A spasso con Forsyth. Parlando di mafia, cocaina. E del suo prossimo libro “italiano”

Forsyth
Foto di Alberto Roveri - Testo di Giacomo Amadori e Gianluca Ferraris

L’epifania del celebrato scrittore avviene il 7 agosto. Via cavo: «Pronto… sono l’agente di Frederick Forsyth. Lui vorrebbe parlarle ». Il cronista, all’altro capo del telefono, pensa a un colpo di sole. Non ha mai incrociato il settantunenne romanziere inglese in vita sua, sa solo che ha scritto bestseller come Il giorno dello sciacallo (in classifica in Italia da 37 anni) e, se può aiutare, ha visto anche il film. Nient’altro. Ci deve essere un errore. L’agente si convince e contatta il suo principale. Poi torna alla carica: «No, mister Forsyth non si è sbagliato: sta scrivendo un libro sul traffico di cocaina e avrebbe bisogno di un aiuto per avere più informazioni sulla ’ndrangheta. Vorrebbe incontrare qualche investigatore, magari un magistrato».

Forsyth, il campione del giornalismo anglosassone, uno degli autori di spystory, più amati del pianeta, interessato alla ’ndrangheta calabrese? «Arriverebbe a Milano il 14 agosto». Il cronista solleva, con cortesia, un’obiezione: alla vigilia di Ferragosto a Milano non circolano nemmeno gli spacciatori. Conciliabolo con il romanziere e mozione accolta: vada per il 17 agosto. Non sono ammesse repliche, il piano di Forsyth giunge via email lunedì 10: arrivo in Mondadori alle 11.15, partenza da Linate alle ore 19. Esattamente sette giorni dopo, alle 11.15 ovviamente, appare nei corridoi di Panorama l’uomo da 45 milioni di copie vendute nel mondo: giacca blu, con una macchiolina bianca sul bavero, camicia rosa, pantaloni beige, valigia color cuoio con la combinazione (che non usa). Ha gli occhi azzurri liquidi e l’aria un po’ spaesata: «Ho lasciato Londra con lo stesso splendido sole che ho trovato qui e, visto che tornerò solo in serata, mi sto perdendo metà dell’estate britannica». Da accademia di humour inglese. Arguzia che non vacilla quando vede quale auto lo scorrazzerà nel tour nella Milano della ’ndrangheta: una Fiat 600 nera arrostita dalla canicola. L’abitacolo è una sauna. Lui, con aplomb, si siede al fianco del guidatore ed estrae il suo bloc-notes con la spirale. Prende appunti con un pennarello nero.

La prima tappa è Buccinasco, paesone nell’hinterland milanese, la cosiddetta Platì del Nord, in passato luogo di confino per gli ’ndranghetisti, oggi la loro terra promessa. «Bella, mi ricorda la campagna inglese» si stupisce lo scrittore, originario del Kent. È tutto in ordine… «A tutte le latitudini non si ruba a casa dei ladri» commenta Forsyth. Poi di fronte alle ville sequestrate ai boss e tappezzate di piastrelline anni Settanta ci ripensa: «Questi signori non hanno un gran gusto per le abitazioni. Certo non vivono nelle baracche dei contadini come Provenzano e Riina, ma le loro dimore non assomigliano alle ville hollywoodiane dei colleghi colombiani». Rimugina. Si capisce che le palazzine dei capi della ’ndrangheta lombarda gli hanno scombussolato i piani. «Per i boss calabresi avevo pensato a una location tipo villa di Scarface, ma dovrò ripiegare su qualcosa di più spartano».

I suoi accompagnatori gli spiegano che la ’ndrangheta è una mafia feroce e impermeabile ai pentimenti. «Mi sembra una mitizzazione» ribatte lui. «I calabresi secondo me sono malavitosi come gli altri». Durante il viaggio annota solo pochi nomi: Buccinasco, Corsico (il paese confinante), Lion’s bar (locale frequentato, secondo gli inquirenti, da diversi ‘ndranghetisti), For a king (un night), soppressata (traduce in italiano: salame piccante) e Naviglio. «In uno di questi canali vorrei farci galleggiare sino a Buccinasco qualche trafficante di droga». È l’ora dell’appuntamento con l’ex sindaco, Maurizio Carbonera: gli uomini dei clan gli hanno bruciato due auto e inviato minacce. Per la visita della cittadina Forsyth e il suo seguito trasbordano sulla Panda rossa del «mayor». Inizia un tour nelle campagne per visitare i luoghi dei sequestri degli anni Ottanta (da Alessandra Sgarella a Cesare Casella). Il sindaco indica pure dove sono stati rinvenuti alcuni bazooka; mostra con orgoglio i campi strappati al controllo della ’ndrangheta e convertiti in boschi e orti per pensionati.

