Archivio di Marzo, 2009

Milano, dal 20 al 22 marzo le giornate dei libri

Milano avrà le sue “Giornate della lettura”. Tre giorni (dal 20 al 22 marzo) dedicati agli amanti dei libri fitti di appuntamenti, tutti gratuiti fino a esaurimento posti (salvo quelli indicati con prenotazione), di momenti di riflessione, di spettacoli e dibattiti. Il progetto, ideato dall’assessore alla Cultura Massimiliano Finazzer Flory, ha preso vita con il supporto di ATM, Vivimilano e dell’Associazione Italiana Editori (AIE) e ha l’ambizione di diventare un appuntamento annuale. “Le giornate delle lettura” ha detto l’assessore Finazzer Flory “non sono una festa del libro ma una festa dei lettori, per il piacere di leggere insieme con la città. Si tratta di un progetto” ha spiegato “che per la prima volta ripensa il rapporto tra il centro e le zone di Milano, coinvolgendo oltre 20 biblioteche, più di 40 tra autori e autrici, oltre 20 tra attrici e attori, mettendo insieme le più importanti istituzioni legate al libro e unendo racconti, recitazioni, presentazione di libri, spettacoli e mostre di libri antichi dedicate al tema dell’acqua”.
Ad aprire la manifestazione ci sarà l’inaugurazione della nuova biblioteca comunale di via Valvassori Peroni che sarà anche l’occasione per dar vita a una Notte Bianca in Biblioteca. Ogni informazione sul programma è disponibile sul sito www.comune.milano.it/lettura.

Luchadoras, il graphic novel mette in scena la violenza sulle donne

Luchadoras, il graphic novel mette in scena la violenza sulle donne

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Una storia violenta, cruda, senza spazio per facile retorica o sociologia da strapazzo. Una storia violenta, al femminile, che non lascia scampo né redenzione. “Luchadoras” (001 edizioni, pp. 96, € 15), il graphic novel della francese Peggy Adam; mette in scena la drammatica realtà di Ciudad Juárez, Chihuahua, Messico; attraverso la vicenda di Alma, una ragazza giovane che deve lottare quotidianamente con la ferocia machista. Lo scenario è quello portato alla ribalta nel dalla denuncia di Amnesty International, dalla associazione “Nuestras Hijas de Regreso a Casa” e dal libro del giornalista Sergio González Rodríguez, “Ossa nel deserto” pubblicato in Italia da Adelphi. Negli ultimi tre lustri, oltre seicento donne sono scomparse, di queste, quattrocento sono state ritrovate cadavere: tutte vittime di violenze sessuali e decedute in seguito a strangolamento. Il colpevole o, più ragionevolmente, i colpevoli sono avvolti nel mistero e le autorità non sembrano portare avanti le indagini con la dovuta solerzia, tanto da destare non pochi sospetti di un coinvolgimento diretto. Gli omicidi si ripetono e si somigliano, e riguardano donne adulte, adolescenti e persino bambine. Un’ecatombe senza precedenti che ha reso Ciudad Juárez il luogo più pericoloso del mondo per il sesso femminile.

 

Alma rientra nella descrizione tipo della vittima: origini umili, minuta, capelli scuri e lunghi. La sua è una storia di abusi domestici perpetrati da Romel, il marito violento e meschino, e di abusi sociali che la costringono, ogni giorno, a subire le “attenzioni” maschili, al bar dove lavora, per la strada, da un ufficiale di polizia che si propone di scortarla a casa dopo il ritrovamento dell’ennesimo cadavere e dagli amici teppisti del marito. Ma Alma cammina a testa alta, è una combattente, una luchadora appunto. Al contrario della sorella, che rimane incinta proprio del cognato, non si dà per vinta e reagisce. Spera in una vita migliore per la sua bimba e soprattutto vuole rispetto per sé, con grinta. Un dialogo su tutti: Romel: Non alzare la voce con me Alma - Alma: Se no? La tua banda di rammolliti viene qui a menarmi? In dieci contro una donna. Veri campioni di coraggio!

