Archivio di Aprile, 2009

Amazon e la censura dei libri gay

Autori come Paul Monette e E.M Forster. Titoli quali “Ellen DeGeneres: A Biography” o “Greek Homosexuality”. E perfino alcune opere di Oscar Wilde e Virginia Woolf. Come in Fahrenheit 451 i libri tornano ad essere bruciati. Solo che stavolta il rogo è stato meramente virtuale. Amazon, uno dei più importanti siti di ecommerce made in Usa famoso soprattutto per la vendita di libri, ha improvvisamente cancellato 57 mila volumi dal suo catalogo, tutti accomunati da un unico filo rosso: l’omosessualità.
A scoprire l’accaduto è stato lo scrittore statunitense Mark R. Probst che la scorsa settimana ha chiesto spiegazioni dell’improvvisa sparizione dal catalogo Amazon del suo “The filly”, un romanzo interamente dedicato all’omosessualità maschile. Si è sentito rispondere dai diretti interessati che il volume era stato ritirato perchè considerato “materiale per adulti”. Il quotidiano Los Angeles Times ha allora approfondito la questione e ha scoperto che Probst si trovava in realtà in buona compagnia. Ma la spiegazione del “materiale per adulti” è crollata subito dopo come un castello di carte. I testi pubblicati da Playboy, infatti, continuavano a circolare liberamente, ad essere banditi risultavano essere solo quelli gay.
Da parte sua l’azienda fondata nel 1994 da Jeff Bezos con il nome Cadabra.com porge adesso le sue scuse adducendo ad un errore elettronico di catalogazione quella che negli Stati Uniti è stata invece subito additata come una censura in grande stile. Ma non entra nei dettagli tecnici lasciando i giornalisti del Los Angeles Times e molti lettori scettici riguardo l’accaduto. Intanto una buona parte dei libri messi al bando è tornata negli scaffali virtuali di Amazon. Compreso il volume di Probst.

Morto il filosofo Franco Volpi

Franco Volpi
È morto il filosofo Franco Volpi, 57 anni, vittima lunedì di un incidente stradale a San Germano dei Berici (Vicenza), mentre era in sella alla sua bicicletta. Al filosofo, come è stato confermato da fonti dell’ospedale di Vicenza, sono stati espiantati tutti gli organi utili, ma non sono stati specificati quali per motivi di privacy. Già nel tardo pomeriggio di ieri era cominciato il periodo di osservazione per la dichiarazione della morte cerebrale e il conseguente avvio della pratica per l’espianto degli organi.
Il pm vicentino Angela Barbaglio, nel frattempo, ha aperto un fascicolo con l’ipotesi di omicidio colposo per l’automobilista che ha travolto Volpi. Secondo una prima ricostruzione dei carabinieri, l’automobilista alla guida della Toyota sarebbe uscito da uno stop all’incrocio investendo così Volpi.
Le condizioni del docente, ordinario di Storia della filosofia all’Università di Padova, erano apparse subito gravissime. Ricoverato nel reparto di terapia intensiva, non ha potuto essere operato perché le sue condizioni cliniche non lo permettevano.
Volpi ha dedicato i suoi studi principalmente alla filosofia tedesca, sin dalla prima pubblicazione (Heidegger e Brentano: l’aristoltelismo e il problema dell’univocità dell’essere nella formazione filosofica del giovane Martin Heidegger - 1976), sempre attento anche alle moderne implicazioni e correlazioni con la psicologia come con le scienze.
Oltre ad aver firmato il terzo volume della Storia della Filosofia edita da Laterza nel 1991, ha poi pubblicato, tra l’altro, Sulla fortuna del concetto di Decadence nella cultura tedesca (1995) spostando il suo interesse anche sul problema de Il nichilismo (1996), affrontato in un’accezione ampia, con risvolti storici e socio-culturali.
Franco Volpi, che è stato Visiting professor nell’Universita’ Laval di Que’bec (1989) e in quelle di Poitiers (1990) e di Nizza (1993), è stato traduttore di classici della filosofia tedesca e consulente per la sua materia della casa editrice Adelphi. Noto anche a un pubblico di non specialisti come collaboratore del quotidiano La Repubblica.

