L’8 agosto di un anno fa, mentre a Pechino si celebrava un’Olimpiade a colpi di effetti speciali hi-tech dal sapore hollywoodiano, nel bel mezzo del Caucaso andava in scena una guerra-lampo dal sapore antico. Quando in Italia è ancora notte, un flash d’agenzia riporta indietro di qualche decennio le lancette della politica internazionale. La Georgia, che da tempo guarda agli Usa di George W. Bush con affetto ricambiato, attacca l’Ossezia del Sud, una regione filorussa che ha proclamato unilateralmente l’indipendenza da Tbilisi all’inizio degli anni 90. Qualche ora dopo, il neopresidente russo Dmitri Medvedev - era stato eletto in maggio - decide l’invio di due divisioni e delle forze speciali in soccorso, spiegherà Mosca, di quel 90 per cento di popolazione sudosseta con passaporto russo. In realtà, le truppe ed i bombardieri erano già entrati in azione ore prima, senza attendere un decreto presidenziale, ma su ordine dell’inquilino della Casa Bianca moscovita, il premier Vladimir Putin. Il reportage Back in Urss (ed. Guerini e associati) di Emanuele Novazio, corrispondente diplomatico de La Stampa, è innanzitutto una guida che trascina il lettore dietro le quinte di quel conflitto “che ha cambiato la mappa geostrategica del Caucaso e ha consegnato al mondo - a Washington prima di tutto - l’immagine di una Russia neoimperiale consapevole della propria forza ritrovata, e non più disposta a essere oggetto di scherno in Occidente”. Il libro, imperniato su brevi capitoli arricchiti dai dispacci dalle zone di guerra e da sintetiche schede informative, si propone pero un compito più ampio: quello di dipanare il disegno strategico “maturato nel nuovo millennio al Cremlino”, di cui la guerra-lampo a Tbilisi è parte, supportato da quella aggressiva politica energetica russa che nell’ultimo decennio ha rimpinguato le casse dello Stato e degli oligarchi. L’intervento russo in Ossezia del Sud, infatti, “avviene sullo sfondo di un’operazione di ricomposizione interna che ricorda l’era sovietica: il controllo dello stato sull’economia, l’accentramento del potere al Cremlino, l’adozione di leggi straordinarie per disinnescare potenziali dissidenze”. Il regista, per nulla occulto, è ancora lui: Putin, che ha sì dismesso i panni del presidente per quelli da premier, ma non ha perso il ruolo di “vero timoniere della politica russa”. La posta in gioco è alta: nulla vieterebbe al premier di candidarsi nel 2012 alla presidenza. Una vittoria gli consegnerebbe nuovamente il Cremlino, sulla carta - due mandati - per almeno 12 anni che gli consentirebbero di essere secondo solo a Stalin nella permanenza al potere. La grande incognita è la crisi economica globale, che fa sentire i suoi effetti anche a Mosca, complice il crollo dei prezzi del petrolio: potrebbe compromettere strategie e aspirazioni imperiali, e favorire il “partito tecnocratico” che propende per Medvedev, o forse sarebbe meglio dire che non ama Putin.
(Fonte: Ansa)
- Domenica 29 Marzo 2009

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