Di Michele Lauro
Nel 1927 Richard Kennedy ha sedici anni e nessuna voglia di studiare. Lo zio George, architetto con amicizie altolocate, prende a cuore il suo futuro e ne sponsorizza la candidatura come apprendista alla Hogarth Press. La pionieristica casa editrice fondata da Leonard e Virginia Woolf aveva appena dato alle stampe i primi due romanzi della scrittrice ed era in piena espansione, ma soprattutto costituiva una sorta di cenacolo del Bloomsbury Group, gli intellettuali modernisti uniti dall’amore per l’arte e la letteratura oltre che dai sentimenti antivittoriani. Richard ha qualche vaga velleità artistica e si fa coraggio, confortato dal consiglio dello zio secondo il quale “un cervello brillante, nell’apprendistato, non era necessariamente vantaggioso quanto l’abilità di rendersi utili in giro senza dar fastidio”. Per quattro anni lavora come factotum alle dipendenze dei Woolf: magazziniere, cassiere, usciere, venditore e, a tempo perso, lettore di manoscritti. Nel frequentare i salotti mondani dimostra uno spirito d’osservazione arguto e disincantato e intanto affina il tratto, intingendo il pennino nella china per descrivere le polverose stanze ingombre di libri e idee che costituivano la fucina della Hogarth. La vita quotidiana in una casa editrice così schiettamente “padronale” presentava molti lati divertenti, dalle segretarie vessate alle gaffes del novellino Richard durante le prime riunioni in società, allo scarso fiuto dimostrato da Leonard Woolf nel rispedire al mittente due manoscritti che avrebbero fatto fortuna come quelli Yeats e di Ivy Compton-Burnett. Leonard e Virginia erano una coppia votata al mestiere editoriale, in nome del quale, rivela a Richard un precedente apprendista, Leonard “pretendeva che il personale usasse le bozze come carta da gabinetto”.
Molti anni più tardi, nel 1972, alle spalle una fortunata carriera di illustratore di libri per ragazzi, Richard Kennedy fa stampare il suo diario presso la Whittington Press dell’amico John Randle, in una tiratura di sole 520 copie, “su un torchio tipografico Columbian del 1848″ (come racconta lo stesso Randle nella postfazione). Io avevo paura di Virginia Woolf è la prima edizione italiana dell’opera, e forse proprio il titolo è una delle note meno felici di questa preziosa riscoperta che si deve all’editore Guanda. Mentre A boy at the Hogarth Press, il titolo originale, è qui un didascalico sottotitolo, Io avevo paura di Virginia Woolf fa il verso a Chi ha paura di Virginia Woolf? del drammaturgo americano Edward Albee, un classico del teatro novecentesco. Virginia vi compariva sostanzialmente per via dell’assonanza del suo nome con quello del lupo - wolf. Nella memoria di Richard Kennedy e ancor di più nel suo pennino affilato, ritroviamo al contrario la grande scrittrice immersa nella sua quotidianità eccentrica, creativa e un po’ snob. “Mi feci un’idea nuova dell’artista come qualcosa di remoto dal mondo dei doveri quotidiani. L’artista… attraversava la vita a passo di danza, infrangendo tutte le regole, specialmente quelle create dai suoi predecessori, uomini ottusi affetti da daltonismo.” Una fotografia sincera dell’epoca forse più felice della vita di Virginia Woolf, la quale avrebbe poi cominciato a manifestare i primi segni di quella forma depressiva che la porterà al suicidio, nel 1941.
- Venerdì 29 Maggio 2009

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Commenti
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Il 9 Novembre 2011 alle 18:17 trincillav ha scritto:
La ricenzione del libro contiene un lampante errore.
Virginia Woolf soffre di attacchi depressivi dall’età di tredici anni, da dopo la morte della madre.
Nel ‘13 o nel ‘14, Virginia è ricoverata (per la terza volta della sua vita!) a Twickenham, in una casa di cura. Dopo poco tempo, tornata a casa, tenta il suicidio con il Veronal.
Dopo questo periodo, Leonard le promette l’acquisto della pressa, che darà vita alla Hogarth Press.
Virginia non ebbe più attacchi per 25 anni, quando si presentò la crisi che la portò al suicidio.
Scrivere che “i primi segni di quella forma depressiva che la portò al suicidio” si sono presentati dopo l’epoca felice della Hogarth Press è alquanto fuorviante se non falso.
Virginia Woolf era una persona che amava la vita, spiritosa, e i suoi attacchi non erano preponderanti, ma il controllo di Leonard Woolf fù fondamentale per non far precipitare quelle ‘influenze’ che apparivano continuamente nella sua vita.
Per una semplice biografia in italiano, vi consiglio “Possiedo la mia anima” di Nadia Fusini
Cordialmente
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