Marina Alberghini: Vi presento il vero Céline

libri
Bollato con l’infamante stampino dello scrittore maledetto. Accusato di antisemitismo, nazismo, collaborazionismo. Autore di pagine memorabili e di requisitorie infamanti. Louis-Ferdinand Céline si è cucito addosso, suo malgrado, una fama inversamente proporzionale al valore di alcune delle sue opere, fama peraltro incrementata da scelte pubbliche controverse e pagine violentemente antisemite.
Con una monumentale e dettagliatissima biografia  dal titolo Louis-Ferdinand Céline, gatto randagio, di recente pubblicata da Mursia, Marina Alberghini ha messo a fuoco la figura del grande scrittore, rivalutando la vita di un “uomo che si farà preda per stanare il potere e denunciarlo, da qualunque parte esso provenga”.
Un atteggiamento polemico che riverserà anche nei confronti della Russia comunista….
Sarà quella l’accusa più dirompente, che distruggerà la sua esistenza. Dopo un viaggio in incognito in Russia, nel ’36, denuncerà gli orrori di Stalin in Mea Culpa e poi in alcune lettere e pamphlet, attirandosi l’ira e la persecuzione dei comunisti francesi e della loro intellighenzia. Oggi si parla molto del massacro di Katyn. Ecco, Céline fu il primo a dire che erano stati i sovietici a sterminare  i polacchi. Una verità che adesso è nota, ma che allora gli costò l’offesa da parte dei comunisti francesi di filo-nazismo.
Lei racconta anche di un Céline che anticipa di un torno d’anni l’incombere della seconda guerra mondiale….
Nel 1933 fece un discorso pubblico, l’Hommage à Zola. Tuttavia, non parlò dello scrittore francese. Piuttosto, preferì concentrarsi sui totalitarismi che stavano dilagando, analizzandoli mirabilmente alla luce delle scoperte freudiane e dimostrando che è l’impulso di morte che porta un popolo ad asservirsi al suo dittatore e a provocare la guerra. Nessuno storico di rilievo ha evidenziato quest’aspetto, anche perché la persecuzione di Céline da parte degli intellettuali della gauche fece scomparire tutti i documenti, tornati alla luce solo recentemente.
Un esempio?
Molte sue lettere testimoniano questa previsione. Eppure, diversi studiosi hanno ribaltato la realtà. È il caso di uno dei suoi vecchi biografi, che postò una sua missiva del ’33, dove scriveva: “Al fascismo andiamo, noi vogliamo” e la piantò lì, per far capire che Céline era filo fascista. Ma la lettera continuava: “…perché questa Europa imputridita non si merita di meglio”. Nel mio libro, ovviamente, la lettera è riportata integralmente.
Veniamo al tanto discusso antisemitismo. Difficile sottovalutare le invettive di Bagatelle per un massacro.
L’antisemitismo di Céline è molto marginale rispetto alla sua opera. È riscontrabile in un solo pamphlet ed è stato messo in risalto per colpirlo. Il suo supposto collaborazionismo non è mai esistito e il mio libro lo dimostra con documenti ineccepibili usciti ultimamente. Céline non invocò mai un pogrom e neanche le camere a gas, che non sapeva nemmeno esistessero. Viene considerato antisemita anche L’Eglise, scritto per colpire Raichmann, un ebreo a capo della Società delle Nazioni. Ma quell’opera colpisce più che altro il potere della parola, quello politico verbale, che appartiene a tutti e non parla di ebrei o ebraismo. L’autore di Morte a credito ebbe poi molti amici e difensori ebrei, e ne salvò altrettanti dalla persecuzione nazista grazie a certificati falsi.
Céline e l’eros: un rapporto complesso, eppure utile per capire alcune delle sue scelte.
Credeva molto nelle donne, tanto da scrivere che quando il potere “muscolare” maschile sarebbe finito, esso avrebbe lasciato il posto a quello intuitivo femminile ed il mondo se ne sarebbe certamente giovato. Era per la completa libertà sessuale della donna, convinto che il suo potenziale erotico fosse di molto superiore a quello dell’uomo. Tra loro, amò molto le danzatrici classiche, definendole “musica fatta carne”. Ebbe tre mogli e un numero infinito di amanti, una delle quali tentò il suicidio quando decise di lasciarlo. Era un uomo avvenente, con un fascino magnetico ed erotico che faceva davvero strame sia tra il pubblico femminile e anche…. in quello maschile. Praticò una sessualità senza confini, non fu mai omosessuale sebbene non nutrisse alcuna preclusione contro i gay. Ed infatti quando Jean Cocteau fu attaccato dai fascisti per la sua relazione con Jean Marais, lo difese strenuamente.

