Di Franco Volpi
Tra le donne e la filosofia c’è stato fin dalle origini un rapporto tormentato. Una vera e propria «mésalliance», come dicono i francesi, un matrimonio squilibrato a tutto svantaggio delle donne. Uno squilibrio, tuttavia, insensato e senza giustificazioni, se è vero che i filosofi, artisti del dubbio, dovrebbero mettere in questione ogni tipo di pregiudizio, compreso quello secondo cui la loro arte sarebbe una faccenda prettamente maschile. Eppure, per secoli è andata così.
Ma le donne come hanno fatto il loro ingresso in filosofia? E che cosa è cambiato da quando vi sono entrate? È il primo interrogativo che vien fatto di porsi sfogliando il nuovo libro della decana del femminismo italiano, Luisa Muraro (Al mercato della felicità. La forza irrinunciabile del desiderio, Mondadori, in libreria il 3 marzo). Per le donne filosofe erano anni duri quelli in cui Muraro cominciò a richiamare l’attenzione sul pensiero femminile. Per loro nella filosofia italiana parruccona e provinciale non c’era spazio.
Certo, erano già stati tradotti testi pionieristici, come Il secondo sesso di Simone de Beauvoir o L’eunuco femmina di Germaine Greer, ma anche La politica del sesso di Kate Millett e Speculum. L’altra donna di Luce Irigaray. Eppure il dibattito filosofico italiano, fatta qualche rara eccezione, era rimasto chiuso alla penetrazione femminile.
Nel 1984 Muraro, con Adriana Cavarero e altre compagne, fondò una comunità filosofica che, facendo leva sul concetto di differenza mutuato da Jacques Derrida, si mise a teorizzare l’alterità delle donne, dando impulso a una nuova forma di pensiero femminile. Battezzarono la loro comunità Diotima, dal nome della misteriosa donna che nel Simposio platonico è ricordata da Socrate come colei che gli aveva insegnato la natura demonica di Eros.
Muraro ha poi valorizzato varie figure della mistica femminile e soprattutto ha avviato una riflessione teologica su quello che lei definisce il «Dio delle donne».
Nel nuovo libro torna a riflettere su un tema classico della filosofia, la ricerca della felicità e le strategie per raggiungerla nel mondo odierno, ma lo fa nell’ottica del pensiero femminile. E cioè partendo da quella appropriazione di sé con cui le donne intendono «dare parola a esperienze e desideri che finora sono stati oggetto quasi esclusivamente dei discorsi maschili».
Se è difficile non convenire sulla rimozione del femminile da parte del pensiero occidentale, va detto che in realtà la storia della filosofia pullula di pensatrici. Alla fine del Seicento Gilles Ménage, precettore di Madame de Sévigné e Madame de La Fayette, passato alla storia per la caricatura che ne fece Molière nelle Femmes savantes, raccolse, perlustrando i secoli, materiale sufficiente per scrivere una Storia delle donne filosofe.
La sua nutrita filastrocca di nomi ispira una domanda: come mai di tutte le venuste filosofe menzionate solo poche si sono salvate dalla dimenticanza? Fu un caso o dobbiamo ritenere che i loro pensieri non meritassero di essere conservati? Oppure a escludere il sesso femminile da un ruolo attivo in filosofia fu davvero l’oscuramento maschilista?
Sia come sia, per cambiare le cose ci sono voluti anni di lotte e riflessioni, di slanci e ripensamenti, di militanza e riflusso, passando per i «monologhi della vagina» e approdando a quello che oggi è riconosciuto infine come «pensiero femminile».
Un po’ di caccia ai nomi? L’americana Judith Butler, con la sua «teoria queer» o «teoria lesbica», è probabilmente la principale e più interessante agitatrice di idee. Sulla questione del genere ha proposto tesi di grande impatto. Il genere, in base al quale formiamo la nostra identità maschile o femminile, è per lei una costruzione culturale, che va distinta e sottratta al destino naturale del sesso. Ossia: uomo o donna non si nasce, ma si diventa. Con le conseguenze che ne derivano per la scelta dei modelli di vita e di felicità. Il suo Gender Trouble, pubblicato una ventina di anni fa, viaggia oltre le 100 mila copie.
Altra filosofa americana di successo è Martha Nussbaum, il cui vezzo è definirsi «aristotelica di sinistra». Deve la notorietà, più che ai suoi libri prolissi, alle sue prese di posizione in difesa dei diritti individuali della tradizionale liberale, come quella a favore della legalizzazione della prostituzione.
E in Italia? La scena è assai affollata. Oltre a Muraro e Cavarero, ormai una vedette internazionale, c’è un’intera schiera di pensatrici interessanti. Alcune hanno valorizzato momenti e figure del pensiero femminile, come Laura Boella, Francesca Brezzi, Caterina Resta o Franca D’Agostini. Altre hanno declinato il pensiero femminile con una loro originalità: Roberta De Monticelli in un estroso personalismo a base fenomenologica; Francesca Rigotti in vari spunti che vanno da una «critica della ragion culinaria» a una deliziosa «filosofia delle piccole cose»; Nicla Vassalo in un tentativo analitico di fare il punto su che cosa offra la «filosofia delle donne».
Un risultato è certo: rispetto ai venti rabbiosi del paleofemminismo, la filosofia femminile non è più il luogo per protestare o rivendicare diritti, ma l’arena in cui le donne danno corpo ad argomentazioni. Né meglio né peggio dei colleghi maschi.
- Lunedì 2 Marzo 2009

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