
Un ragazzo perde la casa. Finisce per strada e poi in un dormitorio. Per vincere la disperazione si attacca a un diario. Un diario di carta che poi diventa un blog, grazie alla connessione del dormitorio di Alessandria. Un giorno prende una bicicletta e parte. Viaggia per quattro anni “percorrendo circa venticinquemila chilometri, pedalando a tratti felicemente ed altre da idiota”. Durante il viaggio continua a raccontare (prima su alkoliker.splinder.com e poi su analkoliker.splinder.com). Racconta sé stesso e quello che vede intorno.
Otto mesi fa ha smesso di pedalare. Ha organizzato quelle pagine e quei post in un volume. Ha trovato un editrore (Fuori Binario Libri). E ora il libro c’è. S’intitola Via della casa comunale n 1.
L’autore si chiama Stefano Bruccoleri. Eccolo mentre parla della sua esperienza e del libro in questo video postato ieri su youtube.
altre info su
www.senzafissadimoradisuccesso.com
- Martedì 30 Giugno 2009

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Commenti
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Il 30 Giugno 2009 alle 19:16 analkoliker ha scritto:
Antonio,la ringrazio dello spazio e delle parole.
Sono l’autore del libro, Stefano Bruccoleri.
Vorrei aggiungere che il libro si può comprare solo via internet dal sito di presentazione del libro: http://www.senzafissadimoradis.....ccesso.com
Per un’importante integrazione di reddito.
Ancora grazie
Stefano
Il 30 Giugno 2009 alle 19:44 analkoliker ha scritto:
Dimenticavo.
Ho pubblicato con una piccola casa editrice come allegato al loro
“Giornale di strada”, ma conservo tutti i diritti del libro e ovviamente sono alla ricerca di un Editore.
Sempre Stefano Bruccoleri
Il 30 Giugno 2009 alle 19:53 analkoliker ha scritto:
Piccoli estratti del libro dal libro ” Via della casa comunale n°1″
23 settembre 2003
Mai visti tanti zeri in trentasei anni; amavo il 1999 sin dal 1991, il 2000 poi mi sembrò irreale. Pensai che saremmo morti tutti e invece il primo gennaio 2000 ero ancora vivo.
Parentesi.
Questo racconto avrebbe dovuto avere uno svolgimento differente se non fosse che circa quattro ore fa un medico dell’ospedale di Alessandria mi ha diagnosticato HIV. Positivo all’HIV
Ho pianto.
A poche ore di distanza dalla notizia non ho ancora capito bene che cosa mi stia accadendo, ma sento d’essere già cambiato.
Triste, perché solo ieri m’immaginavo a sessant’anni a passeggiare per le colline del Monferrato sulla mia bicicletta da corsa. Sereno e un poco più saggio perché “ora” per la prima volta nella mia vita comincio a dare un senso al mio tempo e alle cose: un caffè, una telefonata ad un amico, due passi attorno all’isolato, un buon libro. Mi chiedo se non sto pagando un prezzo troppo alto per aver compreso queste cose solo adesso.
Come è possibile a questo punto essere sintetici?
Provo a mettermi dall’altra parte. Io medico, con quali parole comunico al paziente che da oggi in poi il concetto della morte per lui sarà meno astratto?
Dovrò usare comunque delle parole.
Parole, appunto; e se sono un buon medico avrò imparato che le parole in certi casi devono essere scarne.
Dilungarsi allungherebbe un’ansia cattiva, inutile.
Ma le cattive notizie hanno anche un odore.
Quando le parole arrivano, la notizia spesso è già conosciuta. Aids o tumore sono solo parole, ma hanno quell’odore.
L’animale che sopravvive in noi nonostante condizionamenti, educazione, cultura, allarga le narici, mostra i denti e trema.
L’esito delle analisi del sangue, che avvengono ogni due mesi, per un sieropositivo è come il giudizio in cassazione, colpevole o innocente.
Per la HIV c’è la cassazione della cassazione, e ogni volta, ogni due mesi appunto, l’esito si potrebbe ribaltare, i risultati da positivi essere negativi e allora ti senti come uno yogurt con la scadenza.
Sono anni che non compero yogurt perché la scadenza è sempre troppo breve.
Se dovrò morire per un virus che non posso vedere e toccare vorrei portarmi dietro il profumo dei fiori di bosco e dell’ulivo appena tagliato.
L’ultima cassazione mi ha assolto, il mio sistema immunitario ha reagito in modo sorprendente tanto da non rendere necessaria una terapia farmacologica; questa è la buona notizia, la cattiva è un’infezione epatica cronica che richiede una biopsia al fegato per accertarne l’entità.
Ma come, ieri il nemico numero uno era l’HIV, e ora mi sento dire che questo, almeno per il momento, non è il problema?
Nell’arco di quattordici mesi ho perso madre e padre di tumore, un fratello di overdose, scoperto di essere sieropositivo, perso casa lavoro e visto sfumare una relazione.
Una sola di queste cose in passato mi avrebbe piegato le ginocchia, tutte insieme hanno migliorato la mia vita.
Il dolore e la fatica restano totali, da questo punto di vista non ci sono stati sconti, quello che è cambiato è la percezione del peggio.