Il tema non appassiona Forsyth che chiede di proseguire la chiacchierata in un bar, «davanti a una birra». La Panda rossa prosegue nella gimkana tra i campi per un altro quarto d’ora. Forsyth insiste per trovare un pub: «Campi e alberi» bofonchia. Finalmente, alle 13 in punto, lo scrittore è seduto al tavolino dell’unico locale aperto in zona. Non è certo l’Harry’s bar, ma può bastare. Con un ampio sorriso Forsyth domanda al cameriere «una birra media ». Poi si giustifica: «A colazione bevo caffè, ma non è più colazione». Regge l’alcol anche con 30 gradi all’ombra e non lo deve accompagnare con una piadina come i commensali. Dopo una sosta di una quarantina di minuti si riparte. Tappa successiva Milano, dove Forsyth ha appuntamento con i carabinieri del Ros. Vuole verificare con gli investigatori italiani la plausibilità dell’intreccio del suo prossimo libro. Nel tragitto verso la caserma di via Lamarmora confida come nascano i suoi romanzi: «Quando scrivo non amo prendermi pause. Non credo a quelli che stanno lì ad aspettare l’ispirazione (imita, con gestualità degna di Laurence Olivier, l’attesa della folgorazione, ndr). Scrivere è un lavoro come un altro».

Per i primi sei-sette mesi Forsyth si documenta, poi mette in ordine il materiale e inizia la stesura. Un’operazione che lo impegna non più di tre mesi. «Per il prossimo libro, inizierò a ottobre e voglio finire prima di Natale, così me ne andrò alle Maldive con mia moglie. Dopo mi prenderò un anno sabbatico». Il romanzo uscirà nel 2010 e dovrebbe intitolarsi Il cobra. Forsyth descrive la trama nei particolari. Il racconto parte da un’ipotesi fantastica: su ordine dei rispettivi governi, le forze speciali americane e inglesi riescono a far sparire, senza lasciare tracce, i carichi di droga che attraversano l’Atlantico, dal Sud America all’Europa. I narcotrafficanti colombiani danno la colpa ai calabresi e i calabresi ai colombiani: «Alla fine un commando di ferocissimi narcos sbarca in Sud Italia per il regolamento di conti finale con gli ’ndranghetisti. Il Cobra, il comandante delle truppe d’élite angloamericane, assiste soddisfatto: ha azzerato il commercio di coca e le cosche si eliminano tra loro».

Forsyth non rivela il colpo di scena finale: «È la puntura dello scorpione, sarà una sorpresa». Ma perché ha deciso di ambientare la spy-story nel mondo del narcotraffico? «Avevo bisogno di buoni e cattivi. Durante la guerra fredda (lo dice in italiano, ndr) questo schema era facilmente applicabile: a separare i due gruppi era la cortina di ferro. Oggi è più complicato distinguerli. Per esempio abbiamo scoperto che anche “i nostri” torturano. Ma nel mondo della droga chi la combatte può essere considerato abbastanza buono, chi la traffica sufficientemente cattivo». E il malvagio del libro sarà terribile: «Il leader dei narcos assomiglia a Nicolai Yezhov, il capo della polizia segreta di Stalin. Ma il mio hidalgo colombiano sarà anche uomo di mondo come il boliviano Sosa in Scarface».

In auto lo scrittore discetta di politica: nel libro il piano antidroga, una vera piaga sociale, è ideato da Barack Obama e dal probabile futuro premier inglese, il conservatore David Cameron: «È un istrione come Silvio Berlusconi e nelle elezioni del 2010 vincerà facilmente. Non so quanto successo avrà dopo, visto che la crisi è dura da superare». Conosce le vicende politiche e giudiziarie italiane, cita Giulio Andreotti, l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli e Tangentopoli. «Voi non vi indignate mai. Ai laburisti che, nel mio paese, sono stati messi alla gogna per una nota spese da 50 sterline non dichiarata direi: trasferitevi a Roma, lì sareste tranquillissimi ».

