“Nel telegramma si diceva che sareste arrivati il 1° luglio (…) Oggi è solo il 31 giugno”: così quella sciroccata di zia Mame, look da bambola giapponese, accoglie lo sbigottito orfanello Patrick nella sua rutilante dimora newyorkese, in un giorno inesistente dei folli anni Venti.
Basta questa incongruenza temporale per esibire le credenziali dell’irresistibile personaggio: frivola e generosa, intellettuale modernista e venditrice di pattini, gentildonna sudista o principessa indiana in sari, come appare alla fine di questo romanzo esilarante, che si vorrebbe non finisse mai, zia Mame attraversa come un tornado di potenza rabelaisiana mille peripezie, senza che nulla riesca a scalfire la sua natura prodigiosamente terapeutica per noi lettori.
Il segreto di questo best-seller anni 50, recuperato con passione da Matteo Codignola, sta nell’incontenibile leggerezza della scrittura di Patrick Dennis, alias Edward E. Tanner III (1921-76). Dopo altri successi e altri alias, finì la carriera come maggiordomo. Purtroppo, non in casa di zia Mame.
Zia Mame, di Patrick Dennis (Adelphi) - 384 pagine, 19.50 euro
- Venerdì 7 Agosto 2009

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Il 18 Agosto 2009 alle 09:52 nhico ha scritto:
Rita Lupo, quando li vide arrivare in caserma, tirò un sospiro di sollievo. Con la gola in fiamme, aveva passato l’ultima ora dentro la sua Smart a tenere sottocchio l’entrata principale e il passo carraio. Tutta colpa di quella telefonata anonima che le aveva riempito il culo di pepe. Che sollievo sarebbe stato per il mondo, se tutti i suoi abitanti si fossero decisi a farsi i cazzi propri! Incrociò le dita e, a testa alta, si avviò verso la caserma e la conclusione di quella giornata che davvero più lunga non sarebbe potuta essere.
«Quando si dice le coincidenze!», esclamò Rallo, ricevendola. Senza fornirle spiegazioni per un inizio così misterioso, l’invitò a sedersi. Girò intorno alla scrivania, seguì la linea del suo collo snello dal filo di perle coltivate all’orecchino con goccia, e si andò a sedere sull’altra poltroncina. «In che cosa posso servirla, signora Lupo?»
«Prima, vuole essere così gentile di rispondere lei ad una mia domanda?»
Stringeva con forza il fermaglio della sua borsetta, tradendo l’ansia e l’insicurezza che aveva dentro e rendendosi più vulnerabile, ma non riusciva a staccare le dita da quella fibbia.
«Se posso.»
«A quali “coincidenze” ha alluso, capitano Rallo?»
«Oh, niente! Una cosa senza importanza. Non ci si soffermi e si concentri invece su quello che mi deve dire.»
«Mi sento così impacciata. Inoltre, ad essere sincera, mi chiedo se abbia fatto bene a venire qua.»
«Questo lo lasci decidere a me.»
La sua monumentale indifferenza, l’aveva colta impreparata. Ma non poteva farci nulla né aveva modo di sollevare obiezioni. Prese nota però del suo nero seppia sotto gli occhi, che non gli era venuto certamente friggendo pesci. Che ne era stato di quel suo fuoco che sembrava divampare con la stessa velocità di un incendio in un campo di grano maturo? Nell’attesa di capire il motivo di quel voltafaccia, ignorò quell’atteggiamento spinoso, e del tutto imprevedibile, e gli rivolse quel suo sorriso da ragazzina innocente, contraddetto dagli occhi diabolicamente maliziosi. Contemporaneamente, superba di quello che lasciava vedere la sua scollatura vertiginosa, si abbassò verso di lui come per farle una confidenza e, cercando in ogni modo di portarlo dalla sua parte, lasciò partire la domanda.
«Posso contare sulla sua discrezione?»
La sua venuta, così inaspettata, non poteva che riguardare i due omicidi. Lo spazio di interpretazione era tuttavia molto ristretto. Su questo lui si stava arrovellando. Ma non era il solo problema. Aspettando che lei iniziasse a parlare, non sapeva decidersi a darle una spallata. Non essendo certo dell’effetto che la stessa avrebbe potuto avere. Così si mantenne sul vago.
«Non posso dirle né sì né no, se prima non so di che cosa stiamo parlando.»