 

L’unico uomo gentile che incontra sulla sua strada è Jean, un turista americano, che si infatua di lei e che verrà coinvolto nella spirale di violenza che risucchia l’esistenza della protagonista; alla fine anche lui le volterà le spalle, tornando alla sicurezza e alla “rispettabilità” del suo mondo. A lei non resta che una scelta brutale, una soluzione cruenta per un’esistenza cruenta.
Il tratto semplice, “sgrammaticato”, naïf di Peggy Adam calza a pennello al tono realistico della vicenda, focalizzando l’attenzione sugli eventi, sui dialoghi, sulla cronaca del femminicidio e sui luoghi. I disegni non distraggono, ma raggiungono lo scopo e si attaccano dolorosi al polpaccio del lettore come un mastino, sgraziato e devastante.

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Un luogo senza tempo: l’Ego alieno di Doris Lessing

Doris Lessing, Premio Nobel 2007 per la Letteratura

Di Michele Lauro
In un cosmo popolato da umani e umanoidi, Pianeta 8 è una terra accogliente dal clima tropicale dove Canopus, Pianeta Madre del sistema galattico e deus ex machina della colonizzazione dell’universo, ha impiantato una popolazione formata da razze diverse, una sorta di esperimento genetico ad alto potenziale. Gli abitanti non conoscono guerre né conflitti ma si riconoscono in un semplificato ordine sociale in cui sono individui scelti dall’alto, i Rappresentanti, a dettare compiti e azioni, e guardano con reverenza e timore alla muraglia invalicabile che divide in due il loro astro. Un giorno Johor - emissario di Canopus - scende su Pianeta 8 e chiede ai Rappresentanti di preparare il popolo ad affrontare un’evenienza imprevista e improvvisa. A causa di una variazione dell’assetto galattico, il clima è in rapida mutazione. Il pianeta va verso la glaciazione. Su questo scenario si apre Un luogo senza tempo, quarto capitolo della pentalogia fantascientifica Canopus in Argos, concepita da Doris Lessing fra il 1979 e i primi anni Ottanta. Fanucci lo propone in traduzione italiana dopo che nel 2007 era uscito, sempre nella sua collana di fantascienza “Vintage”, il secondo libro della serie, Un pacifico matrimonio (mentre gli altri sono tuttora inediti).
“È dai falliti e dagli sconfitti di una civiltà che se ne possono meglio giudicare le debolezze”. Con questa frase, simile a una sentenza, Doris Lessing aprì nel 1949 il suo primo romanzo L’erba canta. Fu un incipit profetico, che la scrittrice inglese non ha mai rinnegato nell’ampio arco temporale e tematico della sua opera letteraria. In Un luogo senza tempo il Rappresentante degli sconfitti è il narratore Doeg, che racconta con gelida lucidità come muore un pianeta. Nello spazio fra il primo soffice fiocco di neve e il crollo della muraglia sotto il peso inesorabile del ghiaccio, Doeg registra in forma di cupo diario gli ultimi atti di una specie prossima all’estinzione, di cui lui stesso fa parte. L’ego della civiltà morente si aggrappa alla speranza (Canopus aveva promesso di inviare astronavi e trasferire gli abitanti su un pianeta più ospitale) oltre ogni ragione, poi si abbandona all’abiezione, si rifugia infine nel sonno, preludio di morte. Ma il quasi monologo di Doeg contiene il seme di molte domande inespresse con cui Doris Lessing anticipò, grazie allo strumento visionario della fiction fantascientifica, alcune questioni cruciali del presente: il dramma dei popoli eterodiretti, i conflitti interetnici, il potere dell’ingegneria genetica, le inquietudini connesse al cambiamento climatico.
Un terzo livello di lettura si spinge più in profondità a indagare i recessi della psiche, lo “spazio interno” dove dimorano i sogni e dove nascono i miti cosmogonici. Influenzati tanto dalla psicologia quanto dal sufismo - l’Islam nella sua versione più spirituale, mistica ed esoterica - i cinque libri della serie Canopus in Argos sono considerati dalla Lessing come i più importanti della sua produzione. I temi legati a un io alieno e al viaggio dentro di sé si ritrovano anche in Discesa all’inferno, scritto nel 1971 e recentemente pubblicato in Italia sempre da Fanucci. L’essere umano mostra in queste storie la sua vera natura, o quella che vale la pena rappresentare, quando viene spinto ai margini del mondo: lo vediamo così impietrito e avvinto da quel confine incerto, misteriosamente attratto oltre il limite imposto alla coscienza.