Per non ferire il patriottismo degli ospiti concede: «Comunque apprezzo il “way of life” italiano, la cucina, le bellezze artistiche». Manca solo il mandolino. «Ho visto Milano, Venezia, la capitale e in tutte e tre le città avrei voluto fermarmi più a lungo, magari trascorrere una seconda luna di miele con mia moglie». Neanche sotto il sole di agosto Forsyth dà segni di cedimento. Non ha bisogno del bagno né di mangiare. Emerge la tempra del vecchio inviato di guerra. Un pedigree confermato quando descrive i retroscena degli intrighi internazionali che ha attraversato, come la vicenda delle 16 bombe atomiche tascabili prodotte nell’Urss di Yuri Andropov e mai rintracciate. Davanti alla caserma dei carabinieri incontra un esperto di droga, Fabio Bernardi, dirigente della squadra mobile di Bologna, di passaggio a Milano, dove ha lavorato molti anni. A lui lo scrittore ripete la trama del libro e dopo una quarantina di minuti di monologo pone la madre di tutte le domande: «Che cosa succederebbe se, all’improvviso, il traffico di cocaina tra l’America Latina e l’Europa si interrompesse? ». Bernardi, polo verde e abbronzatura fresca di spiaggia, forse fiaccato dal robusto preambolo, abbozza. Trova il tema irrealistico, ma non si perde d’animo: per non deludere l’interlocutore la prende alla larga, cita dati e informazioni in suo possesso, ma non risponde. Forsyth insiste. «Beh, il mercato punterebbe su altre droghe» ribatte, guidato dal buonsenso, Bernardi. Non è il responso che cerca Forsyth.

Il poliziotto fa notare che è inimmaginabile il blocco totale del traffico di cocaina. Forsyth ascolta perplesso, sorseggiando una birra, questa volta piccola. Il pragmatismo dell’investigatore non si sposa con l’estro della finzione narrativa. È il turno del comandante del Ros milanese, Sandro Sandulli. L’ufficiale ascolta la lunga prolusione e strabuzza gli occhi: «Qual è la domanda?». La solita. Che cosa succederebbe se nel mondo occidentale sparisse la cocaina? Sandulli prova a dare soddisfazione all’ospite: «In passato, grazie ai sommozzatori, abbiamo fatto sparire un paio di carichi di cocaina, nascosti sotto la chiglia di una nave diretta a Salerno. Dalle intercettazioni abbiamo capito che i camorristi sospettavano dei narcos e viceversa». Forsyth si illumina, immagina un regolamento di conti tra gangster come quello previsto nel romanzo. «Per la verità non c’è stato il tempo: li abbiamo arrestati prima perché temevamo che ci stessero per scoprire» lo delude Sandulli.

Forsyth si scusa per non avere preso appunti («Memorizzo tutto») e firma una dedica sul libro del colonnello. È l’ora di tornare a Linate. Ad attendere nello scalo Forsyth c’è il pm milanese antimafia Mario Venditti. Arriva dalla Liguria per rispondere al domandone dello scrittore. Prima, però, Forsyth da buon britannico ordina un tè: sono le 17.30. Anche a Venditti ripropone la trama del libro, come se controllasse l’intima coerenza dell’intreccio. Il pm si mostra interessato. Ammette che l’idea di mettere contro i narcotrafficanti non è così peregrina. Forsyth è finalmente soddisfatto. È il momento del check-in. Per la prima volta, dopo sette ore, lo scrittore estrae il telefonino, un vecchio modello ancora funzionante, quindi si presenta ai banconi della British airways. Nell’inseparabile taccuino resta il resoconto della giornata: una scarna pagina di appunti, in cui l’annotazione più notevole è «soppressata». «Vuole fare un viaggio in Calabria?» è l’ultima proposta. «No, basta così» scuote la testa Forsyth. Che, invece, tornerà in Colombia. I narcos sudamericani lo hanno affascinato di più della malavita calabrese. Magari, alla fine, i boss dei due mondi si scanneranno sul serio. Per il suo libro.

