Afghanistan, ultima trincea. Cronache di un inviato di guerra

Diario di guerra dall'ultimo avamposto italiano
Si intitola Afghanistan, ultima trincea, edito da Boroli. A scriverlo, con i contributi del suo collega e amico Fausto Biloslavo, è Gian Micalessin, inviato de Il Giornale e grande conoscitore dell’Afghanistan. Dove è tornato 25 anni dopo il suo primo reportage per capire cosa è cambiato ma soprattutto dove sta andando un paese provato dalla guerra e da interessi internazionali. Panorama.it ha incontrato l’autore.
Questo libro comincia virtualmente molto indietro nel tempo, nel 1983. Cosa è cambiato rispetto alla prima volta che è stato in Afghanistan?
Nel 1983, quando sono partito per l’Afghanistan per il mio primo vero reportage in compagnia di Almerigo Grilz e Fausto Biloslavo, questo paese rappresentava il Vietnam dell’Unione Sovietica. Per me, che da ragazzino sognavo di fare il reporter a Saigon, l’Afghanistan è stata dunque la guerra dove l’armata Rossa simbolo della potenza militare comunista si ritrovava impantanata, incapace di venir a capo di una resistenza povera e male armata. Quella guerra ha segnato la fine dell’Unione Sovietica. Oggi, invece, l’Afghanistan rischia di diventare l’ultima trincea di un Occidente che ha dimenticato le promesse di sviluppo, sicurezza e stabilità politica fatte al popolo afghano nel 2001. Per questo 25 anni dopo l’Afghanistan è la sfida che non possiamo perdere.
Nel libro lei racconta senza censure la guerra degli Italiani in Afghanistan, quasi un argomento tabù
Il libro segue le missioni della Task Force 45, l’unità composta esclusivamente da incursori delle forze speciali che da tre anni combatte nella provincia di Farah per bloccare l’infiltrazione dei talebani.
Fino all’estate dello scorso anno, una sorta di liturgia concertata da politica e dei mezzi d’informazione ha descritto la nostra missione in Afghanistan come una spedizione di crocerossine intente soltanto a distribuire aiuti, costruire pizzerie ed abbellire città. L’esercito italiano fa anche questo, ma non solo questo. La sua presenza è fondamentale per garantire attraverso l’uso di armi e mezzi la sicurezza nei territori affidatici dalla Nato. Nascondere questa realtà significa negare ai nostri soldati l’orgoglio di una professione che si realizza anche attraverso il corretto e responsabile uso della forza, significa vergognarsi del lavoro di chi rischia la pelle, significa ipocrisia mediatica e politica.
È recentissima la notizia che nel contingente italiano si aggiungeranno 200 soldati ai 2800 presenti. Una missione che adesso costa 1000 euro al minuto. Ha ancora senso essere presenti in Afghanistan e in questa forma?
Siamo in una fase in cui è necessario il massimo impegno militare per riguadagnare il terreno perduto negli anni passati, ma non dobbiamo e non possiamo pensare all’Afghanistan come ad una guerra da vincere sul campo. In Afghanistan nessuno, a partire dagli inglesi per arrivare ai sovietici, ha mai vinto sul terreno. Nel breve periodo le nuove truppe sono indispensabili per garantire la sicurezza delle popolazioni nelle regioni dove l’infiltrazione dei talebani è più pesante, ma anche ad avviare nuove strategie di collaborazione con i civili per conquistarne - come in ogni campagna anti insurrezionale - il cuore e la mente. Un maggior numero di truppe è indispensabile per controllare quelle frontiere con il Pakistan dove si annidano i santuari di Al Qaida e dei talebani.
Nel libro, oltre che della presenza degli italiani lei racconta di antropologi, di talebani, di civili e di marines, una mescolanza umana che è difficile incontrare in altre parti del mondo…
La sfida afghana non può esser concepita come una guerra, ma come una missione complessa e sfaccettata dove per conquistare il cuore e la mente delle popolazioni sono necessarie non solo le armi, indispensabili per garantire la sicurezza, ma tutte le risorse a disposizione del nostro mondo. Antropologi per comprendere il tessuto etnico e sociale, aziende e organizzazioni umanitarie per ricostruire il paese, politici e analisti per definire strategie comuni in ambito Nato.
Quali sono le priorità ancora non risolte nel paese?
Il primo obiettivo è ridefinire i rapporti con il governo tagliando ogni collaborazione con gli esponenti più corrotti. Solo così potremo arrivare ad una corretta distribuzione degli aiuti allo sviluppo ed eliminare quella palude di povertà in cui si nutrono e crescono i talebani. Il secondo imperativo è unificare il comando di tutte le truppe americane e della Nato spingendo gli Usa a metter fine a quell’operazione Enduring Freedom gestita soltanto da Washington che di fatto è un fossile della guerra del 2001. Quella missione continua ad operare con schemi soltanto militari spesso compromettendo gli sforzi della Nato e i tentativi di riconquistare la fiducia della popolazione. Soltanto in un Afghanistan pacificato, libero da influenze fondamentaliste e avviato sulla strada dello sviluppo sarà possibile garantire alle donne diritti e dignità.

