Lisbona
(Credits: Fr Antunes by Flickr)
Di Michele Lauro
Per il suo sessantesimo anniversario la Biblioteca Universale Rizzoli o BUR, che dal 1949 pubblica in formato tascabile classici delle aree culturali più disparate, si regala una mini collana da collezione, sei volumi al mese ciascuno dei quali composto da una selezione di sessanta opere di uno degli autori in catalogo, con una prefazione scritta ex novo da altri scrittori, artisti, giornalisti di fama. Con le sue Poesie - introdotte da José Saramago - Fernando Pessoa fa parte della prima tornata di uscite. Ma non solo. Contemporaneamente la BUR pubblica anche l’edizione completa dell’opera in versi firmata dal poeta portoghese Il mondo che non vedo - Poesie ortonime, a cura di Piero Ceccucci, autore anche di una dotta introduzione.
“Questo Fernando Pessoa non riuscì mai a essere davvero sicuro di chi fosse, ma grazie al suo dubbio possiamo riuscire a sapere un po’ di più su chi siamo noi”: così conclude la sua postfazione il conterraneo Saramago, che di Pessoa ha metaforicamente raccolto lo scettro di portavoce della lingua e del mood lusitano. In effetti Fernando Pessoa (1888-1935) rappresenta un enigmatico e sfaccettato prisma che solo tardivamente è stato riconosciuto come una delle figure più influenti della modernità. La sua opera ha il carattere di un work in progress infinito e circolare, complicato dalla faccenda dell’eteronimia, cioè il “teatro dei suoi personaggi privi di teatro” come ha scritto Tabucchi, una folla di maschere più reali della sua stessa vita a cui ha regalato dignità letteraria propria. Personaggi attraverso cui il poeta è uscito dal proprio ego, scegliendo la non permanenza. Ma il corpus delle poesie ortonime, quelle firmate dalla sua stessa pessoa (persona, in lusitano), abbraccia nel suo insieme la “visione” del poeta, come una finestra spalancata su due mondi: quello interiore, ricchissimo spazio votato ora al sogno ora al tedio, ora a incorporare del mondo ogni riflesso che si fa sensazione; e quello esteriore, il racconto poetico di ciò che è per definizione “non raccontabile” come la brezza, i colori della natura, la luce, fino all’ironica e coraggiosa denuncia dello spirito illiberale e autoritario del salazarismo, presto sfociato in una dittatura che Pessoa avvertiva con un senso di nausea civile: “Antonio de Oliveira Salazar. / Tre nomi in sequenza regolare… / Antonio è Antonio. / Oliveira è un albero. / Salazar è solo un cognome. / Fin qui va bene. / Ciò che non ha senso / è il senso che tutto questo ha (Antonio de Oliveira Salazar).
Aprendo a caso il “tascabile” di mille pagine e ponendoci in una dimensione d’animo di ascolto - Pessoa ha sempre bordeggiato con l’esoterismo e la teosofia e lui stesso si definiva “cristiano gnostico” - avremo una prova di ciò che dice Saramago. La sua metafisica delle sensazioni, intessuta di giochi linguistici e arabeschi simbolici e continue divagazioni sullo “scrivere sulla scrittura”, può entrare infatti nell’anima al di sopra (o al di sotto) delle barriere intellettualistiche, a quello stesso livello inconscio in cui Pessoa il modesto impiegato veniva preso dal suo raptus e scriveva, scriveva. Di getto. “Se sto solo, voglio non esserlo, / se non lo sono, voglio star solo. / Insomma, voglio sempre stare / Nel modo in cui non sto.” (da Se sto solo). Proprio mentre il dottor Freud nel centro d’Europa giungeva a scoprire il primato dell’inconscio, Fernando Pessoa dava voce poetica al malessere esistenziale e alla crisi del soggetto. “Sul verde cupo dell’ampio fiume / i circonflessi bianchi dei gabbiani… / Sull’anima l’aleggiare inutile / di ciò che non fu, né può essere, e è tutto” (da Vi son mali peggiori). Come dire, non sono più quella maschera, non più i miei ricordi, non più il mio corpo. E se non sono niente di tutto questo, posso permettermi di essere tutto. Sono i suoi ultimi versi, datati 19 novembre 1935.
Fernando Pessoa
Il mondo che non vedo - Poesie ortonime
Rizzoli Bur 2009
Fernando Pessoa
Poesie
Rizzoli Bur 2009
- Venerdì 3 Aprile 2009

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