Quando sopravvivi a tutto questo restano veramente poche le cose che possano farti paura, ogni tentativo di essere felice ha il sapore disperato dell’ultima volta e allora ti butti senza chiederti come ne uscirai, perché mal che vada il peggio è già accaduto.
Caro diario
I miei CD4 si sono alzati e la carica virale si è abbassata, questo lo definirei un sollievo.
Al medico infettivologo ho fatto l’unica domanda che avrei dovuto tenere per me, e cioè quale prospettiva e qualità della vita mi attendono, la risposta è arrivata come una spietata condanna “ Una decina di anni, signor Bruccoleri, e non tanto per l’HIV, quanto per la combinazione con l’epatite C di cui lei è affetto e di cui noi medici non sappiamo ancora molto. Negli ultimi anni le terapie farmacologiche per l’HIV invece sono divenute di facile assunzione e con una percentuale di sopravvivenza non immaginabili solo fino a dieci anni fa, siamo lontani dalla guarigione e dal vaccino, ma la qualità della vita dei malati sieropositivi è nettamente migliorata. Diciamo che conducono una vita normale, con la sola differenza che devono assumere la terapia farmacologica per tutta la vita e fare controlli regolari cercando ovviamente di non strapazzare l’organismo con sostanze stupefacenti e soprattutto alcool”
Cazzo dieci anni possono essere tanti, o un’alito di tempo.
Dieci anni! Dieci anni! No stò sognando! Non può essere capitato proprio a me. No, no, no. Adesso mi sveglio, strizzo gli occhi come facevo da bambino per risvegliarmi dai brutti sogni e mi ritrovo nel letto, magari spaventato a morte ma sano. Andrebbe bene anche risvegliarmi in un letto d’ospedale uscito dal coma dopo un incidente stradale.
Nulla. Sono già sveglio.
Merda.
Traccio una linea come quando si fanno i conti della serva, foglio di carta e penna in mano, gli spiccioli sulla tavola per capire quello che posso ancora fare. In attivo metto il fatto di non dover cominciare la terapia.
Il passivo già lo conosco.
Birra…Birra, adesso ci vuole una Birra.
Birra fino a raggiungere l’assenza della coscienza.
Viaggio nell’incredulità, quello che mi sta accadendo mi allontana dalla realtà conosciuta fino ad oggi.
E’ la follia della percezione, il concetto della morte, della fine ultima e inappellabile non si era mai presentata fisicamente così netta, limpida, assoluta. No non ci posso credere, Cristo Madonna.
Poi, altre volte penso di essere assolutamente sano e che quello che mi sta accadendo sia frutto del declino delle mie facoltà, della scarsa o assoluta capacità di leggere la realtà, dunque malato in questa condizione irreale e immune dall’ AIDS ma folle nel mondo reale. Non so cosa sia peggio.
Sono momenti in cui cerco di ancorarmi almeno a una delle due realtà, quantomeno per semplificare. Esplodo, birra birra, eroina birra, merda, birra e assenza.
Vaffanculo, col cuore
Ho una gran voglia di mandare tutti a fare in culo, assistenti sociali, psicologa e gli educatori del centro diurno: la loro arte terapia da circolo parrocchiale con annessi complimenti per ogni porcata si faccia con i colori, le interpretazioni sull’uso del colore speso, sugli spazi lasciati vuoti, ma la cosa più triste sono io che alimento questo giochetto dell’utente talentuoso che dipinge cadaveri e muri, consapevole di nutrire il loro narcisismo di educatori affamati di successi.
Mi sento una puttana.
Alcolista psichiatrico lo accetto perché mi appartiene fino in fondo, ma puttana impotente non riesco ad accettarlo. Cazzo, pensavo di valere un po’ di più, non mi vedo a scodinzolare davanti all’assistente sociale oltre quello che ho già fatto. Sono qui a fare l’utente modello, talentuoso, dal pensiero raffinato, adeguato, oltremodo consapevole e pronto a disciplinarsi per un trionfale reinserimento nel mondo della normalità.
Mi stò condannando da solo e con dentro la sensazione di poter ancora fare molto per la mia vita.
Ma dove sono finiti i miei sogni, la mia voglia di giustizia e di contribuire alla costruzione di un mondo meno peggiore di come l’ho trovato? La passione per la chitarra, lo sport e tanto altro ancora.
C’è poi quell’antico progetto che misi in cantiere quando avevo sedici anni in cui mi ripromisi di arrivare a quarant’anni sollevato dalle mie angosce per diventare un bell’uomo con al seguito una piccola truppa di donne innamorate. Ci ho creduto in quel progetto, ero convinto che sarebbe stato possibile liberarmi della bruttezza della mia vita, ero fiducioso che sarebbe dovuto passare del tempo ed ora alla soglia dei quaranta non ho intenzione di fare l’animale addomesticato dei servizi sociali. Guardo questi professionisti del benessere altrui e spesso nelle loro facce non trovo felicità o soddisfazione per il lavoro che hanno scelto, mi pare che questi facciano persino fatica ad assistere se stessi figuriamoci un un cicloturista bipolare con una storia complessa come la mia. Ed è da questa considerazione che credo di dover ripartire. Non è ancora tempo di delegare le mie sorti alle generosissime scollature della psicologa. Direi che dopo il terzo litro di sperma versati su quella pelle dotta e levigata siano sufficienti e che a me tocchi almeno un tentativo. Per quanto affaticato e spaventato non riesco a mollare adesso e se mai dovessi non farcela allora farò altro, in un mondo nuovo.