Il boom dei vampiri rilancia Cime tempestose

Cime tempestose, il romanzo dell’inglese Emily Bronte, sta godendo di una nuova ed inaspettata popolarità tra gli adolescenti francesi sulla scia del successo di Twilight, la serie di libri sui vampiri dell’americana Stephenie Meyer.
Secondo quanto riporta oggi il Times, il romanzo scritto dalla Bronte nel XIX secolo - che in Francia fino a poco tempo fa non leggeva quasi nessuno - è diventato di colpo tra i più venduti, dopo che numerosi riferimenti all’opera sono stati inclusi dalla Meyer nel suo terzo libro Eclipse.
“Abbiamo venduto tante copie di Cime tempestose nei primi due mesi del 2009 quante ne vendiamo normalmente in un anno intero”, ha detto al Times una portavoce di Le Livre de Poche, la casa editrice dell’edizione francese del classico, aggiungendo: “L’entusiasmo nei confronti del libro è tale che molte librerie hanno deciso di mettere la Bronte in vetrina accanto alla Meyer, incoraggiando la gente a comprarli entrambi”. “Cime tempestose viene studiato in alcune scuole ma a parte quello, fino ad ora i ragazzi non lo compravano. È fantastico che ora gli adolescenti da Stephenie Meyer passino alla Bronte”, ha commentato Stephane Hun, proprietario di una libreria di Amiens.

Donna sull’orlo di una crisi di nervi, diario di un anno di psicoanalisi

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Particolare della copertina di Donna sull’orlo di una crisi di nervi

Il titolo non è certo originale, e richiama evidentemente il film di Pedro Almodóvar del 1988. Il tema neanche, un diario di un anno di psicoanalisi, ormai diventata ingrediente abbastanza habitué di soggetti letterari. Ma Donna sull’orlo di una crisi di nervi di Lorna Martin, edito da Corbaccio (pagg. 345), ha comunque il pregio di essere una lettura piacevole, con un grado di ironia e allegria che carezzano il voltar delle pagine. Continua

Storie di ordinaria bestialità

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Di Pier Mario Fasanotti
In Esopo, Fedro, La Fontaine le bestie parlano e dettano regole, alcune petulanti. Nei racconti di Barbolini gli animali sono animali e basta: è lui che li scruta, li ricorda, e sovente in essi scorge non tanto spinte moraleggianti, quanto emblematica quotidianità. Con il rimando alle banali empietà umane. C’è l’agnellino della sua infanzia che bela con tenerezza, con quell’aria da minchione, finché mani robuste di uomo cinico e pratico, “l’opposto dell’autore, dolcificato dallo studio del latino e greco” lo sacrificano al desco pasquale. C’è la gallina Coccodè, ovviamente scema, però con fiero piglio da gallo quando difende i pulcini, ma la sua fine non sarà risparmiata dall’innata teatralità di madre. Il confine con gli umani è poco più in là. A Brescia, per esempio, ove una donna denuncia un clandestino con la “faccia da barabba”, uno di quelli che “sgraffignano”. Come dice, signor commissario? Un americano? “Fa istess”. Il nome? Ah, Lawrence Ferlinghetti. Poeta, anni 86. Comunque che vergogna, l’hanno messo sul giornale.

“Più bestie si vedono”, di Roberto Barbolini (ed. Aragno - 212 pagine, 17 euro)

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Oskar Panizza: il Benigni ante litteram che sbeffeggiava il Vaticano

