Archivio di Maggio, 2009
Di Michele Lauro
Un aspirante scrittore si ritrova quasi per caso sul set di un processo epocale: il potente direttore di una banca locale è accusato di bancarotta fraudolenta e di una miriade di altri illeciti a sfondo finanziario. Con lui dietro le sbarre sono gli omuncoli della “casta” che negli anni ha raggirato circa seimila risparmiatori, riducendoli sul lastrico. Incredibili corsi e ricorsi della storia. Sembra lo scenario di un’inchiesta-verità sul mondo dei manager corrotti, invece è la testimonianza in presa diretta del processo che infiammò la Russia nel lontano 1884: Il caso Rykov (dal nostro corrispondente) (Nottetempo), dove il “corrispondente” è nientemeno che Anton Cechov. Neolaureato in medicina, all’epoca il creatore del Giardino dei ciliegi sbarcava il lunario fra visite mal pagate e qualche racconto pubblicato da riviste umoristiche. Non tirava una bella aria in quella Russia. Alessandro III, successore dello zar “illuminato” Alessandro II, aveva restaurato nel Paese un dispotismo oscurantista e repressivo, e le istituzioni economiche e finanziarie ne approfittavano per vessare i cittadini con abusi e raggiri. Fino al clamoroso crack della banca di Skopin, piccola cittadina del Governatorato di Rjazan’, orchestrato da “un ometto basso e tarchiato” che risponde al nome di Ivan Gavrilov Rykov.
Il giovane Cechov fiuta l’occasione della vita e, accreditatosi come inviato, propone di scrivere una cronaca quotidiana del processo, forse sperando di mettere a nudo le macchinazioni del sistema bancario e le ambizioni meschine dei suoi artefici. Ma il direttore della Gazzetta di Pietroburgo -restio a ficcare il naso negli ingranaggi del potere - contropropone ogni giorno una breve nota umoristica in diretta dal tribunale. Checov esegue, ma da fine indagatore dell’animo umano quale già era non si limita a stilare leggeri elzeviri. Nonostante i tagli redazionali (”Mi hanno tagliato tutto ciò che poteva apparire sospetto”, si lamenta con il suo mentore Nikolaj Lejkin), i suoi articoli vanno a comporre un quadro di tipi umani universale, anzi attualissimo: la tragicomica rappresentazione dei prepotenti colti nell’attimo della sconfitta. Vi ricorda qualcuno il vicedirettore della banca di Skopin, il quale si dichiara non colpevole perché “io di questi titoli non ci capisco niente, signore […] mi danno da firmare e io firmo, cosa e perché non è affar mio”? E il “brigante-usignolo” che si pensava onnipotente, che “non credeva possibile né l’arresto né la prigione”? Riconoscete qualcuno in quei “tontoloni degli imputati”, che nonostante tutto si sentono in colpa per il proprio debito? Alla conclusione del processo, per Ivan Gavrilov Rykov si spalancheranno le porte della Siberia, mentre Anton Cechov spiccherà il suo breve volo nell’Olimpo della letteratura prima che la tisi si porti via il suo talento, a soli 44 anni. Intanto, a un secolo e più di distanza, il popolo degli sfruttati continua a crescere, nella vana attesa di un risarcimento per la sua miserabile sorte.
- Tags: alan_moore, anatema-di-zos, austin-osman-spare, dna, eddie_campbell, edizioni-bd, graphic_novel, Heidegger, hokusai, lichtenstein, magia, newcastle_upon_tyne, sacco-amniotico, sciamanesimo, teatro, un-disturbo-del-linguaggio, v_for_vendetta
-

Ipnagogico, esoterico ma semplice e potente come un gancio al mento. Alan Moore è un genio. Su questo tutti gli amanti di fumetti e graphic novel sembrano concordare, ma ora che la BD pubblica Un disturbo del linguaggio anche i fan più accaniti dell’autore inglese potrebbero trasalire. Un disturbo del linguaggio non è un fumetto, non è un racconto e non è nemmeno il resoconto disegnato da Eddie Campbell di una performance teatrale di Moore. O meglio è tutte è tre le cose ma è anche, olisticamente, qualcosa di più.
Il volume raccoglie due storie illustrate, Sacco amniotico e Serpenti e scale e una lunga intervista - chiacchierata delirante tra disegnatore e autore.
La narrazione ha una prosa lirica, che dalla penna di chiunque altro risulterebbe stucchevole, eccessiva, forzata.E con un gioco di scatole cinesi mette in scena una scena. Si tratta di un monologo mistico, magico, scientifico che Moore ha portato sul palco dell’Old County Court di Newcastle Upon Tyne dopo la morte della madre, e che Campbell ha tratteggiato per immagini, rielaborazioni e patchwork di Hokusai, Lichtenstein, Bosch, van Gogh, Tjapaltjarri ed Escher. Un viaggio a ritroso attraverso e oltre la nascita, superando la barriera del linguaggio mondano alla ricerca dell’elica del DNA, il verbo primordiale, l’essere dell’esserci avrebbe detto Heidegger, il nulla. Una ricerca del sé originario, non contaminato dalle convenzioni illusorie che fin dalla più tenera infanzia vengono filtrate e assorbite attraverso le parole. Il disturbo di cui parla Moore è quella sensazione perturbante di straniamento che ci coglie a tratti, quando per caso osserviamo il reale senza darlo per scontato, intravedendo l’essenza delle regole sociali: finzioni. Perché andiamo a lavorare? Perché ci comportiamo in questo o quel modo? Perché scegliamo di passare la nostra vita con quel partner? Perché votiamo? Cosa stiamo facendo?