«Capisco», disse lei cedendo alla delusione. «Spero solo di non dovermene pentire.»
Da quando aveva messo piede lì dentro, forse perché oppressa dall’elemento architettonico dominante che erano le inferriate alle finestre, forse perché lui non faceva niente per aiutarla, o forse perché pensava di essersi buscata l’influenza, non riusciva ad essere ottimista. Rallo guardò l’orologio e la sollecitò.
«Non vorrei metterle fretta, ma…»
«Ha ragione, capitano Rallo, sto abusando della sua pazienza. La verità è che, a pensarci bene, potevo anche non venire. Certamente è lo scherzo di qualche stronza, mi scusi l’espressione, che vuole divertirsi alle mie spalle. Sì, non può che essere così.»
Quasi a voler aumentare quel suo senso di oppressione, che già di per sé lei aveva in discreta quantità, lui si alzò e ritornò a sedersi dietro la scrivania.
«Coraggio, si cavi il dente, signora Lupo! Tanto da qui non esce, se prima non avrà svuotato il sacco.»
«Io, la odio la poltrona del dentista! Ma avrei preferito dieci di quelle sedute.»
«Ne è proprio sicura? Con la bocca aperta, trapano e tubicino in azione, e tutte quelle dita in bocca!»
Rise.
«Veramente no.»
«L’ascolto.»
«Al ritorno dal funerale ho ricevuto una telefonata anonima. Era una voce di donna, dura e cattiva. Parlava come se avesse avuto un fazzoletto in bocca. Impossibile da riconoscere. Mi diceva che finalmente avrei scontato tutte le mie malefatte, che non per molto ancora avrei continuato a rubare gli uomini alle altre donne, e che i carabinieri mi avrebbero messo a posto. Mandandomi a marcire in galera.»
«Ha potuto registrare la telefonata?»
«Certo che no! Come avrei potuto farlo?»
«Le parole precise le ricorda?»
«Sì. Sono una sfilza di contumelie.»
«Che, purtroppo, devo sentire, signora Lupo.»
«Un vitupero, capitano Rallo! Lo sproloquio di un’esaltata! Non è facile, mi creda, ripetere quegli epiteti.»
«Respiri a fondo. Punti lo sguardo su un oggetto qualsiasi di questa scrivania o della stanza e si liberi di questo peso. Mi consideri, per un momento, il suo confessore.»
Posò la borsetta a terra. Si girò di novanta gradi verso di lui. Appoggiò i gomiti sulla scrivania e incrociò le mani. Su quella specie di sella che si era venuta a formare, vi poggiò il mento. Respirò a fondo e, guardandolo dritto negli occhi, inserì la spina.
«Puttana, ascolta e piangi! Stronza puttana, te la puoi murare! Lì dove ti manderanno, non potrai succhiare neppure quello di quel cornuto di tuo marito. E per quanto riguarda il bel capitano dei carabinieri, la sola cosa che ti infilerà saranno le manette! Stronza! Finalmente è finita per te! L’hai preso a metri, ma è arrivata l’ora di cacarlo a rotoli! Piangi, puttana, piangi!»
Intorno alla scrivania scese un lungo silenzio. La voglia di toccarsi e di ispezionarsi aveva acceso la loro fantasia erotica come la prima volta che si videro. Solo quando i loro respiri tornarono normali, lui la punse.
«Ha altro da dirmi?»
La donna tolse il mento dall’arcione, i gomiti dalla scrivania, e ritornò alla sua posizione originaria. Si aggiustò il tailleur blu e poi accavallò le gambe, facendo assumere alle stesse una postura da manuale.
«No. Ho riferito le esatte parole.»
«Non mi sono riferito solo alla telefonata, ma al resto», precisò lui, rendendosi conto che doveva tenere la barra del discorso in mano, se voleva tenere in pugno quella scapestrata.
«No, niente da aggiungere.» Guardò verso la finestra che dava nella centralissima via Generale Ciancio. «Del resto, anche se dopo quella telefonata tutto nella mia mente è così lontano da sembrare accaduto da un’eternità, ne abbiamo parlato proprio stamattina, appunto.»
«Ne è certa?», l’incalzò Rallo, con il tono compiaciuto di chi sapeva che così non era.
Il tempo di assimilare la domanda e cambiò di colpo espressione e atteggiamento mentale. Aveva appena commesso un errore. Escluse che ne avrebbe commesso un secondo.
