Archivio di Aprile, 2009

Mia sorella è una foca monaca: romanzo d’amore, bullismo e fragilità

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Di Michele Lauro
Il debutto di Christian Frascella con Mia sorella è una foca monaca (Fazi) è il caso editoriale di questo primo scorcio d’anno. Il tam tam di critica e pubblico ha spinto il libro ad affacciarsi in classifica, e l’autore nel salotto televisivo di Parla con me, faccia a faccia con Serena Dandini. Ex operaio e poi impiegato in un call center, come sottolineano le sue scarne biografie, il torinese Frascella ha sublimato la precarietà applicandosi in un’attività che gli riesce benissimo: scrivere. Fin da tempi non sospetti le pagine del suo blog (www.christianfrascella.wordpress.com) sono una gustosa e intelligente finestra sul mondo, letterario e non, e oggi riferiscono passo passo alla comunità dei bloggers le tappe del successo - sempre con ironia in dosi massicce. Dell’ultim’ora è la collaborazione alla cronaca torinese de La Stampa, “in qualità di commentatore, opinionista, grande affabulatore nonché bell’uomo e centrocampista di movimento”.
A dispetto di un titolo bizzarro e non proprio accattivante, Mia sorella è una foca monaca è un romanzo promettente, dal taglio cinematografico e introspettivo. Senza scomodare ingombranti archetipi come Il giovane Holden - il riferimento più immediato, per restare in ambito italiano, è semmai Come Dio comanda di Ammanniti - racconta il tormentato passaggio di un ragazzo attraverso l’adolescenza. Quel momento friabile dell’esistenza in cui non si è più quel che si era e non si sa ancora quel che si diventerà. Siamo nell’anno del crollo del Muro. Nell’hinterland torinese, una terra di nessuno senz’altri riferimenti se non la mediocrità della periferia, una famiglia prova a tirare avanti: il figlio diciassettenne lascia prematuramente la scuola, la madre è vacante, fuggita con il benzinaio, il padre fannullone e autoritario, e in perenne regime alcolico, la sorella sembra chiusa nello stereotipo della sfigata. Vista con gli occhi del ragazzo, è una famiglia disgregata e fallita. Ma in fin dei conti è un nucleo a suo modo unito, in cui premono addirittura per entrare colei che forse redimerà il padre e un improbabile spasimante della sorella. Il protagonista attraversa tutte le sfide dell’adolescenza con una spavalderia così scopertamente fragile che è impossibile rimanere neutrali. Il bullismo, il bisogno di consenso e accettazione, il conflitto con l’ambiente familiare, la disperata ricerca di un lavoro e di un’identità sociale, la scoperta dell’amore e del dolore, la paura della morte, della solitudine e del rifiuto. Bisogna pur difendersi. Ma i meccanismi messi in atto per sopravvivere a una realtà che diviene ogni giorno un po’ più inutile, complicata, meschina, sono scoperchiati nei loro ingranaggi grazie a un linguaggio sciacquato da ogni banalità risaputa, ricco, innovativo. Scurrile certo, spassoso e a volte amaro. Estremamente efficace. L’evoluzione esistenziale del protagonista passa così attraverso un mondo fantasmatico, fatto di bugie raccontate a se stesso e agli altri, fatto di negazione e rimozioni. Alla fine approda a un bivio di fronte al quale pare intravedere una strada. Basta un evento inaspettato, uno scarto improvviso, un impulso, un’azione, e la vita appare finalmente come un insieme di possibilità. Il futuro, una nebulosa appena un po’ meno fitta. “La giornata aveva un odore buonissimo. Mi tirai su e ripresi a correre in direzione del cancello.”

Dolorose considerazioni del cuore, sotto le coperte

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Di Michele Lauro
Sandra Petrignani invita il lettore “sotto le coperte” per sfogliare le pagine del suo ultimo romanzo, Dolorose considerazioni del cuore, pubblicato da Nottetempo in una (rara) coerenza d’intenti e atmosfere fra autore ed editore. Il caldo abbraccio della notte permette a una donna, Tina, di sciogliere le catene della consuetudine, della ritrosia e anche del pudore per raccontarsi a un’amica ritrovata. È un libro sorprendente e diretto, sfuggente perché giocato su piani narrativi diversi eppure dotato di una rigorosa unitarietà. Un romanzo dalla struttura circolare, in cui il tempo non procede in modo cronologico da un inizio a una fine ma, come in una seduta psicanalitica, indietro e avanti e poi ancora indietro - la contemporaneità del tutto. Uno stream of consciousness in magico e sottile equilibrio fra mente (”le fredde osservazioni della mente”), cuore (le “dolorose considerazioni del cuore”) e corpo (”questo pezzo di macelleria fra le mani”). Diceva Proust in All’ombra delle fanciulle in fiore, tracciando un profilo critico dello scrittore Bergotte: “Gli uomini che producono opere geniali […] cessando bruscamente di vivere per se stessi, hanno il potere di rendere la loro personalità simile a uno specchio, in modo che la vita […] vi si rifletta.” Sandra Petrignani, ex chiromante, ha questo potere ipnotico sul lettore. La sua scrittura è pulita, levigata, seduttiva. Come già accadeva nel suo romanzo Ultima India - diario emotivo di un viaggio nel subcontinente sulla scia dei grandi narratori avvinti dalla terra di Shiva e Ganesh - l’autobiografia svapora via via leggera, fino a stimolare le corde di un mondo affettivo che ci riguarda tutti. L’amore e la morte, l’infanzia e la vecchiaia, l’amicizia, il sesso, l’odio, la crisi di mezza età, padri madri analisti amanti mariti e cani. Si scava. A volte si arriva a intravedere dove non si vorrebbe. Ma sotto le coperte, si può.
Il coraggio della scrittrice è più ardito nel raccontare la storia di una vecchiaia terribile, quella dei genitori della protagonista. Spazzando via l’ipocrisia con cui la nostra società affronta (o rimuove) il problema, la vecchiaia viene presentata senza false indulgenze, in maniera dura e spietata forse, ma certamente onesta. La protagonista si interroga su una delle irriducibili contraddizioni dell’esistenza - accudire i vecchi genitori che non furono buoni genitori - con i suoi corollari desolanti analizzati con lucida e struggente sensibilità: dagli oggetti che anche loro invecchiano alla necessità di liberare la casa dalle loro tracce, dalla paura del decadimento fisico e mentale ai pensieri sulla morte, alla fatica quotidiana del vivere accanto al vecchio cui rimangono addosso i tratti peggiori di un carattere già di per sé insopportabile. Risposte non ce ne sono, c’è invece nelle pieghe sinuose di questo libro una umana pietas di fronte all’essere umano nella sua eterna fragilità. Per questo forse l’amicizia viene al primo posto e il romanzo stesso nasce come espiazione al reato di “lesa amicizia”. “Adesso l’amicizia è diventata alleanza, quello che dovrebbero essere tutti i rapporti umani, se uomini e donne fossero razionali e non i pazzi che sono”. Parole bellissime, di disarmante semplicità e infinita tenerezza.