In V for Vendetta e From Hell la narrazione mooriana era intrisa di critica di stampo sociopolico, in Watchmen si aggiungeva l’elemento eticomorale, in Un disturbo del linguaggio il tratto e il testo hanno un’essenza prettamente evocativa. Si opera magicamente (Moore ha deciso di diventare un “mago” all’età di quarant’anni, come spiega, assieme alla sua bislacca teoria sull’Ideaspazio, nell’intervista al termine del volume) si sovverte l’ordine, si sobilla il subconscio. L’oggetto e la tipologia della critica non sono definiti eppure sono, quasi a livello preconcettuale, limpidi. Per questo si tratta di un’opera esoterica ma chiara. Moore e Campbell agiscono a livello inconscio. Il loro è un incantesimo (per questo evoca), come lo era l’opera di Austin Osman Spare, a cui Moore fa più volte riferimento sia come modello artistico e umano sia come iniziato di un sapere anarchicamente occulto. Serpenti e Scale universalizza Sacco amniotico. Il secondo infatti prende le mosse da presupposti personali, dal vissuto dell’autore, va dal particolare all’universale, dal presente al passato, mentre il primo parte da una riflessione cosmogonica, che equipara l’elica del DNA al serpente creatore di molte mitologie; dal punto zero, dal big bang in avanti attraverso alcuni personaggi, anzi i loro cadaveri, attraverso la storia e l’arte porta a compimento il rituale del linguaggio. La trasmissione di un intero mondo caotico e in fibrillazione attraverso immagini e segni.
Parafrasando l’esergo dello Zarathustra di Nietzsche, un fumetto per tutti e per nessuno.
Di Michele Lauro
Nel 1927 Richard Kennedy ha sedici anni e nessuna voglia di studiare. Lo zio George, architetto con amicizie altolocate, prende a cuore il suo futuro e ne sponsorizza la candidatura come apprendista alla Hogarth Press. La pionieristica casa editrice fondata da Leonard e Virginia Woolf aveva appena dato alle stampe i primi due romanzi della scrittrice ed era in piena espansione, ma soprattutto costituiva una sorta di cenacolo del Bloomsbury Group, gli intellettuali modernisti uniti dall’amore per l’arte e la letteratura oltre che dai sentimenti antivittoriani. Richard ha qualche vaga velleità artistica e si fa coraggio, confortato dal consiglio dello zio secondo il quale “un cervello brillante, nell’apprendistato, non era necessariamente vantaggioso quanto l’abilità di rendersi utili in giro senza dar fastidio”. Per quattro anni lavora come factotum alle dipendenze dei Woolf: magazziniere, cassiere, usciere, venditore e, a tempo perso, lettore di manoscritti. Nel frequentare i salotti mondani dimostra uno spirito d’osservazione arguto e disincantato e intanto affina il tratto, intingendo il pennino nella china per descrivere le polverose stanze ingombre di libri e idee che costituivano la fucina della Hogarth. La vita quotidiana in una casa editrice così schiettamente “padronale” presentava molti lati divertenti, dalle segretarie vessate alle gaffes del novellino Richard durante le prime riunioni in società, allo scarso fiuto dimostrato da Leonard Woolf nel rispedire al mittente due manoscritti che avrebbero fatto fortuna come quelli Yeats e di Ivy Compton-Burnett. Leonard e Virginia erano una coppia votata al mestiere editoriale, in nome del quale, rivela a Richard un precedente apprendista, Leonard “pretendeva che il personale usasse le bozze come carta da gabinetto”.
Molti anni più tardi, nel 1972, alle spalle una fortunata carriera di illustratore di libri per ragazzi, Richard Kennedy fa stampare il suo diario presso la Whittington Press dell’amico John Randle, in una tiratura di sole 520 copie, “su un torchio tipografico Columbian del 1848″ (come racconta lo stesso Randle nella postfazione). Io avevo paura di Virginia Woolf è la prima edizione italiana dell’opera, e forse proprio il titolo è una delle note meno felici di questa preziosa riscoperta che si deve all’editore Guanda. Mentre A boy at the Hogarth Press, il titolo originale, è qui un didascalico sottotitolo, Io avevo paura di Virginia Woolf fa il verso a Chi ha paura di Virginia Woolf? del drammaturgo americano Edward Albee, un classico del teatro novecentesco. Virginia vi compariva sostanzialmente per via dell’assonanza del suo nome con quello del lupo - wolf. Nella memoria di Richard Kennedy e ancor di più nel suo pennino affilato, ritroviamo al contrario la grande scrittrice immersa nella sua quotidianità eccentrica, creativa e un po’ snob. “Mi feci un’idea nuova dell’artista come qualcosa di remoto dal mondo dei doveri quotidiani. L’artista… attraversava la vita a passo di danza, infrangendo tutte le regole, specialmente quelle create dai suoi predecessori, uomini ottusi affetti da daltonismo.” Una fotografia sincera dell’epoca forse più felice della vita di Virginia Woolf, la quale avrebbe poi cominciato a manifestare i primi segni di quella forma depressiva che la porterà al suicidio, nel 1941.