Caldo, piatto e affollato: così è il pianeta visto da Friedman

Economia
Arriva in libreria Caldo, piatto e affollato (Mondadori), un saggio di Thomas Friedman su come sta oggi il mondo e su come possiamo cambiarlo. Il saggio analizza problemi, anche climatici, di un pianeta che rischia di suicidarsi: ”Il futuro è una scelta, non una fatalità. Ignorare i problemi di oggi significa perdere l’occasione di poterlo cambiare”. E questi sono: il surriscaldamento, lo stupefacente livellamento, grazie alla globalizzazione, degli stili di vita di un numero crescente di persone e la brusca impennata demografica degli ultimi decenni, che hanno trasformato la Terra, per l’autore, commentatore del New York Times e tre volte premio Pulitzer, in un pianeta caldo, piatto e affollato, alterando pericolosamente gli attuali equilibri naturali, sociali ed economici. Friedman individua alcuni problemi principali, che ruotano attorno alla richiesta sempre in aumento di energia e allo scemare invece delle materie prime naturali, alla distribuzione dell’energia e conseguentemente del benessere, cui aggiunge la perdita veloce di biodiversità. Friedman, accantonando le argomentazioni della retorica ambientalista e affondando impietosamente l’analisi nelle molte negligenze, volontarie o involontarie, che hanno portato alla situazione attuale, ritiene necessaria, in sintesi, una nuova rivoluzione industriale, verde e legata alle scelte energetiche, guidata dagli Usa. Stern parla di un nuovo percorso di crescita sostenibile e vede nella presidenza Obama una positiva e nuova opportunità. Friedman sa che il problema è globale, del mondo nel suo insieme, che deve trovare il modo di coordinarsi in maniera efficace, ovvero equa e sostenibile, tenendo conto sia dell’origine che degli effetti dei cambiamenti climatici, che sono un fenomeno iniquo, perché i colpevoli principali sono i paesi ricchi e chi ne sopporta di più le conseguenze quelli poveri, aumentando così la forbice.

Torna Saramago con Il viaggio dell’elefante

Un bambino offre del cibo a un elefante

Una delicata miscela di cronaca e fiaba, un linguaggio che anche nella punteggiatura lascia spazio all’immaginazione, per raccontare le avventure di un pachiderma, da Lisbona a Vienna, a metà del XVI secolo, nell’Europa percorsa dalla riforma luterana. È Il viaggio dell’elefante (Einaudi) di Josè Saramago che nel suo ultimo romanzo corale, attraversato dall’inconfondibile ironia del Premio Nobel portoghese, 86 anni, privilegia piccoli e sorprendenti episodi accaduti nel Cinquecento trasformandoli in un racconto fantastico.
L’elefante Salomone, giunto dall’India a Lisbona non fa che ”dormire e mangiare”. Il sovrano del Portogallo e dell’Algarve, Joao III, decide, su suggerimento della moglie Caterina d’Asburgo, di inviarlo in dono a suo cugino, l’arciduca Massimiliano, al quale per le sue nozze, quattro anni prima, aveva inviato un presente che ”mi è sempre parso” dice “indegno del suo lignaggio e dei suoi meriti”.
Comincia così l’incredibile viaggio di Salomone che da Lisbona lo porterà a Valladolid e poi attraverso la Spagna e l’Italia, a Vienna, capitale dell’Impero. Ad accompagnarlo il fedele custode Subhro e una variopinta comitiva di ufficiali, soldati, preti, cavalli e buoi che lo scorteranno fra l’entusiasmo della gente. E una volta arrivato a Vienna, l’elefante compirà un’impresa impossibile con la sua proboscide.
Lo spunto, come racconta nella nota che apre il romanzo Saramago, 87 anni, è stata una cena al ristorante ‘L’elefante’ di Salisburgo con la lettrice di portoghese nell’Università della città, Gilda Lopes Encarnacao, che lo scrittore ringrazia. Là Saramago, ha notato delle ”figure che erano delle piccole sculture di legno disposte in fila, la prima delle quali, guardando da destra a sinistra, era la nostra torre di Belem. Venivano di seguito rappresentazioni di vari edifici e monumenti europei che chiaramente enunciavano un itinerario. Mi fu detto che si trattava del viaggio di un elefante” e, spiega, ”intuii che lì poteva esserci una storia”.
Alla storia del vero viaggio dell’elefante Salomon lo scrittore ha lavorato negli ultimi dieci anni. È in un certo senso il romanzo della rinascita, lo ha finito infatti dopo una lunga malattia da cui non era scontato che sarebbe uscito, come suggerisce la dedica alla moglie: ”a Pilar, che non ha permesso che io morissi”.
Mai dimenticato dai viennesi, Salomone morì due anni dopo il suo arrivo a Vienna, ma non si è mai saputa la causa della sua fine visto che non era ancora tempo ”di analisi del sangue, radiografie del torace, endoscopie, risonanze magnetiche e altre osservazioni che oggi sono il pane quotidiano per gli umani, non tanto per gli animali, che semplicemente muoiono senza un’infermiera che metta loro una mano sulla fronte” racconta Saramago con il suo tocco di ironia.

