Archivio di Maggio, 2009

È francese, viaggia in incognito, si ferma una notte sola. È Donatien Alphonse François de Sade, il Divin marchese. Che Roberto Barbolni, nel volumetto Sade in drogheria (Manni editore), tallona durante un dissoluto soggiorno in Italia.
“Domani partirà per Firenze. Neanche il tempo di lasciare i bagagli all’albergo e già s’è messo in caccia”. Il servo La Jeunesse sa che “anche stasera dovrà procurare al suo padrone un po’ di divertimento”. E il suo divertimento, come è noto, ha un vocabolario più che vario, fatto di fruste, lacrime, suppliche, tremiti e gemiti - almeno per citare gli svaghi più innocenti. I meno innocenti, invece, sono quelli che l’hanno indotto a fuggire dalla Francia, per scampare a chi - come la suocera - lo vorrebbe volentieri sulla forca.
Così seguiamo il re dei libertini mentre vaga per gli antichi domini estensi in cerca di sollazzi, tra la Drogheria Giusti di Modena e vari bordelli della zona.
La narrazione instilla un dubbio: può il passaggio, pur brevissimo, di Sade in quelle zone aver gettato anche un seme nel tempo? La risposta è in un grido che parte da uno schiocco di frusta del marchese e arriva ai giorni nostri, sulla scia di un fatto di sangue accaduto proprio davanti alla Drogheria Giusti di Modena. Giocando col tempo c’è spazio anche per una capatina negli anni Settanta: fra indiani metropolitani, radio Alice, i poeti d’avanguardia e un ragazzo di Correggio che si chiamava Pier Vittorio Tondelli. Mentre ai giorni nostri, tra un corteo del gay pride e un plotone di naziskin che procede al grido di “A morte i culattoni!”, fa la sua comparsa nientemeno che il professor Theodor Wiesengrund Adorno. Proverà lui a spiegare il nesso tra il Divin marchese, gli scambisti d’un club privé e “gli scimuniti da stadio”.
Su e giù nei secoli e lungo le rive del fiume Enza, il viaggio procede rapido come l’inquieta frenesia del libertino. E in meno di trenta pagine Barbolini trova un modo divertente - con attori d’eccezione - per mettere in scena l’eterno equivoco del piacere, sempre in bilico tra immaginazione e realtà.
Sade in drogheria è uno dei sedici titoli che fin’ora Manni ha pubblicato nella nuova collana “Chicchi”, dedicata a quelle opere - come spiega l’editore - “che i grandi autori non consegnavano ai loro abituali editori perché troppo brevi o speciali”. Copertina rossa o nera, formato da taschino (11 cm per 16,5) e una trentina di pagine per volumetto (prezzo fisso di 5 euro) per confezionare piccoli cammei come quello di Raffaele La Capria, con il suo Amori: rapida inchiesta sulle tante facce con cui l’amore si presenta nelle diverse età della vita. E di Dario Voltolini con Fabio, kafkiano vagabondaggio del protagonista alle prese con una strana e repellente creatura che si rivelerà infine assai familiare. Pronti per le stampe sono invece La passeggiata, di Beppe Sebaste, surreale ricognizione di volti e stati d’animo all’ombra della Tour Eiffel. E Per più amore, di Paolo Di Stefano, tragicommedia in cui si mischiano dolore, amore e morte. Entrambi i titoli sono in uscita il prossimo giugno.

A L’Aquila, la Fondazione Marilena Ferrari-FMR, affiancando le tante iniziative di solidarietà a favore delle popolazioni colpite dal terremoto, offre il suo contributo proponendo ai giovani ciò che meglio conosce: l’arte del libro. Nasce così “L’Officina Adamo da Rottweil”, un laboratorio dove alcuni studenti aquilani, assistiti dai maestri artigiani che lavorano per la Casa editrice d’arte Marilena Ferrari-FMR e da uno staff di psico-pedagogisti coordinati da Marco Dallari (docente di Pedagogia generale all’Università di Trento), daranno vita a un libro d’arte, che diventerà l’occasione per “rivendicare” simbolicamente un progetto di ri-costruzione della loro città e del loro futuro.
L’Officina prende il nome da Adamo da Rottweil, allievo di Gutemberg che proprio a L’Aquila fondò nel lontano 1481 una delle prime stamperie italiane. Idealmente, quell’officina rinascimentale rappresenta per l’arte del libro il modello cui si ispira oggi l’attività della Fondazione Marilena Ferrari-FMR.
Di Michele Lauro
Una breve ricerca su Wikipedia certifica che da un secolo a questa parte l’espressione “Sweet sixteen” è stata scelta per ben dodici volte come titolo, in ambito cinematografico (ad esempio Ken Loach, 2002), musicale (Chuck Berry, Billy Idol, Hillary Duff), televisivo, sportivo. Fanno tredici con Sweet Sixteen di Birgit Vanderbeke (Del Vecchio Editore), scrittrice di origine tedesco-orientale i cui genitori si trasferirono all’Ovest appena prima della costruzione del Muro. Il suo romanzo d’esordio, La cena delle cozze, con cui nel 1989 vinse il premio Ingeborg Bachmann, è divenuto negli anni un piccolo libro di culto e la medesima sorte sembra riservata a Sweet Sixteen, storia dal taglio psicanalitico e sociale dedicata alla “bell’età”, l’adolescenza.