Simone Sarasso torna in libreria in questi giorni con Settanta (Marsilio, pp. 693 € 21,50 ), poderoso secondo volume della trilogia sporca dedicata alla storia di questo paese, il cui titolo si riferisce naturalmente al decennio più oscuro di tutta la stagione repubblicana.
Laddove il primo capitolo, Confine di Stato era rutilante, “fumettoso” e marcatamente debitore di James Ellroy, Settanta è più denso, articolato e guarda a Romanzo Criminale di De Cataldo. Lo stile di Sarasso è sempre cinematico e frizzante, come nel lavoro precedente, ma mentre in quel caso si è rischiato di semplificare la storia d’Italia concentrando fatti e responsabilità in Andrea Sterling, l’antieroe per eccellenza, in Settanta il tiro è stato aggiustato alla perfezione: l’Italia non è mai stata innocente, recita lo strillo in quarta, e qualcuno ne è responsabile, verrebbe da aggiungere. Panorama.it ha incontrato Simone Sarasso.
L’Italia non è mai stata innocente…
La frase è “ellroyana”, è la commutazione in salsa spaghetti dell’incipit di American Tabloid e credo che ben descriva l’aria che si respirava nelle strade durante il decennio più buio della nostra storia patria. Se penso all’establishment di quegli anni, tolti forse coloro che furono fatti fuori, non scorgo molte facce innocenti. Allo stesso modo, se penso alla criminalità o al mondo dello spettacolo, vedo squadrenarsi di fronte ai miei occhi un mare di miseria, bassezza e iniquità. E, ancora una volta, il numero di colpevoli mi sembra nettamente maggiore di quelli degli innocenti.
Confine di Stato era forse più “ellroyanao”, Settanta sembra “decataldiano”.
Bè direi che è molto “decataldiano” nell’approccio ai personaggi. Ma è anche “wumnghiano” nell’impostazione, “biondilliano” nel linguaggio e nuovamente “ellroyano” nel ritmo.
Come si è documentato?
Il mio lavoro di documentazione è un processo a cascata: prima la rete, poi le biblioteche, infine gli archivi. Parto dalle voci di corridoio e pian piano mi avvicino ai fatti: che sanno di polvere e hanno l’odore della carta ingiallita dal tempo.
Quale è la percentuale di fiction e quale di realtà?
Se in Confine di Stato la percentuale era sicuramente sbilanciata verso il reale (direi 70-30), qui le proporzioni cambiano: a occhio e croce 50-50, dal momento che molti eventi assomigliano a fatti realmente accaduti ma poi cambiano volto repentinamente.
Ha scelto di usare, in molti dialoghi e descrizioni, il dialetto, come mai?
Perché nell’Italia dei Settanta, specie negli ambienti che racconto io, era sicuramente più diffuso dell’italiano. In secundis, c’è una questione poetica: se Confine di Stato era assolutamente improbabile dal punto di vista linguistico, e nella Roma dei Cinquanta si muovevano loschi figuri che parlavano come Bruce Willis, in Settanta l’aderenza alla lingua reale è pressoché totale. Succede l’inverso per quanto riguarda il mix storia-finzione che percorre i romanzi: gli accadimenti di Confine di Stato erano più verosimili, quelli di Settanta sono spiccatamente ucronici. Non didascalicamente (il sequestro Argento assomiglia molto al sequestro Moro) ma di sicuro negli esiti.
Che tipo di oggetto narrativo è Settanta?
È un romanzo. Niente di più, niente di meno. Mi piacerebbe dire che è un romanzo storico, ma, come ho già accennato, in Settanta ciò che è realmente accaduto è un semplice trampolino di lancio. Si parte presto per la tangente. Si va piuttosto in là. Ma non così in là da poter definire il mio secondogenito un romanzo ucronico. Il termine inglese alternate history fiction potrebbe calzare. Settanta è un esempio di alternate history fiction.
Confine di Stato e Settanta fanno parte di una trilogia…. il prossimo è in cantiere, che segmento di storia coprirà?
Direi indicativamente 1981-1994. E sarà costruito per gran parte intorno a una figura femminile.
C’è altro in cantiere ?
Parecchio altro: un fiction a tre mani che probabilmente uscirà nel 2010, la graphic net novel Unite We Stand che sarà in libreria in ottobre, un libro di cui non ho ancora parlato nemmeno al mio editor (solo mia moglie ne sa qualcosa), una spy story, un romanzo apocalittico e uno storico. Sarà un’estate intensa.
L’ingrediente segreto sta tutto in un mix sapientemente orchestrato in grado di “coniugare lo stile rapido e vibrante del thriller americano con la profondità introspettiva e riflessiva della grande narrativa europea”. Senza troppi giri di parole, lo scrittore Juan Gomez Jurado spiega così il successo, targato terzo millennio, della narrativa spagnola. Un’onda lunga, iniziata qualche anno fa con i romanzi di Alicia Giménez-Bartlett e Carlos Ruis Zafon, proseguita poi con le storie di Idelfonso Falcones e, appunto, con i romanzi del narratore madrileno. Dopo l’exploit coinciso con l’uscita del primo titolo, La spada di Dio, Jurado è di nuovo in libreria, sempre per i tipi di Longanesi. Il secondo libro si intitola Ultima ora nel deserto, racconta di una spedizione segreta finanziata da un magnate ebreo americano con l’obiettivo di ritrovare l’Arca dell’Alleanza e, come il precedente, si muove nel crinale sdrucciolevole e pieno di mistero che fa capolino con la religione. Panorama.it ha incontrato lo scrittore.