Papa Ratzinger
Di Michele Lauro
“Pittore eretico di santi”: così il filosofo Walter Benjamin definì Oskar Panizza (1853-1921), eccentrico outsider della letteratura tedesca di fine Ottocento. Di famiglia ugonotta, gli eretici francesi sostenitori della riforma luterana e poi calvinista, Panizza si laureò nel 1880 in medicina e lavorò per un paio d’anni come psichiatra in un istituto, prima di dedicarsi alla letteratura. Per un tragico contrappasso, finì internato in diversi ospedali psichiatrici di Monaco, dopo essere stato incarcerato con l’accusa di “oltraggio alla religione” e aver dovuto emigrare in Svizzera e in Francia. Bibliofilo, provvisto di una cultura enciclopedica in svariati ambiti del sapere, Panizza fu un letterato scomodo che sviscerò con l’arma della satira alcuni dei temi più scabrosi del suo tempo: la devianza psichica, il rapporto fra arte e follia, la portata rivoluzionaria del protestantesimo e soprattutto la deriva temporale del clero in un’epoca in cui i valori tradizionali erano intaccati dal crescente entusiasmo per la scienza. Uno dei suoi più feroci pamphlet anticlericali fu nel 1893 L’Immacolata Concezione dei Papi, di cui Spirali pubblica ora un’edizione italiana con testo a fronte, a cura di Giovanni Chiarini. L’opera prende le mosse da un espediente classico: l’autore presenta il testo come la traduzione di un trattato a cura di un certo Martinus, frate benedettino spagnolo. L’escamotage gli servirà per evitare la condanna dalla giustizia bavarese, non certo la confisca dello scritto da parte del tribunale del Reich né la distruzione di tutte le copie sul mercato.
Il dogma dell’Immacolata Concezione della Vergine, proclamato circa quarant’anni prima (1854) da Papa Pio IX, fu il primo dogma non derivante dalle Sacre Scritture. Considerato che solo Dio può decidere i dogmi, e considerata l’Infallibilità del Pontefice, il quale d’altro canto è pervaso dallo Spirito Santo, Panizza-Martinus si propone di dimostrare che anche i Papi, come la Vergine, sono nati da un concepimento “senza peccato”. Con un linguaggio composito che mischia dotte dissertazioni teologiche ed espressioni popolari e farsesche, citazioni bibliche e improvvise trovate goliardiche alla stregua di un Benigni ante litteram, i teoremi della Scolastica e l’immaginario fantastico post medievale, Panizza mette a nudo le contraddizioni della chiesa cattolica. “Il 12 febbraio 1633 il Pontefice ordinò alla Terra di fermarsi; un’esternazione inaudita alla quale il Santo Padre fu indotto dalle folli affermazioni e dalla ostinazione di un maestro di scuola, Galilei. (…) Tra anni durò la sosta, tre anni durante i quali il detto insegnante di scuola restò in prigione”: il dogmatismo ma anche la repressione sessuale, la corruzione dell’apparato, l’intransigenza bigotta sono posti in ridicolo in un paradossale affresco che muove dal pensiero riformatore fino a sconfinare nella blasfemia e nell’ateismo. In un paese come il nostro dove il dibattito su “Stato ecclesiastico” e “Stato laico” riempie le pagine dei giornali, le provocazioni di Oskar Panizza (una su tutte: “Cristo è fuori moda”) appaiono di irriverente attualità. Tanto che di fronte al magistero bioetico rivendicato dal Vaticano risuonano ancora limpide le parole di Martin Lutero: “Solo il battesimo e la fede creano il popolo sacerdotale e cristiano”. Nessuno cioè è più sacerdote di un altro di fronte a Dio. Non c’è fede senza libertà.

La rabbia giovane, Ross Raisin nella mente di un maniaco

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Particolare della copertina del libro La rabbia giovane di Ross Raisin

Sam Marsdyke ha diciannove anni e in passato è stato allontanato dalla scuola per un tentativo di violenza contro una compagna. Ma lui è certo che non fosse violenza. “L’hai costretta contro la sua volontà. Col cazzo, contro la sua volontà”. Eppure lei aveva il braccio coperto di lividi… E così come un escluso il ragazzo vive nella campagna inglese del Nord di York, aiutando il padre allevatore di pecore, vagando solo per le brughiere, rabbioso e concedendosi feroci scherzi alla gente del posto.
Ross Raisin nel suo romanzo d’esordio La rabbia giovane, edito da Bompiani (266 pagg.), dipinge il ritratto di questo emarginato imberbe. Continua