«Lei farebbe venire i dubbi anche agli angeli!»
«Ebbene sì, sono uno che fa questo effetto alle donne! Ma lei mi parli di questi suoi dubbi angelici.»
La donna allargò le braccia in segno di resa incondizionata.
«Una sola cosa mi viene in mente, ma la pertinenza sul fatto accaduto, o sui fatti accaduti, Teleplutia ne sta facendo una questione di vita o di morte per ciascuno di noi, non la vedo. Se vuole, ad ogni modo, gliela posso riferire.»
«Lo voglio!»
«Niente. Sabato, trovandomi nei pressi dell’ospedale, e avendo saputo da una conoscente che la signorina Settembrino era stata operata d’urgenza, sono andata a trovarla.»
«Sorvolo su tutto», le disse lui, con la magnanimità di chi aveva raggiunto l’obiettivo e stava per verificare una deduzione da qualche tempo coltivata. «Sorvolo sul perché si trovava al Monte, sul nome della conoscente, sul come mai fosse così preoccupata per la salute della Settembrino, della quale a noi non ha saputo fornire neppure l’indirizzo, e le chiedo solo una cosa: perché è andata a trovarla?»
«Al Monte», iniziò lei pronta a controbattere punto per punto, «c’è l’unica pescheria in cui si può comprare del pesce degno di questo nome, e c’ero andata per questo. Lì ho appreso del ricovero di alcune signore per un mezzo avvelenamento da cibi guasti e di quello che era capitato alla Settembrino. Ero a due passi e ci sono andata. Tutto qui. E chi le ha riferito il fatto, certamente, le avrà anche detto che in tutto mi ci sono trattenuta solo pochi minuti.»
«Sì, il contorno, combacia tutto», disse lui rassegnato ad aspettare ancora qualche altro minuto, «ma non mi ha ancora detto la cosa più importate. Quella che voglio sapere. E siccome, con molta probabilità», e condì quella sua bugia con l’olio di ricino di una inesistente minaccia, «anche altri le faranno la stessa domanda, è meglio che cominci a fare pratica con me.»
«Vedo che una certa signora», imprecò lei, cadendo nella rete, «non ha perso tempo ad aprire la sua boccaccia!»
«Di quale signora sta parlando?», disse lui sbucando, molto imprudentemente, dal riparo delle nuvole.
Lei rizzò la testa. Una mangusta che sente il serpente.
«Non finga di non sapere. Se dobbiamo giocare a carte scoperte, la regola vale anche per lei.»
«Toccato!» Nel timore che quella rossa in minigonna scoprisse per tempo il suo bluff, ripiegò velocemente. E buttandosi alle spalle lo scampato pericolo, cercando di non mettere il piede su una delle mine che lui stesso aveva disseminato, la spronò. «Allora?»
«Quel mercoledì sera», disse lei finalmente decisa a parlare, «le avevo sentite litigare. Non era la prima volta. Ma, dal tono delle voci e dallo spezzone di conversazione che ero riuscita ad afferrare, si capiva che era qualcosa di diverso del solito più o meno tumultuoso scambio di opinioni.»
«Che cosa si dicevano?»
«La Russello le rinfacciava che lei non era diversa da tutti gli altri e lei le rispondeva che, se veramente la pensava così, non era altro che una vecchia scimunita. E giù di questo passo, fino a quando la Settembrino se ne andò sbattendo la porta.»
«Ricorda che ora fosse?»
«Mancava qualche minuto alle ventuno.»
«Ne è proprio sicura?»
«Sì!»
«Perché, sì? L’ora è un punto di riferimento molto importate. Ha guardato l’orologio? Ha fatto qualcosa che possa essere legato a quel momento preciso?»
«Mi ricordo che, guardando l’orologio, ho commentato tra me e me che quella loro amicizia aveva perso, anche ai loro stessi occhi, la trasparenza cristallina cui sembrava tanto ancorata.»
«Perché dice anche ai loro stessi occhi?»
«Perché, almeno per me, così non era.»
«Come fa a dirlo?»
«Non lo so! Sono sensazioni. Pensieri che ti vengono in testa per le cose che in quel momento cogli. E per me quella loro amicizia si era incrinata già da un bel pezzo.»
«Ha sentito rumori insoliti, dopo che la Settembrino ha lasciato l’appartamento?»