“Per gran parte degli anni Novanta era sembrato possibile tenere i ragazzi sotto controllo.” Ma i New Millennium Learners, come l’Ocse ha definito gli studenti nati dalla fine degli anni Ottanta in avanti, sono una generazione che non ha punti di contatto con quella dei genitori. I meccanismi di apprendimento e aggregazione dei nativi digitali, cresciuti sul web, legati più all’immagine che alla parola, hanno scalzato definitivamente il sapere offerto dalle istituzioni scolastiche, mentre il sistema di valori della società ha perso ogni credibilità, vittima di un benessere vacuo e consumistico. In questo scenario - Germania contemporanea - ragazzi spariscono nel nulla il giorno del loro sedicesimo compleanno. I loro telefonini sono spediti per posta a perfetti sconosciuti. Le autorità pubbliche indagano il fenomeno solo quando raggiunge notorietà mediatica, ma le ricerche si arenano ben presto di fronte all’impossibilità di accedere al “loro” mondo: siti fantasma, chat, realtà virtuale, innocue azioni di disturbo. La vicenda è narrata da un cinquantenne “ricercatore sulle tendenze giovanili”. La più giovane dei suoi collaboratori, Saskia, ha un fratello che sta per compiere sedici anni e attraverso alcuni flash sulla sua vita quotidiana, sui suoi gusti, sogni, miti e punti di riferimento veniamo introdotti nel dedalo delle sottoculture giovanili, da Fight Club ai manga giapponesi. Intanto, giornalisti, opinionisti e moderatori da talk show imbastiscono una colonna sonora retorica, giungendo ad accusare di plagio un vecchio autore di canzonette per bambini che incitavano alla ribellione.
Opera che sfugge a ogni classificazione, come sottolinea la traduttrice Paola Del Zoppo nella postfazione, Sweet Sixteen usa l’arma della satira sociale, della parodia e del thriller per gettare luce sul profondo scarto generazionale della nostra epoca. Il libro si chiude sull’immagine dei surfisti che punteggiano l’orizzonte come pinguini, aspettando l’onda che li riporti a riva. Non tutti insieme, ma tutti. Soli, ma non da soli. È una delle rare concessioni poetiche di un romanzo dalla prosa asciutta, lucida e sintetica. I suoi protagonisti sono invisibili, eppure tutto ruota intorno a quelle monadi isolate dai rituali bizzarri, compatte nel rivendicare un senso al proprio passaggio nel tempo marcando con un gesto iniziatico lo snodo cruciale della crescita. È un compito che in altre culture viene ancora scandito da riti di passaggio condivisi, mentre nell’Occidente il mondo adulto sembra spento, assuefatto (”regresso”o “depresso”), appiattito sul consuming system. Lì, dove gli adulti disertano, i giovani preparano la fuga.

Questo romanzo di Andrea Vitali, garbato, d’atmosfere, malinconico e comico assieme è in corsa per lo Strega. Ma il premio più importante lo ha già vinto, quello del pubblico che ha fatto anche di questo titolo subito un successo. Le sue storie strapaesane, anche perché ambientate durante il primo decennio del regime fascista, coinvolgono e avvolgono come le nebbie del lago sulle cui sponde si svolgono, e assieme sono il microcosmo di abusi, burocrazia, piccole invidie, sentimenti appassionati, meschine ambizioni, interessi personali, in cui leggere la realtà di tutto un paese. Questa volta, al centro della narrazione, la banda comunale di Bellano e un non voluto, problematico, grottesco e complicato passaggio di mano tra Zaccaria Vergottini, prima cornetta e direttore, e Onorato Geminazzi, dopo che il secondo matrimonio di Evelindo Nasazzi ha messo in crisi il complesso che accoglie sul molo arrivi e partenze dei villeggianti.
La novella sposa Noemi infatti impedisce al suonatore di bombardino di suonare nella fanfara, perché ogni volta torna tardi la notte e in genere dopo aver alzato il gomito. Più di altre volte i nomi scelti da Vitali hanno acquistato in questo racconto una loro forza esemplare e sono quasi essi stessi il personaggio, da Evelindo Nasazzi a Animella Carlini, col cui funerale si apre il romanzo, dal direttore didattico Parco Mincia al parroco don Santo Patroni. Anche in questi particolari è la misura e il gioco sornione e divertente delle avventure del curioso popolo che abita le case di Bellano, che nelle invenzioni dei suoi giorni e nelle morti, spesso improvvise, osserviamo con curiosità senza renderci conto di quanto, alla fine, in esso ogni italiano un po’ si rispecchi. C’è persino un complotto con denuncia e l’arresto del Geminazzi, perseguitato dalla sfortuna, per truffa, il tutto organizzato malevolmente e per eliminarlo dai giochi. Tanto per far capire come certi echi possano portare sino ai giorni nostri. E comunque è nel rapporto tra i sessi e nelle figure femminili, uno dei punti di forza di sempre di Vitali. Un racconto per molti aspetti corale quello di questo libro, che ruota attorno alle vicende di cui Gelminazzi e la sua famiglia sono il perno, tra cattiva sorte e lieti eventi, sino al finale inevitabile e esemplare. Antonio D’Orrico, fan assoluto di Vitali, e i lettori delle sue critiche sul magazine del Corriere, da settimane sostenevano la candidatura di Vitali allo Strega. Ora è arrivato l’annuncio ufficiale, così che concorrerà al prestigioso e discusso premio contro un autore come Antonio Scurati, davvero molto diverso da lui.
(Fonte: Ansa)
“È ora che Franca cominci a recitare, oramai è grande”. Franca Rame aveva allora tre anni, era un soldo di cacio allegra e intelligente, e già cominciava la sua grande carriera artistica e la sua vita piena di momenti belli e brutti, di successi in palcoscenico, di sorprese, di passioni: quella che nella sua autobiografia (scritta insieme all’inseparabile Dario Fo) lei definisce “Una vita all’improvvisa”, come è il titolo del volume edito da Guanda e come “all’improvvisa” era definito il teatro che facevano i suoi familiari, attori “scavalcamontagne” da molte generazioni; un teatro che avrebbe portato lei fino a diventare senatrice della Repubblica e lui a guadagnare il Premio Nobel per la letteratura. Il libro è un lungo racconto dettato, più che scritto, che tiene conto delle scansioni teatrali, poiché è tratto dai racconti che la stessa Rame (e in parte Dario Fo) hanno fatto tante volte in palcoscenico. Come un libero gioco teatrale, la storia di Franca Rame comincia da lontano: una vita stracolma di esperienze che suo marito Dario, il figlio Jacopo, gli amici l’avevano ripetutamente invitata a raccontare, senza riuscire a vincere le sue resistenze.