Era l’estate del 1997 e di quel mondo nuovo che avevo cercato conservo queste immagini a cui ho voluto dare un titolo. Una piccola strategia per consentirmi il giusto distacco da quella giornata.
Il mazzo di chiavi
Agosto è il mese dei suicidi.
E’alta stagione per la psichiatria, trovare un posto letto in Repartino è quasi impossibile, ma se sei abbastanza fortunato puoi ancora trovare posto nella provincia. Dipende da chi c’è di guardia in pronto soccorso.
Villa Cristina alla periferia di Torino?
“No lì non ci voglio tornare”. Ci avevo trovato Michela del gruppo di alcolisti, non mi riconobbe, sembrava che le avessero gonfiato la faccia come un canotto, la pelle del viso liscia e molle come le dita cotte quando si lavano i piatti con l’acqua calda. Gli occhi vuoti che guardavano al il vuoto: l’opera devastatrice degli psicofarmaci e di una vita che ti insegue, perché senza quel corpo non ci sarebbe vita. Quella vita.
Cazzo ho trovato la chiave! Bello, ma perché non ci avevo pensato prima. Mi sale la pace e mi si sciolgono i sassi nello stomaco, covo di pugni annodati e dimora di tutte le angosce.
Quando stai così di merda non servono neppure gli psicofarmaci e non servirebbe neppure riavere il mio amore.
Ma adesso tutto questo non conta, ho trovato la chiave, la pace.
Mi dispiace solo per Zora. Di lei credo, e ne sono certo se ne occuperanno Maria Grazia e Sergio.
La gomma che il vicino usa per innaffiare il giardino dovrebbe essere della stessa misura della marmitta dell’APE 50, l’ho smontata e rimontata il mese scorso e la gomma la vedo tutti i giorni. Se dovesse essere troppo stretta posso scaldarla sul fornello ed allargarla mentre se fosse troppo larga in laboratorio dovrei avere sicuramente una fascetta nella Scatola Magica.
Ci sono voluti dodici anni per averla così fornita. E’ una vecchia scatola di biscotti in lamierino leggero in stile tardo Liberty con i caratteri delle lettere giallo oro tipiche degli anni 40/50.
Un artigiano non può fare a meno di una Scatola Magica. Quando al sabato ripulivo il laboratorio raccoglievo riponevo tutte le viti e chiodi che trovavo in terra o sul fondo dei cassetti e dato che riporle tutte negli appositi separatori sarebbe stato un delirio li riponevo nella scatola dei biscotti. Dopo dodici anni potevo trovarci tutto di tutto, e di tutte le misure: chiodi, viti, rondelle, dadi, bulloni e fascette.
Ah è vero, mi stavo perdendo!
Prendo il coltello e vado a tagliare un pezzo di tubo, dalla marmitta all’abitacolo ce ne vorranno due metri e mezzo. La cilindrata dell’Ape è 50 centimetri cubici ed in proporzione lo scarico dovrebbe avere un diametro non superiore al centimetro e mezzo. Nessuna fascetta metallica entra che è un piacere, ed è un piacere vedere che dopo tanti anni di lavoro posso fare a meno del metro e del calibro. Il tempo di un sorriso compiaciuto e poi porto la gomma nell’abitacolo, mi siedo e tiro la porta. Mi chiudo dal dentro, mi chiudo dal fuori.
Alzo la leva dell’aria, giro la chiave e pigio lo START. Attendo alcuni secondi e quando il motore comincia a singhiozzare abbasso la leva per ridargli ossigeno.
Gesti essenziali, misurati, senza incertezze, come se lo avessi sempre fatto.
Mi coglie un senso di pace che non ricordo di aver mai provato, trovo persino il tempo di prendermi in giro.
“Certo che per un asmatico è proprio un modo del cazzo per morire”. Che faccio, torno un attimo in casa a prendere i broncodilatatori? E se comincio a tossire? Vorrei morire addormentandomi e non sputando pezzi di polmone!
Immagino i titoli dei giornali: “Artigiano asmatico si suicida con i gas di scarico, trovato in un lago di sangue”. Merda così no! Che figura da fesso. E giù a ridere in questa nuvola di fumo. Mi è sempre piaciuto il profumo della benzina e dell’olio sintetico bruciato, mi ricorda quando da ragazzino nell’officina del vecchio questi accendeva le moto dentro l’officina incurante della presenza dei clienti.
Che pace. Adesso. Qui dentro.
Cominciano a bruciarmi gli occhi, a raschiarmi la gola e mi chiedo se lo stò facendo veramente. Se mi stò ammazzando veramente. Peccato perdere questa pace proprio adesso che l’ho trovata.
Non posso rinunciare al mio progetto, ho scritto anche l’ultima lettera con tanto di scuse e indicazioni per il cane. Che dire poi della mia autostima?
Già la sento mia madre “Cominci mille cose e non ne finisci neanche una”.