Assassinio in libreria: la Sherlockiana si tinge di giallo

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La Sherlockiana si tinge di giallo e questa volta la protagonista della storia è proprio lei Tecla Dozio, la proprietaria della storica libreria milanese dedicata ai gialli che recentemente ha chiuso i battenti tra il dispiacere e l’impotenza di tutti, scrittori e lettori. Stiamo parlando del nuovo libro di Lello Gurrado Assassinio in libreria (ed. Marcos y Marcos) in uscita il prossimo 30 aprile e di cui anticipiamo il primo capitolo.
Gurrado, giornalista e scrittore, crea un’atmosfera alla Agatha Christie ambientando la sua storia proprio nella libreria con un delitto in piena regola che rispecchia i canoni del thriller tradizionale, un prosecco al cianuro per Tecla che muore davanti agli occhi increduli dei suoi amici scrittori che si erano radunati per festeggiarla. A questo punto non resta che scoprire il colpevole. Per farlo, coloro che per anni avevano creato storie di assassini per gli appassionati lettori decidono di partecipare alle indagini per scoprire chi ha ucciso Tecla Dozio. Quale migliore metafora per rendere omaggio a colei che ha dedicato la sua vita al giallo?

Qui il testo in pdf

Il 18° Vampiro: con Gargoyle il gotico è padano

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L’horror e il gotico italiano sembrano “emergere dalle tenebre” dopo anni passati come cugini minori, come parenti poveri, di altri generi. Snobbati dalla critica, ma non dai lettori, ora vengono legittimati anche dalle case editrici più prestigiose o da quelle più grandi. E poi c’è Gargoyle. l’editore romano indipendente che fin dall’inizio, con tenacia e coraggio, ha puntato tutto su questi generi. Ora che i vampiri impazzano, tutti fanno la corsa ad accaparrarsi questo o quel libro in arrivo da oltreoceano o da oltremanica, eppure, pensandoci bene, il gotico nasce sì dal romanticismo decadente del nord Europa, ma con un’ambientazione tutta italiana con Walpole e Il castello di Otranto. L’autore scrisse nella prefazione che il libro “fu un tentativo di miscelare le due anime della narrativa, l’antico e il moderno. In principio era tutto immaginazione e improbabilità: in seguito, la natura è sempre stata copiata con successo… “.
Allo stesso modo Claudio Vergnani tenta di miscelare l’antico e il contemporaneo, incrociando quotidiano e soprannaturale. Il suo romanzo dal titolo Il 18° Vampiro (Gargoyle, p.p. 544,  14 euro) mette in scena il gotico, con tutti i crismi della narrazione odierna legata alla “probabilità” delle miserie umane, e lo ambienta nella pianura padana: luogo perturbante per eccellenza, con le sue nebbie, i casolari abbandonati, le cisterne arrugginite, i fossati putridi …
Il protagonista, schiacciato dalla vita, sbarca il lunario uccidendo vampiri. Non è un compito difficile - recita la quarta di copertina - ed è sempre meglio che lavorare [...] Un paio di colpi di mazzuolo ed è fatta. Forse non è il mestiere più bello del mondo, ma è facile e socialmente utile. Non occorre coraggio o particolare determinazione. Non serve essere animati dal sacro fuoco della giustizia. Serve solo un po’ di pratica e tanta disperazione.
Panorama.it ha incontrato l’autore.
Vampiri… a Modena?
Ho descritto ciò che ho sotto gli occhi e conosco. Non avrei potuto fare diversamente. Per come la vedevo io, la sfida non era azzeccare una location, ma scrivere un bel romanzo, semplicemente. In quest’ottica, come ci insegna Stephen King, meglio allora descrivere ciò che si conosce bene (di Salgari ce n’è uno solo), per cui sono andato avanti con Modena, che è la mia città, e in alcuni luoghi dell’Appennino, a Bologna, e a Venezia che conosco bene e che amo. Certamente c’era anche il piacere di vedere un po’ di anarchia vampiresca dove di solito trovano spazio solo i soliti triti simboli cittadini: zampone, Ferrari, tortellini, ecc… Perciò, come dicevo, il problema era tutto nel raccontare una storia nuova e interessante, per gli appassionati del genere e non. Il dubbio non era quindi dove ambientarla, ma se la storia sarebbe stata valida e piacevole.
Ne Il 18° vampiro uccidere non morti non è una professione eroica e i signori della notte non sono nobiluomini emaciati e galanti….
No, verrebbe anzi da dire che per certi versi ci troviamo di fronte alla classica lotta tra poveri. Una lotta tanto più atroce e impietosa perché sotterranea, priva di regole, dai risultati comunque tragici, chiunque sia a prevalere. Ammesso che qualcuno prevalga e ci sia qualcosa da vincere. I vampiri non vestono marsine o mantelli e i loro uccisori non brandiscono crocifissi. La loro è una professione oscura dove c’è spazio solo per l’amarezza, il disgusto, la frustrazione e la paura. È la lotta di uomini e donne disperati che fanno ciò che fanno non per convinzione, ma unicamente per necessità e per caso, che spesso si intrecciano. È una lotta senza onore che non risparmia né vincitori né vinti, e che entrambi mette di fronte allo specchio impietoso dell’inutilità dei loro atti. Non c’è gloria, non c’è speranza, non c’è scampo. Che poi alcuni dei personaggi siano anche depressi, demotivati e anche francamente limitati rende il tutto più difficile. Ma anche più divertente. I protagonisti scopriranno qualcosa di loro nell’evolversi degli eventi. Alcune rivelazioni saranno scoraggianti, altre saranno invece inaspettatamente consolatorie. Come in ogni vita, del resto.
Come è approdato all’horror?
Bè, per una considerazione un po’ meschina, devo ammettere. O forse solo infantile. Non facevo che leggere ovunque che il genere horror non era “roba” per scrittori italiani, e che non esistevano romanzi italiani puramente horror degni di essere pubblicati, e così ho pensato che forse si poteva provare a sfatare questo mito molto simile ad una condanna senza appello. Per come la vedo io, il genere è solo un fondale, una struttura portante, indispensabile ma limitata. È quello che riuscirai a inserirvi all’interno che farà la differenza. Sono partito dal presupposto di provare a scrivere un racconto originale e al contempo interessante (che nell’ambito letterario è di per sé l’obiettivo più ambizioso di tutti). Ho usato i “binari” horror per orientarmi da un lato e per sperimentare dall’altro. Lasciando libero spazio ad un’avventura nella quale un lettore non potesse che trovare continuamente (e spero con piacevole stupore) qualcosa di nuovo e non scontato in un contesto, quello della caccia ai vampiri, che nell’ambito della letteratura horror è un vero e proprio “classico”.
C’è spazio per questo genere in Italia?
Non lo so. Dico sul serio. Ma credo che l’esito di questo particolare romanzo ci darà una risposta. Magari parziale e non definitiva ma comunque attendibile.
Come si è trovato con Gargoyle?
Posso rispondere in due parole. Alla casa editrice Gargoyle sono a un tempo gentiluomini (e gentildonne) e solidi professionisti. Due caratteristiche che raramente, a mia esperienza, vanno d’accordo. Non mi chieda come perché non saprei rispondere, ma è un fatto che loro ci riescano. È più soprannaturale questo che trovare dei vampiri a Modena.

