Un luogo senza tempo: l’Ego alieno di Doris Lessing

Doris Lessing, Premio Nobel 2007 per la Letteratura

Di Michele Lauro
In un cosmo popolato da umani e umanoidi, Pianeta 8 è una terra accogliente dal clima tropicale dove Canopus, Pianeta Madre del sistema galattico e deus ex machina della colonizzazione dell’universo, ha impiantato una popolazione formata da razze diverse, una sorta di esperimento genetico ad alto potenziale. Gli abitanti non conoscono guerre né conflitti ma si riconoscono in un semplificato ordine sociale in cui sono individui scelti dall’alto, i Rappresentanti, a dettare compiti e azioni, e guardano con reverenza e timore alla muraglia invalicabile che divide in due il loro astro. Un giorno Johor - emissario di Canopus - scende su Pianeta 8 e chiede ai Rappresentanti di preparare il popolo ad affrontare un’evenienza imprevista e improvvisa. A causa di una variazione dell’assetto galattico, il clima è in rapida mutazione. Il pianeta va verso la glaciazione. Su questo scenario si apre Un luogo senza tempo, quarto capitolo della pentalogia fantascientifica Canopus in Argos, concepita da Doris Lessing fra il 1979 e i primi anni Ottanta. Fanucci lo propone in traduzione italiana dopo che nel 2007 era uscito, sempre nella sua collana di fantascienza “Vintage”, il secondo libro della serie, Un pacifico matrimonio (mentre gli altri sono tuttora inediti).
“È dai falliti e dagli sconfitti di una civiltà che se ne possono meglio giudicare le debolezze”. Con questa frase, simile a una sentenza, Doris Lessing aprì nel 1949 il suo primo romanzo L’erba canta. Fu un incipit profetico, che la scrittrice inglese non ha mai rinnegato nell’ampio arco temporale e tematico della sua opera letteraria. In Un luogo senza tempo il Rappresentante degli sconfitti è il narratore Doeg, che racconta con gelida lucidità come muore un pianeta. Nello spazio fra il primo soffice fiocco di neve e il crollo della muraglia sotto il peso inesorabile del ghiaccio, Doeg registra in forma di cupo diario gli ultimi atti di una specie prossima all’estinzione, di cui lui stesso fa parte. L’ego della civiltà morente si aggrappa alla speranza (Canopus aveva promesso di inviare astronavi e trasferire gli abitanti su un pianeta più ospitale) oltre ogni ragione, poi si abbandona all’abiezione, si rifugia infine nel sonno, preludio di morte. Ma il quasi monologo di Doeg contiene il seme di molte domande inespresse con cui Doris Lessing anticipò, grazie allo strumento visionario della fiction fantascientifica, alcune questioni cruciali del presente: il dramma dei popoli eterodiretti, i conflitti interetnici, il potere dell’ingegneria genetica, le inquietudini connesse al cambiamento climatico.
Un terzo livello di lettura si spinge più in profondità a indagare i recessi della psiche, lo “spazio interno” dove dimorano i sogni e dove nascono i miti cosmogonici. Influenzati tanto dalla psicologia quanto dal sufismo - l’Islam nella sua versione più spirituale, mistica ed esoterica - i cinque libri della serie Canopus in Argos sono considerati dalla Lessing come i più importanti della sua produzione. I temi legati a un io alieno e al viaggio dentro di sé si ritrovano anche in Discesa all’inferno, scritto nel 1971 e recentemente pubblicato in Italia sempre da Fanucci. L’essere umano mostra in queste storie la sua vera natura, o quella che vale la pena rappresentare, quando viene spinto ai margini del mondo: lo vediamo così impietrito e avvinto da quel confine incerto, misteriosamente attratto oltre il limite imposto alla coscienza.

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