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Il 28 Agosto 2009 alle 12:09 nhico ha scritto:

Dall’appartamento sottostante, saliva un chiacchierio gorgogliante insieme ad un buon odore di caffè.
«Si può?», domandò Rallo, bussando alla porta aperta.
Per i due pompieri, che nel tratto di corridoio davanti la cucina, con la scusa della tazzina di caffè, frementi di desiderio, assediavano la rossa statuaria, fu una vera doccia fredda.
«Prego, entrate», rispose la padrona di casa, con un sorriso amabile e andando verso i nuovi venuti. «A quanto pare, l’aroma del caffè ha fatto scendere anche voi.»
«Non proprio», rispose Rallo, varcando per primo la soglia. «Però, il brigadiere Santillo e il suo vice la gradiranno di certo una tazza di caffè.»
«Se non è di troppo disturbo, signora Lupo», disse il capo dei vigili del fuoco.
«Nessun disturbo, brigadiere. Avrei preferito, questo sì, che le circostanze fossero altre, ma…» Riportò lo sguardo su Rallo, come se solo in quel momento si fosse accorta che teneva tra le braccia Lulù. «Mi scusi, se non ci ho pensato prima. Ma, oggi, non ci sto proprio con la testa.» Guardinga, allungò le mani. «Me la dia.»
«Preferisco continuare a tenerla io, signora. Amo gli animali. Le gatte, in modo particolare.»
«Ahimè, io non posso dire la stessa cosa!» Esitò, prima di fargli la domanda. «Mi deve chiedere qualcosa, capitano?»
Rallo si stava domandando di che sapore fossero le sue vermiglie, tumide, labbra. Abbandonò la dilemmatica ricerca e le disse:
«Sì, in verità, è così, signora.»
Con la coda dell’occhio, vide il brigadiere Santillo ed il suo vice avvicinarsi al resto della squadra e glieli indicava.
«Mi permetta di fare gli onori di casa e sarò a sua disposizione.»
«Faccia con comodo. Anche perché, dopo, la pregherò di venire di sopra con me.»
«Con lei, di sopra?»
«Sì», rispose lui, continuando a carezzare la testa di Lulù.
«C’è un particolare motivo, capitano», si lagnò allora lei, «per non poterne parlare qui ed ora? O devo pensare che è preso così tanto dalla gatta che…», non concluse la frase, ma il tono derisorio era punzecchiante alquanto.
«Niente di tutto questo, signora. Semplicemente, come le ho già detto, se per lei non è di molto disturbo, sono venuto a pregarla di salire per un momento di sopra con me.»
«Non vorrei sembrarle scortese, capitano, ma non posso proprio in questo momento.»
«Certo che può. Naturalmente, aspetterò che congeda i signori del fuoco prima che diventino tante belle statuine di sale.»
Stava per replicare in modo adeguato, ma la signora Patti, arrivando dalla cucina come un treno, le fece abortire in bocca le parole.
«Il caffè è pronto! Che state a fare ancora qui? Volete far disperare la signora Botta per tutto quel caffè che si fredda nelle tazzine?»
Rallo guardò i pompieri muoversi all’unisono verso la cucina, ma non si agganciò a quel trenino. La nuova venuta, con la ferma dolcezza di una crocerossina, l’invitò a farlo.
«Pregò, capitano.»
«Il capitano», intervenne l’amica per semplice cortesia pelosa, ma ancora ribollente, «non è sceso per il caffè, Assunta.»
«Capitano Rallo, cosa possiamo offrirle, dunque?», gli domandò allora lei, tetragona.
«Niente, signora. Grazie lo stesso.»
«Niente, non è una risposta, capitano», insisté la donna, facendo valere la legge della loro ospitalità. «Una qualcosa la dovrà accettare. Che fosse un bicchiere d’acqua! Ora, la prego, raggiunga gli altri in cucina.»
«Passa, per il bicchiere d’acqua», acconsentì di malavoglia Rallo.
«Il bel capitano», le disse l’amica quando restarono sole, «non mi sembra il tipo da sbavarti dietro. Ti consiglio di lasciarlo stare.»
