La ragazza dell’acqua, il fantasy post moderno di Alan Warner

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Di Michele Lauro
Fin dal suo esordio con lo spiazzante Rave Girl, poi divenuto un film diretto da Lynne Marsay, lo scozzese Alan Warner si è segnalato come un narratore brillante e fuori dai canoni, capace di usare la penna come una macchina da presa a scandagliare paesaggi immaginari, popolati da creature bizzarre. Dopo aver pubblicato anche il suo terzo e quarto libro, Le Soprano (anch’esso trasposto sul grande schermo con discreto successo) e L’uomo che cammina, Guanda colma il divario e con una decina d’anni di ritardo dà alle stampe La ragazza dell’acqua, secondo romanzo di Warner e atipico sequel di Rave Girl.
Fin dalle prime battute il diario in prima persona svela infatti nella protagonista la “ragazza selvaggia” Morvern Callar, naufragata con il suo traghetto nei pressi di un’isola senza nome. Morvern raggiunge la costa a nuoto, portando in salvo una bimba. Potrebbe essere un’avventura come tante, non fosse per le bombe al fosforo che giacciono sui fondali e illuminano le acque buie con i loro bagliori sinistri. Appena il tempo di mettere piede sulla terraferma, e comincia un viaggio surreale su e giù per le umide lande dell’isola, alla ricerca di un hotel per coppiette in luna di miele alternativa, il Dome Hotel, gestito da un viscido personaggio di nome Brotherhood. Durante il suo periplo, Morvern si imbatte in un misterioso Investigatore Aereo che indaga su alcuni relitti scomparsi, e in un cast di vagabondi, disperati, oscure anime dai nomi archetipici (l’Argonauta, l’Avvocato del Diavolo, il cuoco Macbeth, DJ Cormorano). Tutti si danno appuntamento al più grande rave del millennio, durante il quale si consumerà l’epilogo della storia.
Fantasy postmoderno, La ragazza dell’acqua ha uno svolgimento non sempre facile da seguire. Il puzzle narrativo - con il “passaggio” della prima persona da Molvern all’Investigatore aereo e viceversa - svela a poco a poco una trama segreta che unisce i personaggi, in bilico tra ossessioni, indifferenza, stati depressivi, piccole malvagità. L’atmosfera è carica di tensione ma Warner alterna abilmente distacco e acuta sensibilità, affidandosi a una colonna sonora a cura di Bob Dylan e Verve (altro accostamento fuori sincrono) e aromatizzando gli effluvi di morte con dialoghi irresistibili e una prosa poetica. La sua scrittura cruda offre davvero squarci di lirismo inatteso, specie nella descrizione della natura di questo non-luogo circondato all’acqua. Grottesco, allucinato, esplosivo, La ragazza dell’acqua conserva fino all’ultima pagina molti dei suoi enigmi e può apparire incompiuto, come lo era in parte anche Rave Girl. Ma forse semplicemente è il viaggio, reale o metaforico che sia, lo scopo ultimo dell’iniziazione di Molvern. Perché cercare una meta? Per dirla con le bellissime parole di De André: “Per la sola ragione del viaggio, viaggiare”.

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