1969. Storia di un favoloso anno rock, da Abbey Road a Woodstock

1969

Di Michele Lauro

Sono passati quarant’anni da quell’estate di pace, amore e musica che culminò nel megaraduno di Woodstock. Uno spaventoso agglomerato umano strisciò come un serpente dalle spire impazzite nel cuore dell’America, un’America disorientata, stanca di quella guerra che nel Vietnam era causa di tanto dolore e tanta vergogna. Sotto l’ala protettiva della musica e forse di qualcos’altro, per un breve istante, davvero “i bombardieri divennero farfalle”, le utopie possibilità, i sogni visioni. Ma Woodstock fu solo la punta dell’iceberg di una stagione di raduni musicali da un capo all’altro dell’Atlantico. Milioni di persone in movimento, un ondeggiare di trecce e capelli, palchi affollati di leggende contemporanee e future, una massa di energia dalla portata atomica e dalla matrice pacifica. Il 1969, anno di grazia della musica e della cultura rock, viene celebrato da un libro a cura di Riccardo Bertoncelli, 1969. Storia di un favoloso anno rock, da Abbey Road a Woodstock (Giunti), in libreria dal 15 aprile. Una chicca per gli appassionati ma anche un documento di storia, come si capisce anche solo scorrendo la ricca cronologia illustrata che apre il volume. Se il rock fu portavoce di una mutazione sociale e culturale, con storie, dischi, concerti, festival che a distanza di tanto tempo permangono vivi nell’immaginario collettivo, in realtà non tutto andò per il verso giusto in quell’annata. All’estate di Woodstock fece da contraltare l’autunno cupo del Festival di Altamont, all’esplosione di talenti come Crosby Stills Nash & Young, Led Zeppelin, Pink Floyd, King Crimson, Jethro Tull, Santana, si contrappose la prematura scomparsa del Rolling Stone Brian Jones, che avrebbe anticipato di qualche mese le tragiche sorti di altri “maledetti” come Jimi Hendrix e Janis Joplin. Il “grande passo dell’umanità”: lo sbarco sulla Luna era stato preceduto dalla strage di Bel Air, con il feroce assassinio della moglie incinta del regista Roman Polanski da parte di Charles Manson e della sua setta. Gli stessi Beatles, cui nel libro sono dedicate tre ampie sezioni, erano al capolinea della loro avventura. È stupefacente però osservare come le spinte centrifughe all’interno del gruppo, i rancori ormai insanabili, le divergenze di vita e pensiero non abbiano impedito agli Scarafaggi di congedarsi con sessions memorabili come quelle che si svolsero nel 1969 agli studi di Twickenham e di Abbey Road. Fruttarono due album (Abbey Road e Let It Be, usciti nel ‘70), un film (Let It Be), innumerevoli bootleg, l’ultima leggendaria apparizione pubblica sul tetto della Apple. E lasciarono tanta nostalgia. Pochi giorni fa, il 6 aprile a New York, l’estemporanea reunion di Paul McCartney e Ringo Starr durante un concerto di beneficenza per la Fondazione di David Lynch ha strappato ai presenti più di una lacrimuccia, sulle note di With a Little Help From My Friends. Intanto, sempre in quel 1969, John Lennon gettava i semi della sua carriera solistica (il secondo album con Yoko, i primi taglienti 45 giri, un live) e scandalizzava i benpensanti portandoli a spiare nella sua camera da letto di fresco sposo, durante la celebre campagna pacifista “Bed In”. Tanta carne al fuoco, insomma, fuoco che infiammò un’epoca intensa e irripetibile i cui germi attecchiscono ancora. Nei solchi di quei dischi “che hanno cambiato il rock” sono le radici di ciò che ascoltiamo oggi.