(Fonte: Ansa)

Il naso intelligente e sconosciuto

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Quanti libri sono stati dedicati al naso? Sicuramente a questa parte del corpo sono state dedicate molte meno attenzioni (letterarie) rispetto ad altre parti del corpo umano che presiedono a un senso. Già, il naso, lì, al centro del viso, a raccogliere ciò che c’è nell’aria e a decodificarlo in qualcosa che diventa, per elaborazione, un odore. A scrivere sul Naso intelligente (Laterza), titolo dalla esemplificazione obbligata, è Rosalia Cavalieri, docente di Semiotica e Teorie delle lingue dei segni dell’Università di Messina, che ha deciso di cimentarsi su un argomento di per sé apparentemente arduo, partendo da una semplice considerazione: gli uomini ”distratti da una mentalità visivo-acustica, hanno relegato l’olfatto tra i sensi minori”. E questo è un errore perché gli odori influenzano sensibilmente i nostri comportamenti. D’altra parte, ricorda Rosalia Cavalieri citando Corbin ‘’sin dall’antichità, i medici non si stancano di ripetere che, di tutti gli organi di senso, il naso è quello più vicino al cervello e, quindi, all’origine del sentimento”. Il naso, ricorda l’autrice, ”ha un ruolo importante nell’intimità, nella categorizzazione sociale e nell’attrazione interpersonale, ha un legame esclusivo con i ricordi e con le emozioni, ed è il senso che inaugura la prima fra tutte le relazioni umane: quella tra madre e figlio”. D’altra parte, per spiegare l’importanza del naso, basta ricordare che ’sagace’ deriva dal latino ’sagire’, che significa appunto fiutare e che quando si parla di sesto senso, cioè di intuizione, ci si affida all’espressione ”avere fiuto”. Di contro, quando di una persona si vuol sottolineare l’ottusità, si dice che non vede oltre il suo naso. Il naso intelligente regala da un lato esemplificazioni su processi di giudizio cristallizzati anche dalle consuetudini, dall’altro sorprese, perché spiega come alcuni processi che portano a definizioni non siano frutto solo di personalissime elaborazioni, ma dall’insieme di mente e corpo, di tradizioni e cultura. E poi, questo elemento al centro del viso poco considerato - parlando di sensi - rispetto agli altri che lo contornano (Ackerman lo defini’ ‘il senso muto, quello senza parole’) è anche una strada poco battuta verso l’affermazione personale se lo si innalza a strumento di percezione ed elaborazione, come nel caso di chi lo usa, ad esempio, fondendolo con il gusto nella ricerca della definizione di un vino, sintesi perfetta appunto di sensazione olfattive e gustative. Quindi, non ”Il naso questo sconosciuto”, ma ”il naso, compagno imperdibile” per chi innalza i sensi a fine e non a mezzo.

(Fonte: ANSA)

Attenti alla rose, l’avvertenza di Pino Roveredo

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Sergio viene abbandonato dalla moglie all’improvviso. Almeno a lui sembra così. Si accorge a malapena del cassetto di biancheria o della scarpiera che pian piano si svuotano degli oggetti di Gianna che medita la fuga. Ignora il lento spegnersi della femminilità di lei sotto l’abitudine e l’indifferenza. Non nota il viso e il corpo invecchiati della compagna, ormai trattata non troppo diversamente da una donna di servizio.
E tutto il dolore di questo abbandono, con la rabbia che molto lentamente si scioglie in consapevolezza dei propri errori, è raccolto in Attenti alle rose, nuovo romanzo di Pino Roveredo edito da Bompiani. Continua