Un dizionario di letteratura ad uso degli snob

Umberto Eco
In fatto di libri sarebbe un errore snobbare gli snob. Potrebbero aprirvi inesplorati orizzonti. Amate Jack Kerouac? Lo snob vi dirà che è nulla in confronto al poeta beat John Giorno: “Ma come, non lo conoscete?” vi domanderà, constatando con grande soddisfazione la vostra ignoranza. Adorate André Malraux? “Dovreste leggere piuttosto le opere della sua ultima amante: Louise de Vilmorin” vi incalzerà lui, sprezzante.
Una conversazione del genere potrebbe forse irritarvi. Ma potrebbe anche servire a rileggere la storia della letteratura da un punto di vista inedito. È quanto fa la casa editrice Excelsior 1881 mandando in libreria il Dizionario di letteratura ad uso degli snob, di Fabrice Gaignault.
Dimenticate le centinaia (e mai univoche) definizioni di “snob”. Dimenticate Thackeray e il suo Libro degli snob, volumetto che sdoganò la definizione popolare di sine nobilitate (senza nobiltà). Nel dizionario di Gaignault lo snobismo letterario non è un mero sfoggio di erudizione e originalità. È bensì una forma di ansia conoscitiva. Una specie di gustosa nevrosi che somiglia al fanatismo di certi appassionati di musica: quelli che non sopportano che qualcuno ne sappia più di loro sulla loro rock band preferita e sugli illustri sconosciuti di nicchia.
Qualche esempio? Nel dizionario spunta il sempre taciuto Patrick Branwell Bronte, fratello  delle ben più note Charlotte, Emily e Anne. Grande peso è dato all’americano Frederic Prokosch: se il nome non vi dice nulla sappiate che era idolatrato da André Gide, Thomas Mann e Marguerite Yourcenar. Non mancano gli italiani. Non Pirandello, Calvino e Gadda. Bensì Alberto Arbasino (”In grado di citare nella stessa frase e in maniera del tutto convincente Rita Hayworth e Lev Trockij”); Ennio Flaiano (”un marziano a Roma”); Umberto Eco, Edoardo Sanguineti e Giorgio Manganelli.
Certo l’elenco è discutibile. Colossi della letteratura compaiono inspiegabilmente al fianco di figure del tutto marginali. Ma forse l’obiettivo di Gaignault era proprio quello di suscitare una discussione, ponendo come unico discrimine estetico il proprio personalissimo gusto letterario. In ossequio così alla convinzione dell’editore Patrick Muriés, per il quale “avere dei presunti gusti snob in letteratura significa semplicemente restare fedeli alle proprie inclinazioni”.

Chi non fosse sazio di tanto snobismo, dopo la consultazione del dizionario, può continuare la lettura con un altro volume appena uscito, sempre per i tipi di Excelsior 1881: s’intitola Snobissimo, divertente pamphlet stampato per la prima volta in Francia nel 1964 e formidabile nel descrivere i tic sociali che hanno condotto allo snobismo di massa dei nostri giorni. L’autore è Pierre Daninos, scrittore e intellettuale scomparso nel 2005. Un autore prolifico e sicuramente molto snob, visto che - come diceva il vulcano di aforismi Russel Lynes - “Non c’è maggior snob di chi pensi di poter definire lo snob”.

La saga di Sigurd e Gudrùn: un nuovo inedito di Tolkien

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Ci risiamo, sono trascorsi appena due anni dalla contestata pubblicazione de I figli di Hurin, che tante polemiche aveva suscitato proprio tra i puristi di J.R.R. Tolkien, e la casa editrice americana HarperCollins ha annunciato che il prossimo 5 maggio pubblicherà un nuovo inedito dello scrittore autore de Il Signore degli Anelli. Il titolo del volume è The legend of Sigurd and Gudrùn e fu scritto da Tolkien tra il 1920 e il 1930, negli anni giovanili, quando l’autore insegnava all’università di Oxford e quindi prima delle sue opere più celebri. Dalle informazioni rilasciate dall’editore, che ovviamente sta già creando il clima d’attesa per l’evento, si tratterebbe di un opera narrativa in versi che narra la leggenda sassone dei Nibelunghi. La prefazione e l’edizione saranno curati come consuetudine dal figlio di Tolkien, Christopher, che all’età di 84 anni si è trasformato in uno scrittore archeologo dal momento che nei numerosi cassetti dimenticati della casa di famiglia in tutti questi anni continua a scovare opere inedite del padre. Già per I figli di Hurin, anch’esso scritto prima delle opere principali, si disse che la scrittura non corrispondeva a quella di Tolkien padre anche perché Tolkien figlio non aveva fatto altro che riordinare alcuni appunti del genitore ritrovati senza riuscire a creare quell’atmosfera delle avventure nella Terra di Mezzo. Anche per questo volume, come  l’altro inedito che l’ha preceduto, è prevista un’edizione limitata deluxe dell’opera, 500 mila copie in tutto il mondo, contenente la riproduzione di un manoscritto originale dello stesso Tolkien. La casa editrice Bompiani come consuetudine curerà l’edizione italiana che con ogni probabilità editerà il prossimo autunno con il titolo La saga di Sigurd e Gudrùn