Questa volta però vorrei finirla con la pace di questo momento.
E se riuscissi a trovare questa pace fuori? Forse non l’ho cercata abbastanza, forse non l’ho cercata nel posto giusto.
Questi ultimi tre quarti d’ora li ho vissuti serenamente, e se ci fosse il modo per allungarli ancora una volta, due volte, tre…
No non è possibile!
E se invece lo fosse?
Ho trovato la chiave, la seconda oggi, oppure la stessa che chiude e apre?
Spengo il motore. Proviamoci.
Il Paracadute meccanico
…è la mia non più giovanissima Freis, una vecchia bicicletta da corsa che nei mercatini dell’usato è possibile trovar a poco più di dieci euro.
Con una compagnia così è difficile sentirsi smarriti. Il massimo dello splendore la raggiunge quando le aggancio le borse da viaggio sui portapacchi, una posteriore da sessanta litri e due anteriori da venticinque litri l’una, in più uno zaino da settantacinque litri per le emergenze, spostamenti in cui la bicicletta sarebbe d’ingombro: una gita o un appuntamento d’amore. Un peso che varia da centoventi chili a centoquaranta chili di meccanica obsoleta, passeggero compreso. Passione, amore e determinazione lanciati in discesa a quaranta chilometri all’ora, in cui una distrazione o una buca non anticipata potrebbero mandarti al creatore o lasciarti inchiodato per sempre su un divanetto a due ruote.
E’ un pò come lanciarsi in discesa con un vecchio Guzzi senza il motore.
In curva non si scherza.
Centoventi, trenta, quaranta chili, dopo pochi metri cominciano a vivere di vita propria e se non stai attento ti portano dove vogliono loro: curve larghe e dritti rovinosi. Per fotterti basta poco meno di un attimo.
Paura? Sempre!
La paura e il controllo assoluto del mezzo possono regalarti momenti di adrenalinica ebrezza che ti avvicina al senso di onnipotenza.
“Cazzo questa cosa la so fare proprio bene!”
E poi vai oltre, sempre un pochino oltre; al culo della corriera, (in scia per evitare l’attrito del vento) il sedere in fondo alla sella, torace ripiegato in avanti parallelo alla strada con l’ombelico appoggiato sulla punta del sellino e il naso quasi appoggiato alla pipetta del manubrio, posizione aerodinamica da virtuoso discesista. Trenta, quaranta, cinquanta, sessanta e ottanta chilometri all’ora, sempre al culo della corriera. Mi allargo per imboccare la curva, una frenata decisa a chiudere verso sinistra, lui tiene la corsia di destra.
Il primo è già volato, due, tre, quattro secondi. Infilo il passo lungo del cambio 53/14.
“Cazzo Stefano non lo fare è una cazzata! Esci!”
Sono vicino al passaruote anteriore della corriera, non resisto alla tentazione di infilargli la mano dentro per farmi scorrere la ruota sui polpastrelli delle dita con il ghigno di chi accarezza la testa ad un bambino, e poi via. Uno, due, tre, quattro secondi e gli sono davanti.
Bippppppp!!!!!!
“ Fanculo te è il tuo trattore”
Un sorpasso da “Anonima Ciclisti”, la parte insana e goliardica che sopravvive in ogni vero cicloturista che un tempo sognava le competizioni e una carriera da professionista. Credo non sia tanto diverso dal buttarsi col paracadute da un aeroplano, ma dato che ho le vertigini mi toccano i culi delle corriere e quello delle utilitarie variamente accessoriate.
Del mio paracadute meccanico ho voluto conoscere tutto, ogni singola sfera, dal movimento centrale, alla forcella, ai mozzi e persino le rotelle del cambio.
Ad ogni discesa mi sembra di vedere l’ottava sfera del mozzo anteriore, che compone il cuscinetto che regola lo scorrimento della ruota. Il pensiero, quando affronto una discesa va a quella rigatura del cuscinetto, a cui due anni prima non avevo potuto porre rimedio. Ogni tanto la sento strillare e le vibrazioni le sento fin sopra le leve dei freni, sulle quali tengo sempre appoggiati gli indici e i pollici.
“Dai fai la brava, portami fin giù e poi ti mando in pensione. Ti giuro che se mi porti giù senza fare scherzi, ti cambio e ingrasso tutti i cuscinetti”.
Promesse da marinaio! E va avanti così da due anni.
In questa condizione svanisce l’emergenza, quando vai giù a settanta, ottanta chilometri orari, l’emergenza svanisce, non c’è tempo per nessuna emergenza, i freni ti servono solo per controllare l’ingresso nelle curve o per controllare un’uscita troppo larga. Quando sei carico come un mulo e viaggi in discesa a sessanta, settanta chilometri all’ora, per giunta senza casco, i finali restano due: arrivare sano e salvo, oppure spaccarti le ossa a rischio della vita, alla meglio una poltroncina con le ruote, per il resto della vita.
Personalmente preferisco crepare in discesa che per un cazzo di virus che non ho mai visto, preferisco persino le diciotto ruote di un autocarro sul groppone, senza agonia, senza coscienza e soprattutto senza sopravvivere al dolore.