La prima domanda è inevitabile: perché la dimensione ultraterrena caratterizza così tanto le sue storie?
Oggi più che mai, il rapporto tra metafisica e vita pubblica deve essere indagato. La religione è un punto focale della vita dell’individuo. Questo tema è ormai alla ribalta del dibattito pubblico. In paesi come la Spagna si discute molto del ruolo che deve avere un’istituzione come la Chiesa Cattolica e penso che il lettore sia molto interessato a questo genere di temi.
Per la caratterizzazione di temi e di personaggi, lei è stato definito il “Ken Follett spagnolo”. Come l’ha presa?
È un bellissimo complimento, che mi lusinga molto. Follett è tra i miei autori preferiti. Il problema, semmai, è capire se la cosa risulti altrettanto gratificante per lui…
Con il suo romanzo d’esordio ha venduto centinaia di migliaia di copie. Secondo lei, a cosa è dovuto un simile exploit?
Ultima ora nel deserto mescola una spettacolarità cinematografica, che colpisce subito con gli effetti speciali di un kolossal, a un substrato trascendente che racchiude il mio messaggio ai lettori. Come dire: la busta è importante, ma quel che conta è la lettera che c’è dentro. E il mio messaggio penso sia perfettamente riassunto dal poema di Sam Keen con cui apro il mio libro, una specie di “ode alla lotta contro i pregiudizi”. Vorrei aver saputo scrivere io qualcosa di così bello!
Come lavora Juan Gomez Jurado?
Devo confessare che sono piuttosto metodico. Dapprima disegno la storia, riportando ogni scena isolata in un quadretto su una grande lavagna. Poi, collego le scene tra loro. Quando ho finito, fotografo la lavagna e ne faccio uno schema a plotter con un programma speciale sul computer. Solo a questo punto, inizio a redigere il romanzo basandomi fedelmente su quel canovaccio e utilizzando un altro computer. Normalmente scrivo la notte, quando i miei figli sono andati a dormire. Di solito, ho bisogno più di un anno per scrivere un libro: dieci mesi di ricerche e sopralluoghi, e quattro o cinque mesi circa per la stesura vera e propria.
Segue la narrativa italiana contemporanea?
Abbastanza, anche se sono più ferrato sulla letteratura anglosassone. In Italia avete comunque degli scrittori davvero bravi. Mi piacciono molto Giorgio Faletti, Andrea Camilleri, Roberto Saviano. Tra i grandi del Novecento, poi, non posso dimenticare Pier Paolo Pasolini.
Quali sono i suoi punti di riferimento letterari?
Di ogni libro che ho letto ho fatto mio qualcosa, ma i miei autori preferiti sono senz’altro Stephen King, Clive Cussler e, appunto, Ken Follett. Tuttavia, i capisaldi della mia formazione come lettore li ho messi da parte in tenerissima età. La sera, quando tornava dal suo secondo lavoro, mio padre mi ha sempre letto molti libri e ha sempre insistito perché io stesso leggessi molto. Da par mio, ho raccolto il consiglio già da quando avevo tre anni. Così, ho imparato ad amare Jules Verne e, quando ero un po’ più grande, Alexandre Dumas e Walter Scott. Per essere un buon scrittore non è solo necessario leggere tantissimo: è indispensabile leggere ciò che piace davvero.

San Diablo (edizioni Idea, 288 p.p., euro 8,50) è un libro di confine, quello che separa verismo da realismo magico. Manfredo Kempff Suarez, tradotto da Antonio Vigilante, intesse un intreccio a mosaico, un patchwork di situazioni, personaggi, ricordi, analessi e sottotrame per mettere in scena la sua terra. Il punto di partenza è Santa Cruz, oggi capitale economica della Bolivia, ma ai tempi della narrazione - tra gli anni ‘30 e ‘40 - soltanto un villaggio. Luciano Salvatierra è un perditempo, cinico, erotomane, rissoso, alcolizzato e inguaribile fedifrago. Un uomo mosso unicamente dalla passione, che si crogiola nella sua spavalderia e nelle notti brave di Santa Cruz. Da giovane si arruola, in cerca di avventura, e parte per la Guerra del Chaco, si offre immediatamente volontario per guidare un manipolo di uomini in un’incursione e viene colpito dalle truppe paraguaiane al petto senza poter sparare nemmeno un colpo. Tornato a casa “da eroe” si invaghisce per capriccio di Juana, la sua futura moglie, che conquisterà tra risse, violenze e uccisioni con la famiglia di lei. Ben presto si stanca e salta da un letto all’altro, di bordello in bordello, di bettola in bettola, facendo furore tra le signore con il suo carisma e l’incredibile voce con cui canta fino a strappare le lacrime. In parallelo assistiamo alla storia di Osvaldo Bazan, il migliore amico di Luciano, la sua controparte. Timido, dall’aspetto orribile, con le orecchie enormi e pelose e un cranio afflitto da una tremenda calvizie, tanto che in giro si dice sia figlio di un vampiro. Osvaldo detto Orejon, mantiene sempre un profilo basso, evita con tutti i mezzi di partire per il Chaco, cambia partito politico come cambia papillon e vive con la vecchia madre, donna Zoraida. Una terribile tragedia si è abbattuta sulla famiglia Bazan, tutte le sorelle di Osvaldo sono morte adolescenti in circostanze misteriose. La disperazione porta donna Zoraida e il marito, che passerà a miglior vita poco dopo, a una scelta macabra e delirante, mentre Orejon cerca di rifarsi una vita con la bellissima e sfortunata Lucrecia che lo sposerà controvoglia dopo una serie di amori falliti e che si innamorerà perdutamente di lui durante la luna di miele per una caratteristica, che come cantava De André è la meno apparente, fra tutte le virtù la più indecente.