LEGGI ANCHE: I 10 dischi del 1969 che non potete non avere

Sceriffi democratici: la sinistra alle prese con la sicurezza

Ronde a Genova
“Noi siamo come i cristiani se gli avessero detto che Gesù Cristo non è mai esistito”. È il 1989: il Muro è da poco crollato; la frase, destinata a restare negli annali della politica italiana, è di Nilde Jotti e spiega bene il senso di smarrimento del mondo comunista all’indomani della deflagrazione a Est Europa. “Né Nilde Jotti né nessun altro” scrive il giornalista Jacopo Tondelli “avrebbero immaginato che, di lì a pochissimi anni, quella stessa classe dirigente, appena rimasta irrimediabilmente orfana del suo orizzonte di senso pluridecennale, dovesse candidarisi - con realistiche probabilità di successo -  alla guida del paese e di molte amministrazioni locali prima quasi naturale appannaggio della Democrazia Cristiana e/o del Partito Socialista, spazzati via da Tangentopoli e dalle inchieste di Mani Pulite”.
Governare (o amministrare) significa però essere anche alle prese con questioni spinosissime e assai scabrose. In primis, il problema sicurezza che in dati momenti è diventato quasi una nevrosi collettiva e che ha rappresentato il vero banco di prova di una classe dirigente uscita dalle macerie del Pci.
Sceriffi democratici di Jacopo Tondelli, da poco pubblicato da Marsilio, è una lunga inchiesta attraverso i meandri della sinistra di governo, con cinque interviste ad altrettanti amministratori locali.  Genova, Torino e Padova con i sindaci Marta Vincenzi, Sergio Chiamparino e Flavio Zanonato, Firenze con il primo cittadino uscente Leonardo Dominici e Milano con il presidente della provincia Filippo Penati. Cinque storie, cinque casi diversi per affrontare il binomio legalità-sicurezza. In esclusiva per i lettori di Panorama.it, pubblichiamo l’intervista dell’autore al sindaco genovese. Clicca qui per leggere il testo in pdf.

Chavez regala Galeano a Obama e le vendite decollano

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Hugo Chavez oltre che presidente del Venezuela è anche un efficacissimo promotore culturale. Durante il summit delle Americhe a Trinidad, sabato scorso, ha regalato a Barak Obama Le vene aperte dell’America Latina, il libro-denuncia dello sfruttamento del continente sudamericano nel corso dei secoli scritto nel 1971 dall’uruguaiano Eduardo Galeano. In meno di 24 ore il titolo è schizzato al numero due nella top ten di Amazon (dal posto numero 60.280 dove si trovava venerdì). Il volume dello scrittore uruguaiano risulta in testa alla lista dei ‘Movers and Shakers’, l’elenco dei volumi che sulla popolare libreria online vengono ritenuti i protagonisti del momento. Le ricadute commerciali del dono hanno spinto Chavez a proporre all’omologo americano di fare affari insieme nel campo dell’editoria. “Così ho detto a Obama, mettiamoci in affari. Promuoveremo libri… Io ne darò uno a te e tu me ne darai un altro”, ha detto divertito ai giornalisti il presidente venezuelano al termine del vertice delle Americhe contraddistinto dal disgelo tra Usa, Venezuela e Cuba.
Da parte sua Obama ha chiarito che considera il regalo di Chavez un “gesto gentile” perché “io sono un lettore”. Ma oltre che un gesto distensivo si tratta anche di un ‘memento’ per ricordare al nuovo inquilino della Casa Bianca di non commettere gli errori dei suoi predecessori. Il libro di Galeano è infatti un’analisi delle cause del sottosviluppo dell’America Latina ed è critico sul ruolo degli Usa.
Obama, ha detto il suo portavoce Robert Gibbs, probabilmente non lo leggerà “perché è in spagnolo”. Il presidente americano si è mostrato sorpreso quando Chavez si è avvicinato per dargli il libro e in seguito ha scherzato dicendo che pensava che fosse un volume scritto dal leader venezuelano: “Stavo per dargli in cambio uno dei miei libri”, ha detto Obama.
È la seconda volta che Chavez, indirettamente, si mostra come sponsor di libri: a settembre del 2006 la sua citazione del libro di Noam Chomsky Egemonia o sopravvivenza. I rischi del dominio globale americano fecero decollare le vendite del guru antiglobalizzazione.

Pronto il seguito de Il Codice Da Vinci

Dan Brown
Il 15 settembre uscirà in contemporanea negli Usa, in Gran Bretagna e Canada The Lost Symbol (Il simbolo perduto), il seguito del bestseller di Dan Brown, il Codice Da Vinci venduto in tutto il mondo in 70 milioni di copie. Lo ha reso noto la casa editrice Random House che ha stampato una prima tiratura record di 5 milioni di copie. Al centro del libro ancora una volta l’iconologo-detective Robert Langdon, protagonista anche del primo Angeli e demoni. “Questo romanzo” ha spiegato Brown in un comunicato “è stato un viaggio strano e meraviglioso. Rendere cinque anni di ricerche in una storia che si svolge in un arco di tempo di 12 ore è stata una sfida stimolante”. “La vita di Robert Langdon si muove chiaramente molto più velocemente della mia”, si è limitato a commentare l’autore senza fornire ulteriori particolari.