Bonjour Tristesse, torna in libreria l’elogio dell’irresponsabilità

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Di Michele Lauro
Quanto dura un attimo di felicità? Se lo stai raccontando, probabilmente è già passato. Buongiorno tristezza: un modo di dire, una frase da cioccolatino, un modus vivendi forse. Da quando, era il 1954, la diciannovenne Françoise Quoirez, reduce da una bocciatura agli esami della Sorbona, si scelse un nome d’arte (Sagan, tratto pare dalla Recherche di Proust, dove c’è un principe di Sagan) e decise di scrivere un romanzo. Bonjour Tristesse fece subito il botto: un milione di copie vendute in Francia, traduzione in 25 lingue, premi e riconoscimenti, un film di cassetta ispirato al romanzo, diretto nel 1957 da Otto Preminger. La società francese rimase scandalizzata e avvinta dalla storia di Cécile, adolescente ricca e viziata che trama alle spalle del padre e delle sue amanti durante un’estate in Costa Azzurra. Immediatamente la Sagan stessa divenne l’incarnazione di una nuova, travolgente concezione della vita, dell’amore e del successo. Feste mondane, auto da corsa, sigarette e whisky, tanti eccessi che l’avrebbero trascinata verso un tragico epilogo. Nel 2004, quando morì in completa miseria, aveva accumulato un mare di debiti col fisco e con la legge.
A trent’anni esatti dall’ultima ristampa l’editore Longanesi ripubblica il romanzo con una nuova traduzione a cura di Maria Laura Vanorio, e un’introduzione di Valeria Parrella. Riuscirà a far breccia nell’immaginazione di nuove generazioni di lettori? Certo il momento è propizio, il romanzo sentimentale è di nuovo in auge, così come le storie di adolescenti, specie se morbose e inquiete. I protagonisti di Bonjour Tristesse sono legati a doppio filo da pulsioni violente e contrastanti, manifeste e inconsce. Tuttavia la riflessione sul groviglio di sentimenti si ferma sempre sulla soglia del non detto. Edipo irrisolto, bisogno dell’imago materna, perdita dell’innocenza (e della verginità), gelosia, senso di colpa: tutto vero, ma forse non sono i territori in cui la Sagan ha traghettato nel tempo milioni di lettori con il suo stile piano e distante, la sua scrittura a fotogrammi precisi. Se oggi la trasgressione dell’antieroina Cécile non appare più scandalosa, assaporato come un fresco succo all’arancia il romanzo lascia ancora in bocca il sapore dell’estate. La brezza sui capelli ispidi di salsedine, gli aghi di pino sulla pelle arrostita dal sole, i granelli di sabbia nelle pieghe dei vestiti, l’ebbrezza della prima volta. Quell’estate da cui si tornò e non si era più gli stessi. Un pizzico di esistenzialismo, una spruzzata di Bergson, una strizzata d’occhi alle intermittenze del cuore sono ingredienti che hanno permesso all’autrice di non scadere nel melò, forse però non bastano a garantire eterna giovinezza anche al suo romanzo. Per quella, è sufficiente aver descritto (da adolescente) la leggerezza ipersensibile e irresponsabile di un momento della vita. “Passioni rapide, violente e passeggere. Avevo un’età in cui non si è attratti dalla fedeltà”, ha detto la Sagan a proposito di Bonjour Tristesse. Come ha notato acutamente la scrittrice Valeria Parrella nell’introduzione, “la cognizione della responsabilità provoca tristezza, ma è tutto ciò che la scrittrice concede, e l’accoglie Cécile quasi, questa tristezza, come un piccolo scotto da pagare, pur di rimanere fedeli alla propria natura libera vacua ed evanescente”. Un concetto che Paul Eluard - da un suo verso proviene fra l’altro il titolo del romanzo di Françoise Sagan - ha delicatamente levigato in forma poetica nella sua Canzone: “Nell’amore la vita ha sempre / Un cuore leggero che rinasce / Nulla vi potrà mai finire/ Domani si libera di ieri”.

Jonathan Carroll: “I miei romanzi sono insalate miste”