La vita a Santa Cruz prosegue, ma donna Zoraida e Luciano dovranno fare i conti con le loro colpe, la prima perderà il senno combattendo con la Parca, che le fa visita incessantemente fino a portarsela via, il secondo con il diavolo in persona. Kempff riesce alla perfezione a intersecare realtà e allegoria restano sempre in bilico tra realtà e sogno. Se quella di Zoraida e di Luciano siano rispettivamente demenza senile e delirium tremens o se davvero lottino contro la morte e il maligno non ha importanza. L’affresco è perfetto e il confine affascinante. San Diablo è un libro di atmosfera e di personaggi, con un fascino esotico d’altri tempi, una scrittura serrata, un caldo erotismo tropicale e una vena ironica. Le edizioni Idea lo avevano già proposto al pubblico italiano con l’ottimo “Margarita Hesse”, l’anno scorso, mentre in Sudamerica Kempff pubblica per il colosso Alfaguara. Un autore da tenere sott’occhio e da posare sullo scaffale accanto a Marquez, Soriano, Quiroga, Cortazar, Allende e Vargas Llosa.

Mettere la faccia senza rimetterci la faccia. Dove? Sul “libro delle facce” virtuale, ovviamente, quel Facebook che da qualche mese sbuca prima o poi in ogni conversazione. Non è un caso se nel corso dell’ultimo anno i suoi utenti in Italia sono cresciuti del 961%, si sono praticamente decuplicati, raggiungendo la quota di 7,5 milioni. La facebook-mania ha già valicato i confini del cinema e della letteratura, ma forse prima di cantarne le gesta è meglio sapere come usare al meglio le potenzialità del social network più popolare del pianeta. E, all’occorrenza, difendersi. Da “false friends” interessati o troppo assillanti, intasatori di posta elettronica, “taggatori” senza pietà per le altrui figuracce, untori di giochini ammazza-tempo. Senza dover fuggire da quella che, per il suo fondatore Mark Zuckemberg, sarebbe “l’ottava nazione mondiale per popolazione”.
Per questo è nato “Facebook - trova tutti i tuoi amici in rete” (Sperling & Kupfer, pag.120), un vero e proprio manuale dedicato a chi si appresta a creare il suo primo profilo, ma anche a chi già da un po’ aggiorna il proprio status (anzi, ora si chiama “pensiero”) e vuole esplorare le applicazioni del social network senza perdere intere serate. O peggio, pomeriggi lavorativi, con grande scorno dei Brunetta di tutta Italia. Ricco di grafiche esplicative e immagini, il libro può essere letto come un ipertesto, saltando direttamente alle parti che ci interessano, oppure pagina dopo pagina, per scoprire i segreti e i trucchi di Facebook: come farsi (o non farsi) trovare, come creare un profilo più accattivante, come orientarsi nel mare delle applicazioni, evitare la diffusione di foto imbarazzanti, interagire con i propri amici anche dal telefonino, “scaricare” gli ex-amici. L’autrice, Silvia Ponzio, confessa da subito la propria passione per Facebook ma è altrettanto esplicita nel mettere in guardia dai pericoli: si può usare il social network, scoprire e divertirsi, senza per forza diventarne schiavi. Giornalista ed esperta di informatica, materia di cui si occupa dal 1998, da quando Zuckerberg al massimo aveva finito il primo “Tomb Raider” sulla sua Playstation, Silvia Ponzio ha scritto per Mondadori informatica anche “Tutto software gratis”, “Mp3: guida pratica - I portatili”, “Ti sento, ti parlo, ti vedo, gratis”, “IPod”, “iPhone”. Sulla pagina di Facebook dedicata al libro, continua a distribuire consigli che integrano perfettamente i contenuti del libro.LEGGI ANCHE: Social network, solo un iscritto su cinque conosce i suoi amici

Di Michele Lauro
Due arzilli veterani dell’arte del fumetto rinsaldano il loro connubio e creano Bouncer, il buttafuori del saloon Infierno, protagonista di un post western ispirato e cupo. Sono il disegnatore francese François Boucq, guru del fumetto franco-belga, e Alejandro Jodorowsky, ottantenne nocchiero della civiltà delle immagini, capace di spaziare fra disegno, cinema, teatro, filosofia, esoterismo e tarocchi con lo stesso spirito visionario e anticonformista. Bouncer, l’integrale (Magic Press) raccoglie in un corposo tomo le prime cinque avventure del monco pistolero-buttafuori, uscite prima in Francia poi in Italia tra il 2001 e il 2008.