Anzi, adesso che ci penso non mi dispiacerebbe portarmi il mio Virus con tutti i suoi cazzo di CD4 e carica virale al seguito, per vederli spalmati in venti metri d’asfalto, nell’urlo di una frenata bruciante.
Bruccoleri Stefano
Sito del Libro:
http://www.senzafissadimoradis.....ccesso.com
Blog:
http://www.analkoliker.splinde.....r.com
Mail:
edera007@gmail.com
Il 1 Luglio 2009 alle 12:21 antonio.carnevale ha scritto:
E grazie a lei, Stefano. Grazie per queste pagine che ci ha regalato!
Il 1 Luglio 2009 alle 12:46 bobillah ha scritto:
Egr.Sig. Carnevale,
non è certo con articoli lacrimevoli come questo che si aiuta la “causa” della lotta all’hiv. Basta entrare in un qualunque forum di sieropositivi per trovarne a josa…basta digitare hiv, sieropositivo, aids su qualsiasi motore di ricerca. Nulla togliendo all’autore del libro. Io credo invece che una mano comsistente a questa “causa” la si potrebbe dare chiedendosi il perchè non si sia ancora trovata una cura dopo quasi 30 anni (quasi trenta ann) dall’esplosione della pandemia. E come mai le persone che si infettano siano oramai al di fuori delle categorie cosiddette a rischio. Ora, le pagine relative alle interpellanze parlamentari su supposti vaccini o inerenti l ‘HIV sono a disposizione. Interpellanza vaccino Gringeri, interpellanza vaccino Ensoli, interpellanza del dr.Andrea Savarino ai cui danni è stata perpetrata una truffa da una notissima casa farmaceutica. Il dr. Savarino, il cui nome in questi giorni cavalca il web.
E cosa fa il dr. Savarino? Il dr. Savarino CERCA pazienti sieropositivi in un forum statunitense….
IN UN FORUM STATUNITENSE. Che dire? Non ci sono parole.—–> vedere Posted on Jun 25, 2009
——————————————————————————–
I am the first author of the so-called “Italian study”.
Dear Doctor, probably you speak like this because you’re not HIV-positive. I am a physician too, but have no patients because I chose to work in the lab after getting specialised in infectious diseases. I felt it was the best way to help these people. I will continue researching in the HIV eradication topic until the final goal is reached, or, alternatively, until the day that I die.
Please, be more positive about this topic. I have no patients, but you do. So, I propose you a collaboration. Let’s write a protocol submit it to an ethical committee and see how the drug combination described in my paper will work in 8-10 volunteers. Having clinical data will help a lot in order to understand whether we are on the right way, or whether there is someting that should be changed.
I will be eagerly waiting for your reply.
With best regards,
Andrea Savarino, M.D.
http://www.hopkins-hivguide.or.....ati… )
Forse che non ci sono pazienti sieropositivi in Italia?
Altro non aggiungo.
Nulla a che vedere con l’autore del libro.
Ritengo comunque che ogni operazione cosiddetta di facciata serva solo a lavarsi la coscienza…..
semnza sentire MAI il bisogno di scavare e di gridare cristaniamente SCANDALUM
Il 1 Luglio 2009 alle 13:04 bobillah ha scritto:
Leggo:
“¶ Il 1 Luglio 2009 alle 12:21 antonio.carnevale ha scritto:
E grazie a lei, Stefano. Grazie per queste pagine che ci ha regalato!”
Questo suo commento, sig. Carnevali avvalla la mia percezione. La condivisione fuggevole e lacrimosa per pagine che nulla a noi sieropositivi rivelano.
Se condividesse con noi la ricerca delle frodi degli scandali del giro di affari che ruota attorno all’hiv ed è di ostacolo ad ogni “cura” Le garantisco che noi sieropositivi saremmo tutti più felici!
Non è con questo concetto di “compassione” che Lei ci favorisce.
Lei ci sta ostacolando!!!! Sta ostacolando il FIAT LUX
sulla ricerca italiana e non italiana….Sta chiudendo volutamente gli occhi! Le ripeto! Non è certo con l’ostentazione di un fiocchetto rosso che ai aiuta a combattere per una giusta causa.
La causa di chi ritiene doverosa la trasparenza nei meccanismi della ricerca scientifica!
Apra gli occhi, giri a 360° nel mondo dell’HIV.
NON è di questo che abbiamo bisogno!Un paziente al mondo, UNO, UNO è guarito! Il paziente tedesco del trapianto di midollo. Certo non è il trapianto di midollo che vogliamo!Improponiobile e ben consapevoli ne siamo!!! Ci si chiede però come mai le riviste scientifiche siano state così restìe ad accettare questo risultatO! Se lo chieda anche lei !!!
Perchè? Era ed è una strada percorribile, messa sotto i riflettori solo grazie agli attivisti americani,…
Come mai non si effettuano trial mirati in tal senso?
Quali interessi andrebbe a ledere una cura contro l’HIV?
La negativizzazione.
Le sue parole sono la famosa lacrima di coccodrillo..
ripeto! nullaa chwe vedere conl’autore del ibro!
Molto a che vedere con le modalità di approccio all’HIV proposte dalla sua rivista.