Finché un giorno Dario, aprendo un cassetto, incappa in una grande busta di appunti. Curioso, di nascosto si fionda nella lettura: storie che raccontano di Franca bambina, della sua straordinaria famiglia di attori, le cui origini risalgono a cinque secoli fa, della corriera chiamata Balorda con cui si spostavano di piazza in piazza, dell’incontro con Dario, della loro vita e del loro lavoro teatrale comune, del successo di pubblico e della tormentata vicenda in Rai, che censurò il loro spettacolo, e dell’impegno sociale e politico, con spettacoli di denuncia - dalla corruzione alla mafia, dal golpe cileno alla morte di Pinelli - delle battaglie, dello stupro subito, fino all’impegno come senatrice.
“Adesso provaci un po’ a raccontarmi che non ce la fai a scrivere le tue storie! Queste cosa sono?!” le dice Dario sbattendo sul tavolo il malloppo. Discutono, litigano con accanimento, poi Franca sbotta: “E va bene, ci sto! Mi impegno a fame uno scritto da teatro… perfino un libro se vuoi! Però pretendo che tu mi dia una mano pensando alle cento che ti ho dato io!”. Dario fa una risata e come un fulmine si mette a lavorare. Non smette per due mesi filati e alla fine il libro è pronto.
(Fonte: Ansa)
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La filosofia di Lost. La filosofia di Lost? Davvero una serie tv può avere a che fare con la metafisica? O meglio può la metafisica avere a che fare con una serie tv? Fenomenologicamente la risposta affermativa è ineccepibile e La filosofia di Lost (Ponte alle Grazie, pp. 166; 10,20 euro) a firma Simone Regazzoni è la prova che si può condurre un’indagine rigorosa sul terreno della cultura pop sviscerando gli interrogativi “principe” dell’intera storia delle idee. Da Derrida a Heidegger, da Foucault a Freud passando per Cartesio, Gramsci, Aristotele, Nietzsche, Pascal, Schopenhauer, Sartre e Deleuze. Regazzoni, professore alla Cattolica di Milano, riesce, con una scrittura fluida, “narrativa” e accattivante laddove nessuno si era nemmeno avventurato - se non con risultati deludenti, nell’esplorazione della philosphy fiction. Dopo Harry Potter e la filosofia (Il Melangolo, 2008) e La filosofia del dr. House (Ponte alle Grazie, 2007 - con il collettivo Blitris), scandaglia l’Isola con gli strumenti della speculazione, evitando la forma saggio e costruendo uno spin off, un rizoma, di stampo filosofico della serie. Panorama.it lo ha incontrato.
Tra tutte le serie televisive, perché Lost?
Cominciamo con il dire che molte, tra le nuove serie tv americane, meriterebbero attenzione da parte della filosofia, proprio nella misura in cui rappresentano le grandi narrazioni del nostro tempo. È come se la fine delle grandi narrazioni ideologiche avesse lasciato spazio a un ritorno delle narrazioni forti e strutturate nell’ambito del cinema, della letteratura e in particolare nelle nuove serie tv statunitensi. Con queste narrazioni credo sia urgente confrontarsi, anche inventando nuove forme mutanti di filosofia. Perché oggi più che mia la fiction è parte integrante di ciò che chiamiamo “realtà”. Non a caso, prima di Lost, mi sono occupato di dr. House e di Harry Potter. Quanto a Lost, ciò che in questa serie mi ha affascinato (perché prima di qualsiasi calcolo o ragionamento c’è questo: fascinazione, amore, ossessione da fan: non è possibile lavorare con la cultura di massa senza una certa dose di partecipazione) è stata la capacità di unire complessità e popolarità. Lost è un’opera d’arte – non esito a dirlo – che mostra come si possa essere, al contempo, radicalmente sperimentali e insieme popolari (stiamo parlando di milioni di telespettatori), mescolando filosofia e disaster movie, riferimenti biblici e fantascienza. Il tutto inserito in una narrazione di grande potenza ed efficacia, che sembra avvalorare la tesi di Orson Welles secondo cui la televisione ha una forza narrativa che il cinema non può eguagliare. Ecco il primo fattore di interesse, ai miei occhi, cui si connette immediatamente il secondo: l’effetto poetico di Lost. Umberto Eco, nelle sue Postille a Il nome della rosa, definisce “effetto poetico” la capacità di un’opera di generare sempre letture diverse senza esaurirsi. Ora, Lost è una macchina progettata per produrre le letture più disparate, rendendo lo spettatore una sorta di co-autore. Basta vedere che cosa accade in rete per capire fino a che punto funzioni la macchina narrativa di questa serie. Lost, detto altrimenti, è un universo narrativo in espansione transmediale. Alcune dichiarazione di Damon Lindelof, uno dei creatori della serie, sono a questo proposito molto significative: “Quando la serie sarà finita, e magari secondo le nostre volontà, il pubblico potrà ancora tornare indietro e ci sarà ancora spazio di interpretazione, come in qualsiasi opera letteraria”.