La confezione patinata e la grafica di questo libro sono così raffinate ed eleganti che è uno shock cominciare a leggere la storia. Barro City, sorta su un precedente insediamento di nativi spazzato via dai pionieri, è l’ultima frontiera del vecchio Far West: i topoi del genere ci sono tutti (indiani e cow boy, saloon, sceriffi corrotti, boia, puttane che fumano il sigaro, cani randagi e coyote) ma calati in un contesto di abiezione estrema. Uomini donne e bambini, genitori e figli, sudisti e nordisti, pelli rosse e visi pallidi, boia e assassini uniti da un unico sentimento collettivo: la vendetta. Per il popolo, il senso di giustizia si traduce nell’acclamare le esecuzioni di piazza, e per i pochi eroi come il nativo Alce Bianco nel chiedere la morte per se stesso a una pistolera bianca, perché “il sacro dovere di una figlia è vendicare colui che le ha donato la vita”.
Superato lo scoglio dell’immoralità e della depravazione, Bouncer offre diverse, stimolanti chiavi di lettura. Pur restando nel canone dell’epopea western con continui e spettacolari colpi di scena, Jodorowsky distilla sapientemente temi a lui cari, ispirati alla visione sciamanica di Carlos Castaneda. Suggestioni lisergiche come l’iniziazione del giovane Seth secondo il rito del peyote, o il simbolico crotalo, serpente dal veleno mortale per i visi pallidi ma mistica fonte di sapienza per il capo indiano. Fino ai torbidi sogni generati dai fumi dell’oppio quando Bouncer si rifugia tra le braccia di Yin Li, la tenutaria della fumeria che si offre come la sua protettrice e concubina, e nel contempo declama haiku amorosi: “Sono il tempo che passa, il suo potere… è far dimenticare il passato”. Toccante è la rappresentazione del cordone ombelicale che unisce uomo e natura nella cultura dei nativi. Alle lunghe didascalie di Jodorowsky che affondano nel passato con taglienti flashback, si accompagnano i paesaggi mozzafiato di Boucq. La sua matita indugia fra i canyon del Wyoming sottolineando il contrasto metafisico tra la polverosa riarsa e demoniaca immobilità diurna e la raggelante atmosfera lunare, squarciata dall’ululato dei coyote: il loro festoso abbraccio offre ad Alce Bianco il rifugio nel calore di Madre Terra. Sangue polvere arenaria e incarnati bruciati dal sole d’un tratto mutano segno, al sopraggiungere delle ombre cineree gettate dalle rupi all’imbrunire. È lo scorrere immutabile del tempo nella natura selvaggia, unica redenzione di un Far West inselvatichito.

La mappa del web
Le patatine aromatizzate Dorito’s avevano bisogno di un nuovo sapore. Rinnovare il gusto alla ricerca di nuovi clienti. Ma questa volta gli esperti di Dorito’s non si sono affidati agli assaggiatori professionali: hanno chiesto ai loro clienti di scegliere tra cinque gusti con una votazione su internet. È un caso che negli ultimi mesi viene citato dai guru del web per mostrare come trasformare l’incontro tra le patatine e le papille gustative in un’ “esperienza significativa” per i consumatori. “Ma come si fa a dire che assaggiare patatine è un ‘esperienza significativa? Che cosa ci sta succedendo?” tuona Andrew Keen, ex ricercatore universitario e ora imprenditore del web, che ha navigato su internet tra blog e social network, siti di multinazionali e movimenti per i diritti civili. “Le istituzioni sociali ora sono indebolite” continua Keen “e ciò che le sta rimpiazzando è un individualismo radicale. Basta guardare twitter (un microblog che permette di inviare messaggini di 140 lettere, ndr): è un esempio perfetto di competizione per conquistare più followers (cioè persone che seguono gli aggiornamenti del microblog, ndr). E aggiunge “Quello che resta, insomma, è l’autopromozione di sé stessi”. Sono idee fuori dal coro, raccontate in Dilettanti.com, appena pubblicato in Italia per DeAgostini. Dove descrive il cambiamento dell’industria culturale tradizionale che si sta dissolvendo sotto la valanga dei contenuti gratutiti pubblicati dagli appassionati. Ma il mutamneto, per Keen, è soprattutto una minaccia. I video di YouTube divorano il dominio della televisione. Blog e social network inceppano le rotative della carta stampata. E un’ondata di commenti, opinioni e consigli liberamente accessibili sul web dissolve il ruolo degli esperti, visti come sacerdoti della conoscenza.
Ma quando inizia la grande trasformazione che sta cambiando (almeno sul web) il modo di stare insieme tra le persone? Keen critica senza peli sulla lingua la Silicon Valley californiana, cuore dell’industria hitech e culla di internet, che “non è un libero mercato, ma un insieme di attività economiche controllate da pochi”, aggiungendo un affondo contro l’icona del web: “Google non sta generando una nuova cultura, ma serve soltanto a diffondere più pubblicità e più controllo” chiarisce l’autore di Dilettanti.com. Poi cambia prospettiva, con un salto alla fine del Settecento, ricordando l’arrivo delle macchine nella produzione delle botteghe artigiane. Un avvento che porta con sé un’utopia, secondo Keen: “È l’idea che la tecnologia liberi l’uomo. Oggi, a quanto pare, è cambiato ben poco”. Che cosa ne pensate?