Espianti, l’osceno mercimonio di organi umani

Espianti

Espianti (Transeuropa, pp. 300, € 14,90) è un calcio al basso ventre. Un meccanismo a orologeria potentissimo che fa girare i suoi ingranaggi tra cronaca, reportage, noir, thriller e metafisica aprendo un baratro profondo, un abisso in cui guardare. E come scriveva Nietszche, l’abisso ha cominciato immancabilmente a guardarci a sua volta. Espianti fa questo effetto. Un vuoto pneumatico di consapevolezza che si apre come una piccola crepa nella coscienza pulita di un intero paese di “brava gente”.
Una setta segreta di suicidi, tutti appartenenti all’alta società; un funzionario del ministero degli Esteri e l’omicidio di sua figlia, un fascicolo dei servizi segreti, un amore adolescenziale, il commercio di vite umane, il mistico fiume invisibile indiano e la storia del giovane Livio a fare da collante…
Ispirato a una vicenda reale - un’indagine della magistratura sul traffico di organi dal terzo mondo al nostro paese - il libro di Giuseppe Catozzella a poche settimane dalla pubblicazione è già in ristampa e Roberto Saviano lo ha commentato così: «questa è scrittura che fa aprire gli occhi sulla realtà più oscena. Quella più nascosta. Che nessuno vorrebbe mai vedere.»
Panorama.it ha incontrato l’autore, che ha lavorato per due anni a contatto col magistrato incaricato della prima e più completa indagine sul traffico di organi umani verso cliniche italiane.
Come si è documentato per scrivere Espianti?
In Italia non esiste praticamente niente sul tema del traffico di organi nel nostro Paese. È appunto un tema “fantasma” che, peraltro, mette insieme benissimo quella che io reputo essere la struttura portante del Paese, la collusione tra criminalità organizzata, potere economico e amministratori pubblici. Quindi, dopo un lungo periodo di ricerche, sono faticosamente riuscito a entrare in contatto con un magistrato che sta collaborando alle prime indagini di una Procura italiana sul traffico di organi fino ai nostri ospedali.
Cosa ha scoperto? A che punto sono le indagini?
Ho scoperto quello che il segreto istruttorio ha permesso al magistrato di dirmi. Ovvero che in Italia c’è il sospetto - finché non sarà provato con una sentenza - di traffico di organi umani che arrivano da persone che provengono dai Paesi del cosiddetto Terzo mondo. Le indagini sono ancora sotto segreto istruttorio. Il segreto naturalmente è tassativo e finché non decadrà non si potrà dire nulla. Posso dire però che di certo le indagini sono il motivo per cui il ministro Maroni ha parlato pubblicamente di un coinvolgimento italiano nel fenomeno del traffico di organi.
Perché ha deciso di affrontare questo tema?
La fase delle ricerche è stata molto lunga, fino a entrare in contatto con il magistrato. Ho deciso di scrivere un libro perché credo nel potere della parola e nella necessità della testimonianza. È il modo che abbiamo per cambiare le cose. Il caso di Saviano è da questo punto di vista esemplare. In un Paese “addormentato” è necessario tenere vigile l’attenzione.
Cosa succede tra Italia e India?
Tra Italia e India c’è lo stesso rapporto - riguardo al tema del traffico di organi - che c’è tra Italia e altri Paesi del terzo mondo. Nel corso delle mie ricerche molte volte mi sono imbattuto in addetti ai lavori che tranquillamente parlano di un “buco” nella frontiera italiana all’altezza di Trieste, come spiego anche nel romanzo. Ecco, quello è uno dei canali privilegiati attraverso cui passano esseri umani per i quattro fatti malavitosi che riguardano il traffico di esseri umani: prostituzione, adozioni illegali, schiavitù e traffico d’organi. Recentemente ho scritto un articolo aggiornato all’ultimo congresso mondiale in tal senso che parlava di cifre spaventose. Si tratterebbe di 800 mila individui che ogni anno verrebbero trafugati dai loro Paesi di origine, e destinati al traffico di esseri umani.
Perché ha scelto di raccontare in particolare l’India e non un altro paese del terzo mondo?