Che comunque un merito lo ha! Quello di aver portato in Italia le possibilità (?) di una eradicazione dell’HIV grazie al ossip di un infettivologo…
forse se sui motori di ricerca lei digitasse Yamamoto
N. qualcosa imparerebbe!
Basta con le elemosine!
Il 1 Luglio 2009 alle 15:11 antonio.carnevale ha scritto:
bobillah,
nessuna elemosina, non fraintenda.
Mi permetto di segnalarle che il mio articolo non è sull’Hiv. Non è sui malati di Hiv. E’ su un libro.
Il libro si intitola “Via della casa comunale 1″. E non parla solo di Hiv. E’ il diario che Stefano Bruccoleri ha tenuto per quattro anni.
Vi si racconta un’esperienza di vita non comune. L’ho segnalato per quello.
Nella mia segnalazione non c’è una sola parola lacrimosa, nessun accenno alla malattia.
L’autore è intervenuto nei commenti, regalando ai lettori del sito delle pagine del suo libro. La cosa mi ha fatto molto piacere, perché ha arricchito la segnalazione. I commenti sotto ogni articolo servono proprio a questo: per arricchire l’informazione. Se a intervenire è lo stesso protagonista dell’articolo, dunque, non può che farmi piacere. Per questo l’ho ringraziato.
Naturalmente sono ben accette anche le critiche. Ma, se posso permettermi, la sua mi sembra fuori luogo.
Nel suo commento parla di “condivisione fuggevole e lacrimosa per pagine che nulla a noi sieropositivi rivelano”. Non so a cosa si riferisca. Che cosa mai dovrebbero rivelare quelle pagine se non i fatti che raccontano? Mi sembrano pagine belle punto e basta. E ripeto: sono contento che l’autore abbia voluto condividerle con i lettori di questo sito.
Saluti,
AC
Il 1 Luglio 2009 alle 17:13 analkoliker ha scritto:
@bobillah
Il tuo intervento è scomposto e fuori luogo.
Intanto Antonio Carnevale è il primo giornalista che in tutti questi anni non fa accenno all’HIV.
Avrebbe potuto raccontarlo e farne una splendida storia Natalizia, ed invece si è limitato a segnalare un Libro.
“condivisione fuggevole e lacrimosa per pagine che nulla a noi sieropositivi rivelano”.
Intanto caro amiico ti faccio notare che dopo la diagnosi avrei dovuto cominciare una terapia, ed invece mi sono sparato 2600 chilometri, e questo credo sia positivo raccontarlo a coloro che dopo la diagnosi cadono in disperazione.Per raccontare loro che esistono soluzioni diverse, impensate e che ammalarsi di diagnosi rischia di essere peggio della malattia. Ora i miei valori si sono alzati e mi sono negativizzato dall’epatiteC senza cure. Il mio corpo ha reagito e sconfitto l’apatite.
Questo va raccontato, va raccontata l’ostinazione per la vita, va raccontato che un invalido finisce in stradacon un’invalidità del 85 per cento. Questo non è solo un diario ma anche un’immagine, una chiave di lettura del nostro paese.
Credo che tu debba fare le tue rivendicazioni nei luoghi adatti e non entrare in rete sgomitando e reclamando spazio e attenzione.
Guadagnatele, il rispetto l’attenzione.
Leggi il libropiuttosto. Chiudi la connessione e vai in strada, alBar, al cinema, a farevolontariato. Questa incursione racconta solo di un uomo incazzato che non trova risposte e allora butta Guano in testa a chiunque gli capiti a tiro.
Sempre Stefano Bruccoleri
Ps: un piccolo consigli. Comincerei a firmarmi con nome e cognome. Si è più credibili
http://www.senzafissadimoradis.....ccesso.com
Il 2 Luglio 2009 alle 11:42 frank_in_rome ha scritto:
In effetti non capisco neppure io la polemica. L’articolo mi sembra abbastanza chiaro, come segnalazione di un libro.
Le storie lacrimose sono altre, basta guardare la televisione nel tardo pomeriggio o Studio Aperto nell’edizione serale. E allora sì che si lucra sul dolore.
Ma questa mi sembra una segnalazione come tante, di un libro che tra l’altro trovo anche molto interessante.
Il 2 Luglio 2009 alle 12:27 analkoliker ha scritto:
Secondo estratto dal Libro
Ferrara
Per arrivare a Ferrara non ci ho messo molto, le gambe viaggiano quasi per conto loro, piuttosto è il freddo il vero problema, che mi costringe a pedalare nelle ore centrali della giornata e ad arrivare con la luce sufficiente per montare la tenda.
La vecchia città è circondata da alte mura di cinta che facevano probabilmente di Ferrara una città fortificata, ogni tanto si incontrano grossi cartelli con la storia del rudere di turno, con date, citazioni e una sintesi che alla fine non racconta nulla, esattamente come le sintesi scolastiche del compito in classe di storia in cui ovviamente io mi facevo beatamente i cazzi miei.
“Allora Stefano cosa mi dici di Carlo Magno?”
“Magno, magno, professoressa.”
Al povero insegnante di turno dopo l’ennesimo boicottaggio della lezione non restava altro che infliggermi la punizione della nota da far firmare ai genitori.