Le ali bruciate di Scampia. Intervista a Davide Cerullo

Ali bruciate. I bambini di Scampia
Da Scampia con speranza. È questo il filo rosso di Ali bruciate. I bambini di Scampia scritto a quattro mani da Davide Cerullo e Alessandro Pronzato per le edizioni Paoline.
Un libro che è una testimonianza diretta da quello che è considerato l’inespugnabile fortino della Camorra. Panorama.it ha incontrato Davide Cerullo alle Vele, un complesso di case in cui è stato girato il film Gomorra, il cuore pulsante di Scampia.
Davide, come era la sua vita qui a Scampia?
A 14 anni facevo il pusher, vendevo droga, guadagnavo 500 euro al giorno. Era una vita che aveva comunque il suo fascino anche se per questo fin da giovanissimo ho conosciuto il carcere. Sono entrato e uscito più volte ma ho continuato lo stesso a condurre quella vita sregolata . Un giorno, ritornando dall’ora d’aria ho trovato un Vangelo lasciato da qualcuno su una branda. L’ho aperto e ho trovato il mio nome, Davide, ripetuto più volte. Qualcosa è scattato in me.
Da lì un cammino, faticoso, di trasformazione, il desiderio e la riuscita di diventare altro da quello che era nei ranghi della Camorra. Quanto la fotografia, la scrittura l’hanno aiutata?
Tantissimo. Mi sono sentito come il personaggio interpretato da Benigni ne La tigre e la neve che riesce a passare il checkpoint perché è un poeta. Ecco la poesia e l’arte sono stati il mio lasciapassare verso una condizione migliore. Ha visto la foto della copertina? L’ho fatta io dentro Le Vele, dove ho abitato per tanti anni. Mi piace scattare foto perchè prima fermo l’immagine con la mente e dunque rifletto sul mondo. Ecco quel bambino io l’ho visto, sembrava me da piccolo, in mezzo all’amianto e l’ho bloccato nel tempo.
Nel suo libro sono proprio i bambini di Scampia i protagonisti. Racconta le loro storie con sullo sfondo la tragica realtà degli adulti. Bambini che per esempio diventano criminali per aiutare i genitori a sfamare il resto della famiglia.
Sì, è la storia di tanti qui. Però quello che io voglio dire con questo libro alla mia gente, alla gente delle Vele, è che anche se si sbaglia non è vero che nessuno è irrecuperabile. Gli irrecuperabili sono solo un’invenzione della nostra malafede che ci fa credere che tutto è perso, che non si può fare nulla, che tutto è irrimediabilmente compromesso.
E invece ai lettori che non sono di Scampia che messaggio vorrebbe far arrivare?
Che a Scampia, alle Vele in particolare, abita anche tanta gente perbene, solidale, che vive realmente ogni giorno in comunione con gli altri. Solo che bisogna dare a questa gente uno straccio di opportunità, un’alternativa. E allora si potranno fare davvero miracoli. Io senza Scampia nel cuore non posso vivere. Vede quest’area verde qui intorno? Un tempo era tutta campagna e io bambino venivo ad aiutare mio padre che pascolava le pecore. Per me questo resta il quartiere più bello di Napoli. Vorrei che lo fosse per tutti.