«Questo ancora è tutto da vedere. Ma tu mi dovrai aiutare. Ascoltami. Appena poseranno le tazze, con una scusa qualsiasi, sbattili tutti fuori. Lui, a quel punto, ti chiederà di me. Accompagnalo e lascialo nel salone. Ma prima strappagli, badando di non farti graffiare, Lulù dalle braccia.»
«Spero, Rita, che tu sappia quello che fai», le disse allora lei, arrendendosi alle sue insistenze.
«Fidati di me. Ma ora vai, se no Annalisa comincerà a dare i numeri.»
«Va bene. Però tu vedi di non fare troppo la gatta con lui.»
Sul viso dell’amica si allargò un sorriso malizioso. Era proprio quello che si proponeva di fare. Andò in bagno e da lì spiò i movimenti degli altri. Vide uscire i pompieri e, poco dopo, entrare il veterinario, che riuscì quasi subito portandosi via Lulù. Dopo qualche altro secondo, finalmente, vide la spumeggiante complice andare a parcheggiare Rallo.
Rimasto solo, l’ufficiale si guardò in giro. Gli occhi si fermarono su una gigantografia della padrona di casa: un nudo di schiena a misura naturale. Quando Rita Lupo entrò, lui si girò imbarazzato per essere stato sorpreso a guardare così intensamente quel suo “nudo artistico”.
Negli ultimi cinque minuti, lei si era sentita leggermente a disagio, ora però le sembrò che le nubi all’improvviso si schiudessero e la luce di una possibile rivincita riprendesse a brillare.
«Uno a zero», disse, in tono divertito al suo ospite. «Ma vedrà che mi rifarò.»
«Pardon?»
«Mi stava guardando in modo molto sfacciato», chiarì lei, rivolgendogli un largo sorriso.
Quando Rallo fu certo di avere capito bene quello che lei gli aveva voluto dire, lanciò un’altra occhiata al maxisi ritratto e sorrise anche lui.
«Eccellente! Davvero, una fotografia eccellente!» Sapeva di essere in debito con lei, e sapeva anche di non avere ancora una risposta della giusta caratura. Non potendo però continuare a filare il tempo, si accontentò di quella che aveva. «Ma a questo punto, sincerità per sincerità, confesso che avrei voluto che fosse stata ripresa davanti ad uno specchio, anziché ad uno spicchio di mare.»
«E magari essere lei il fotografo.»
«Non è che non mi sarebbe piaciuto», rispose lui, con un sorriso ambiguo, «ma a questo non avevo proprio pensato. Perché tra le tante cose che non so fare bene, c’è anche quello di stare dietro ad una macchina fotografica.»
La donna, immersa ormai nel suo liquido naturale, gli rivolse una lunga occhiata di apprezzamento, lamentandosi dentro di sé per la circostanza non certo favorevole che le aveva portato in casa un uomo così intraprendente, disponibile e avvenente. Poi suggerì di sedersi. Per lei, scelse un soffice divano a due posti. A lui indicò una poltrona. Nel sedersi fece in modo che la gonna arretrasse il più possibile sulle cosce, che poi, con squisita civetteria tutta femminile, ricoprì il meno possibile tirando in avanti il vestito. Accavallò le gambe e lo stette a guardare. Gli occhi nocciola di Rallo sostennero il suo sguardo emanando un’altrettanta sincera ammirazione.
«Suppongo che sia rimasto per tentare di farmi cambiare idea?»
«Date le circostanze, sì.»
«Date le circostanze», ribadì lei, sentendosi percorrere da un brivido, «le mie amiche ed io, invece, non vediamo l’ora che ve ne andiate per andarla a preparare. Mi vengono i brividi, a saperla in quello stato.»
«Ecco perché ci dobbiamo sbrigare a salire. Prima ce ne andiamo e prima potrete assolvere al vostro compito.»
«Non vorrei essere sgarbata, ma lei non mi lascia altra alternativa. Mi spieghi perché dovrei salire con lei quelle rampe di scale?», gli chiese, con un altrettanto sorriso indefinibile.
«Per lei sarebbe un problema?»
«Purtroppo sì.»
«Non mi dica che la vista di un cadavere le mette paura?»
«Sì.»
«Ma lei non era quella che avrebbe dovuto vestirla?»
«E’ l’intenzione quella che conta.» Trasse un respiro come per rinvigorirsi. «A prendersi cura di lei in quel senso lì saranno le mie amiche.»