L’India è un Paese con 1 miliardo e 300 milioni di abitanti ed è il ricettacolo perfetto per ogni criminalità che operi attraverso il commercio illegale di corpi umani. Nel corso del Kumbha Mela, poi, che è il più grande raduno dell’umanità con 60 milioni di persone ammassate per due mesi in una sola città, a ogni manifestazione decine di migliaia sono i dispersi. La mia scelta nel romanzo del Kumbha Mela come luogo in cui avviene la cattura dei corpi non è solo suggestiva da un punto di vista religioso e folcloristico ma è anche molto molto verosimile.
Lei è laureato in filosofia teoretica, come ha influito la sua formazione sulla stesura di Espianti?
La mia formazione filosofica ha molto influito nella stesura del romanzo poiché ho tentato di “reinterpretare” la crisi che l’Occidente e l’Italia stanno vivendo in questi anni da un punto di vista strutturale. In questo senso la tradizione induista prima e buddista poi - alla luce delle quali leggo il razionalismo occidentale, che ne ha causato il nichilismo e l’abbrutimento materialista che oggi tutti stiamo vivendo in termini di crisi economica - hanno molto influito sulla mia formazione. Esse inverano infatti tutto il percorso del pensiero occidentale, a mio modo di vedere. La questione che percorre tutto il romanzo della Terza Via altro non è che la suggestione del superamento tutto occidentale della contrapposizione tra materialismo da una parte e spiritualismo dall’altra, con la decisa vittoria del materialismo (capitalistico) che ora sta inesorabilmente mostrando i vuoti di senso da cui è stato generato. Questa stessa separazione tra spirito e materia tutta tipica dell’occidente è la stessa causa del più aberrante dei crimini che il mondo occidentale ha prodotto - considerando il corpo come oggetto, appunto: il traffico di organi umani.
Perché ha preferito il registro narrativo a quello saggistico?
Il registro narrativo è l’unico che mi è congeniale, e poi ovviamente può arrivare a più persone. Nel mio romanzo si mischia però con alcune parti di filosofia occidentale e orientale e con tratti che ricordano la cronaca giudiziaria. È dunque un ibrido, come peraltro è già stato più volte definito. Credo che questa sorta di natura composta sia qualcosa da cui sarà difficile tornare indietro, se lo scopo rimane quello di voler dire la realtà dei nostri giorni. Credo non sia solo una forma in fieri, ma una forma essa stessa.
Come si trova con un editore come Transeuropa?
Transeuropa è una piccola casa editrice. Molto diversa da Mondadori, per esempio, per cui io lavoro come consulente freelance da molti anni. Ha i vantaggi e gli svantaggi delle piccole dimensioni. Rapporti molto più “umani”, molta attenzione al singolo titolo. Ma anche meno presa sull’immaginario collettivo, meno presa sui giornali, insomma meno visibilità. Certo dentro Transeuropa si fa un buon lavoro. E credo che Giulio Milani sia davvero un buon editore e anche un buon editor.
Quali sono le sue ispirazioni letterarie?
Leggo molto i classici, credo che per molte cose siano molto più cristallini e lucidi. Poi mi piace la letteratura di critica. Poi Hoellequebecq, Wallace, McCarthy, Zanzotto, McInerney.
Cosa pensa del dibattito in corso sul new italian epic? “Espianti” potrebbe essere un cosiddetto “oggetto narrativo non identificato”?
Espianti è certamente un oggetto narrativo non identificato - anche se mantiene un primato narrativo importante, appunto. Molto sinceramente credo che l’etichetta del NIE sia piuttosto grossolana, applichi maglie troppo larghe, anche se ricalca certamente ciò che dicevo prima sulla forma in fieri che si cristallizza in forma assoluta. E credo che questa questione della forma sia applicabile in generale alla realtà di oggi. Ancora in generale trovo che la critica in Italia manchi da troppo tempo di un punto di vista più profondo, come dire “filosofico”, nel senso di ben strutturato e coerente e coraggioso, anche (credo che vengano più privilegiate le appartenenze, invece, un certo signoraggio). In mancanza di un punto di vista forte non può che soffrire un po’ di rabdomanzia, per così dire. Trovo che il NIE sia uno spunto interessante. Da trattare come spunto per approfondire.