La filosofia e la tv, un rapporto burrascoso…
Sì, per molti filosofi oggi è ancora così. Ma questi filosofi non vanno presi troppo sul serio (Popper in primis naturalmente) se non come sintomo di una resistenza a un processo irreversibile di trasformazione della filosofia di fronte alla tv e, più in generale, ai nuovi media. Oggi non è più credibile, se mai lo è stato, il filosofo che, di preferenza in televisione, dichiara di non guardare la tv o di non possederla. È puro kitsch intellettuale: una caricatura del filosofo buona, ad esempio, per una serie televisiva italiana per famiglie. Certo, le caricature di filosofo non mancano, e devo dire che in fondo le amo molto. Non a caso spesso le uso nei miei libri come personaggi concettuali. C’è chi si chiede dalle colonne dei quotidiani, cito a memoria, “Guardare o non guardare Lost, 24, CSI, e quant’altro?” e chi accusa la televisione di essere un “paradigma pornografico”. Ora, è chiaro che queste accuse non sono altro che una forma di esorcismo verso un oscuro e inconfessabile oggetto del desiderio. Ma come ho già avuto modo di dire, questi filosofi sono dinosauri destinati a estinguersi. Non a caso la più importante rivista italiana di filosofia, Aut aut, dedicava nel 2007 un intero numero alla televisione dal titolo Davanti alla televisione, in cui si parlava anche dell’altro spauracchio di ogni intellettuale culturalmente corretto: i reality, a partire dal Grande Fratello. Presto occorrerà occuparsi anche di questo, a costo di scatenare nuove burrasche.
Locke, Rousseu, Hume, Bentham, Bakunin: troppo facile…
Troppo facile e banale. Lost fortunatamente non è un compendio di storia della filosofia. Altrimenti, almeno per quanto mi riguarda, sarei passato immediatamente ad altro. Sull’Isola ci sono nomi di filosofo come ci sono mille altri indizi letterari, mitologici, tratti dalla storia delle religioni. Sono tutti elementi di un gioco cui prendere parte, ma che non tollera strategie troppo prevedibili. Per questo se ci sono filosofi di cui non mi occupo nel mio libro sono proprio quelli il cui nome compare nella serie. Al di là dei nomi, sono le questioni filosofiche che l’Isola pone a interessarmi, a partire da quelle legate alle idee di mondo (è Desmond che dice: “Non esiste il mondo esterno”), di verità e, più in generale, di complessità. Leggo l’Isola come un sistema complesso cioè un sistema composto da un gran numero di parti che interagiscono in modo non semplice e in cui l’insieme è qualcosa di più della somma delle parti. Per questo chi sostiene, come il razionale Jack, che l’Isola è solo un’isola non arriverà mai a comprenderla. La razionalità di Jack sull’Isola, come nella realtà, è una semplificazione pericolosa. In un momento in cui anche importanti filosofi come Žižek o Badiou sembrano tentati di riproporre le virtù di un mondo ordinato che rompa con le logiche della complessità (tentazione che giudico pericolosa) mi sembra oltremodo interessante riflettere attorno alla questione della complessità così come viene messa in scena in Lost.
La questione dell’alterità, dell’altro, è un tema filosofico (di questi tempi più tangibile che mai) per eccellenza. In Lost è un punto centrale del meccanismo narrativo…
Sì, è centrale al punto che il termine “Altri”, con la maiuscola, diventa nella serie il nome di coloro che si trovano già sull’Isola al momento dell’incidente aereo. La tentazione potrebbe essere qui quella di evocare la filosofia di Levinas, in cui il concetto di “Altri” svolge un ruolo capitale. Ma se non chiamo in causa Levinas è perché in Lost gli Altri sono molto più traumatici di quanto non lo sia Altri in Levinas. Non a caso cito Sarte, en passant, che in una sua famosa opera teatrale fa dire a uno dei suoi personaggi: “L’inferno sono gli altri”. Gli Altri, sull’Isola, sono traumatici, sono una Cosa traumatica. Chi sono davvero? Che cosa fanno? Perché ci rapiscono? Perché ci attaccano? Perché ci imprigionano e torturano? Ecco tutta una seria di questioni che assillano i superstiti nel loro rapporto con gli Altri. Gli Altri, qui, non si lasciano facilmente addomesticare, non c’è nessuna fascinazione esotica verso di loro, ma prima di tutto conflitto e poi interazioni complesse. Ma quello che è più interessante è che agli occhi degli Altri sono proprio i superstiti ad essere Altri: dal punto di vista degli Altri i superstiti sono minacciosi, sono anch’essi Altri, gli Altri degli Altri. Il che significa che siamo sempre Altri per coloro che chiamiamo Altri. Altri è un concetto relativo alla posizione ci chi lo enuncia, come mostra bene John Locke quando afferma che Sayid è uno degli Altri per la Rousseau.
L’Isola viene paragonata alla radura di Heidegger…
Niente di più semplice per chi conosca un poco Heidegger. Credo che Heidegger ci abbia regalato, nel Novecento, uno dei più radicali e interessanti ripensamenti dell’idea di verità. Per farla breve, Heidegger pensa la verità non come adeguazione del linguaggio alla cosa, ma come non-nascondimento, come apertura di un orizzonte che nel suo aprirsi conserva sempre in sé un elemento di opacità, enigmatico e insondabile, una sorta di cuore di tenebra della verità. Per spiegare questa sua idea, Heidegger ha usato la figura della radura: la verità è una sorta di radura che si apre nel cuore di un bosco o di una foresta. Ora, ogni una radura per essere tale – uno spazio illuminato che si dischiude in una foresta – ha bisogno di conservare attorno a sé l’oscurità della foresta. Questa oscurità non è un difetto che nuoce alla radura, ma un elemento essenziale alla radura stessa. Se questa oscurità venisse eliminata, verrebbe eliminata anche l’apertura della radura. Lo stesso accade secondo Heidegger alla verità come radura: essa necessita sempre di un fondo di oscurità per manifestarsi. In Lost incontriamo spesso radure che si aprono nella foresta e che dischiudono una qualche verità: sempre parziale, che conserva sempre un elemento di opacità. Ecco perché ho evocato Heidegger. Più in generale, questa idea di verità è in assoluta consonanza con l’idea di sistema complesso di cui l’Isola è l’incarnazione. E questo con buona pace di quanti pensano che Heidegger sia una sorta di pensatore arcaicizzante e antimoderno. Non a caso il filosofo spagnolo Daniel Innerarity, parlando di come i sistemi complessi abbiano messo in crisi l’idea secondo cui i fenomeni possono essere sempre completamente svelati, ha evocato Heidegger che per primo ha posto l’accento sull’inevitabilità dell’occultamento. Venendo a Lost, direi che l’Isola ci mette proprio di fronte all’enigma di questo occultamento che sta alla base dei sistemi complessi.