Afghanistan, ultima trincea. Cronache di un inviato di guerra

Diario di guerra dall'ultimo avamposto italiano
Si intitola Afghanistan, ultima trincea, edito da Boroli. A scriverlo, con i contributi del suo collega e amico Fausto Biloslavo, è Gian Micalessin, inviato de Il Giornale e grande conoscitore dell’Afghanistan. Dove è tornato 25 anni dopo il suo primo reportage per capire cosa è cambiato ma soprattutto dove sta andando un paese provato dalla guerra e da interessi internazionali. Panorama.it ha incontrato l’autore.
Questo libro comincia virtualmente molto indietro nel tempo, nel 1983. Cosa è cambiato rispetto alla prima volta che è stato in Afghanistan?
Nel 1983, quando sono partito per l’Afghanistan per il mio primo vero reportage in compagnia di Almerigo Grilz e Fausto Biloslavo, questo paese rappresentava il Vietnam dell’Unione Sovietica. Per me, che da ragazzino sognavo di fare il reporter a Saigon, l’Afghanistan è stata dunque la guerra dove l’armata Rossa simbolo della potenza militare comunista si ritrovava impantanata, incapace di venir a capo di una resistenza povera e male armata. Quella guerra ha segnato la fine dell’Unione Sovietica. Oggi, invece, l’Afghanistan rischia di diventare l’ultima trincea di un Occidente che ha dimenticato le promesse di sviluppo, sicurezza e stabilità politica fatte al popolo afghano nel 2001. Per questo 25 anni dopo l’Afghanistan è la sfida che non possiamo perdere.
Nel libro lei racconta senza censure la guerra degli Italiani in Afghanistan, quasi un argomento tabù
Il libro segue le missioni della Task Force 45, l’unità composta esclusivamente da incursori delle forze speciali che da tre anni combatte nella provincia di Farah per bloccare l’infiltrazione dei talebani.
Fino all’estate dello scorso anno, una sorta di liturgia concertata da politica e dei mezzi d’informazione ha descritto la nostra missione in Afghanistan come una spedizione di crocerossine intente soltanto a distribuire aiuti, costruire pizzerie ed abbellire città. L’esercito italiano fa anche questo, ma non solo questo. La sua presenza è fondamentale per garantire attraverso l’uso di armi e mezzi la sicurezza nei territori affidatici dalla Nato. Nascondere questa realtà significa negare ai nostri soldati l’orgoglio di una professione che si realizza anche attraverso il corretto e responsabile uso della forza, significa vergognarsi del lavoro di chi rischia la pelle, significa ipocrisia mediatica e politica.
È recentissima la notizia che nel contingente italiano si aggiungeranno 200 soldati ai 2800 presenti. Una missione che adesso costa 1000 euro al minuto. Ha ancora senso essere presenti in Afghanistan e in questa forma?
Siamo in una fase in cui è necessario il massimo impegno militare per riguadagnare il terreno perduto negli anni passati, ma non dobbiamo e non possiamo pensare all’Afghanistan come ad una guerra da vincere sul campo. In Afghanistan nessuno, a partire dagli inglesi per arrivare ai sovietici, ha mai vinto sul terreno. Nel breve periodo le nuove truppe sono indispensabili per garantire la sicurezza delle popolazioni nelle regioni dove l’infiltrazione dei talebani è più pesante, ma anche ad avviare nuove strategie di collaborazione con i civili per conquistarne - come in ogni campagna anti insurrezionale - il cuore e la mente. Un maggior numero di truppe è indispensabile per controllare quelle frontiere con il Pakistan dove si annidano i santuari di Al Qaida e dei talebani.
Nel libro, oltre che della presenza degli italiani lei racconta di antropologi, di talebani, di civili e di marines, una mescolanza umana che è difficile incontrare in altre parti del mondo…
La sfida afghana non può esser concepita come una guerra, ma come una missione complessa e sfaccettata dove per conquistare il cuore e la mente delle popolazioni sono necessarie non solo le armi, indispensabili per garantire la sicurezza, ma tutte le risorse a disposizione del nostro mondo. Antropologi per comprendere il tessuto etnico e sociale, aziende e organizzazioni umanitarie per ricostruire il paese, politici e analisti per definire strategie comuni in ambito Nato.
Quali sono le priorità ancora non risolte nel paese?
Il primo obiettivo è ridefinire i rapporti con il governo tagliando ogni collaborazione con gli esponenti più corrotti. Solo così potremo arrivare ad una corretta distribuzione degli aiuti allo sviluppo ed eliminare quella palude di povertà in cui si nutrono e crescono i talebani. Il secondo imperativo è unificare il comando di tutte le truppe americane e della Nato spingendo gli Usa a metter fine a quell’operazione Enduring Freedom gestita soltanto da Washington che di fatto è un fossile della guerra del 2001. Quella missione continua ad operare con schemi soltanto militari spesso compromettendo gli sforzi della Nato e i tentativi di riconquistare la fiducia della popolazione. Soltanto in un Afghanistan pacificato, libero da influenze fondamentaliste e avviato sulla strada dello sviluppo sarà possibile garantire alle donne diritti e dignità.

Catturandi, la squadra che bracca i latitanti mafiosi diventa un libro

La cattura di Bernardo Provenzano
È da poco uscito, pubblicato da Dario Flaccovio Editore, Catturandi. L’autore, di cui per ragioni di sicurezza vengono solo date le iniziali, I.M.D. è un poliziotto di 36 anni che racconta in prima persona cosa significhi operare all’interno della Catturandi della Squadra Mobile di Palermo, una squadra d’élite creata esclusivamente per catturare latitanti mafiosi come per esempio Giovanni Brusca, Salvatore e Sandro lo Piccolo, Bernando Provenzano. Panorama.it ha incontrato in esclusiva l’autore.
La Catturandi è per molti un mito. È aperta a uomini e donne, ma che doti bisogna avere per farne parte?
Sicuramente sangue freddo ma non si deve pensare che sia una cosa da film. Il rischio chiaramente c’è, soprattutto nelle operazioni vere e proprie ma fondamentalmente quello che conta è l’attività di intelligence. È come se si giocasse in continuazione una partita a scacchi dove i mafiosi fanno una mossa e noi la nostra contromossa e viceversa. Quando per esempio abbiamo lavorato per la cattura del boss Lo Piccolo, i suoi per vedere se fossero seguiti si infilavano contromano in alcune strade a senso unico. Piano piano abbiamo capito la loro strategia e abbiamo piazzato telecamere all’uscita delle strade per tenerli continuamente d’occhio e farci portare al nascondiglio del boss. Alla fine lo abbiamo arrestato.
Nel suo libro dedica un ampio spazio ai pizzini ovvero quei messaggi su piccoli pezzetti di carta che, ad esempio, il latitante Provenzano inviava alla sua rete di contatti. Un puzzle stile Codice da Vinci?
Sì, proprio cosi, eppure sono un elemento fondamentale per la ricostruzione della verità. Provenzano per esempio nominava i suoi con alcuni numeri specifici. Ora, l’identificazione di questi numeri, la loro associazione ad un nome è stato importantissimo per arrivare alla sua cattura.
Come è cambiata la mafia in questi anni dal punto di vista della Catturandi?
La mafia si è parcellizzata, è diventata un’organizzazione costituita da più satelliti che sono in contatto fra di loro e che agiscono indipendentemente l’uno dall’altro nel rispetto di regole di base che sono ad esempio quelle di un limite territoriale ben definito, del riconoscimento delle gerarchie, dell’importanza del mantenimento delle famiglie di chi è in galera.
Lo Stato riuscirà prima o poi a sconfiggerla ?
È una questione di investimenti culturali e di risorse economiche e strutturali. Mi spiego meglio. Se a fianco di un’attività di repressione, che comunque va mantenuta (i latitanti, i mafiosi vanno catturati) si affianca un investimento culturale e quindi si cominciano a sostituire con lo stato i vuoti lasciati dalla mafia allora lì la vittoria è sicura. Se invece rimangono questi vuoti e la mafia vi si insinua allora in quel caso lo Stato non può vincere.
Lei ha partecipato a tanti blitz importanti, tra cui quello che ha portato alla cattura di Bernando Provenzano l’11 aprile del 2006. Che ricordo ha di quel giorno?
Il viso di Provenzano, i suoi occhi. Quando l’abbiamo catturato non ha battuto ciglio. Rispetto agli altri mafiosi che comunque in qualche modo hanno reagito, chi in modo aggressivo chi in modo passivo, lui invece è rimasto indifferente come se fosse riuscito ad isolarsi con la mente da quello che che stava accadendo, un vero padrino.