Commenti

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Il 19 Aprile 2009 alle 15:47 dido1 ha scritto:

Cosa ci stiamo a fare in Afghanistan, a proteggere un ladro di pecore come Karzai, aspettando che arrivino ladri più grossi di lui?
E’ inutile che ci spargiamo il capo di cenere dicendo che vogliamo proteggere la popolazione dai beceri talebani. Balle!
Se avessimo veramente voluto proteggere i deboli, i bambini, le donne, e la democrazia in Afghanistan, avrenno dovuto impiccare Karzai e compagni, con i loro amici Mullah, che delle donne e dei diritti umani se ne fanno un baffo. Se non abbiamo il coraggio di difendere i deboli, ma sottostiamo alla politica internazionale dell’ONU, che è ormai prigioniero dei dettami assassini dei mussulmani, sarebbe opportuno andarsene dall’Afghanistan, scusandoci con loro per la nostra paura di timorosi occidentali.

Il 3 Maggio 2009 alle 15:43 Afghanistan: l’auto non si ferma, soldati italiani sparano. Morta una tredicenne » Panorama.it - Mondo ha scritto:

[...] “L’auto procedeva a forte velocità in senso contrario alle pattuglie”. Il generale Rosario Castellano, comandante militare del contingente italiano in Afghanistan, ha spiegato la dinamica dell’incidente che ha causato la morte di una ragazzina di tredici anni questa mattina a Herat, nella zona controllata dai soldati italiani, a causa degli spari di una pattuglia di militari. Il tutto è avvenuto alle 11 locali, a quattro chilometri da campo Arena, il quartier generale del Regional Command West. Una pattuglia di militari italiani composta da tre mezzi che stava procedendo lungo la strada ha incrociato un’autovettura civile (una Toyota Corolla bianca, lo stesso modello di macchina su cui fu ucciso Nicola Calipari, considerata una delle più utilizzate per gli attentati con autobomba) che procedeva in senso opposto a forte velocità. “Sono state attuate tutte le procedure di avvertimento previste in questi casi, ma l’automobile non si è fermata: sono stati esplosi infine un colpo in aria, uno sull’asfalto e uno sul cofano della vettura. Poi hanno fatto fuoco sul vano motore. Solo successivamente si è venuto a sapere che una bambina che si trovava a bordo è morta”. Questa la versione dei militari. La pattuglia di militari italiani coinvolta nell’incidente fa parte dei cosiddetti Omlt, le squadre di addestramento dell’esercito afghano che opera nella zona di Herat. Sono in corso accertamenti, ha detto il generale Castellano, per accertare le modalità dell’incidente e le cause della morte della ragazzina. Nell’auto viaggiavano anche il padre, la madre della ragazza e un’altra persona, tutti rimasti feriti ma non in modo grave. Il generale ha detto che incontrerà i familiari della vittima e il governatore di Herat. ‘’I soldati stranieri hanno aperto il fuoco su una vettura civile, uccidendo una bambina di 12 anni e ferendo due persone, tra cui una donna’’, ha dichiarato Abdul Raouf Ahmadi, portavoce della polizia nell’ovest del Paese, Gli occupanti dell’auto si recavano a Herat per partecipare ad un matrimonio, ha aggiunto. ‘’Pioveva e la visibilità era pessima. D’un tratto, ho visto delle luci davanti a noi ed è apparso un convoglio di soldati stranieri’’, ha testimoniato Ahmad Wali, 32 anni, che guidava la macchina. ‘’Subito dopo ho visto che metà del volto di mia nipote non c’era più, che sua madre era ferita al petto e che il mio viso era sanguinante a causa dei frammenti del parabrezza che era esploso’’, ha aggiunto. Proprio oggi si trova nella zona una delegazione di parlamentari italiani di Pd e Pdl tra i quali il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi. Arrivati per visitare l’ospedale pediatrico e inaugurare un nuovo ambulatorio da campo presso l’ospedale militare italiano. Il ministro Franco Frattini ha espresso “profondo sgomento” per la morte della bambina ‘’Il Ministro - prosegue la nota della Farnesina - esprime il suo profondo dolore per il destino di vittime innocenti di una tragica situazione che, purtroppo, estremisti e terroristi hanno creato in quel Paese, e la sua piena solidarietà alle famiglie delle persone ferite’’. [...]

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