L’ultimo dono di Sandor Marai

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Solo, isolato, Sandor Marai negli ultimi anni della sua vita, segnata dai lutti, si allontana da tutto, anche dalla letteratura, ma non dai suoi diari, fedeli compagni fino alla vigilia della morte. Ne L’ultimo dono, volume conclusivo dei Diari, che esce in questi giorni per Adelphi, il monologo ininterrotto dello scrittore arriva fino agli ultimi istanti. “Aspetto la chiamata alle armi, non la sollecito, ma non la rinvio neppure. È giunto il momento” annota il 15 gennaio 1989 Marai che poco più di un mese dopo, il 21 febbraio, si suiciderà con un colpo di pistola alla tempia.

Tredici mesi e mezzo prima era morta l’adorata moglie, Lola, compagnia per sessantadue anni di vita. Marai segue il suo lento spegnersi, avrebbe voluto andarsene con lei e invece dovrà disperdere le sue ceneri nell’Oceano e continuare un’esistenza ormai svuotata di senso. Della moglie malata, ormai quasi cieca, l’autore de Le Braci e de L’eredità di Eszter, scrive riflessioni commoventi: “È altrettanto bella, a ottantasette anni, di quanto lo era da giovane - in modo diverso, ma è bella. Non so fino a quando reggeranno le mie forze, ma vorrei rimanere con lei, aiutarla, curarla fino all’ultimo istante”. Fra il 1986 e il 1987 Marai perde anche i due fratelli e la sorella e il figlio adottivo Janos di 46 anni. Tanti i pensieri ne L’ultimo dono sulla malattia e la morte. “La malattia” dice “è una dimensione spaziale, così come il tempo” e la morte “è vicinissima, se ne avverte l’alito, l’odore. E questa familiarità non suscita allarme, anzi, è quasi tranquillizzante”.

Dal 1984 al 1989, i pensieri dello scrittore ungherese, che ha vissuto più di trent’anni in California ed è morto a San Diego, si fanno sempre più cupi e tristi ma regalano anche aforismi perfetti, riflessioni sul mondo contemporaneo e sulla letteratura. Marai non scrive più romanzi ma dice: “Non scrivo, non leggo, ma a volte sogno che sto scrivendo qualcosa. In sogno le righe scorrono come quelle di un testo proiettato sullo schermo. E le righe hanno un senso, la scelta delle parole è corretta, la composizione è piena di vita. Non sono ‘io’ a scrivere tutto ciò, è qualcosa che accade dentro di me”. E ancora: “la via di ritorno dalla vita alla morte è oscura, brancolo dal nulla verso il nulla e lungo il percorso, ogni tanto, una parola, un concetto risplendono come lucciole nella buia foresta”.

Marai, originario di Kassa, che oggi appartiene alla Slovacchia, dove è nato nel 1900, ha vissuto anche a Berlino, a Parigi negli anni in cui era giornalista, e in Italia, a Salerno, ma si è sempre sentito “scrittore ungherese”. Non mancano in queste pagine estreme e sconvolgenti, annotazioni soprattutto sulla letteratura ungherese ma anche su Conrad e Santa Caterina da Siena e sull’esilio. Dei Diari è in preparazione un’ampia antologia di Adelphi che sta pubblicando le opere di Marai.

(Fonte: ANSA)

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