«Mi pare una buon’idea. Anche perché non c’è nulla di più difficile che vestire un morto. Tuttavia, per quest’altra faccenda, non può delegare nessuno.»
«Sta scherzando?»
«No.»
«A giudicare dal daffare che si dà per trascinarmi su, si direbbe che ci tiene tanto.» Con malizia. «Che cos’ha in mente?»
«Domande, domande, domande…», snocciolò in modo enigmatico lui.
«E che aspetta a farmele, allora?»
«Aspetto che siamo saliti.»
«Perché queste sue domande non me le può fare qui?»
«Be’, perché ho bisogno, con il suo aiuto, di verificare un paio di cose in quella stanza museo.»
«Capisco», convenne lei, anche se non aveva voglia di entrare in quella stanza.
«Da una parte capisce, ma dall’altra ha paura dei morti», la prese in giro lui.
«Forse le è difficile crederlo, ma è la pura verità.» Si morse il labbro inferiore. «Non le prometto niente. Non posso andare contro la mia natura. E questa è una situazione che mi fa uscire di testa. Ma, intanto, perché non dà corso alle sue domande?»
«Mi parli di lei. Così, come le viene.»
«Preferirei, capitano, che mi facesse lei delle domande.»
«Il brigadiere Santillo», cominciò Rallo, «mi ha riferito di un’amica della Russello che lei avrebbe dovuto rintracciare. Che mi sa dire?»
«Purtroppo, niente. Pensavo di avere annotato da qualche parte il suo numero di telefono, che è un numero riservato, ma non c’è stato verso di trovarlo.»
«Poteva mandare qualcuno ad avvisarla.»
«A sapere dove abita!»
Lui la guardò con evidente scetticismo.
«Vuol farmi credere di non sapere dove abita?»
«Non è che glielo voglio far credere! E’ così. Non lo so.»
«Almeno, mi sa dire chi è quest’amica? Com’erano i loro rapporti?»
«Certo che posso. E posso anche farle il nome della persona che potrà dirle tutto quello che vuole sapere su loro due, se lo desidera.»
«Allora, cominci col farmi questo nome. E mi permetta una sottolineatura: da lei mi sarei aspettato una più fattiva collaborazione.»
«Capitano Rallo, non è per farle un rimprovero, ma mi piace ricordarmi che siamo nel mio salotto e che sono a sua completa disposizione.» La sua voce era quasi un sussurro flautato. In sintonia perfetta con il linguaggio del suo corpo. «Pronta a soddisfare ogni sua richiesta. Certa, parlando con un gentiluomo, anzi, è il caso di dirlo, con un ufficiale gentiluomo, di non essere fraintesa.»
«Dunque?»
«La persona che può rispondere con esattezza a tutte le sue domande è Murra. Il veterinario Murra.»
«Sta parlando, forse, del veterinario che è venuto a prendersi Lulù?»
«Dio mio, ha consegnato Lulù a quel Culo di gomma!»
Era un’attrice nata. Sembrava per davvero molto sorpresa.
Rallo evitò di guardare il biancore delle sue lunghe gambe che non l’aiutavano a raffreddare il fiume di lava che gli scorreva nelle vene.
«Perché non avrei dovuto consegnargli Lulù? E perché poi l’ha chiamato in quel modo?»
«L’ho chiamato, capitano, come tutti lo chiamiamo. Riguardo a Lulù, avrei preferito invece che fosse rimasta qui. La signora Botta, oltretutto, ne sarebbe stata entusiasta. Meno, la signora Patti. Molto ma molto meno, io. Ma sarebbe stata la cosa giusta da fare, per quella povera bestia.»
«Il fatto che non l’abbia data ad una di voi non significa che non possiate richiedergliela. Ma ora mi dica come si chiama l’amica della defunta e tutto quello che sa di lei.»
«Si chiama Lidia Settembrino. Signorina Lidia Settembrino. Da noi le donne anziane rimaste illibate, almeno sulla carta, ci tengono ad essere chiamate signorine. L’altra cosa che so di lei è che è stata professoressa di lettere al liceo cittadino.»
«In che rapporti era con la morta?»
«Ottimi. Due sorelle. Anzi, due sorelle siamesi. Così le chiamava mio marito.»
«Della situazione economica che mi sa dire?»