Mamma ci mandava a scuola solo per non averci fra i coglioni mentre mio padre, leggeva solo Cronaca Nera, di cui noi figli divoravamo la rubrica “I misteri del sesso” e dunque con tutto questo trasporto per la cultura che si percepiva in casa era già tanto che ogni tanto mi portassi i libri in classe. Mamma, credo che avesse fatto solo fino alla quarta elementare, aveva una calligrafia rotonda e incerta come il giorno in cui abbandonò la scuola, tanto che le poche volte che noi figli, non firmavamo il diario ma a farlo era lei, ci veniva contestata la sua firma come falsa e così di comune accordo con mamma, io e mio fratello Alberto prendemmo la delega per le firme.
La calligrafia di mamma era così infantile che imitarla era veramente difficile, ma con un poco di esercizio alla fine ci riusciva sempre. Ovviamente per essere credibile fu necessario portare quella firma a un livello d’istruzione un po’più elevato, se non altro, per evitare contestazioni per il futuro.
All’istituzione scolastica, ad un certo punto, rispondemmo con cartone da imballo e carta patinata, così per un certo periodo, la nostra presenza sui banchi di scuola, divenne pari alla nostra assenza.
Seimila lire al quintale per il cartone comune e diecimila lire al quintale per la carta “bianca”: riviste patinate e carta da ufficio.
Nessun sindacato, nessun albo.
Per raccogliere il cartone all’epoca, non era neppure richiesta un’età minima, bastava un carretto da traino, uno spirito da esploratori e poco entusiasmo per la scuola e per lo studio.
Quindici, quattordici e tredici anni, un carretto, un secchio per bagnare il cartone ed ecco fatta la ditta post-puberale, preadolescenziale di raccoglitori di cartone: Stefano, Alberto e Donato.
I soliti straccioni del quartiere, pantaloncini corti, ginocchia sporche e magliette fuori taglia, raccattate in parrocchia.
Al passaggio del carretto sentivi urlare i fratelli Cirulli e suo cugino Enzo “Ippoveri! Ippoveri”!
Io ero Manisporche per via del lavoretto che avevo trovato da un vecchio ciclista ubriacone, che la sera chiudeva baracca dall’interno per accucciarsi fra camere d’aria appese al soffitto, pezzi di Vespa Special, e latte di vernice Blu metallizzato che avevo rubato al carrozziere pochi isolati più in là.
Per dei ragazzini, abituati a trasformare mollette da bucato in aeroplani semplicemente incrociandole, l’essere riusciti a entrare in possesso di un carretto con ruote vere, era una cosa straordinaria, vissuta con entusiasmo e spirito d’avventura. A questo, si aggiungeva quel minimo guadagno che riuscivamo a ottenere in Cartiera, così che mentre i nostri coetanei facevano i conti con le tabelline, l’algebra e la letteratura Italiana, noi come piccoli giostrai trapezzisti, mettevamo a punto tecniche per entrare e uscire rapidamente dai grandi bidoni. Se annusavamo che in quel container avremmo potuto tirar su quindici o venti chili di riviste, allora uno di noi entrava, un altro teneva il coperchio ed un altro ancora prendeva i pacchi da fuori e li poggiava sul carretto. Se invece sul fondo o a metà del bidone trovavamo solo un sacchetto, bastava alzare il coperchio, bloccarlo fare un balzo e portare la pancia sul bordo, oscillare come una bilancia e ad ogni immersione afferrare l’afferrabile. Vedere due gambettine uscire da un bidone era sempre uno spettacolo, salvo poi cascarci dentro e anche lì il divertimento era assicurato.
Tutto, vissuto come un gioco che riusciva anche a farti guadagnare, l’obbiettivo minimo era il quintale, tradotto era l’equivalente di duemila lire a testa, un panino, una bibita e un caffé consumati in pochi minuti a fronte di circa quattro ore di lavoro. La sensazione di essersi procurati da mangiare da soli, ripagava di ogni pagella, sapendo bene che i tuoi compagni di classe stavano chini da giorni sul teorema di Pitagora e che tornato a scuola avrei dovuto difendermi con la solita faccia da schiaffi, quel sorriso strafottente di chi sa di poter svoltare da solo in barba ai programmi ministeriali.
La prima lezione di economia applicata, ce la diede Antonio, un vecchio raccoglitore di cartone a cui una pressa aveva lasciato solo tre moncherini alla mano sinistra. Era migrato trent’anni prima dalla Sardegna, per trovare lavoro alla Fiat e per qualche anno vi aveva lavorato e mantenuto la famiglia. Poi l’infortunio, la pensione d’invalidità e la piccola attività di raccoglitore di cartone, che gli consentiva di mantenere la famiglia e di dare una mano alla nipote. Piccola e affascinante sbandatella, con capelli rasati e tinti di rosso. L’alcool e l’eroina se la presero qualche anno dopo e ce la restituirono disfatta. Difficile credere che in passato, l’avevamo desiderata, Alberto credo persino che la baciò. La lezione di economia, Antonio ce la dette suggerendoci un trucco per guadagnare meglio con il cartone. Ci suggerì di andare a raccogliere il cartone alla “Crocetta”, quartiere della zona residenziale ben nota per le puttane più belle e care di Torino e per i Trans che la notte toglievano il fiato e mettevano a dura prova l’eterosessualità dei maschi più maschi.
