Attenti alla rose, l’avvertenza di Pino Roveredo

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Sergio viene abbandonato dalla moglie all’improvviso. Almeno a lui sembra così. Si accorge a malapena del cassetto di biancheria o della scarpiera che pian piano si svuotano degli oggetti di Gianna che medita la fuga. Ignora il lento spegnersi della femminilità di lei sotto l’abitudine e l’indifferenza. Non nota il viso e il corpo invecchiati della compagna, ormai trattata non troppo diversamente da una donna di servizio.
E tutto il dolore di questo abbandono, con la rabbia che molto lentamente si scioglie in consapevolezza dei propri errori, è raccolto in Attenti alle rose, nuovo romanzo di Pino Roveredo edito da Bompiani. Con frequenti sprazzi di liricità ed espedienti stilistici evocativi, lo scrittore triestino, Premio Campiello 2005 con Mandami a dire (una raccolta di racconti dedicati a personaggi solitari spesso costretti a vivere al margine della società), accompagna Sergio verso l’autocoscienza. In questo processo di acquisizione di lucidità il protagonista è aiutato dall’incontro di nove “rose”, storie particolari: come quella di una prostituta senza nome scappata dalla sua terra per un angolo di marciapiede e per maschi “con la testa nei pantaloni e il cuore nel portafoglio”, o quella di Teresa Desanti, bella barista “sotto la scorta severa del marito”, apparsa felice e “serena come una vacanza” solo per brevi istanti nel segreto di un giovane amore.

Panorama.it ha incontrato Pino Roveredo, che senza imbarazzo ricorda anche il suo passato difficile, con problemi di disagio sociale e alcolismo.

Pino Roveredo, Attenti alle rose è il titolo del libro e anche la sua frase finale. Ma che cos’è? Un mettere in guardia da qualcosa di temibile, le potenziali spine delle rose, o un monito a non maltrattare e trascurare ciò che può poi pungere?
È un’avvertenza. In questo romanzo racconto di una distanza, di una persona che ha pretese e un passo certo, e invece scivola. Prima parla della compagna andatesene con il rancore di una proprietà, perché è “Sua moglie”. Ma poi incrocia le rose che prima non notava…

Le rose sono le donne o più in generale gli amori da coltivare con cura?
Anche il mio precedente libro Cara creatura era dedicato ai muscoli delle donne, alle quali riconosco grandi capacità che gli uomini non hanno. E Attenti alle rose è una riflessione a prestar loro attenzione: le donne vanno curate altrimenti rischiano di appassire.

Da cosa nasce questo libro?
L’ho scritto per ammorbidirmi le mani e per dar spazio alla storia degli incroci fatti nel passato nelle osterie, nelle fabbriche… Tra le rose che Sergio incontra c’è il racconto di due matti: io ho vissuto anche in manicomio… E c’è anche la storia di una prostituta, come di una moglie che per trent’anni è stata trattata al pari di una cameriera dal consorte, che odiava i fiori e li proibiva in casa, e poi sulla tomba di lui si vendica portando margherite, tulipani… Io faccio l’autista di parole e le trasporto su carta. Attenti alle rose è pure un affondo alla stupida dignità del maschio.

Non si sente un po’ femminista?
A volte mi dicono “Lei scrive come una donna” e per me è un grande complimento.

Lei alterna liricità a ironia, con accostamenti di parole evocative. Come lavora al suo stile? È qualcosa di urgente e spontaneo o un’elaborazione?
Da anni scrivo parlando. Vivo su un rione popolare, sento i miei vicini che dicono “Pino sta scrivendo”… Io prima mi racconto quello che voglio comunicare e se mi piace lo riporto.

Com’è cambiato il Roveredo di Mandami a dire, Campiello nel 2005, da quello di oggi di Attenti alle rose?
Soffro di vertigine quindi difficilmente volo. Ma ogni tanto lo faccio, anche se resto sempre un operatore di strada. Il Campiello è un premio diviso e condiviso e dimostra che la gente può cambiare.

Sta già lavorando a qualcosa?
Io parto sempre dal titolo per poi scrivere il libro. E il prossimo c’è già: Vota Berlinguer. Sarà un incontro immaginario con mio padre, morto vent’anni fa, molto ironico. Mio padre spronava sempre a votare Berlinguer, ma io gli dirò di averlo votato, eppure di non aver visto grandi risultati. Mia madre invece votava DC, e quando usciva dal seggio faceva a suo marito il segno dell’ombrello. I miei genitori erano sordomuti: da qui il mio piacere per la scrittura.

Oggi come ieri, quanto è importante per lei la scrittura?
La scrittura è essenziale. Con la cultura ci si salva. Seguo un gruppo di tossicodipendenti e abbiamo riscontrato una percentuale di recupero molto più positiva a fronte di iniziative teatrali, letterarie… Nel mondo del disagio si scrive e si legge molto di più. Io per trent’anni ho scritto non per realizzare libri. Ancora oggi continuo a scrivere a mano su carta.

Lei è molto impegnato nel sociale…
Ho anche ricevuto il premio della Provincia di Milano ma è stato un abbaglio. Opero in maniera egoistica: lo faccio per ricordarmi chi sono e chi sono stato.
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La copertina di Attenti alle rose di Pino Roveredo

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