Quando in un giorno di dicembre del 1975 ascoltai per la prima volta tutto il 33 giri di Born to Run di Bruce Sprignsteen, per me fu come un miracolo. Avevo 15 anni.
Il singolo “Born to run” già girava alla radio anche qui da noi; ricordo che Carlo Massarini lo lanciava sempre dicendo: “Ora il più grande dal vivo, Bruce Springsteen”.
Il miracolo però avvenne quando il vinile rivelò tutto l’album. A partire dall’armonica di Bruce e il piano di Roy Bittan da cui si dipana “Thunder Road“:
“The screen door slams
Mary’s dress waves…
Ecco, da allora, Thunder Road è il pezzo di musica che più mi emoziona. Un flusso sempre rinnovato che raggiunge il culmine durante i concerti di Bruce (a Milano-San Siro l’anno scorso non fece “Thunder Road” e pur esaltato dal concerto, ne sentii molto la mancanza).
Si capisce allora che un libro con un titolo come quello di Rob Kirkpatrick, Magic in the Night. Le parole e la musica di Bruce Springsteen pubblicato da Baldini Castoldi Dalai riesca ancora ad attrarre l’attenzione dei fan del Boss (me compreso):
Show a little faith, there’s magic in the night
You ain’t a beauty, but hey you’re alright…
proprio perché va sul sicuro, richiama una delle canzoni più amate, la canzone che apre il disco che segnò la vera svolta nella carriera di Bruce (era il suo terzo album) e probabilmente (dal nostro punto di vista almeno) il più importante disco della storia del rock, o come dice Kirkpatrick, “uno dei più grandi album di tutti i tempi“.
A pensarci bene, il libro di Kirkpatrick non aggiunge molto a quanto è stato detto e scritto su Bruce in decine di altri volumi. (Basta ricordare, in Italia, quello di Leonardo Colombati, Bruce Springsteen. Come un killer sotto il sole. Il grande romanzo americano (1972-2009), Sironi. Colombati, tra l’altro, ha scelto anche lui “Thunder Road” per ricavare il titolo del libro: “Lying out there like a killer in the sun“).
Kirkpatrick ha pubblicato il suo libro nel 2006, aggiungendo gli ultimi due capitoli nel 2009. Quindi c’è proprio tutta la discografia ufficiale di Springsteen fino a Working on a dream, l’ultimo album pubblicato, e quello che dà il nome al tour di Bruce attualmente in corso e in questi giorni in Italia (Roma il 19 luglio, Torino ieri, 21 luglio, Udine domani 23 luglio).
Attinge a moltissimi degli studi già pubblicati sul Boss, a articoli su riviste, interviste; per il capitolo su Born To Run cita continuamente Wings for Wheels, il documentario pubblicato in dvd nel cofanetto di celebrazione dei 30 anni di Born to Run nel 2005. (”Wings for Wheels” era il titolo di una canzone scritta da Bruce e che poi si è evoluta per diventare “Thunder Road”).
In Magic in The Night seguiamo dunque, album dopo album, la scrittura di Bruce. Scrittura che Kirkpatrick ci aiuta a decifrare soprattutto indicandoci le fonti di ispirazione, le influenze.
Influenze che hanno a che fare con molti degli intrecci possibili della cultura popolare americana: da quelli ovviamente musicali a quelli letterari, fino all’iconografia di The Americans di Robert Frank, il fotografo che grazie a una borsa di studio del Gugghenheim viaggiò in autobus nell’America degli anni ‘50 scattando foto che sono diventate parte di quel che il Novecento pensava quando pensava agli Usa (una mostra con foto di Robert Frank è passata da Milano lo scorso inverno).
Soprattutto, in pagine sparse per il volume e dedicate ai diversi album di Springsteen, Kirkpatrick più volte ci ricorda quanto le storie cantate da Bruce siano debitrici della lettura intensa dei racconti di Flannery O’Connor: la densità delle storie della O’Connor con il suo cattolicesimo tormentato si legge in controluce nelle atmosfere e nei personaggi di Bruce, che vivono fra mitologia urbana della strada e immagini sacre trasfigurate.
Ma anche per quanto riguara lo stile, Bruce, dice Kirkpatrick, ha sempre apprezzato “l’economia narrativa” dei racconti di Flannery, un vero modello di scrittura per le canzoni.
(Due delle canzoni di Bruce hanno rubato il titolo a due racconti della O’Connor: “The river” - nell’album doppio del 1980, The River; e “A Good Man Is Hard To Find (Pittsburgh)” a lungo non pubblicata in nessun disco e poi finita in Tracks (la raccolta di “scarti” dei vari album che contiene vere e proprie perle come “This Hard Land“, la canzone di Springsteen che mi pare richiami in modo più intenso l’influenza di John Steinbeck, almeno quanto, ovviamente, “The Ghost of Tom Joads“).
- Mercoledì 22 Luglio 2009

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Il 26 Luglio 2009 alle 18:30 Bruce Springsteen e il rock: per condividere le storie « GRUPPO/I DI LETTURA ha scritto:
[...] Il racconto è fra quelli che più hanno influenzato la scrittura di Bruce Springsteen che ha intitolato una delle sue canzoni più famose e un album doppio proprio The River, anche se la storia raccontata è (ovviamente) diversa. [...]
Il 23 Settembre 2009 alle 11:29 Mi viene un dubbio su Bruce Springsteen… - Cultura e societa - Panorama.it ha scritto:
[...] ANCHE: Bruce Springsteen, Magic in the Night: il rock influenzato da Flannery O’Connor - GUARDA LA [...]
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