Il concetto di Antonio era semplice: “Quelli ricchi leggono di più e leggono le riviste “lucide”, quelle ve le pagano diecimila lire al quintale. Qui non troverete niente solo cartone e giornali da seimila lire al quintale e per farlo pesare di più dovete bagnarlo, ma se in Cartiera se ne accorgono non ve lo fanno scaricare.”
Scoprimmo che le cose andavano proprio come diceva il vecchio Antonio, oltre al fatto di aver compreso che la letteratura italiana valeva come il Corriere dello sport: sessanta lire al chilo.
In questa città arrivammo nel 1977 abitavamo in due soffitte con un piccolo corridoio, un vero lusso rispetto al solaio, in cui abitavamo sino a qualche anno prima; un luogo angusto, sotto le nostre teste si vedevano tegole rosse e travi di Larice; il letto matrimoniale che occupava gran parte della soffitta, all’ora del pranzo diventava la tavola per mangiare. Due seduti sul bordo del letto, e due sulle uniche sedie che avevamo, completava poi l’arredamento un grosso armadio di legno scuro, vuoto perché dal Belgio scappammo solo con quello che indossavamo. In quella soffitta, nessuno avrebbe mai pensato di andarci a vivere, per questo non fu mai allestito un impianto elettrico per la luce. Per mangiare, lavarsi e per l’uso del bagno scendevamo di un piano, il bagno era esterno e l’acqua la prendevamo da un rubinetto di servizio che nessuno usava da anni se non per lavare le scale. La mamma teneva la candela sulla sedia, appoggiata allo specchio del mobilone, sostenendo di riuscire a raddoppiare così la luminosità. Per noi questo era una sorta di miracolo, ancora oggi non sono convinto che la cosa funzionasse, ma quel trucco aumentava la fiducia già incondizionata per la mamma. Dal lucernario si poteva vedere la “Mole Antonelliana”, il più alto monumento della città di Torino. La sera s’illuminava come un grande albero di Natale e con Alberto e Donato, i miei fratelli minori a cui facevo da padre, ci incantavamo come ragazzini davanti alla televisione
Il passaggio alle nuove soffitte c’era stato annunciato da mamma il giorno prima, si trattava solamente di cambiare scala, ma a noi pareva di andare in gita. Le stanze ci apparivano luminosissime, eravamo passati dal lucernario a due finestre, la luce elettrica ed il lavandino di granito grigio, il bagno era sempre al piano di sotto ma con il tempo la mamma ci concesse di fare la pipì nel lavandino.
Mamma era un genio di povertà, due giorni dopo mi chiamò e mi disse che aveva trovato uno specchio, teneva il pettine in mano e si stirava i capelli, sorrideva come una giovinetta al suo primo appuntamento, io però non vedevo lo specchio.
” Guarda bene Stefano “.
Mi fece notare che se si metteva di fronte al muro con la lampadina alle spalle poteva controllare grazie all’ombra sul muro se i capelli erano ordinati o meno, poi bastava che ruotasse la testa per controllare con la coda dell’occhio le parti laterali ed il gioco era fatto, dietro normalmente la pettinavo io, ma questo avrei dovuto farlo anche con uno specchio vero.
In tutto questo, non ho ancora trovato un posto per la notte, credo che dormirò lungo il muro di cinta, il parco è tranquillo, quasi deserto se non per la presenza di un gruppetto di marocchini dall’aria alquanto losca. Uno di questi, l’ho poi incontrato qualche ora dopo mentre mangiavo, passeggiava avanti ed indietro come se volesse segnare il territorio, io di contro mi sono messo comodo sulla panchina come se guardassi la televisione nel salotto di casa mia. Non capisco bene se sia qua per spacciare, allora mi alzo e lo avvicino, e lui: “Tutto bene fratello?”
“E tu?”
Sono talmente tranquillo che questo sembra inquietarlo. In questo giardino non mi sento ospite, dunque se incontro uno che marca il territorio mi viene da incazzarmi. Inoltre, il ritrovato rapporto con il mio corpo, mi rassicura al punto tale da apparire come una sorta di osso duro, uno che decide di dormire all’aperto evidentemente sa il fatto suo e dunque da lasciare tranquillo. Le distanze sono presto ristabilite: lui è un Marocchino che spaccia e che da queste parti è meglio lasciare in pace, e io sono fisicamente il doppio di lui e infinitamente più arrogante e padrone della situazione, dunque, meglio per lui andare altrove. Così in pochi minuti, scompare lungo la passeggiata del giardino che porta fuori dalle mura.
Il 28 Marzo 2011 alle 18:43 analkoliker ha scritto:
Salve Antonio,
sono felice di comunicarle di averr trovato un editore, Ediciclo editore e che sarò presente al prossimo salone del libro.
Inoltre avrò la prefazione di Don Luigi Ciotti e Simona Vinci.
Il suo articolo è stato letto da molti e credo abbia contribuito in parte alla nascita di un nuovo scrittore. Non che il mondo ne reclamasse un’altro, ma ha me ha fatto piacere.
La saluto caramente
Bruccoleri Stefano
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