«Di chi?»
«Della defunta. Di chi se no?»
«Non mi faccia passare per scema, capitano! Come facevo a sapere che si riferiva a lei e non all’altra? Ricca sfondata, com’è da tutti risaputo.»
«E di suo che mi sa dire?»
«Niente. Nessuna notizia diretta, se è a questo che allude.»
«I vostri rapporti com’erano?»
Lei disaccavallò le gambe e tornò ad accavallarle nell’altro senso.
«Ai minimi termini.»
«Perché non c’era spazio per un buon rapporto o perché il rapporto stesso si era deteriorato?»
Gli rivolse un’espressione di materna esasperazione.
«Capitano Rallo, mettiamo le carte in tavola. L’ho giudicata, fin dal primo momento, una persona non comune. Una persona intelligente e piena di fascino. Ed io difficilmente mi sbaglio nel giudicare gli uomini. E’ il mio gioco e il mio passatempo preferito. Ma il suo atteggiamento è da questurino: manco se l’avessero ammazzata!» Si alzò. «Mi aspetto dei chiarimenti da lei. E, nel mentre, sempre che lo stomaco e la testa mi reggano, visto che non mi lascia altra scelta, possiamo andare disopra.»
«La prego, signora, si sieda.»
«Preferisco restare in piedi, capitano.»
«Come vuole lei, se è questo che preferisce. Vuol dire che mi alzo io.»
Lei lo bloccò con la mano.
«Non si preoccupi dei convenevoli. Le chiedo però di essere più rispettoso del suo ruolo. E sappia che non mi lascerò intimorire dal suo atteggiamento provocatorio.»
«Non voglio intimorirla. Né sto utilizzando nessuna tecnica interrogatoria. Io non ho nessuna resistenza da far rompere. Perciò, la prego, si sieda.»
«Suvvia, capitano, così non fa che ripetersi e, insieme, restare in mezzo al guado. Le sembra acconcio?»
«E lei?» Si appoggiò allo schienale e, con l’aria da professore distratto, per la terza volta le rinnovò l’invito a sederi.
«Lo faccio soltanto per non sembrarle un’ineducata e testarda persona», acconsentì lei. Con quella sua espressione esasperata, si passò le mani sulle lunghissime gambe e poi le accavallò.
«Grazie, signora Rita. E mi scuso, se le posso essere sembrato un poco villano. Certamente, né lo volevo essere, né lo volevo apparire, né è nel mio stile.»
«Accetto le sue scuse.»
Si soffermò mentalmente a fare un paio di supposizioni sull’inaspettata, confidenziale, cabrata e non aggiunse altro, per non interrompere il filo dei propri pensieri.
«Bene. Con ragione, mi chiede dei chiarimenti. Ma, per poterla accontentare, dovrei rivelarle fatti e cose che, pur non rivestendo carattere di peculiare riservatezza, a mio giudizio, sono di una certa delicatezza.»
«Da parte mia», gli promise lei, con tono scherzoso, «se le può essere di aiuto, le posso assicurare che non ha nulla da temere. Non ne parlerei con le mie amiche, neppure sotto tortura. Ma, a proposito di amiche, se non vuole che le mie mi stiano di poi a tartassare di domande piene di allusioni forse è meglio…»
«… concludere, signora Rita?»
Aveva supposto giusto. Senza lasciare del tutto quel bozzolo di fredda cortesia, assentì e si preparò ad esigere un primo parziale incasso.
«Capitano, in meno di un minuto, per la seconda volta, e questo esclude che possa trattarsi di un lapsus, mi ha chiamato col mio nome di battesimo. Anche se l’ha fatto precedere dal molto convenzionale titolo di cortesia di signora.»
«Non avrei dovuto?»
«Pensa veramente che le avrei potuto fare un appunto così banale?»
«Ha ragione. Ho capito. Me ne scuso e rimedio subito.» Sorridendo. «Mi chiamo Nicodemo. Ma tutti mi chiamano Nico.»
«Nicodemo è un nome orrendo! Ma Nico mi piace. Ma, prego, capitan Nico, continui.»
«Facciamo in questo modo, signora Rita. Le farò qualche altra domanda e poi, se mi è possibile, vedrò di poterla accontentare. Mi sia amica, però.»