Black Cocktail
Jonathan Carroll è uno scrittore bizzarro, o meglio le sue storie sono bizzarre. Tra cani parlanti, amici immaginari che si presentano dopo anni alla porta di casa, padri defunti che tornano per salvare i figli, anime gemelle il cui numero perfetto è cinque, come le dita di una mano; fantasmi, ossessioni, follie e una sarabanda di personaggi degni di un circo, Carroll sta tracciando la sua personale mitologia narrativa, fuori da ogni incasellamento. Qualcuno, e tra questi qualcuno ci sono Neil Gaiman, Stephen King e James Ellroy, pensano sia geniale. Altri, pensano semplicemente sia un narratore con molta, moltissima, fantasia (a partire dai titoli dei suoi romanzi), con un certo gusto per il noir e per l’horror e un vago spessore metafisico. Panorama.it lo ha incontrato.
Fazi ha appena dato alle stampe Black Cocktail (pp. 93, euro 13,50), un romanzo breve del ‘90. Potrebbe fare il mio lavoro e scriverne una recensione?
Il narratore di Black Cocktail, Ingram York, è affascinato dalle storie che racconta Michael Billa, il suo amante buontempone. Billa racconta a Ingram molte storie sul suo pericoloso migliore amico delle superiori, Clinton Deix, il ragazzo più arrabbiato e minaccioso della scuola. Il problema è che Clinton Deix è riapparso nella vita del quarantenne Billa, ma ha ancora quindici anni e “ha delle cose da fare” per le quali gli serve l’aiuto del suo vecchio amico, cose che porteranno a sconvolgere le vite di tutte le persone coinvolte nella vicenda.
Non rileggo mai i miei lavori comunque e quindi non potrei darne un giudizio critico. L’unica volta che ho riletto uno dei miei libri è stato negli anni ‘90, a Hollywood, quando mi chiesero di lavorare alla stesura del soggetto di un film tratto da L’Assenza. Rileggendo quel romanzo, anni dopo averlo scritto, avrei voluto cambiare o editare alcune cose, anche se nonostante tutto devo dire che andava bene.
Il romanzo mette in scena il tema della complementarità tra persone, della felicità, dell’aura che può scaturire dall’incontro tra anime gemelle, eppure il finale è amaro.
Molti pensano che prima o poi si possa incontrare la persona in grado di completarci, come ipotizzato da Platone, e in seguito a questo incontro trovare la felicità. Ma la premessa di Black Cocktail è che non è detto che la completezza sia esattamente come ce la si aspetti o come la si desideri. Come dice l’adagio: “stai attento a ciò che vuoi perché potresti ottenerlo”.
In molti ascrivono i suoi libri al genere fantastico…
Penso che i critici definiscano il mio lavoro come fantastico perché a loro piace infilare le cose in scatole comode (per loro). Se c’è un detective in una storia allora deve essere un giallo. Se c’è un fantasma, allora sarà horror. In tutti i miei libri uso diversi topos letterari. Un po’ di romanticismo, un po’ di psicologismo, ma questo non significa che io scriva storie romantiche o psicologiche eccetera. Quando mi domandano che tipo di storie racconti, rispondo sempre: “insalate miste”. Quando fai un’insalata mista, usi diversi ingredienti, pomodori, cipolle, capperi, lattuga… Li mescoli un po’, versi il condimento et voilà ecco l’insalata mista. Io mi limito a usare i topos letterari al posto della lattuga nelle mie insalate.
Black Cocktail parte come un noir per poi virare verso il surreale, il magico e il metafisico…
Esatto. È questo che intendo quando dico che scrivo insalate miste. Mi piacciono i piatti con molti ingredienti. Non scrivo hamburger.
Vive a Vienna da molto tempo…
Molti dei miei romanzi sono ambientati a Vienna come Sleeping in flame, Voice of our shadow e Gli artigli degli angeli.
… è diverso scrivere un romanzo americano da uno europeo?
In molti mi chiedono se c’è differenza tra un romanzo americano e un romanzo europeo. Penso piuttosto che siano i lettori a fare la differenza. Quelli europei sono più aperti e apprezzano diversi generi senza problemi. Gli americani amano particolarmente incasellare i libri, la musica, la pittura. Gli europei sono molto più liberi e trasgressivi. Per esempio non so se Federico Fellini avrebbe potuto avere successo in Usa, cominciando come ha cominciato. La sua opera era fuori dagli schemi, dalla scatola, e questa è una cosa che la sensibilità americana non riesce a comprendere.
Un film come La strada è un racconto fantastico, una fairy tale, ma anche una storia d’amore; ha risvolti sociali e una morale da fiaba ecc. Quando venne filmato, negli Stati Uniti quel tipo di pellicola era una cosa inaudita. Il film e Fellini stesso erano davvero trasgressivi e solo anni più tardi il pubblico americano cominciò a capire la sua grandezza. Lo stesso vale per i libri.
Ambienterebbe un romanzo in Italia?
L’Italia è probabilmente il mio paese preferito. Mi piacerebbe viverci, ma avrei bisogno di un benefattore generoso che mi dica: hey eccoti un bel appartamento a Siena, Lucca o Roma, un po’ di soldi in banca, e tutto il tempo che vuoi per andartene a spasso a trovare un’idea brillante per il prossimo romanzo. Magari anche solo per il tempo di scriverlo. Un bel sogno. Nel frattempo vengo in Italia ogni volta che posso, due volte l’anno se sono fortunato, anche solo per perdermi, quasi in coma estatico, a guardare l’andirivieni, giorno e notte.
Cosa ha letto ultimamente che l’ha colpita particolarmente?
Shantaram di Gregory Roberts, Light years di James Salter, Il quinto incomodo di Robertson Davies, The world I made for her di Thomas Moran.
Ha mai letto narrativa italiana?
Molta. Pirandello, Quasimodo, Pavese, Elsa Morante, Eco, Fo, Dino Buzzati… e la lista potrebbe allungarsi.
Ha mai pensato di pubblicare in copyleft?
No.

L’invidia di Velazquez: un giallo sulle tele scomparse di Tiziano e Tintoretto

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Nel 1649 il pittore Diego De Silva Vel zquez compie un viaggio in Italia per approfondire la conoscenza dei maestri italiani e acquistarne opere per conto del Re di Spagna. Ma Vel zquez, gestendo spericolatamente le somme affidategli, fa acquisti anche per sè, e porta in Spagna, di nascosto, un fascio di tele di Tiziano, Tintoretto e altri artisti. Ne farà dono, in gran segreto, all’Ordine dei Cavalieri di Santiago, al quale vuole essere ammesso, benché gli manchi il requisito della nascita nobile. L’Ordine ringrazia e nasconde i dipinti.
Da quel momento se ne perdono le tracce.
A tre secoli di distanza, nel 1956 Pablo Picasso e l’antiquario Aronne Schilton, dopo lunghe ricerche d’archivio e grazie a una geniale interpretazione del celebre quadro di Velzquez Las Meninas, ritrovano, nei sotterranei della Cattedrale di Siviglia, il baule contenente le tele. Non osano però sottrarle: perché l’Ordine, segreto, esiste ancora ed è potente e pericoloso. Le tele cadono di nuovo nell’oblio.
Altri cinquanta anni dopo, a Roma, incontriamo il commissario Flavio Bertone, protagonista di questo romanzo, L’invidia di Velazquez (Sironi) di Fabio Bussotti, che è un attore di teatro e di cinema di 45 anni, attualmente impegnato in scena a fianco di Alessandro Gassman in La Parola ai Giurati. Bertone si trova a indagare su una serie di omicidi: alcuni illustri studiosi di storia dell’arte vengono uccisi e, dopo di loro, un antiquario a Siviglia, di nome Schilton. Bertone, che per condurre l’indagine si trova a Madrid, rimane sempre più coinvolto e intuisce molte cose grazie all’aiuto di Mafalda Moraes, funzionaria delle Belle Arti. Via via che il commissario si avvicina al cuore del mistero la vicenda si fa più pericolosa: Mafalda viene rapita, Bertone è costretto suo malgrado a uccidere; viene sospeso dal lavoro proprio mentre i suoi nemici si danno più da fare per neutralizzarlo.