Deleuze, Derrida e lo stesso Heidegger. Che cosa c’entrano con Lost?
Cominciamo con il dire che il mio libro non è, né non vuole essere, un saggio su Lost. La filosofia di Lost si presenta come uno spin-off filosofico (non a caso il sottotitolo è philosophy fiction) che prende spunto da un certo numero di questioni sollevate dalla serie per comporre un testo filosofico mutante, che si contamina con l’oggetto con cui si confronta, ne riprende alcuni elementi e strategie, e si propone esso stesso come oggetto filosofico in grado di circolare nella cultura di massa. Come testo filosofico pop. Date queste premesse mi sono preso la libertà di far interagire con l’Isola filosofi che in qualche modo mi sembravano in consonanza con alcune questioni sollevate dall’Isola. Questi filosofi sono i miei fantasmi che ho incontrato sull’Isola. Perché proprio loro? Di Heidegger ho già detto. Per quanto riguarda Deleuze e Derrida, sia l’uno sia l’altro si sono occupati, in momenti diversi, proprio di isole per elaborare una riflessione sullo statuto ontologico della realtà. Come se interrogarsi su che cos’è un’isola significasse interrogarsi nel modo più radicale su che cos’è la realtà o il mondo. Ciò significa che questi filosofi, per altro considerati difficili, si prestavano ottimamente a entrare con le loro questioni radicali nel mio testo mutante. Credo che quanto Wu Ming 1 ha scritto in Noi dobbiamo essere genitori a proposito di un certo modo di fare e concepire la letteratura valga oggi anche per un nuovo modo di fare filosofia: si tratta di portare dentro la popular culture un certo polemos filosofico per non ridurlo semplicemente a un gioco da tavolo accademico. Per parte mia cerco di portare una certa radicalità decostruttiva nell’ambito della pop culture. Perché credo abbia ragione Mark Taylor quando afferma che Derrida aveva sottovalutato il crescente impatto dei media e della cultura popolare.
C’è anche chi accusa Lost, 24, Battlestar Galactica, Prison Break, Dollhouse, ecc. di giustificare la tortura…
Niente di nuovo sotto il sole. C’era chi accusava Il Padrino di giustificare la mafia. Direi che è sempre buona regola di fronte alle opere di fiction attenersi all’idea che non ci dobbiamo aspettare storie con la buona morale incorporata. Altrimenti corriamo il rischio di introdurre anche nell’arte i politicamente o il moralmente corretto. Se c’è un’etica nell’ambito dell’arte, si può star certi che essa non ha nulla a che fare con l’idea di dover produrre messaggi edificanti. Poi naturalmente ciascuno è libero di preferire Il maresciallo Rocca a 24 o Lost. Per parte mia troverei artisticamente preoccupante non vedere in scena la questione della tortura e dei suoi dilemmi in opere d’arte del nostro tempo. E troverei francamente noiose opere che mostrassero quanto è brutta e cattiva la tortura. A un’opera d’arte chiedo che mi metta di fronte anche alla fascinazione che la tortura opera su di noi, alla tentazione che in certi contesti politici essa può suscitare. Mi pare che Lost e 24 facciano bene questo, proprio perché sono opere complesse. E poi non dimentichiamo che il rapporto tra un messaggio e colui che lo decifra non è un meccanismo semplicistico del tipo: vedi la tortura giustificata in una narrazione di finzione quindi giustificherai anche tu la tortura nella realtà. Per capire che tipo di fruizione sia oggi quella della cultura di massa basta vere che cosa accade in rete attorno alle serie tv: non si è mai vista un’interazione così attiva con l’opera d’arte.
C’è anche un pubblico, quello dei giovanissimi per esempio, a cui forse non vengono forniti tutti gli strumenti per confrontarsi con il “meccanismo semplicistico” della giustificazione della tortura…
Che strumenti dovrebbe avere? Chi decide quali dovrebbero essere? Dipende dall’età, dal genere, dal livello di cultura, dal tipo di formazione, dalla classe sociale, dal quoziente intellettivo? Credo che inoltrarsi su questa strada sia molto pericoloso: si arriva inevitabilmente ai comitati dei genitori, dei saggi o degli esperti, fino alla censura. Preferisco il rischio della libertà alla sicurezza della censura.