«No. C’era il consueto ronzio delle centrifughe. Per me e le mie amiche, quelle ore di ogni mercoledì sono le ore del bucato grosso.» Gli fece un largo sorriso, che lui non ricambiò, e aprì un sottocapitolo. «Capitano Rallo, non c’è niente che lei possa fare per evitarmi il fastidio di ripetere le stesse cose ad altri?»
«Forse potrò fare qualcosa», acconsentì lui simulando una scarsa partecipazione, «ma non posso prometterle niente.»
«Per favore, mi tenga lontana dal commissariato di polizia», lo supplicò lei, con la dolcezza accorata di una vedova bisognosa di aiuto e pronta, per strappargli qualcosa di più e di diverso di quella tiepida assicurazione, ad ogni piacevole sacrificio. «La carriera di mio marito è ad uno snodo cruciale e una pubblicità di questo tipo l’affonderebbe. Allontani da me quest’ipotesi nefasta, la prego. Le resterei grata per tutta la vita.»
«Gliel’ho già detto e glielo ripeto: vedrò quello che posso fare. Ma lei mi svuoti completamente il sacco.»
«Capovolgerò anche il cielo per lei!»
Capovolgere non fa e non faceva rima con succhiare, ma lo stesso lui sentì d’un tratto un grande turbamento.
«Fuori la verità!»
«Corro! La sparizione di quella statuetta, per farla breve, così lei potrà volare al suo appuntamento, si ricorda, vero?, non dell’appuntamento…»
«Sì!»
«…non mi ha convinto per niente. Perciò sono andata a tastare il terreno.»
«E’ andata a ricattarla?!»
Liquidando la cosa con un’alzata di spalle.
«Sì!»
«Che paese! Mi faccia indovinare», la faccia era corrucciata, ma gli occhi sprizzavano divertimento. «E’ andata a trovare la Settembrino in ospedale e le ha promesso che non avrebbe riferito a nessuno di quella loro litigata, se in cambio le avesse dato la statuetta. E’ così?»
«Si. E perdipiù le avevo promesso che non avrei mai parlato con anima viva del vento gelido che già da molto tempo prima aveva fatto scendere la temperatura della loro amicizia sotto zero.»
«Cosa le ha detto la Settembrino?»
«Quattro parole: “Vai a farti fottere!”. E mentre parlava fece un gestaccio con il dito medio della sua mano destra.»
«E allora?»
«Ho fatto dietro front. A volte, non so per quale favorevole circostanza, in un battibaleno, si riesce ad intuire l’indole di una persona in modo inequivocabile. Ed io, specchiandomi in quel pozzo di malvagità che erano diventati i suoi occhi, ho fisicamente percepito, da farmi la cacca nelle mutandine, quanto quella donna, dall’apparenza così innocua, fosse criminalmente pericolosa. E poiché, alla fin fine, non sono altro che una fifona, il capitolo statuetta per me si chiudeva definitivamente in quell’attimo. Per il resto, c’è solo da sperare che lei riesca a fermare questa sequela di atrocità.»
«Perché? Perché non me l’ha detto da subito, senza aspettare che io dovessi tirarglielo con le pinze?»
«Non lo so.» In quel momento era l’unica risposta sicura che poteva dargli.
La presenza della bella Lupo aveva risvegliato e intruppato le sopite tendenze amatorie di quei pacifici uomini di caserma e, al suo uscire, i punti obbligati del suo passaggio erano affollati da gente indaffarata a portare documenti da un ufficio all’altro.
Il 21 Luglio 2010 alle 09:13 Ritorno a Memphis: torna il capolavoro del premio Pulitzer Peter Taylor - Libri - Panorama.it ha scritto:
[...] il perbenismo e puritanesimo americano con grazia e verve ironica. Il risultato ricorda a tratti la Zia Mame di Patrick Dennis, ma qui il cotè è decisamente più provinciale e più vicino ai nostri [...]
Il 4 Agosto 2010 alle 07:54 Povera Piccina: a settembre torna il Patrick Dennis di Zia Mame - Libri - Panorama.it ha scritto:
[...] stato inatteso. Adesso il rischio è che il successo venga di nuovo replicato. Nell’estate 2009, Zia Mame di Patrick Dennis aveva scalato le classifiche italiane, divenendo uno dei libri più letti della [...]
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