(Fonte: Ansa)

Montanelli, l’anarchico borghese

Montanelli
Conservatore, fiero propugnatore e difensore della libertà di pensiero, borghese allergico ai salotti e ai padroni ”che anche quando cominciano bene finiscono male”, sferzante, ironico, appassionato, fino alla fine. È il ritratto che esce da Montanelli, L’anarchico borghese secondo capitolo (il primo, Lo stregone - La prima vita di Indro Montanelli, è uscito nel 2006). Il volume, pubblicato da Einaudi e firmato da Sandro Gerbi e Raffaele Liucci, è la biografia dedicata al maestro del giornalismo scomparso nell’estate del 2001 a 92 anni, di cui tra qualche settimana, il 22 aprile, ricorrerà il centenario della nascita. Come per il primo volume (che aveva coperto il periodo dal 1909 al 1957), i due autori non hanno fatto ricorso ”né alle inaffidabili fonti orali né alla vasta aneddotica e neppure ai lavori su Montanelli non improntati a un rigoroso metodo storiografico”, ma si sono basati su un’attentissimo lavoro d’archivio e una lettura sistematica di tutti gli articoli, montanelliani e non, che potessero essergli utili. In questa seconda parte, che va dal 1958 alla morte del giornalista, emerge appieno la sua anima di anarchico sui generis come amava definirsi. ”Sono un anarchico” scriveva “indico dei punti di riferimento, senza volermi in essi identificare, alla Prezzolini o alla Longanesi. Che è un modo difficile, ingrato, in qualche modo contraddittorio, di esserlo”. Nel viaggio biografico, lo seguiamo partendo dal periodo al Corriere (dov’era entrato nel 1938) dal 1958 al 1973: anni in cui ci sono il suo lento superamento della chiusura al centro sinistra; gli attacchi a Enrico Mattei di cui criticava ferocemente gli abusi. E poi è implacabile contro i baroni universitari ma boccia gli ‘estremismi’ dei sessantottini. Si schiera in difesa della legge sul divorzio, denuncia il degrado in cui è abbandonata Venezia a inizio anni ‘70. Riparte, dopo il divorzio dal Corriere nel 1973, con una nuova avventura, la fondazione de Il Giornale, testata d’opinione su posizioni conservatrici che debutta in edicola nel 1974. Con questo passaggio, secondo Gerbi e Liucci forse ”Montanelli diventa un giornalista politico a tutto tondo”. Assume anche posizioni contestate dai suoi lettori, come l’essere contrario all’introduzione in Italia alla pena di morte. Sono gli anni in cui vende 170000 copie al giorno e lancia l’appello ”Votate Dc, turandovi il naso”. Un periodo di tensioni politiche e sociali che culmina con il suo ferimento ad opera delle Brigate Rosse il 2 giugno 1977. ”Io dico che questi sono poveri diavoli” scrive il giornalista dall’ospedale “meritano più disprezzo che odio”. Nel 1993 un suo nuovo gran rifiuto: quando lascia la direzione de Il Giornale, perché contrario all’entrata nell’arena politica di Silvio Berlusconi, a lungo maggiore azionista della testata, che gli aveva chiesto di supportare la sua campagna politica. Nel 1994 parte l’avventura a breve termine de La Voce, e l’anno dopo c’e’ il suo celebrato ritorno al Corriere. Muore in una clinica di Milano il 22 luglio del 2001, non prima di essersi scritto il necrologio, che viene pubblicato sulla prima pagina del Corriere: ”Giunto al termine della sua lunga e tormentata esistenza, Indro Montanelli, giornalista (Fucecchio 1909), prende congedo dai suoi lettori ringraziandoli dell’affetto e della fedeltà con cui l’hanno seguito”.
(Fonte: ANSA).