Il libro usa l’espediente dell’apostrofe, si rivolge a un lettore, anzi a una lettrice…
Sì, mi rivolgo per tutto il libro a un tu femminile (cosa insolita per un testo di filosofia) cui talvolta attribuisco idee e gusti diversi dai miei. All’inizio, nei miei appunti, il tu funzionava come una sorta di sparring partner – non pensavo che avrei mantenuto quella forma. Poiché però, al momento di dare forma al libro, non sapevo bene come orientarmi nel sistema complesso di Lost, ho scelto di farmi accompagnare e forse guidare da una figura femminile. Hai presente quando Kate aiuta Jack o Sawyer a seguire delle tracce nella foresta? Ecco, anche io avevo bisogno di qualcuno che mi aiutasse. Non volevo creare mappe che semplificassero la complessità, così ho scelto qualcuno che mi aiutasse a seguire delle tracce. Perché un tu femminile? Me lo sono chiesto anch’io e anche il mio editor (una donna, Cristina Palomba) che subito non era convinta di questa scelta. Non so perché, ma il fantasma del tu femminile era la dimensione più naturale per la mia scrittura in quel momento. A un certo punto questa forma mi si è imposta. E l’ho accolta senza nessun problema, tanto più che penso, proprio come Derrida, che i filosofi a venire siano donne.
Di Michele Lauro
Fin dal suo esordio con lo spiazzante Rave Girl, poi divenuto un film diretto da Lynne Marsay, lo scozzese Alan Warner si è segnalato come un narratore brillante e fuori dai canoni, capace di usare la penna come una macchina da presa a scandagliare paesaggi immaginari, popolati da creature bizzarre. Dopo aver pubblicato anche il suo terzo e quarto libro, Le Soprano (anch’esso trasposto sul grande schermo con discreto successo) e L’uomo che cammina, Guanda colma il divario e con una decina d’anni di ritardo dà alle stampe La ragazza dell’acqua, secondo romanzo di Warner e atipico sequel di Rave Girl.
Fin dalle prime battute il diario in prima persona svela infatti nella protagonista la “ragazza selvaggia” Morvern Callar, naufragata con il suo traghetto nei pressi di un’isola senza nome. Morvern raggiunge la costa a nuoto, portando in salvo una bimba. Potrebbe essere un’avventura come tante, non fosse per le bombe al fosforo che giacciono sui fondali e illuminano le acque buie con i loro bagliori sinistri. Appena il tempo di mettere piede sulla terraferma, e comincia un viaggio surreale su e giù per le umide lande dell’isola, alla ricerca di un hotel per coppiette in luna di miele alternativa, il Dome Hotel, gestito da un viscido personaggio di nome Brotherhood. Durante il suo periplo, Morvern si imbatte in un misterioso Investigatore Aereo che indaga su alcuni relitti scomparsi, e in un cast di vagabondi, disperati, oscure anime dai nomi archetipici (l’Argonauta, l’Avvocato del Diavolo, il cuoco Macbeth, DJ Cormorano). Tutti si danno appuntamento al più grande rave del millennio, durante il quale si consumerà l’epilogo della storia.
Fantasy postmoderno, La ragazza dell’acqua ha uno svolgimento non sempre facile da seguire. Il puzzle narrativo - con il “passaggio” della prima persona da Molvern all’Investigatore aereo e viceversa - svela a poco a poco una trama segreta che unisce i personaggi, in bilico tra ossessioni, indifferenza, stati depressivi, piccole malvagità. L’atmosfera è carica di tensione ma Warner alterna abilmente distacco e acuta sensibilità, affidandosi a una colonna sonora a cura di Bob Dylan e Verve (altro accostamento fuori sincrono) e aromatizzando gli effluvi di morte con dialoghi irresistibili e una prosa poetica. La sua scrittura cruda offre davvero squarci di lirismo inatteso, specie nella descrizione della natura di questo non-luogo circondato all’acqua. Grottesco, allucinato, esplosivo, La ragazza dell’acqua conserva fino all’ultima pagina molti dei suoi enigmi e può apparire incompiuto, come lo era in parte anche Rave Girl. Ma forse semplicemente è il viaggio, reale o metaforico che sia, lo scopo ultimo dell’iniziazione di Molvern. Perché cercare una meta? Per dirla con le bellissime parole di De André: “Per la sola ragione del viaggio, viaggiare”.
Pio XII sarà il convitato di pietra del viaggio di Benedetto XVI in Giordania e Israele, in programma dall’8 al 15 maggio. Il portavoce del Papa, padre Federico Lombardi, ha escluso che il pontefice a Gerusalemme, oltre al memoriale di Yad Vashem dedicato alle vittime della Shoah, possa visitare anche il Museo dove è esposta la fotografia di papa Pacelli con la contestata didascalia sul “silenzio” nei confronti di Hitler. Il nunzio in Israele, monsignor Antonio Franco, ha categoricamente escluso che nell’agenda di questo viaggio vi sia la controversia sulla beatificazione di Pio XII. La decisione sulla causa, infatti, è nelle mani di Ratzinger, dopo il parere favorevole alla beatificazione espresso dalla Congregazione delle cause dei santi.
Nel frattempo, alla vigilia del viaggio del Papa in Terra Santa, il direttore dell’Osservatore Romano, lo storico Giovanni Maria Vian, ha dato alle stampe una raccolta di saggi intitolata In difesa di Pio XII. Le ragioni della storia (Marsilio) per confutare la leggenda nera su Pacelli. Sei saggi (da Paolo Mieli ad Andrea Riccardi, dal cardinale Tarcisio Bertone a monsignor Gianfranco Ravasi), più una raccolta di interventi di Benedetto XVI, in occasione del 50° anniversario della morte di Pacelli (9 ottobre 1958), che respingono l’immagine di Pio XII “papa di Hitler”, indulgente con la Germania nazista. Toccante l’evocazione di Saul Israel, nascosto nel convento di sant’Antonio in via Merulana a Roma, nell’aprile 1944. Eloquente la spiegazione che offre lo stesso Vian della genesi della leggenda nera su Pio XII frutto, a suo avviso, della sua decisa linea anticomunista: “Per questo già durante la guerra il Papa cominciò a essere additato dalla propaganda sovietica come complice del nazismo e dei suoi orrori”, spiega il direttore del quotidiano vaticano.