Bande nere: ecco chi sono i nuovi nazifascisti?

Bolzano, 16 neonazisti arrestati
Un’inchiesta sui giovani fascisti che circolano nelle nostre strade, fra i nostri figli, nelle nostre piazze, nei nostri stadi e, soprattutto, nelle scuole e nelle università, condotta da Paolo Berizzi e che Bompiani manderà in libreria tra 15 giorni col titolo: Bande nere. Come vivono, chi sono, chi protegge i nuovi nazifascismi (Pp. 224 - 17,00 euro).
Almeno centocinquantamila giovani italiani sotto i 30 anni, sostiene e documenta Berizzi, vivono nel culto del fascismo o del neofascismo. E non tutti, ma molti, nel mito di Hitler.
Un’area geografica che attraversa tutta la penisola: dal Trentino Alto Adige alla Calabria, dalla Lombardia al Lazio, da Milano a Roma passando per Verona e Vicenza, culle della destra estrema o, come amano definirla i militanti, radicale.
L’autore, giornalista di Repubblica, ha censito i cinque partiti ufficiali (Forza Nuova, Fiamma tricolore, la Destra, Azione Sociale, Fronte sociale nazionale) - sei, se si considera anche il robusto retaggio di An ormai sciolta nel Pdl. Circa duecento tra associazioni, circoli e centri sociali sparsi nel paese; 63 sigle di gruppi ultrà (su 85) dichiaratamente di destra, e cioè il 75 per cento delle tifoserie che, dietro il culto della passione calcistica, compiono aggressioni e altre azioni violenze premeditate.
Sono solo alcuni dei numeri di questa inchiesta. Sufficienti, comunque, a testimoniare che l’onda nera sta entrando potentemente nella nostra società, facendo proseliti tra i giovanissimi e con rapporti quantomeno ambigui con la destra istituzionale. Paolo Berizzi ci accompagna in questo viaggio nell’area nera del nostro paese; un mondo per lo più di ragazzi, intessuto di riti e miti che consideravamo sepolti tra le macerie della Storia; un mondo fluido e magmatico, dai contorni tanto labili quanto inquietanti. Un mondo che, se non lasciasse tracce così marcate nell’attualità, sarebbe difficile credere che esista davvero.

Far finta di aver letto i classici per essere più sexy

Libri lanciati in aria
Due terzi dei britannici, protetti dall’anonimato di un questionario, hanno ammesso di aver mentito in almeno un’occasione, affermando di aver letto qualche classico della letteratura. Lo evidenzia un sondaggio svolto dal sito del World Book Day per la Gran Bretagna e l’Irlanda e diffuso proprio in occasione della Giornata mondiale del libro.
Il libro su cui si mente di più (il 42 per cento lo ha ammesso) è 1984 di George Orwell, seguito da Guerra e pace di Lev Tolstoy (31 per cento), Ulisse di James Joyce (25 per cento), la Bibbia (24 per cento) e Madame Bovary di Gustave Flaubert (16 per cento). Per converso, gli autori che la gente ama davvero leggere sono JK Rowling (61 per cento), John Grisham (32 per cento) e Sophie Kinsella (22 per cento).
Secondo Jonathan Douglas, direttore del National Literacy Trust, il motivo per cui si mente affermando di aver letto i classici è essenzialmente il tentativo di far colpo sull’altro sesso: “Nostre ricerche suggeriscono che la gente pensa che questa bugia renda più attraenti. Le persone amano presentarsi come lettori, e così hanno ammesso di aver mentito per presentarsi meglio di fronte a potenziali partner, nella speranza di far colpo”.
Naturalmente, nella speranza che l’interlocutore non abbia letto il libro in questione, spiega Douglas: “Ma è una strategia ad alto rischio. Se la persona cui siamo interessati se ne esce con una citazione da Proust, siamo nei guai”. Il grande scrittore francese compare all’ottavo posto nella lista dei libri che si afferma di aver letto senza averli toccati: il 9 per cento ha detto una bugia su Alla ricerca del tempo perduto.

LEGGI ANCHE: Come parlare di un libro senza averlo mai letto

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