Un misterioso viaggiatore dai capelli biondi arriva a Sikri, sede della corte Mogol, e chiede udienza al sovrano Jallaluddin Muhammed Akbar, detto Akbar il Grande. È un po’ il punto di partenza del nuovo romanzo di Salman Rushdie, L’incantatrice di Firenze, che esce in questi giorni edito da Mondadori (pp. 376, 20 euro). Il libro si lega per molti versi al nostro Paese, e a uno dei suoi periodi più fiorenti, il Rinascimento, oltre che all’India, pese natale dello scrittore. Così alcuni versi d’epigrafe affiancano Petrarca a Mirza Ghalib. Lo straniero infatti afferma di venire da una sconosciuta, remotissima città di nome Firenze e di avere una storia tanto meravigliosa quanto veritiera da raccontare: una storia che lega i destini della misteriosa capitale d’Occidente da cui proviene a quelli dalla discendenza del monarca indiano.
Il racconto di Rushdie unisce una grande e libera inventiva a una documentazione storica minuziosa (come dimostrano le sei pagine di bibliografia, alla fine) e si snoda tra figure storiche come, per fare un esempio, Niccolò Machiavelli, e vede tra i protagonisti l’enigmatica Qara Koz, Madama Occhi Neri, principessa destinata a sconvolgere con la sua esotica e rara bellezza la raffinata corte medicea fiorentina. Spetta al lettore cercar di scoprire quanto c’è di vero nel racconto del viaggiatore, il quale afferma di non essere altri che il figlio di Qara Koz. E poi di capire se invece si tratta solo di un bugiardo che, in quanto tale, merita la morte.
(Fonte: Ansa)

La logorante campagna d’Italia, la guerra partigiana di resistenza alle truppe di occupazione naziste e fasciste, il dramma dei civili, la fine del fascismo. L’anno terribile 1944-45 viene raccontato, anche attraverso le testimonianze dei veterani della Seconda Guerra Mondiale, da James Holland, uno dei migliori giovani storici inglesi, uscito in Italia per i tipi di Longanesi.
Membro della Commissione britannica di storia militare e dell’Associazione delle guide dei campi di battaglia, Holland, 39 anni, è autore di altre opere dedicate alla Seconda Guerra Mondiale fra cui La fortezza Malta (sempre Longanesi). Con i veterani del conflitto lo storico ha avuto numerosi colloqui disponibili all’Imperial War Museum e archiviati nel sito www.secondworldwarforum.com In L’anno terribile, che saraà pubblicato in più di 50 paesi fra cui Sudafrica e Nuova Zelanda, Holland è riuscito a raccontare gli eventi del 1944-45 senza escludere nessun punto di vista: quello dei tedeschi, dei fascisti, dei partigiani, della popolazione civile, con 39 fotografie fuori testo. Questo grazie a un accurato lavoro di ricerca in cui ha raccolto una vasta documentazione e alla collaborazione di consulenti e archivisti. “Non sarei riuscito a scrivere questo libro” spiega nei ringraziamenti “senza l’aiuto di un gran numero di persone, in particolare i veterani e le loro famiglie che, senza eccezioni, mi hanno concesso il loro tempo e hanno collaborato al di là di quanto mi potevo ragionevolmente aspettare”. Le sofferenze del 1944-45 vengono fatte rivivere da Holland con grande coinvolgimento. L’attentato antitedesco di via Rasella del 23 marzo 1944 viene raccontato attraverso gli stati d’animo e le emozioni di Rosario “Paolo” Bentivegna, alla guida dei partigiani romani del Gap centrale, e della sua fidanzata Carla Capponi o “Elena” come era nota fra i suoi compagni. “La notte precedente, distesa accanto a Paolo nel loro nascondiglio, Carla aveva dovuto ricordare a se stessa il motivo per cui aveva deciso di partecipare a una simile azione” dice lo storico. E poi, avvicinandosi al momento culminate dell’azione: “in cima a Via Rasella, nel giardino di Palazzo Barberini, Carla scorse alcuni bambini che giocavano a calcio. Immaginando l’orrore dei bambini investiti dall’esplosione della bomba, si avvicinò e gridò: ‘Non potete giocare a calcio in questo giardino. Andate a casa a fare i compiti!’. Allarmati dal suo tono i ragazzini sgombrarono immediatamente il giardino”. Con lo stesso stile coinvolgente viene ripercorsa la vigilia e l’infuriare della battaglia nel maggio del 1944, le operazioni del generale Clark, la caduta di Roma e poi la situazione al Nord occupato con oltre 700 massacri di civili da parte di truppe tedesche e fasciste. In mezzo a tutto questo, le persone cercavano di sopravvivere e L’anno terribile è soprattutto il racconto della vita in tempo di guerra.
(Fonte: Ansa)
Inizia il 14 maggio, al Lingotto di Torino (fino a lunedì 18), la 22/a edizione della Fiera del Libro. Ci saranno 53 editori in più rispetto all’anno scorso, per un totale che supera i 1.400. “In alcuni anni eravamo noi a dover correre dietro gli editori” ha detto il presidente Rolando Picchioni “ora ogni anno bussano new entry”. Fra i nomi nuovi: Purple Press, :duepunti edizioni, Angelo Colla Editore, Peliti Associati, 001 Edizioni, ReNoir Comics.
