasse di un’anticipazione della storia dell’uomo. Ma quando Neil Armstrong posò il piede sul terreno lunare, fu chiaro che il romanziere francese aveva visto quel futuro. Ieri come oggi saggisti e romanzieri tentano di interpretare i segni che s’agitano nella sfera di cristallo.
Se volete cercare di cogliere come sarà il mondo fra un secolo, potete leggere The next 100 years di George Friedman (Doubleday), dove il fondatore del centro studi Stratfor, dopo aver premesso «non ho la sfera di cristallo», ci conduce in un mondo dove nel 2050 si scatena una guerra tra Stati Uniti e un’alleanza dell’Est composta da Turchia, Polonia e Giappone; gli Stati Uniti nel 2060 conoscono una nuova età dell’oro ma nel 2100 vedono la loro leadership contesa dal Messico.
Fantasie? Vedranno i posteri. Ciò che sta emergendo è un «riallineamento dei poteri» che Thomas P. M. Barnett descrive in Great Powers, America and the World after Bush (Putnam), dando al lettore la chiave per aprire la porta dei «sette peccati mortali commessi dalla presidenza Bush-Cheney». Barnett, già autore di un libro di culto (The Pentagon’s New Map, Putnam), non si iscrive al club degli apocalittici e pensa che l’agenda delle libertà (libero commercio e non protezionismo obamiano) sia ancora l’arma migliore degli Stati Uniti per guidare il mondo.
Non cede alla tentazione millenarista Pino Arlacchi, uomo di vasta esperienza internazionale che per Il Saggiatore ha scritto un corposo saggio intitolato L’inganno e la paura. Arlacchi snocciola dati concreti sulla diminuzione della violenza e delle guerre e teorizza che la grande paura contemporanea sia in fondo figlia di un grande inganno. Da tenere sul comodino a fianco di un René Girard che in Portando Clausewitz all’estremo (Adelphi) annuncia «un libro bizzarro» dove «la violenza non produce ormai altro che se stessa».
Sì, ma intanto l’America finché è alle prese con il «bubble trouble», il guaio della bolla, dovrà rinunciare al suo ruolo guida, obiettano gli apocalittici. Vero, e non sarà facile uscirne in poco tempo, perché leggendo The Subprime Solution di Robert J. Shiller (Princeton) scopriamo che «è impossibile prevedere la natura e la dimensione dei danni provocati dalla situazione economica attuale e dal disordine che ha creato».
Shiller, professore a Yale e già autore del fortunato Esuberanza irrazionale (Il Mulino), fotografa la situazione con una parola d’origine greca, «dysphoria», uno stato depressivo che coinvolge non solo la materia ma anche l’anima. Il sentimento opposto dell’euforia. In ogni caso, uno stato eccessivo rispetto alla realtà .
Chi vuole capire l’origine della crisi deve leggere The Subprime Solution e spingendosi più in là può mettere gli occhi su Animal Spirits (Princeton), un altro libro scritto a quattro mani da Shiller con George A. Akerlof, docente a Berkeley, un viaggio nella devastante «imperfezione delle decisioni umane» e nella cieca fede (davvero mal riposta) in alcune teorie economiche che ci hanno condotto fino a questa crisi.
Quale? La vulgata dice che siamo di fronte a un altro Ventinove e per questo c’è chi riscopre gli insegnamenti di John Maynard Keynes. La sua dottrina economica è stata scelta come soluzione chiavi in mano e allora di questi tempi val la pena di rileggere Le conseguenze economiche della guerra (Adelphi) e il formidabile esperimento saggistico-narrativo del Secolo americano (Adelphi) di Geminello Alvi. Per un viaggio nel crollo che fu, la Bollati Boringhieri offre la Grande crisi raccontata da John K. Galbraith.
Rivisitazioni, echi del passato, ricette buone ieri ma insufficienti oggi. Un senso di precarietà che alimenta l’attesa per un nuovo libro di Giulio Tremonti. Il ministro dell’Economia, dopo il grande successo di La paura e la speranza (Mondadori), sta valutando l’idea di scrivere un altro saggio, una via alternativa e una soluzione ai guasti del turbocapitalismo.
Capire grazie ai saggi, (pre)vedere con i romanzi. Nel ciclone ci sono sempre gli Stati Uniti. Leggere Man in the Dark (pubblicato dalla Henry Holt e tradotto in Italia dalla Einaudi, L’uomo nel buio) di Paul Auster ci proietta in un futuro dove non c’è mai stato l’11 settembre e l’America è piombata nella guerra civile. Scenario infernale nel quale ci catapulta Brian Francis Slattery con il suo Liberation (Tor Books), un romanzo dove il dollaro crolla, gli investimenti stranieri si ritirano e il paese piomba nel caos sociale fino a disintegrarsi.
È qui che la fantasia di Ray Bradbury si incontra con la prosa on the road di Jack Kerouac. Visti i tempi che corrono, speriamo resti quel che è: pura fiction.
- Domenica 1 Marzo 2009

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