Il suggeritore di Donato Carrisi: il boom internazionale di un thriller italiano

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Al suo esordio in pochi mesi è già diventato un autore cult, di cui lettori avidi sperano e aspettano una seconda pubblicazione. È nato a Martina Franca (Ta), ma se nella quarta di copertina del suo primo libro fossero indicati natali a Filadelfia, come un certo Michael Connelly, o a Glen Ellyn, come un tal Jeffery Deaver, nessuno si stupirebbe. Il suo nome è Donato Carrisi, è italianissimo ma il thriller con cui debutta nell’editoria ha il sapore dei migliori gialli americani.
Il suggeritore, edito da Longanesi, ha un ritmo intenso che in 468 pagine non cala mai, senza ridursi a un poliziesco tutto suspense e poco spessore. Sapientemente scritto, tanto da lasciare continuamente aperta la porta a una nuova curiosità da soddisfare voracemente con la lettura, inscena il macabro rituale di un serial killer di bambine, sulle cui tracce c’è la squadra guidata dal criminologo Goran Gavila. Capace di andar oltre gli schemi nascosti del crimine, il primo a sapere che un assassino pur nella sua brutalità non è un mostro ma un essere umano, il criminologo ha accanto l’investigatrice Mila Vasquez, chiamata come supporto alle indagini e specializzata nella ricerca di persone scomparse. Insieme i due pian piano svelano gli inganni piazzati con inquietante accuratezza apposta per loro, ma appena riescono a dar nome a un male ecco che ne scoprono un altro ancor più grande, in una catena di delitti in cui quasi niente è come pare.
Realizzando una trama ricca e ben ordita, intessuta di conoscenze mediche e investigative, per Il suggeritore Carrisi si è avvalso dei suoi studi universitari, essendo laureato in Giurisprudenza con tesi su Luigi Chiatti, il “mostro di Foligno”, e specializzazione in criminologia e scienza del comportamento, e ha attinto alle ricerche dell’FBI, fautrice della più preziosa banca dati in materia di serial killer e crimini violenti. Lo scrittore trentaseienne di origini pugliesi, ma residente a Roma, dal ‘99 è sceneggiatore per cinema e tv: tra i suoi script ci sono Nassiriya - Prima della fine per Canale 5 ed Era mio fratello per Rai 1.

Panorama.it ha incontrato Donato Carrisi.
Carrisi, Il suggeritore sembra sia stato un successo annunciato: ancor prima che il libro uscisse in Italia, ne ha venduto i  diritti all’estero. Ci racconta come è andata?
Ho sempre fatto lo sceneggiatore e non conoscevo l’ambiente dell’editoria, però ho mollato tutto per un anno per scrivere questo libro perché avevo un’idea che premeva, con panico del mio agente che intanto mi vedeva rifiutare lavori. L’ho presentato a Luigi Bernabò, lo stesso agente editoriale di Ken Follet e Dan Brown, che lo ha preso subito. Quindi è partita l’asta in Italia, vinta da Longanesi. Subito dopo in Spagna ne ha acquisito i diritti Planeta, la stessa casa editrice che pubblica Carlos Ruiz Zafón. Tra qualche giorno uscirà in Olanda, e già è stato comprato in Germania, Francia, Gran Bretagna, Portogallo, Grecia, Russia, Brasile, ora è in via di definizione negli Stati Uniti. La mia storia è un po’ una fiaba, sono un po’ una Cenerentola. Ma il primo libro è anche questione di fortuna: se uno scrittore è valido si vede dal secondo romanzo.
E allora chiediamo subito quello che molti lettori vogliono sapere: ci sarà un secondo libro o ancor meglio un sequel?
C’è già qualcosa in mente, ma dire che sarà un sequel è prematuro. Un sequel potrà nascere, ma magari sarà il decimo libro che realizzerò. Le idee comunque ci sono, quelle non mi mancano, anche come sceneggiatore.
Al proposito, l’essere sceneggiatore può forse averla aiutata in questo boom?
Non credo abbia influito. Mi ha aiutato sì a scrivere, visto che avevo già una scrittura cinematografica che molti mi hanno detto di aver scorto ne Il suggeritore. Ma tutti si sono innamorati della storia, originariamente nata come trattamento cinematografico: contavo di farci un film, ma poi è maturata la voglia di trarne un romanzo.
Nel libro ci sono tanti particolari che richiedono studio e conoscenze, dai dettagliati referti delle autopsie alle innovative tecniche investigative: per tutta questa documentazione è bastato un anno?
No, la ricerca inizia molto prima, ho accumulato materiali per anni. Un anno di lavoro è stato solo per scrivere e per realizzare la struttura della storia. Tra l’altro io ho conoscenze di criminologia per gli studi effettuati, ma certe storie le devi rubare, devi essere documentato su tutto: il lettore del thriller non ti perdona niente. Finite le ricerche mi sono dedicato alla struttura, che è come dare una chiave di violino a una composizione musicale e che ho studiato finemente anche nella composizione delle pagine, su come dovesse finire un capitolo e aprirsene un altro.
Il titolo in realtà dà subito la chiave di soluzione del thriller, ma per assurdo se ne prende consapevolezza solo nel finale…
Il suggeritore non è il titolo che originariamente avevo messo io, che era Lobos (in spagnolo Lupi, ndr). In effetti, un po’ come nel film Il sesto senso, le risposte sono lì, già nella prima pagina, in questo uomo in carcere… Ma poi te lo faccio dimenticare, pur non barando. Metto tutto lì, ma tramite le tecniche narrative adottate nessuno arriva alla soluzione se non alle ultime pagine.
Il romanzo non ha un’ambientazione precisa, non è nominata alcuna città o stato, ma i protagonisti hanno nomi che si vedrebbero bene addosso ad americani. Nella sua volontà c’era già l’intento di dare un alone di internazionalità?
Il melting pot funziona molto, e poi era difficile come autore italiano ambientare la storia negli Stati Uniti, come pure non era molto vedibile in Italia. Si ambientava male in un luogo, così ho preferito omettere.
Anche le tecniche investigative sembrano più americane che italiane, quasi alla Criminal Minds.
Sì, me lo dicono in molti anche se io Criminal Minds non l’ho mai visto. Si tratta comunque di tecniche ormai acquisite anche in Europa.
Ne Il suggeritore c’è un’escalation dell’orrore, eppure il libro non rimane mai splatter né terribilmente crudo. Condivide?
Sì, ho bandito la violenza da quelle pagine, ho preferito raccontare il male alla base. Mi interessava suscitare paure: anche per questo ho scelto delle bambine come vittime, perché mi riferisco al bambino che è in ognuno di noi, ai nostri retaggi.
Un concetto che ripete spesso è che il mostro non è un mostro e tutti hanno lati oscuri.
Noi abbiamo un filtro nell’esame dei fatti criminali che ci proviene dai mass media. L’opinione pubblica vuole essere consolata, vuole pensare che certi individui sono un’eccezione. A tutti noi piacerebbe immaginare che il criminale sia un mostro, quindi diverso da noi. Ma il male ha sembianze umane.
Aveva qualche esempio letterario in mente mentre scriveva il libro?
Credo ci sia una formazione indispensabile per ogni scrittore, nelle letture fatte. Io devo molto a Giorgio Faletti, che mi ha dato il coraggio di scrivere un thriller sdoganando il genere in Italia. Per me è un maestro, come lo sono Michael Connelly, Jeffery Deaver e, più che altro per la struttura che adotta che crea coinvolgimento e voglia di leggere Il codice da Vinci tutto d’un fiato, Dan Brown. Poi io sono comunque onnivoro, leggo di tutto, anche le storie d’amore. Non mi piacciono però gli happy end né la distinzione tra buoni e cattivi.
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La copertina del thriller Il suggeritore di Donato Carrisi