Ma a ben vedere il vero misconoscimento della figura di Pio XII non riguarda solo il suo atteggiamento verso gli ebrei, quanto piuttosto l’aver storicamente appiattito il suo pontificato sul problema delle relazioni con il nazismo, mettendo in ombra la complessità di un papato durato quasi vent’anni. In realtà, la maggiore novità dell’operazione lanciata dal direttore dell’Osservatore Romano con questa pubblicazione consiste nel presentare il pontificato di Pio XII come anticipatore del Concilio almeno su tre versanti: la concezione della Chiesa e il ruolo dei laici, la centralità della liturgia, il valore della Sacra Scrittura. Il rapporto fede-scienza, la questione femminile, il ruolo della comunicazione: sono solo alcuni degli altri temi sviluppati dal pontificato di Pio XII, come mettono in luce monsignor Rino Fisichella e Gianfranco Ravasi. Quarantatré encicliche e decine di messaggi e interventi testimoniano di un papato che merita di essere approfondito oltre il dramma dell’Olocausto.
Vincent Van Gogh non si è reciso l’orecchio in preda ad una crisi di follia: sarebbe stato Paul Gauguin a mozzarglielo con un fendente della sua spada. La notizia non sarà certo di grande aiuto agli studiosi dell’opera del grande artista olandese. Sicuramente però stimolerà la pruderie di quanti sguazzano nell’apprendere nuovi gossip relativi alla vita degli artisti. Tanto più che la macabra recisione dell’orecchio sarebbe avvenuta nel corso di una violenta lite tra i due pittori, provocata da una discussione artistica se non addirittura conseguenza di una rissa davanti ad un bordello per “una certa Rachel”. A sostenerlo sono due docenti universitari di Amburgo, Hans Kaufmann e Rita Wildegans, in un saggio in tedesco intitolato L’orecchio di Van Gogh, Paul Gauguin e il patto del silenzio, di cui riferisce ampiamente il quotidiano francese Le Figaro.
Il testo va ad alimentare un mistero che difficilmente sarà risolto perché di questo momento di “macelleria vip” mancano comunque prove certe. Basandosi sui rapporti della polizia, su ritagli stampa, e sulle testimonianze peraltro posteriori ai fatti, i due saggisti sostengono che “quell’ipocrita di Gauguin fuggì dalla casa di Arles appena compiuto il misfatto” e che Van Gogh non ne fece mai parola per proteggere l’amico. Nel frattempo, sulla tesi proposta dal libro si è già pronunciato Pascal Bonafoux, specialista francese di Van Gogh, che la trova “ridicola se non aberrante”. E boccia la teoria dei due tedeschi anche Louis van Tilborgh, incaricato della ricerca scientifica sul pittore al Museo Van Gogh di Amsterdam.
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Di Michele Lauro
La storia delle grandi città è fatta di ascesa e declino, splendore e decadenza, luci e ombre. Ci sono poi città segnate nel profondo dal passaggio impetuoso della Storia: come Berlino, autentica caput mundi del Novecento le cui sorti si agganciarono ai destini dell’umanità intera. Alla capitale tedesca il disegnatore e narratore statunitense Jason Lutes ha dedicato una monumentale fiction storica a fumetti, concepita come una trilogia di oltre 600 pagine, frutto di accuratissime ricerche. Coconino Press pubblica ora, in contemporanea con gli Stati Uniti, il secondo volume dell’opera. Il titolo è Berlin, la città del fumo. Per l’occasione ristampa anche il primo libro: Berlin, la città delle pietre, volume che era andato esaurito ormai da tempo. Dopo già una decade di lavoro, bisognerà aspettare ancora qualche anno per il capitolo finale di questo capolavoro, che dovrebbe intitolarsi Berlin, la città della luce.
L’epico affresco di Lutes è ambientato nell’ultima fase della Repubblica di Weimar. Il primo volume si chiude con il tragico primo maggio 1929, segnato dalla sanguinosa repressione di una manifestazione di lavoratori. Il secondo si spinge fino al settembre 1930, altra data simbolica che coincide con le elezioni del Reichstag: i nazionalsocialisti portano la loro rappresentanza in Parlamento da 12 a 107 deputati, ponendo di fatto le basi istituzionali per l’ascesa di Hitler al potere. La crisi economica del ‘29 si riverbera in Germania con esiti disastrosi: disoccupazione alle stelle, banche prosciugate, indigenza crescente. Aleggia un clima di angoscia e insicurezza, mentre lo scontro politico si inasprisce. Comunisti e nazionalsocialisti rivendicano il monopolio delle piazze ma, complice la crisi interna alla sinistra, è il nazionalismo coi suoi metodi spicci e brutali l’elemento di aggregazione ideologica delle masse. Raccoglie intorno a sé le destre conservatrici, la piccola borghesia e quell’ampia fetta di popolazione che guarda ormai con disprezzo alle istituzioni di Weimar e alla democrazia.