Insomma, la Fiera sta bene. L’anno scorso ha chiuso con un totale di 300 mila visitatori e un bilancio da un milione e 750.000 euro.
Il paese ospite è quest’anno l’Egitto, grande spazio dunque sarà dato alla letteratura araba. Di Egitto e di comunione intellettuale tra l’Italia e il sud del mediterraneo si comincia a parlare già dalla serata inaugurale d’anteprima al Teatro Carignano (una festa quest’anno più sobria del solito, visti i tempi di crisi, e anche priva di buffet) che vedrà, tra l’altro, la presenza di Mohamed Salmawy, presidente dell’associazione scrittori arabi. Salmawy parlerà del culto del libro proprio della società antica egiziana, in epoca pre ellenistica e degli scambi culturali dell’Italia pre romana e le terre arabe.
Anche quest’anno arriveranno in Fiera centinaia di scrittori e intellettuali, molti invitati a declinare il tema di quest’anno, Io e gli altri. Un tema generoso e denso scelto “in un momento in cui” dice Ernesto Ferrero, direttore “sembra prevalere l’edonismo, l’egoismo e una sorta di ateismo sociale”. Tra i grandi nomi si possono citare il Nobel turco Orhan Pamuk, già a Torino nel 2001, Salman Rushdie, David Grossman, il cinese Yu Hua, dal poeta franco-siriano Adonis, lo svedese Bjorn Larsson, l’argentino Alberto Manguel, gli americani Percival Everett, Todd Hasak Lowy, James Frey e Garth Stein, John Simenon che ricorderà il padre Georges.
Tra gli italiani, Umberto Eco che farà la prolusione inaugurale giovedì, Gianrico Carofiglio, Claudio Magris, Margaret Mazzantini, Valerio Manfredi, Paolo Giordano, Lidia Ravera, Susanna Tamaro.
Ci saranno poi anche quest’anno il Bookstock Village, dedicato ai giovani (l’anno scorso furono 50.000 i visitatori) e poi le sezioni Adotta uno scrittore, Lingua Madre, l’Intenational Book Forum.

(Nella foto: lo scrittore Andrea Vitali)
Più concorrenti e libri di notevole qualità letteraria che entrano in concorso senza alcuna riserva da parte dei giurati: un soddisfatto Tullio De Mauro promuove l’edizione del Premio Strega 2009. Dodici le opere ammesse alla 63/ima edizione, realizzata dalla Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, in collaborazione con Liquore Strega e il Comune di Benevento.
I titoli selezionati dal Comitato direttivo del Premio Strega, presieduto dal direttore della Fondazione Bellonci, il linguista Tullio De Mauro, sono: In terra consacrata (Piemme) di Ugo Barbara; Come ho perso la guerra (Fandango Libri) di Filippo Bologna; I nostri occhi sporchi di terra (Baldini Castoldi Dalai) di Dario Buzzolan; La vedova, il Santo e il segreto del Pacchero estremo (Marsilio) di Gaetano Cappelli; I frutti dimenticati (Marcos y Marcos) di Cristiano Cavina; Cecilia (Edizioni e/o) di Linda Ferri; L’istinto del lupo (Newton Compton) di Massimo Lugli; Stabat Mater (Einaudi) di Tiziano Scarpa; Il bambino che sognava la fine del mondo (Bompiani) di Antonio Scurati; Il tempo materiale (minimum fax) di Giorgio Vasta; L’ultima estate (Fazi) di Cesarina Vighy e Almeno il cappello (Garzanti) di Andrea Vitali.
“Mi pare che il numero dei concorrenti sia cresciuto” ha detto De Mauro “Era parecchio tempo che non c’erano tanti aspiranti a concorrere. Parecchi libri hanno una qualità letteraria notevole, tant’è che 6 o 7 libri non hanno avuto bisogno di discussione, così come per altri due non c’è stato alcun dubbio nella loro esclusione”.
Per il presidente della Fondazione Bellonci, Antonio Maccanico, “non c’è dubbio che il Premio Strega sia il premio letterario più importante del Paese. Se si considerano i vincitori dell’ultimo cinquantennio si ha la sensazione di trovarsi di fronte alla storia della letteratura di questi anni”.
Il premio - di 5 mila euro - viene assegnato ogni anno a un libro di narrativa in prosa di autore italiano, pubblicato in prima edizione tra il 1 maggio dell’anno precedente e il 30 aprile dell’anno in corso. Il libro è scelto a mezzo di votazione segreta e con due votazioni da tutti gli Amici della domenica. Dopo la tappa inaugurale di Benevento - dove nel 1860 ebbe inizio l’avventura della famiglia Alberti, che da quasi un secolo e mezzo produce il liquore che al Premio Strega ha dato il suo nome - la prima votazione si terrà come sempre in Casa Bellonci, a Roma. Anche quest’anno, giovedì 11 giugno, in via Fratelli Ruspoli sarà effettuato lo spoglio dei voti dei 400 Amici della domenica per la designazione dei 5 libri che accederanno alla votazione finale e che saranno presentati giovedì 18 giugno anche a Berlino in un appuntamento realizzato in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura. Il viaggio del Premio Strega farà quindi ritorno a Roma, giovedì 2 luglio, per la seconda votazione e per la tradizionale cerimonia di premiazione del vincitore al Ninfeo di Villa Giulia.
Gli ultimi commenti