
Conservatore, fiero propugnatore e difensore della libertà di pensiero, borghese allergico ai salotti e ai padroni ”che anche quando cominciano bene finiscono male”, sferzante, ironico, appassionato, fino alla fine. È il ritratto che esce da Montanelli, L’anarchico borghese secondo capitolo (il primo, Lo stregone - La prima vita di Indro Montanelli, è uscito nel 2006). Il volume, pubblicato da Einaudi e firmato da Sandro Gerbi e Raffaele Liucci, è la biografia dedicata al maestro del giornalismo scomparso nell’estate del 2001 a 92 anni, di cui tra qualche settimana, il 22 aprile, ricorrerà il centenario della nascita. Come per il primo volume (che aveva coperto il periodo dal 1909 al 1957), i due autori non hanno fatto ricorso ”né alle inaffidabili fonti orali né alla vasta aneddotica e neppure ai lavori su Montanelli non improntati a un rigoroso metodo storiografico”, ma si sono basati su un’attentissimo lavoro d’archivio e una lettura sistematica di tutti gli articoli, montanelliani e non, che potessero essergli utili. In questa seconda parte, che va dal 1958 alla morte del giornalista, emerge appieno la sua anima di anarchico sui generis come amava definirsi. ”Sono un anarchico” scriveva “indico dei punti di riferimento, senza volermi in essi identificare, alla Prezzolini o alla Longanesi. Che è un modo difficile, ingrato, in qualche modo contraddittorio, di esserlo”. Nel viaggio biografico, lo seguiamo partendo dal periodo al Corriere (dov’era entrato nel 1938) dal 1958 al 1973: anni in cui ci sono il suo lento superamento della chiusura al centro sinistra; gli attacchi a Enrico Mattei di cui criticava ferocemente gli abusi. E poi è implacabile contro i baroni universitari ma boccia gli ‘estremismi’ dei sessantottini. Si schiera in difesa della legge sul divorzio, denuncia il degrado in cui è abbandonata Venezia a inizio anni ‘70. Riparte, dopo il divorzio dal Corriere nel 1973, con una nuova avventura, la fondazione de Il Giornale, testata d’opinione su posizioni conservatrici che debutta in edicola nel 1974. Con questo passaggio, secondo Gerbi e Liucci forse ”Montanelli diventa un giornalista politico a tutto tondo”. Assume anche posizioni contestate dai suoi lettori, come l’essere contrario all’introduzione in Italia alla pena di morte. Sono gli anni in cui vende 170000 copie al giorno e lancia l’appello ”Votate Dc, turandovi il naso”. Un periodo di tensioni politiche e sociali che culmina con il suo ferimento ad opera delle Brigate Rosse il 2 giugno 1977. ”Io dico che questi sono poveri diavoli” scrive il giornalista dall’ospedale “meritano più disprezzo che odio”. Nel 1993 un suo nuovo gran rifiuto: quando lascia la direzione de Il Giornale, perché contrario all’entrata nell’arena politica di Silvio Berlusconi, a lungo maggiore azionista della testata, che gli aveva chiesto di supportare la sua campagna politica. Nel 1994 parte l’avventura a breve termine de La Voce, e l’anno dopo c’e’ il suo celebrato ritorno al Corriere. Muore in una clinica di Milano il 22 luglio del 2001, non prima di essersi scritto il necrologio, che viene pubblicato sulla prima pagina del Corriere: ”Giunto al termine della sua lunga e tormentata esistenza, Indro Montanelli, giornalista (Fucecchio 1909), prende congedo dai suoi lettori ringraziandoli dell’affetto e della fedeltà con cui l’hanno seguito”.
(Fonte: ANSA).
- Lunedì 6 Aprile 2009

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