La donna annuì. Per un momento, lui pensò che stesse per dare qualche pacca sul divano per invitarlo a sedersi accanto a sé. Non lo fece. Ma le sue parole sarebbero state piccanti, tal quale.
«Capitano Nico, lei sa, come io so, che non vi è niente di più intrigante e più dura da rompere di una conoscenza, o amicizia che sia, tra un uomo e una donna che si incominciano a capire e, perché no, a piacere.»
Ora toccò a lui annuire, con un sorriso lasco. L’idea retrostante era per l’appunto questa. Con sincera ammirazione, si era reso conto che lei era sempre un passo avanti gli altri. Diede corso alle domande.
«Da quanto tempo abita qui?»
Rita Lupo ci pensò su un attimo.
«Saranno quindici mesi a giorni.»
«E la signora Patti e la signora Botta?»
«Lo stesso. Ci siamo trasferiti nello stesso periodo.»
«E’ da molto che vi conoscete?»
«Dalle elementari.»
«Per quanto di sua conoscenza, poteva avere dei nemici?»
«Assolutamente no!»
«E lei e le sue amiche? O le vostre stesse famiglie?»
Rise di un dolce riso.
«L’escluderei. Tutt’al più, forse, possiamo suscitare un po’ d’invidia.»
«Invidia per che cosa?»
«Ho parlato d’invidia perché mi sento di potere escludere l’inimicizia. Insomma, costretta a formulare delle ipotesi, posso arrivare anche a pensare che il modo solare di vivere la nostra amicizia può essere motivo d’invidia, per una qualche bacchettona perditempo sessualmente repressa.»
Rallo la guardò con un’espressione divertita.
«Certo è che vi sono parecchi esposti anonimi nei vostri confronti. Pieni anche, devo aggiungere, di episodi piccanti.» Per un momento esitò, poi, come a volere scandagliare sempre di più quel che stava sotto la chiglia, lanciò la sagola. «Quasi, boccacceschi!»
«E’ tutto qui? Poveretta, mi fa pena», commentò lei, in modo garbato e per nulla imbarazzata. «Mettersi a scrivere lettere anonime per niente. Dio mio, che gentaglia! Lo sa che per un attimo mi sono preoccupata!»
«Con me, non ha bisogno di fingere!» Il tono di voce era a metà tra la sollecitudine e l’irritazione. «Anche perché non è detto che debba per forza esserci dietro un’innocua mano di donna.»
«Caro capitano, chi vuole che si interessi delle avventure amorose vere o presunte di una donna, o di un gruppo di donne, se non un’altra donna cui la gonna, mi permetta la franchezza, non la solleva mai nessuno?» Un sorriso sornione le sbocciava sul viso. «Ed io non mi faccio intimorire da un’inacidita mezzacalzetta.»
La spiegazione gli parve convincente e Rallo la fece sua.
«Sì, forse ha ragione lei.»
«Ovvio. Naturale che ho ragione.»
«Ora è meglio che mi accompagni su», e si alzava.
Lei alzò gli occhi su di lui e lo guardò a lungo. Stava per chiedergli un prestito pur sapendo che le sarebbe stato negato.
«Non posso esimermi dal seguirla, vero?»
«Appunto.»
Si alzò anche lei. Lo stretto spazio tra il divano e la poltrona sembrò stringersi ulteriormente e lei si illanguidì oltre ogni decenza.
Per la rossa il concetto di moglie sembrava davvero pittorescamente datato, e lui, tornando con la mente al contenuto di quelle lettere anonime, cominciò a fantasticare sulle piacevolezze che avrebbe potuto fare con lei, non appena avesse finito di ficcare il naso attorno a quella faccenda dai contorni ancora non rivelati.

Il 14 Aprile 2010 alle 19:16 Notizie dai blog su Chi si droga fa il gioco della mafia ha scritto:

[...] A spasso con Forsyth. Parlando di mafia, cocaina. E del suo prossimo libro “italiano” Foto di Alberto Roveri - Testo di Giacomo Amadori e Gianluca Ferraris L’epifania del celebrato scrittore avviene il 7 agosto. Via cavo: «Pronto… sono l’agente di Frederick Forsyth . Lui vorrebbe parlarle ». Il cronista, all’altro capo del telefono, pensa a un colpo di sole. blog: Panorama Libri | leggi l’articolo [...]

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