Io credo nei vampiri: note su Dracula cinquant’anni prima di Twilight

gargoyle
Particolare della copertina di “Io credo nei vampiri” di Emilio de’ Rossignoli (Gargoyle Books)

La prima forza del vampiro” scrive Bram Stoker “sta nel fatto che nessuno crede alla sua esistenza“. Emilio de’ Rossignoli, invece, alla stirpe di Dracula ha sempre creduto, con il coraggio di andare controcorrente e ribellarsi alle mode : “Come ogni argomento trattato senza preparazione, a dritta e a rovescia, per soli fini commerciali” lamenta in Io credo nei vampiri “anche il vampirismo ha raggiunto la sua inflazione“.

Facile constatazione, direte voi, mentre spopola e dilaga la New Age dei vampiri soft alla Stephenie Meyer, col rischio di soppiantare i temibili succhiasangue della tradizione, ironizzati da Claudio Vergnani nel suo romanzo d’esordio Il 18° vampiro (Gargoyle Book): “Ai bei tempi felici, credevo che i vampiri fossero Bela Lugosi e Christopher Lee. Gente in frac, per intenderci”.
Ma le parole di de’ Rossignoli sono state scritte quasi 50 anni fa, nel 1961, e si riferiscono alla voga susseguita al film Dracula il vampiro di Terence Fisher (1958), che lanciò l’aristocratico Lee nel ruolo del tenebroso conte transilvano dai canini troppo sporgenti. Anche nella castigata e censuratissima Italia di quegli anni, infatti, imperversavano feste e spettacoli vampirici, mentre Renato Rascel, affiancando lo stesso Lee nel film-parodia di Steno Tempi duri per i vampiri, esilarava con il Dracula cha-cha-cha: “Dracula Dracula dra ( cha cha cha )/ vampiro dal nero mantello/ di notte tu succhi sul collo / le donne di giovane età”. E via dissanguando.

Io credo nei vampiri, testo leggendario e introvabile, riemerge ora grazie a Gargoyle Books, revocando il suo autore, giornalista d’origine istriana scomparso nel 1985 a 65 anni d’età, da un seppellimento (metaforico) decisamente troppo affrettato. Il libro di de’ Rossignoli è una vera miniera di dati e informazioni che, sulle tracce del vampiro nei secoli, spaziano dall’etnologia alla letteratura fantastica, dalla magia alla psicoanalisi, dal costume al cinema, dalla medicina alla superstizione. I vampiri necrofagi delle Mille e una notte vanno a braccetto coi burker disseppellitori di cadaveri, la demoniaca Lilith della Bibbia veglia il sonno di Bela Lugosi, abituato a dormire in una bara anche fuori dal set.
Ma se fosse soltanto un’enciclopedia, per quanto pionieristica, Io credo nei vampiri non si distaccherebbe troppo da altri libri sull’argomento. Il fatto è che l’autore, come Edgar A. Poe o Howard P. Lovecraft, dà l’impressione di credere davvero ai suoi, e nostri, incubi. “Il peggio non sgorga mai dalla fantasia,” scrive “ma è sempre qualcosa che accade”. Basta capire a quale livello di realtà, o di convenzione condivisa. Lo sanno bene gli ammazzavampiri modenesi del romanzo di Vergnani, subito pronti a sdrammatizzare: “Chi va a funghi, chi va a vampiri. E con entrambi rischi la pelle. Così è la vita”. Anche in quest’epoca in cui la scienza, emula inconsapevole di Dracula, ci promette, se non una vita eterna, almeno una non-morte di lunga durata.

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