Il guardiano del fiore di loto: omicidio e mistero in Tibet

Monaci in preghiera
È il Tibet, la sua storia antica e misteriosa, il suo presente fatto di sofferenza, il protagonista di Il guardiano del fiore di loto, dello spagnolo Andres Pascual, una storia che, partendo dalla morte di un lama studioso della medicina dei suoi predecessori, si concretizza in lungo viaggio in una cultura per certi versi totalmente sconosciuta, se non a pochi iniziati. Lobsang Singay è un lama che, scampato nel 1967 da bambino alla violenza della Rivoluzione culturale che spazzò anche fisicamente i lama (di oltre seimila monasteri, ne restano oggi una decina) e la loro religione, si è specializzato nella medicina tradizionale e, quando decide di spiegarla al mondo intero, approfittando della platea offertagli da una università di Boston, muore, nella sua camera d’albergo, alla vigilia della conferenza. Apparentemente un infarto, devastante, che non gli lascia scampo. Niente in quella stanza lascia pensare a qualcosa di diverso da uno sfortunato episodio, se non un fazzoletto nero che, un istante prima di morire, lo stesso Lobsang intravede sul pavimento, non riconosce come suo e si interroga, seppure in pochi secondi, su chi mai l’abbia portato. Una striscia di stoffa nera, segnata, agli angoli, da quattro svastiche (un simbolo della tradizione tibetana), ma disegnati all’incontrario.
Una morte che sembra naturale, ma che induce a qualche dubbio che raggiunge Jacobo - un giovane cooperante spagnolo, a New York per lavoro - cui il suocero, Malcolm, inglese residente a New Delhi e amico del lama morto, chiede di occuparsi della salma e del suo trasferimento da Boston a Dharamsala, dove da decenni ha sede il governo tibetano in esilio e il Dalai Lama. Jacobo arriva a New Delhi,  la polizia di Boston gli comunica che nel the che Lobsang ha bevuto prima di morire sono state trovate tracce di veleno. E Jacobo si accorge che quella del lama medico è stata una fine che ha segnato solo un punto di una lotta che è insieme politica, religiosa, economica. Combattuto tra la voglia di andare a caccia della verità e il timore di spingersi, nella sua ricerca, troppo in avanti, Jacobo penetra, lentamente, un mondo in cui l’apparente distacco dalle cose terrene è spesso un paravento per mascherare la violenza. E il Tibet, con il suo doloroso carico di incertezze e di speranze, resta lì, diviso tra un passato che niente ha cancellato e un presente in cui la libertà è una illusione spezzata.

(Fonte: ANSA)

Un dizionario (molto) atipico del giallo

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Luca Crovi ci aveva già provato con Tutti i colori del giallo, ora Maurizio Testa mette le mani nel marasma della letteratura di genere ‘crime’ e dà alle stampe per l’editore Cooper un Dizionario Atipico del Giallo che si consulta come un’enciclopedia, ma si legge - appunto - come un giallo.
L’opera è tanto ambiziosa che lo stesso Testa mette subito le mani avanti. “Si tratta di una selezione tutta particolare dei libri, dei film, del programmi tv, dei dvd, delle manifestazioni e quant’altro ha ruotato nel mondo del giallo, del noir e del thriller nel 2008″ dice.

Non un’opera esaustiva, ma una sorta di mappa per orientarsi e che l’autore ha realizzato insieme ad Alessandra Buccheri per la parte letteraria e Claudia Catalli per quella cinematografica ed homevideo. “Si chiama dizionario atipico” aggiunge Testa, “perché la selezione di cosa, chi e come inserire è stata dettata dal mio insindacabile giudizio, ma soprattutto perché ogni voce è trattata come un articolo, oppure è un’intervista, oppure prende spunto da un libro o un film per parlare di un genere o anche una breve storia di esperienze personali nel mondo del giallo”.

La atipicità del ‘Dag’ è determinata da vari fattori. Certo si tratta di una rassegna dei gialli del 2008, ma vi si trovano romanzi, pellicole cinematografiche, dvd, programmi televisivi che costituiscono la declinazione di tutti quei sottogeneri in cui si ramifica il termine “giallo”, ormai definizione-ombrello che ne comprende molte altre. Si trova in linea di massima ciò che è piaciuto agli autori, ma non di rado ci si imbatte in qualche stroncatura. In alcuni casi si parla di più dell’opera specifica, in altri dell’autore attraverso interviste, commenti di scrittori, opinioni di critici e annotazioni di addetti ai lavori. Un dizionario che non è stato compilato per essere consultato, ma per essere letto. Nelle intenzioni il piacere della lettura dove superare l’interesse della consultazione, per la quale ormai c’è internet. L’unica tipicità che si è voluto conservare è il tradizionale ordine alfabetico e la promessa di ritrovarsi l’anno prossimo per l’edizione 2009.

(Fonte: AGI)

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