Il diario del vampiro. La messa nera: in Italia il quarto libro della saga di Lisa Jane Smith

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Particolare della copertina de Il diario del vampiro. La messa nera

Non si smorza l’interesse sui vampiri e dopo campioni di vendite come Twilight e compagni di serie firmata Stephenie Meyer o l’isolato Lasciami entrare dello svedese John Ajvide Lindqvist, una nuova saga “crepuscolare” scala le classifiche internazionali. E c’è ancora un’autrice americana dietro al successo, Lisa Jane Smith. I primi tre volumi del suo Il diario del vampiro, tradotto in circa trenta lingue, in Italia hanno venduto oltre 130 mila copie. E proprio in questi giorni, il 16 aprile, arriva il quarto romanzo, sempre edito da Newton Compton. Dopo Il diario del vampiro. Il risveglio, Il diario del vampiro. La lotta, Il diario del vampiro. La furia, è ora la volta de Il diario del vampiro. La messa nera. E il 25 giugno sarà la volta dell’atto finale con il quinto libro, Il diario del vampiro. Il ritorno.
La Smith, i cui libri intrecciano horror a romantico e fantasy, racconta la storia dark e rosa di Elena Gilbert, studentessa del liceo di Fell’s Church, amena località della Virginia, la cui vita viene rivoluzionata da un misterioso compagno di scuola, Stefan Salvatore, che nasconde parecchi orribili segreti. Stefan è un vampiro, e non è l’unico. Il ragazzo ha un fratello maggiore, Damon. I due sono diversi come lo sono il giorno e la notte: mentre Stefan è buono, Damon è cattivo. Elena, suo malgrado, si ritrova invischiata in un gioco più grande di lei: i due fratelli iniziano una battaglia, senza esclusione di colpi, per la sua anima. E ben presto, sul filo dell’amore e dell’odio, in gioco non c’è solo l’anima di Elena ma anche quella dei suoi amici e dell’intera cittadina in cui vive.
Il diario del vampiro. La messa nera va a inserirsi in questa trama aperta, ed è narrato soprattutto sotto il punto di vista di Bonnie, una delle migliori amiche di Elena. Dalla scomparsa di quest’ultima non c’è più traccia dei due fratelli vampiri Stefan e Damon. Intanto Caroline, ex amica e poi rivale di Elena, è decisa a riconquistarsi le sue vecchie compagne: Bonnie, dotata di poteri paranormali, e la risoluta e sfuggente Meredith. Ma Bonnie sa che qualcosa sta per accadere. Sente che l’immane forza malvagia che ha già seminato tanto terrore sta tornando. Altro male sta per abbattersi sugli abitanti di Fell’s Church, un male inaudito…
Dato l’enorme successo dei libri di Lisa Jane Smith, negli Stati Uniti è già in preparazione una serie tv ispirata alla saga. La CW ha messo in cantiere il pilot de Il diario del vampiro (Vampire Diaries). Il cast si sta componendo in questi giorni. Per ora sono stati scelti Ian Somerhalder, il Boone Carlyle di Lost, e Nina Dobrev, per interpretare rispettivamente il magnifico e crudele Damon e la bella Elena. Nei panni dell’atletico Matt, l’ex ragazzo di Elena, Zach Roerig, in quelli di sua sorella Kayla Ewell e per il fratello di Elena Steven R. McQueen.

Qui un assaggio dei primi capitoli de Il diario del vampiro. La messa nera (in pdf) messi a disposizione dalla Newton Compton Editori.

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