
Di Michele Lauro
I manoscritti non bruciano. Si dice così a Mosca da quando il Maestro, deluso per le stroncature da parte della critica di regime, diede alle fiamme il manoscritto che la sua amata Margherita salvò dall’oblio, dopo aver stretto un patto col diavolo. Redatto nell’inverno del 1928-29 in prima stesura, poi distrutto e quindi perfezionato da Michail Bulgakov fino alla morte, nel 1940, Il maestro e Margherita fu pubblicato solo nel 1966 dalla rivista Moskva, mutilato dai tagli della censura. Divenne quindi popolarissimo, in patria e fuori. A conferma del suo carattere “magico”, ora questo classico del Novecento rinasce per opera di Andrzej Klimowski e Danusia Schejbal, che ne hanno studiato un adattamento a graphic novel (trad. A. Schiavone, per l’editore Guanda). Il flash back iniziale, dall’incontro dei due amanti fino alla (tentata) distruzione del manoscritto, è una delle tante libertà interpretative che gli illustratori si sono concessi: comprensibile, non solo per l’obbligata riduzione nel numero di pagine (da oltre 400 dell’originale a 128 del fumetto), ma anche per la complessità e la ricchezza di temi di un’opera che ha rappresentato un rompicapo per diverse generazioni di critici. Un metaromanzo, una specie di matrioska letteraria le cui parabole, allegorie, oniriche visioni si completano in un mosaico entro le quinte di un tragico teatro dell’assurdo: la Russia ai tempi di Stalin. Come spiegano nella pagina introduttiva, gli autori hanno cercato di ricreare nelle loro tavole - in bianco e nero quelle che seguono il filo della vicenda del Maestro e le gesta del diavolo a Mosca, a colori quelle che illustrano il “romanzo nel romanzo”, ovvero la crisi di coscienza di Ponzio Pilato di fronte a Gesù - il quid immortale di Il maestro e Margherita: il conflitto tra il bene e il male, la meschinità del potere e la potenza dell’amore, i meccanismi corrosivi del controllo statale, l’avidità dei nuovi ricchi.
Complice una voluta “imperfezione” del tratto (molti disegni sembrano realizzati senza traccia a matita), le ambientazioni, le scene e le grottesche caricature restituiscono splendidamente le inquiete atmosfere bulgakoviane, e stimolano l’immaginazione del lettore ponendolo costantemente a tu per tu col tema del doppio: dal Maestro (genio o folle?) a Margherita (amante devota o sensuale ancella di Satana?), a Ponzio Pilato (crudele omicida o despota tormentato dal mal di testa e dai sensi di colpa?) allo stesso Woland-Satana (un diavolo che opera per il bene?). Il fumetto esprime il massimo del suo fascino ambiguo nella scena al teatro di varietà, dove Woland si esibisce in uno show di “magia nera” con i suoi diabolici assistenti, il gatto Behemot e il fido Korov’ev. Qui anche i disegnatori si divertono a raffigurare la feroce messa in scena con cui Woland smaschera i vizi della borghesia moscovita che affolla la sala. Dai neopitagorici greci allo gnosticismo, dal Faust di Goethe a Carl Jung (secondo il quale Dio nella sua pienezza sarebbe rappresentato da coppie di opposti, di cui “Dio e demonio sono le prime manifestazioni”), il mondo del sapere e dell’arte ha sempre guardato al diavolo con interesse, spesso con benevolenza. Sympathy for the Devil, insomma, quella che proclamavano anche i Rolling Stones nel 1968. Mick Jagger, già incline a qualche incursione negli inferi, ricevette in dono il romanzo dalla sua amante, la bella Marianne Faithfull, e ne rimase soggiogato tanto da “copiarne” il celebre incipit: “Please allow me to introduce myself, I’m a man of wealth and taste”. I manoscritti non bruciano, anzi. Il maestro e Margherita aveva già cominciato a moltiplicarsi ispirando una delle canzoni immortali del rock.
- Venerdì 20 Marzo 2009

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