A cavallo degli anni Trenta però Berlino è, con Parigi, la capitale culturale d’Europa, la città dove le “cose” arrivano prima: le avanguardie artistiche, le libertà sessuali, la droga e la trasgressione, il jazz. Le tavole in bianco e nero di Berlin, dal tratto a china nitido e minimale, raccontano l’attimo fuggente di una città dalle possibilità infinite. La neve, la pioggia, il gelo degli inverni, la sua anima calda e vibrante. Come in un film di Robert Altman il cast è ricchissimo, tra protagonisti - l’aspirante artista Marthe, il reporter pacifista Kurt, l’orfana ebrea Silvia, la jazz band americana Cocoa Kids - e numerose comparse. Fotogrammi di rara essenzialità indagano nella psicologia dei personaggi, dando spazio ora ai loro sentimenti e paure, ora alle loro idee e pensieri, ora agli istinti primari. Come la violenza e il sesso, omo ed eterosessuale e perfino orgiastico, calato nel racconto con naturalezza e senza tentazioni voyeuristiche. I protagonisti del libro appartengono in gran parte a quelle minoranze che presto diventeranno il bersaglio delle camicie brune (l’ebrea, l’artista, il comunista, i negri, l’accattone), e il lettore già conosce il doloroso epilogo della Storia. Eppure, potere dei grandi narratori, partecipa con passione al fallimento della storia d’amore fra Kurt e Marthe. Invidia la gioventù berlinese che si tuffa nella tenebrosa ed eccitante vita notturna. Guarda con indulgenza sia l’intellettuale di sinistra, depresso e indeciso fra la militanza e l’astensione, sia il cittadino medio, impoverito e impaurito, tentato dai poteri forti che promettono di “riportare l’ordine”. Nel finale c’è spazio per una riflessione sul potere salvifico della parola - e per estensione della scrittura, dell’arte, del fumetto stesso - sulla sua promessa di risvegliare le coscienze, ricercare la verità. Ma le parole fuggono dalla macchina da scrivere, “le lettere scivolano via, una dopo l’altra”. E all’uomo di lettere non resta che nuotare controcorrente. Sarebbe stato mai possibile, per i berlinesi e i loro fratelli tedeschi, scrivere una storia diversa? È l’interrogativo su cui si chiude il secondo capitolo di questa sinfonia corale in forma di graphic novel.

“Uno dei più grandi documenti letterari del nostro tempo per capire la futilità di ogni conflitto”, parola di Roberto Saviano che ha dedicato un’introduzione ad Anna Politkovskaja e al libro da lei scritto: Cecenia. Il disonore russo, edito dalla casa editrice Fandango Tascabili. Il volume, già pubblicato dalla Fandango nel 2003, è stavolta arricchito oltre che da Saviano anche dal filosofo Andrè Glucksmann che ritrae una Russia allo sbando, in cui i valori e la dignità dell’uomo oscillano fino quasi a scomparire. D’accordo con questa tesi è lo scrittore Roberto Saviano che racconta la giornalista russa uccisa il 7 ottobre 2006 con precisione e ammirazione. Anna è stata in Cecenia quaranta volte, vicino ai torturati, alle donne violentate, alle madri che hanno perso i figli, sempre con un occhio attento e critico, sempre dalla parte del più debole. Consapevole che il suo ruolo l’avrebbe portata a morte certa, ma non per questo abbandonava il campo. Un campo, la Cecenia, grande quanto la Calabria. Un campo sporco di sangue, dove le morti si sommano alle atrocità che il potere e i media tentano di coprire. Tre pallottole hanno spezzato la vita della coraggiosa giornalista, ma come dice lo stesso Glucksmann, solo l’indifferenza “scava un buco nero nel nostro suolo, avalla una società sempre più mostruosa”. Anna Politkovskaja, giornalista, mediatrice al teatro Dubrovka di Mosca nel 2002, avvelenata mentre è in volo per Beslan, cittadina balzata alla cronaca per la strage di bambini nel settembre 2004. Una pulizia etnica, quella dei ceceni, che Anna ha saputo raccontare bene e una preghiera, nelle parole dello scrittore napoletano: quello di non dimenticare.
Non sono recensioni di libri, non tengono conto dei pareri della critica ufficiale né delle mode del momento le letture di Nick Hornby raccolte in Shakespeare scriveva per soldi, edito da Guanda. Il nuovo libro dell’autore di Alta Fedeltà è un viaggio nella sua personalissima biblioteca, fra classici e novità raccontati con la sua inimitabile ironia e la leggerezza. Romanzi letti, divorati ma anche lasciati a metà o abbandonati, formano così un diario di letture, dall’agosto 2006 al settembre 2008, con cui continua il percorso cominciato con Una vita di lettore (Guanda) che includeva testi dal settembre 2003 al giugno 2006. Lasciandosi guidare da passioni e entusiasmi Hornby passa da un saggio su Shakespeare a un graphic novel, da Cormac McCarthy alla scoperta di David Almond all’interesse per i libri per ragazzi e adolescenti, questi ultimi protagonisti del suo ultimo romanzo Tutto per una ragazza con al centro una gravidanza indesiderata vissuta in modo diverso dai teen ager Sam e Alicia. “Il problema della lettura” sottolinea Hornby “è che non finisce mai”. Il diario propone ogni mese i libri acquistati e letti. Così fra quelli letti nell’agosto 2006 troviamo La figlia perfetta di Anne Tyler: “credo” dice lo scrittore “che dei suoi libri recenti sia il mio preferito. Per chi di voi è cresciuto a pane e Bret Easton Ellis, o a pane e Irvine Welsh, potrebbe essere sconcertante leggere un romanzo in cui le scene clou descrivono i comici tentativi di una madre di togliere alla figlia il ciuccio”.
Senza mezzi termini i saggi di Orwell vengono definiti “oggi quasi tutti assolutamente inutilizzabili”. “Orwell disseziona cadaveri che in realtà hanno reso l’anima ottanta e rotti anni fa” sostiene Hornby. Elogi per lo strabiliante Napoli ‘44 di Norman Lewis suggerito dal “venerabile amico” Stephen Frears, il regista di Alta fedeltà che è anche “una fonte infinita di buoni consigli di lettura”. Leggere La strada di Cormac McCarthy, che vede al centro padre e figlio sopravvissuti all’apocalisse, “è come partecipare al bel funerale di una persona morta giovane” spiega Hornby che poi definisce uno dei “romanzi più belli pubblicati nell’ultimo decennio” Skellig di David Almond, presentato all’ultima Fiera del Libro per ragazzi di Bologna.
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